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La Taba, ristorante argentino in Torino

A Torino si può trovare un’ottima cucina argentina in diversi ristoranti nei quali ho avuto modo di gustare sempre una carne ottima, perché cucina argentina significa soprattutto carne e quasi sempre preparata alla griglia.                         Tagli differenti da quelli cui siamo abituati in Italia e vacche diverse, quasi sempre di razza scozzese Aberdeen Angus e, ogni tanto, l’inglese Hereford: bestie di taglia media, piuttosto robuste e resistenti.                                                               Per il mio articolo su Barolo & Co (uscirà nell’ultimo numero del 2016, nei primi giorni di dicembre) ho scelto il ristorante La Taba, aperto nel luglio del 2015 in via Piave, 1 quasi angolo con via Garibaldi. Locale luminoso, arredato con piacevole stile minimalista, un’ottantina di coperti e altri circa 25 nel dehors.                                                                          I titolari sono due trentenni argentini di lontana orine italiana: Pablo Miranda e Paola Giro, marito e moglie provenienti da Cordova e con due figli (il maschietto nato in Argentina e la femminuccia già italiana). Alla griglia Martìn Alejandro Lopez (da Bariloche, ma lunga esperienza in Italia) e in cucina Marcos Ponce, proveniente da Mendoza. Chiaro che qui si beve soprattutto un ottimo Malbec, ma il mio format prevede l’accompagnamento dei piatti tipici con vini piemontesi.   Ho scelto 4 differenti tipologie di Barbera. Un Monferrato casalese (Perlydia Cantine Valpane 2010, 14,5% vol) per le empanadas; una DOC di Alba (Borgogno Superiore 2014, 13,5% vol) per accompagnare el pastel de papas; un Nizza (La luna e i falò 2013, Terre da vino) per il vacìo; infine, un altro magnifico Alba DOC (Bric du luv 2014, Caviola, 14,5% vol) per l’entrecote (Bife de chorizo, il nostro sottofiletto; il filetto si chiama Bife de lomo).                                                                 Tutti accostamenti particolarmente azzeccati e con l’evidenza che potevano essere intercambiabili. La carne servita era, ovviamente, di manzo (taglia piccola, 4/500 kg e 18 mesi)) Angus argentino, importato sottovuoto. Eccellenti le salsine (consiglio il chimichurri, a base di prezzemolo e aglio) che però a me personalmente, piacendo il gusto quasi primordiale della carne grigliata, sono poco gradite.                                                                                                                                                     Come gusto personale, consiglio il vacìo: un taglio sottopancia di particolare gusto e di prezzo assai conveniente. Ho evitato le varie parrilladas (grigliate miste) e gli altri asados (tagli vari sempre alla griglia) semplicemente perché desideravo una carne particolare e allo stesso tempo classica.                                                                                                             In conclusione, l’acidità della nostra Barbera sposa benissimo il gusto della carne argentina e il ristorante (spesa media 25/30 €) si è mostrato disponibile, piacevole e con un servizio da raccomandare senz’altro.                                                        Ah, dimenticavo, La Taba significa: La Stampa…

http://www.latabaristoranteargentino.it/

Barbera Del Monferrato, Cantine Valpane 1994

Non mi piace granché parlare – altri direbbe recensire- di vini in particolare: io non sono un giornalista e non so occuparmi di cronaca e recensioni. A me piacciono le storie, ho bisogno di tempo; ho bisogno che un qualche strato di polvere si depositi sulle cose di cui m’interessa parlare, o scrivere. Bene o male che ciò possa essere giudicato: “tat tvam asi”, io sono questo, per dirla alla maniera hindu, in sanscrito.

Ma di questo vino mi necessita parlare, anche perché ne saranno rimaste più o meno una decina di bottiglie e che io ne scriva significa commercialmente poca cosa.

Mi è stato chiesto di fare un quadro con questo vino: un dipinto dedicato a una fanciulla nata proprio in quell’anno; quasi a perpetuare quella buona abitudine che usava in tempi passati di mettere da parte un certo numero di bottiglie, che potessero accompagnare i momenti migliori della vita futura del nascituro.

