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I cru di Barolo sotto La Morra

Cerequio, Brunate, Cannubi, Liste: eccole qui le vigne che dànno i migliori Barolo. Si estendono tra La Morra, in alto e Barolo, più in basso. Sono terre preziose (in tutti i sensi, qui un solo ettaro vale uno sproposito, ammesso che chi lo possiede voglia venderlo) che offrono uno dei vini più eleganti del mondo. Sono fotografate nel momento in cui i grappoli sono ancora verdi e gli acini non più grandi di pochissimi millimetri. Praticamente in fasce…

Andrea Farinetti e il suo Borgogno 1761

http://www.borgogno.com/

Il ricordo è nitido: era il 19 febbraio 2007 e avevo concordato un’intervista, per Barolo & Co, con Oscar Farinetti che da pochissimi giorni aveva inaugurato il suo primo Eataly nel restaurato stabilimento Carpano dirimpetto alla mole incombente del Lingotto di Mattè Trucco. Oscar era appresso a degli ospiti americani e fu Luca Baffigo a guidarmi nella visita, salvo poi incrociare Oscar per caso e con lui continuare una rilassante chiacchierata, che si prolungò parecchio, affettando salami e bevendo calici… Ricordo con distinzione il giovane Francesco, primogenito di Oscar, dedicarsi con evidente entusiasmo alla mescita del vino sfuso.

Circa un anno dopo, era l’8 febbraio del 2008, incontrai Oscar per questioni di lavoro e sulla sua scrivania troneggiavano due bottiglie di Borgogno; a te posso anticiparlo, mi disse, sei il primo che lo sa: ho deciso di comprare Borgogno (cantine esistenti dal 1761), che ne dici?

Fui invitato nel novembre dell’anno successivo per festeggiare l’inaugurazione ufficiale – c’era un sacco di bella gente (vedi immagini) – delle Cantine Borgogno della famiglia Farinetti. C’ero anche nel 2013 quando venne festeggiata la prima bottiglia di vino figlio della nuova proprietà.

Sono trascorsi ben tre anni e incontro Andrea Farinetti – il terzogenito di Oscar, gemello di giugno, classe 1990: un millennial in tutto e per tutto nell’accezione positiva di questo neologistico anglismo. Dopo Francesco (1981) e Nicola (1984), Andrea è il pivello di famiglia, ma che pivello! Determinazione, preparazione, tigna autentica, entusiasmo, capacità di visione prospettica.                                                                                                                                     Ha preso in mano la cantina nel 2010, dopo il diploma conseguito un paio di anni prima all’Enologico di Alba. In questi 6 anni la cantina è passata da 80 a circa 300.000 bottiglie di produzione, quadruplicando il fatturato e incrementando in maniera determinante la quota dell’export. Dal 2013 usa quasi soltanto i fermentini in cemento e dal 2015 è passato alla gestione bio delle vigne con sperimentazioni di disinfettanti naturali e percentuali risibili di solforosa. In cantina Andrea e il suo responsabile Simone – già compagno di classe all’Enologico – usano la tecnica tradizionale del cappello sommerso e tendono a effettuare, per i vini importanti, macerazioni lunghe.                                                                                             Ho valutato il Dolcetto 2015 (18.000 bottiglie, 13%vol, 9.50 € a scaffale), il Nebbiolo No Name (60.000, 14%vol, 25,00 €), la Freisa secca 2014 (13% vol) e la Barbera d’Alba Superiore 2014 (15%vol): tutti prodotti più che eccellenti, capaci di raccontare il territorio in maniera piacevolmente leggibile nelle valutazioni organolettiche. Una citazione speciale per la Barbera: tra le migliori gustate negli ultimi tempi.

Notevoli il Barolo 2011 (25.000, 14,5%vol, 33,00 €) e i tre cru Fossati, Liste e Cannubi 2011 (6.600 per ciascuno, 15%vol, e prezzi dai 36,00 del Fossati ai 55,00 del Cannubi): sono Barolo eccelsi, dai tannini morbidi ma di grande equilibrio e eleganza: ottimo il Liste e formidabile il Cannubi!

Importante citare le due riserve cuvée di Barolo: il Borgogno 2009 (Fossati e Liste, circa 20.000 bottiglie che vengono immesse sul mercato a distanza di parecchi anni) e l’ultimo nato, il Cesare, frutto di un complesso assemblaggio delle annate 1982, 1996, 1998 e 2004. Un Barolo che definire peculiare è come usare un improprio eufemismo riduttivo.

