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Il Signore delle pietre

Piero è un ex funzionario di banca in pensione. Ma è anche un grande appassionato di vino e cibo (sommelier AIS, assaggiatore di olio ed esperto di miele e riso, tra le altre cose), pavese ma da 16 anni ormai quasi ligure: respira e ascolta i litorali di Sanremo dove possiede una casa quasi in riva al mare.

Da qualche anno, da solo e soltanto per soddisfazione personale, crea delle sculture effimere impilando una sull’altra pietre, pietrine e pietroni a creare delle presenze verticali che sanno parlare una qualche lingua sconosciuta, a volte inquietante; altre volte rassicurante, altre ancora quasi evocativa.

E sono semplicemente poggiate, in equilibrio spesse volte assai precario, una sopra l’altra.

Il posto deputato di questo artista dell’effimero è un piccolo promontorio adiacente, a ovest, il porto di Sanremo, località San Martino.

L’ho trovato affascinante. Mi ha ricordato i giochi di Calder.

Peggy Guggenheim

Poco più di un secolo fa, il 26 agosto 1898, nasceva a New York Peggy – il vero nome era Marguerite – Guggenheim, figlia di Benjamin e di Florette Seligman: due famiglie ricchissime di ebrei tedeschi emigrati nel XIX secolo in America a mettere insieme spropositate fortune con commerci e traffici nel campo delle miniere e della finanza.

Benjamin Guggenheim era il figlio “povero” e ribelle della sua potente e numerosa famiglia, figlio anche sfortunato che perì, pare da eroe, nell’aprile del 1912 vittima della tragedia del Titanic.

Peggy non era particolarmente ricca, né bella oltremodo o di particolare intelligenza e cultura: per quelle vie che in maniera misteriosa dipanano le vite di certe persone si ritrovò a essere vicina a personaggi che le inculcarono l’interesse per l’arte moderna, e che personaggi: Samuel Becket, Marcel Duchamp, Max Ernst – suo secondo marito…

Capitò a Parigi nei primi anni venti e conobbe e frequentò quell’entourage irripetibile di arte e cultura cosmopolita che arredava la capitale francese in quella stagione magica.

Peggy era, pur non bella, una divoratrice di uomini: si narrano storie incredibili a proposito dei suoi appetiti e gusti sessuali che esercitò senza limiti e senza ritegno, ma ebbe sempre la capacità di circondarsi dei consiglieri e degli artisti più talentuosi, conservando in ogni caso l’umiltà di ascoltarne e accettarne i suggerimenti.

Scoprì e protesse Jackson Pollock e Calder, fu tra le prime collezioniste di Brancusi, posò per Man Ray; ebbe l’ardire di innamorarsi di Venezia e portare in quella che era uno dei luoghi deputati dell’arte classica mondiale – con una elite nobile e borghese assai esclusiva e provinciale, oltre che molto conformista – la più importante collezione di arte moderna forse del mondo.

Acquistò nel 1949 un palazzo veneziano nobiliare in rovina in riva al Canal Grande e vi si stabilì, aprendo al pubblico, in maniera gratuita, la sua collezione. A Venezia morì, circondata dai suoi adorati cani, il  24 dicembre del 1979.

Questo volume, scritto da Antonio Gill nel 2001, è stato pubblicato in Italia da Baldini Castoldi Dalai nel 2004: è un bel lavoro di circa 500 pagine assai denso e argomentato. E’ una lettura di assoluta necessità per tutti coloro i quali amano l’arte del secolo scorso, insostituibile e irrinunciabile. Parola mia.