Il vino, lo conosco bene, esce dalle vigne del mio amico Pietro Arditi: ho usato molte volte i suoi vini, direi meglio le sue Barbera, per i miei quadri. Il fatto è che Pietro, a Ozzano Monferrato, ha la fortuna e la capacità di fare delle Barbera che tanto mi piacciono; Barbera dal grande corpo, di struttura e alcol importanti e gusto pulito, con un colore sempre rubino carico.

Il ’94 ricordo certamente d’averla bevuta e per certo mi è piaciuta: il punto è che per dipingere con un vino io, quel vino, debbo per necessità berlo, e mi deve anche piacere. Faccenda complicata per una Barbera di 14 anni….

L’ho aperta che sono tre o quattro giorni: bevuto un sorso, subito mi ha stupito; nel colore: granato, certo, ma ancora con riflessi di rubino, limpido, carico; naso schietto della famosa pietra focaia, senza le opulenze di cuoio e pelli di animali varii, intenso, fine, armonico; alla lingua, franco, leggermente secco, buona persistenza, corpo ottimo, una buona acidità. Sorprendente!

Ne bevo oggi, dopo alcuni giorni con la bottiglia appena scolmata alla spalla:

oggi mi colpiscono l’armonia, la persistenza e una certa secca e schietta eleganza: non un Barolo né un Barbaresco, ma un vino più secco, un poco più acido e direi di grande finezza. E molto, molto persistente, la caratteristica che più mi piace in un vino.

Che Barbera, Pietro: alla salute della piccola Eleonora, nata in quell’anno, sotto il segno dell’acquario.

Ci dipingerò un bicchiere-simbolo: le tre lettere – A,U,M – della sillaba-preghiera “OM”, capovolte, che quasi sembrano uno strano bicchiere. Quando sarà pronto, vedrò di riprodurlo in coda a questo piccolo scritto. Finalmente, eccolo (più altri 2):

Canone inverso 2006

Canone inverso 2005

Bicchiere "OM" dipinto con Barbera Cantine Valpane 1994

Barbera Cantine Valpane 1994

bicchiere dipinto con "Canone Inverso" Cantine Valpane 2006

Canone inverso 2005

Vincenzo Reda

Ottobre 2008

Poderi Girola

Fu l’amico Piero Arditi (Cantine Valpane di Ozzano Monferrato) a farmi conoscere Paolo Girola, giornalista Rai. Venne qualche anno fa a intervistare a casa mia Giovanni Leopardi, chef italiano in giro per il mondo e ormai naturalizzato americano. E fu un bel momento che produsse un servizio sulle straordinarie capacità cucinarie del mio grande amico Gianni (oggi lavora a Baltimora).

Piero mi aveva detto, quasi di sfuggita, che i Girola si erano rimessi a produrre vino nella tenuta di famiglia e che gli stava dando una mano.

Dopo anni, causa la sempre più invasiva relazione con i social network (Facebook, in questo caso), il figlio di Paolo, Stefano Girola, mi contatta per farmi gustare, e valutare i suoi vini.

I Poderi Girola si estendono su circa cinque ettari, di cui tre vitati, e costituiscono patrimonio familiare da oltre un secolo; sono situati a Calliano d’Asti, circa 15 chilomentri a nord della città, quasi a metà strada tra Tanaro e Po, al limite del territorio della DOCG Barbera d’Asti e quasi al confine meridionale del Monferrato Casalese, 300 mlsm.

Sono vigne che hanno oltre 15 anni di età, tenute a guyot semplice  e coltivate con il metodo della lotta integrata.

I Girola producono circa diecimila bottiglie: Barbera d’Asti DOCG Il Sossàla, Grignolino DOC Il Sanpietro e il Cortese del Piemonte DOC Il Manseco.

Va detto che Stefano, con il cugino Alberto, sono ragazzi giovani, poco più che ventenni e che sono stati folgorati dalla passione per il vino non da molto: questo significa che bisogna concedere loro del tempo. Il tempo è una risorsa fondamentale sempre, ma tanto di più quando si tratta di faccende che riguardano la viticoltura e la produzione del vino.