Ma Andrea sta lavorando a un Timorasso (presi 3 ettari) di cui ho assaggiato i primi risultati (promesse davvero notevoli) dalla botte e a un Riesling 2015 che vedrà la luce nel 2017. E poi ci sono alcune altre faccende in avanzata fase di progettazione che saranno per davvero di grande suggestione: ma di queste non è opportuno parlare. Ho passato con Andrea alcune ore e sono rimasto impressionato dalle doti di questo ragazzo e dal suo atteggiamento sempre sicuro e mai sfrontato, capace di parlare con chiarezza e capace di ascoltare con attenzione. Mica poco…

Avanti così!

Postcards from Langa, on March 2016
Massimo Camia

E’ stato il mio vecchio amico Giovanni Leopardi a insegnarmi  che per capire un cuoco – chef è un termine che comincia a darmi sui nervi – bisogna stare con lui in cucina, e non soltanto. Su nel New England, tra Vermont e New Hampshire ho imparato a osservare un cuoco nel suo ambiente naturale. E poi a far spesa nelle fattorie bio lungo il Connecticut e poi ancora al Radisson di New Delhi e in quelle sterminate cucine indiane con immensi forni tandoori (che significa, appunto, forno…) a cuocere chapati per centinaia di ricchi hindi belli floridi e così tanto colorati.

A Giovanni, che oggi lavora a Baltimora, devo questa passione: stare in cucina con i cuochi e osservare la loro manualità, la precisione, le piccole ossessioni (ognuno di questi ne ha più di una!).

Di cuochi, dunque, ne ho conosciuti, osservati e fotografati tanti e alcuni tra quelli più bravi: a nessuno mai avevo sentito rivolgersi ai sottoposti, in cucina, con: “Per favore….”.
Di Massimo Camia, persona vera prima che grande cuoco, sono rimasto per davvero impressionato. Prima che dalle sue indiscutibili caratteristiche cucinarie, dal suo essere persona gentile, disponibile.

Gli ho richiesto delle preparazioni tradizionali, non tanto perché Massimo è considerato il meglio in questo genere di piatti, quanto perché di questi sono particolarmente appassionato e, soprattutto, intenditore: da come mi viene preparato e presentato un vitello tonnato o un piatto di tajarin capisco di quale livello è il cuoco. Inutile dire che i piatti che mi ha preparato Massimo sono stati più che eccellentI: gusti distinti, sapori combinati come si deve, preparazioni impeccabili, tocchi di genialità nel segno della semplicità. Raccomando l’agnello alla piastra (più che un’emozione) e il vitello tonnato rivisitato (la sua salsa tonnata è qualcosa di indescrivibile). Ma gli agnolotti del plin con il ripieno di vitello sono il meglio; così come le due fettine di fassona ripiene di insalata primavera e rifiniti con il tartufo nero estivo. E l’entrèe, e il pane, e i dolci…

 

Ma di tutte queste cose molti hanno parlato, io non aggiungo nulla di speciale se non la mia personale ammirazione e la raccomandazione, convinta, a frequentare (con calma e con tutti i sensi accesi) questo magnifico ristorante.

A me interessano le storie, e la storia di Massimo è un’altra bella storia. Nato a Dogliani – segno zodiacale della Vergine – e cresciuto a Monforte, mezzo monfortino (papà) e mezzo calabrese (mamma di Gioiosa Jonica, ma romana d’adozione). Alberghiero a Ceres, in giro per ristoranti di hotel, sempre in cucina. In proprio a 26 anni in quel di Mondovì e poi alla Locanda del Borgo Antico di Barolo dove prende la famigerata stella Michelin nel 2001. Intanto aveva conosciuto Luciana, che sposa nel 1989 e che gli regala Iacopo (oggi appena diplomato e fresco iscritto a Architettura a Torino) e Elisabetta che lo ha appena reso felice con la sua decisione di frequentare un istituto alberghiero dopo la licenza media – gli occhi di Massimo, quando racconta questa faccenda, sono gli specchi di un papà raggiante.

La famiglia Damilano era da molto tempo che lo tentava: finalmente, all’inizio del 2013, Massimo e Luciana capitolano e, dopo 7 mesi di lavori importanti, trasformano un angolo del capannone della sede Damilano in un ristorante accogliente e particolare. Inaugurano nel settembre del 2013, la posizione – lochescion è un rumore barbaro – è straordinaria: al primo piano dell’edificio (la strada sottostante è invisibile) le ampie finestre si aprono sui Cannubi e più in alto sui campanili di La Morra. Sono 40/50 coperti a cui se ne aggiungeranno altri 25 con una struttura coperta verso l’interno. In cucina si avvale di 6 collaboratori (con qualche ragazzo, anche straniero, a stage) e in sala c’è Luciana con  Francesco e un altro supporto.

Strepitosa la cantina, soprattutto di Barolo (ricarichi di particolare onestà) e Champagne. Non ho parlato di vini perché di Damilano ho ampiamente scritto (segnalo la sempre eccellente Barbera La Blu 2011) e il Cannubi di Scavino non ha bisogno di commenti.

Dunque, tutto ok? Sì, certo e con la considerazione che se si parla di stelle – a me piacciono soprattutto quelle dei cieli notturni – qui ne manca una.

Poi, qualche appunto lo avrei anche, ma c’entra poco con la cucina e il servizio. E  gli appunti i galantuomini se li comunicano in privato…..

http://www.locandanelborgo.com/index1.php

 

E’ Cannubi, bellezza!

Cannubi, tra i migliori (se non il migliore) cru di Barolo. Queste sono le uve Nebbiolo a metà settembre: una meraviglia!

Esagono a Avigliana Jazz Festival 24 agosto 2013

Grande successo ieri sera al Green Beach di Avigliana per l’Esagono che inaugurava l’Avigliana Jazz Festival. Locale strapieno di un pubblico attento e competente che ha chiamato il gruppo a ripetuti bis. Ieri sera, oltre alla classica formazione dell’Esagono – Michele Cimino alle tastiere, Giorgio Diaferia alla batteria, Jacopo Albini al sax e Michele Anelli al contrabbasso – si è aggiunto Enrico Degani alla chitarra, rendendo i suoni più pieni e più vari.

Esagono ha eseguito diversi brani compresi nell’ultimo lavoro, Wine Notes, dedicato al Barolo; al solito, i brani più apprezzati sono stati Cannubi e Sperss (grandi cru di questo vino).

Esagono Stampa i

Alberto Fenocchio, Collisioni 2013

Per la verità non ero molto soddisfatto della sistemazione che lo staff di Collisioni mi aveva trovato quest’anno. Il motivo era dovuto al fatto che, avendo da condurre le gustazioni in Enoteca, al Castello Falletti, avrei dovuto comunque usare l’auto per coprire quel paio di chilometri che separano il B&B Fenocchio, situato sulla via Alba (sulla destra, lungo il rettilineo che delimita il famoso cru dei Cannubi, arrivando da Alba), dal centro di Barolo.

Un poco scomodo, comunque fui accolto dalla signora Anna che andava di fretta e, come per tutta la gente di Langa (quella vera), non è che il suo approccio brillasse per cordialità: ma queste faccende le conosco bene e dunque non mi preoccupai più di tanto. Dissi alla signora che, prima della mia dipartita, avrei fatto volentieri quattro chiacchiere con il marito Alberto a proposito dei loro vini, che non conoscevo.

Sistemati i bagagli, tornai in paese per i miei affari. La sera fui ospite a cena dalla famiglia Abbona dei Marchesi di Barolo. Come al solito, la cena fu assai soddisfacente e le bevute ottime e abbondanti. Terminammo la serata verso mezzanotte e mezza; mi alzai sentendomi non ubriaco, certo, ma insomma un tantinello su di giri. Pensai: meglio che vada a letto, ho bevuto più del necessario, sono stanco e domani sarà dura e lunga.

In pochi minuti raggiunsi la mia meta: la linda stanzetta del B&B Fenocchio. Aprii il cancello automatico, parcheggiai come mi era stato indicato la mia auto e scesi. Mi venne incontro un signore che si presentò come Alberto Fenocchio e mi chiese se avevo voglia di fare due chiacchiere. Per non essere scortese acconsentii e pensai: vabbè, mi fermo qualche minuto e poi vado a letto, ho bevuto un po’ troppo.

Ebbene, le due chiacchiere finirono verso le tre! Seduti in cortile, sorvegliati dalle viti dei Cannubi gonfie di grappoli in attesa della prossima invaiatura, cominciammo a parlare. E non si parla a Barolo senza bere: Alberto se ne arrivò con una delle sue bottiglie di Bussia 2009. Bussia significa Monforte, significa terreni elveziani, significa il vertice dei Barolo di grande struttura e lunghissimo invecchiamento.

Parlammo e parlammo. Bevemmo e bevemmo…tutta la meravigliosa bottiglia. E descrivendo i suoi vini – 50.000 bottiglie da circa 10 ettari in Cannubi, Villero e Bussia per quattro grandi Barolo, quasi tutti esportati – e la sua azienda vecchia di oltre 150 anni, gli venne in mente una faccenda di quando era bambino. Si alzò improvvisamente e mi disse di aspettare un momento.

Ritornò quasi subito con un paio di uova e una scodella. Divise l’albume dai rossi e cominciò a montarlo con giusta perizia. Mentre era intento in questa operazione mi spiegava che quella roba lì usava tanti anni fa a colazione, per dare quella bella botta di energia con cui affrontare le fatiche della lunga giornata: era da tanti anni che quel rito non lo officiava più.

Finito di montare l’abume, aggiunse il rosso, un cucchiaio di zucchero e poi un mezzo bicchiere del sontuoso Bussia. Bevi, mi esortò.

Dunque, avete presente lo zabaglione: il nostro sambajon? Questo era infinitamente più delicato: una delizia…

Caro Alberto Fenocchio, per la chiacchierata notturna, per il Bussia 2009, soprattutto per quel delicatissimo sambajon grazie infinite: fra tutti i bei momenti passati durante Collisioni 2013, questo resta il più intenso, il più gradito, quello memorabile. Alla faccia della poca cortesia della Gente di Langa.

Il mattino dopo, come scrisse tanti anni fa Paolo Monelli, mi alzai senza il benché minimo fastidio o disturbo: come sempre quando la sera prima si beve Barolo. Anche se se beve un poco (!?) più del lecito.

Salute.

http://www.giacomofenocchio.com/

I Farinetti: 5 anni di Borgogno

http://www.vincenzoreda.it/borgogno-11-9-09/

www.borgogno.com

Così come fui uno dei  primi, se non il primo, a intervistare Oscar Farinetti nel febbraio del 2007 (Eataly appena aperta a Torino, l’articolo fu pubblicato da Barolo & Co e riportato nel mio libro Più o meno di vino), fui altrettanto uno dei primi a sapere dell’acquisto della storica cantina Borgogno da parte del vulcanico Oscar. Cliccando sul link qui sopra, è possibile, inoltre,  rivivere alcuni momenti cruciali dell’inaugurazione ufficiale, nel novembre del 2009, della ristrutturazione della cantina nel centro di Barolo.

Domenica 19 maggio 2013, sotto un cielo di nuvole barocche a scorrazzare dentro una giornata umida e capricciosa di Langa, Andrea Farinetti – dal 2010 al vertice di Borgogno -, con il papà Oscar da una parte a occupare soltanto un ruolo defilato (come può essere defilato uno come lui…), ha presentato da par suo la prima annata del Barolo Borgogno griffato dalla famiglia Farinetti.

E se l’è tolta alla grande il giovane Andrea (che, pur privo dei baffoni del padre, gli somiglia assai: sia nelle fattezze sia nella brillantezza della comunicazione), presentando il rivoluzionario No Name 2009: vino 100% Nebbiolo che del Barolo ha le caratteristiche fondamentali. E poi i quattro Barolo 2008: l’assemblaggio dei tre cru e i vini prodotti singolarmente da Liste, Fossati e Cannubi (chiaro che Cannubi, non soltanto secondo me, è il meglio).

Organizzata per pochi amici (scarsi i giornalisti presenti, tra cui segnalo l’amico Paolo Alciati), la festa s’è svolta secondo quanto piace ai Farinetti: scarsa o punto formalità, grande convivialità, musica, cibo eccellente (con alcune chicche della galassia Farinetti) e Barolo con millesimi di quelli che non ti dimentichi.

Sia chiaro: io voglio bene a Oscar Farinetti. Non soltanto perché lo considero un amico (e viceversa), ma assai perché uomini come lui (pochi purtroppo) fanno bene al Barolo, alla Langa, al Piemonte, al nostro sgarrupato paese. Certo che poi ci sono gli ipercritici a tutti i costi. E gli invidiosi.

Ma sono affari loro. O no?

Esagono al Jazz Club Torino

Venerdì 3 maggio 2013 al Jazz Club di Piazzale Valdo Fusi, i miei quattro amici dell’Esagono hanno suonato alla grande per circa un’ora e mezza. Jazz e Rock-jazz di quello buono: standard, cover (eccellente la loro esecuzione di Satisfaction dei Rollin Stones) e alcuni inediti che saranno registrati nel prossimo CD: Wine Notes, dedicato ai cru di Barolo con pezzi, composti da Marco Cimino, come Cannubi, Brunate, Sperss

E’ primavera e le viti si com-muovono

Tra marzo e aprile dai tralci sopravvissuti alla potatura secca – quella più importante – cominciano a sgorgare gocce d’acqua: è il commosso pianto della vite che sente l’arrivo della primavera e si risveglia. Ricomincia il ciclo riproduttivo e segna la fine delle potature importanti. Subito si cominciano a notare i primi gonfiori delle gemme e da questo momento in poi la pianta prenderà sempre più vigore.

E’ il miracolo del risveglio che ogni anno si ripete, grazieaddio (ma grazie soprattutto al lavoro duro e appassionato degli uomini).

Ovvio che sul pianto delle viti s’è fatta retorica, tanta. Ma è una retorica meritata, che comunque ci piace; che comunque ci avvicina ai valori primordiali e immutabili della Terra – in tutti i suoi possibili significati.

Le fotografie qui sopra sono state riprese a metà aprile nel comune di Barolo, cru Cannubi: sono vecchie piante di Nebbiolo destinate a produrre uve che saranno spremute per produrre uno dei Barolo di più grande pregio e eleganza.

Cannubi: ascoltando il Barolo, sorseggiamo jazz

http://www.youtube.com/watch?v=SYKsEN1ToPo&feature=em-share_video_user

Il link qui sopra permette di visionare l’intero filmato, un piano-sequenza ininterrotto di oltre 6 minuti, che ho ripreso durante il concerto di giovedì 7 febbraio scorso dell’Esagono al Café Neruda di Torino.

Il pezzo si intitola Cannubi, come il grande cru del Barolo, l’ha scritto Marco Cimino e questa è la prima esecuzione pubblica. Farà parte di un cd, che sarà inciso in marzo, dedicato interamente al Barolo: un progetto che è nato nello scorso autunno, parlando di vino, e bevendo vino, insieme con Giorgio Diaferia e Marco Cimino, rispettivamente batterista e tastierista dell’Esagono. Noi speriamo che il lavoro sia apprezzato e, soprattutto, compreso.

Intanto, sorseggiate Cannubi, by Esagono.

http://www.vincenzoreda.it/lesagono-al-cafe-neruda-di-torino/

A cena nelle Cantine Brezza

Una cena in cantina riserva ogni volta, almeno per me, un certo fascino. Provo sempre emozioni profonde a stare in compagnia delle vecchie botti, dei mosti che stanno diventando vini, dei vini che riposando invecchiano e migliorano.

Se, per giunta, le Cantine sono belle e pregnanti di storia (e di storie) come quelle della famiglia Brezza in Barolo, allora la fascinazione è unica, per davvero.

Era da qualche anno che in casa Brezza non si teneva più quella che per tradizione era la cena che chiudeva in maniera simbolica la vendemmia. Quest’anno Enzo mi dice che in famiglia hanno deciso di riprendere questo piccolo rito, anche in virtù del fatto che il magnifico patriarca Oreste festeggia le sue splendide 8o primavere.

Fritto misto alla piemontese con agnolottini del plin (che qui sanno preparare come pochi altri) in brodo, non senza prima aver gustato un sublime salame cotto: questo il menu della serata, per qualche decina di parenti, amici e ospiti (molti dei quali stranieri). E due ottimi musicisti: chitarra e fisarmonica per cantare a voce piena tutto quel repertorio popolare che accompagna  di solito mangiate e bevute di questo genere. Clima disteso e informale per una bella serata innaffiata in maniera imparegiabile con i vini Brezza, in sequenza: Freisa secca 2011, Barbera Superiore 2010 (non me la ricordavo così buona), Barolo base 2008. E poi i cru Cannubi e Sarmassa 2008, ma anche 2005 e 2003….

Barolo dista da Torino  circa 80 chilometri, fastidiosi da guidare (da solo) sotto la pioggia battente di questi giorni: ma ne è valsa proprio la pena. Ringrazio Enzo Brezza per l’invito e per la magnifica serata, di quelle che piacciono alla mia anima, in fondo, contadina: i baffoni bianchi di Oreste Brezza mi ricordano i magnifici mustacchi neri (fino alla sua morte) di mio nonno Vincenzo.

E mi sovvengono lontanissimi ricordi fatti di prosciutto, di vino, di brindisi in rima, di storie affascinanti e di vecchie canzoni cantate a voce piena e stomaco altrettanto pieno: fuori, in Sila, c’era tanta neve e dentro un grande focolare faceva bene il suo mestiere, insieme al vino e al calore, quello semplice, dell’amicizia.

I Barolo dei Marchesi

Del Cannubi e del Costa di Rose ho già detto sul mio sito.

Oggi concludo le mie gustazioni con il Sarmassa 2007 dei Marchesi di Barolo, dei miei amici Abbona.

Ce lo siamo bevuti, Matteo e io, una sera dolce di ottobre, in quel piccolo dehors – a lato del Teatro Regio di Torino – in via Giovanni Vincenzo Virginio: sì, quel cuneese morto povero perché nessuno voleva credere che la patata fosse un tubero assai buono e nutriente!

Matteo e io: due storici prestati all’enogastronomia che impiegano il loro tempo a bere, pochi sorsi lunghi e successivi – cadenzati – un grande Barolo. E ne scoprono l’evoluzione dei sentori, dei gusti, delle suggestioni. E concordano, infine: grande Barolo!

Senza dubbio, tra i tre cru dei Marchesi di Barolo (Cannubi, Coste e Sarmassa), questo Sarmassa 2007 è il più complesso, il più interessante, il migliore: pur in un contesto di elevata qualità. E lo ribadisco, proprio io, innamorato da sempre dei Barolo di Cannubi. Questo è meglio!

Così sia e sia fatta la volontà di dio. Amen.

Per le ulteriori informazioni (anche tecniche), si consulti  il sito:

http://www.marchesibarolo.com/

 

Barolo cru Cannubi, comincia la vendemmia

Oggi 3 ottobre 2012 sono stato a Barolo per questioni di lavoro. C’era un sacco di gente: soprattutto tedeschi, americani e inglesi.

E nel pomeriggio ho visitato le vigne in località Cannubi dove il mio amico Marco mi aveva detto che stavano cominciando la vendemmia nelle proprietà di Brezza: qui l’esposizione è sud-est, con tipici suoli tortoniani.

Le uve sono roride, bellissime ma tutt’altro che uniformi: si notano diversità di acini nello stesso grappolo e grappoli danneggiati. La vendemmia dovrà essere accurata e molto selettiva: questo farà la differenza. Se chi vendemmia svolgerà per bene il lavoro, pur con quantità non elevate (da queste parti, con molta differenza a seconda delle zone, si prevede una raccolta inferiore allo scorso anno del 10-20%), l’uva è davvero bella.

Ne ho presi alcuni grappoli da mangiare come frutta: sono dolcissimi e si sentono nelle bucce dei tannini straordinari. Il 2012 sarà un’ottima annata, per chi avrà saputo lavorare bene.

I Barolo di Damilano

Assaggiare un pargoletto che viene pian piano, con dolcezza, accudito dentro legno di farnia di una botte da quasi 50 hl al fresco e al buio di una cantina in Barolo è un gran privilegio. Si è consapevoli che  lingua e  palato sono assaliti da urli e strepiti di un piccolino che sta crescendo e non è ancora capace di parlare con dolcezza persuadente ai sensi delicati.

Ma si capisce subito che il giovinetto ha talento, che imparerà, nel tempo che gli verrà concesso, a imbastire discorsi importanti e indimenticabili. Occorre pazienza. Tempo e pazienza perché questo Barolo Cannubi 2008, grande annata, arrivi nel 2014 alla maggiore età. E allora si potrà dire:«L’ho conosciuto da bambino e di già mostrava la classe ventura!». Guido Damilano, titolare, e Claudia Rosso, responsabile della comunicazione (e del marketing, che cura con grandi capacità) mi hanno accompagnato nella visita dell’Azienda, posta all’ingresso di Barolo e circondata dalle terre del cru Cannubi, forse il più elegante tra gli eleganti cru dei Barolo di queste terre. E bisogna apprezzare il fatto di bere vino che viene spremuto da uve maturate in vigne distanti poche decine di metri. Altro che chilometri zero…Prossimamente ne parlerò in maniera più approfondita.

http://www.cantinedamilano.it/it-ita/index.php