Ho bevuto, gustato e valutato le tre loro tipologie: Cortese e Grignolino del 2011 e Barbera del 2012.

La prima considerazione che mi vien fatto di esprimere e che questi vini sono prodotti da terreni che godono un particolare favore in termini di caratteristiche pedologiche e climatiche: qui c’è una grande potenzialità, pare evidente.

Il problema, credo, nasce dal lavoro in cantina: qui c’è molto da fare e da crescere, ma credo ne valga la pena e credo che nei prossimi anni i Girola possano essere in grado di offrire delle vere e proprie eccellenze di nicchia: ci sono tutti gli ingredienti necessari, non ultima una grande passione.

Per ritornare ai vini, il più convincente m’è parso il Cortese: 11,5% vol., bel colore paglierino non troppo intenso, note floreali evidenti e al palato una bella armonia con buona persistenza; quasi sorprendente per un bianco prodotto in terra di rossi, ma vale la pena insistere, perché può migliorare e di molto.

Il meno convincente, ma era abbastanza prevedibile, è il Grignolino: 13%vol., colore più carico del classico Grignolino, al naso sono evidenti note non molto gradevoli e in bocca il vino risulta privo di armonia ma, attenzione, con una persistenza straordinaria, pur non gradevolissima. In sintesi: questo può diventare un grande Grignolino (di tipologia più simile a quella del Monferrato Casalese: il Grignolino di Accornero, per esempio), ma c’è molto lavoro da fare.

Più complesso il giudizio sulla Barbera. 13,5%vol., rubino un poco più scarico del normale, classiche note di frutta matura della Barbera d’Asti, pur con qualche (non gravissimo) stridore e un palato appena sufficiente in quanto ad armonia, ma anche qui una persistenza notevole. Su questa Barbera non c’è moltissimo da lavorare, basta poco e si può produrre una di quelle Barbera davvero eccellenti, assimilabili a quelle portentose che vengono da qualche chilometro più a sud: riva destra del Tanaro, Vinchio, Mombercelli, Nizza, Agliano. Tenendo in conto, come nota finale, che si sta parlando di vini che in cantina vengono offerti a prezzi che stanno tra i 4,5 e i 6€, più o meno.

Forza e coraggio, Stefano: ne vale la pena.

http://www.poderigirola.it/ 

Il Grignolino di Piero

Da pochi anni alle sue eccellenti Barbera del Monferrato, di cui ho trattato con dovizia su questo sito, il mio amico Piero ha aggiunto la produzione di un particolare Grignolino di cui produce poche migliaia di bottiglie (che vanno tutte in esportazione tra Canada e Usa): l’ha chiamato Euli.

E’ un Grignolino tipico del Monferrato Casalese: 13°%vol., più carico di colore, con più corpo e più residuo zuccherino del cugino astigiano. Quello di Pietro mi ricorda da vicino il Bricco del Bosco di Accornero (non a caso di Vignale, a due passi da Ozzano, sede delle Cantine Valpane).

Fatto si è che – i misteri del vino, che poi non sono così tanto misteriosi – quando l’ho bevuto presso le sue cantine, in compagnia di Piero, l’ho trovato eccellente, pur con questo residuo zuccherino forse lievemente eccessivo. Gustato pochi giorni dopo a casa mia, m’è parso un poco meno buono. Mah, va’ a sapere…Chiaro che non mi fermo qui!

http://www.cantinevalpane.com/

Rosa Ruske, il Ruché di Pietro Arditi

Di Ruché ne conosco diversi: ho lavorato a lungo con quelli di Montalbera e con il Laccento mi sono sbizzarrito e mi piaceva abbastanza, almeno fino a quando Luca Maroni se n’è impadronito e ha pontificato che il Ruché Laccento è il miglior vino al mondo. E dunque da quel preciso momento il Laccento ha finito di essere un vino interessante.

L1140132Sono tornato ai Ruché quelli più rustici, più ricchi di tannino e colore, magari anche un poco squilibrati.

Il Ruché, come ho già avuto modo di scrivere, è un vino che conosco fin dalla metà degli Ottanta e lo volli come rosso sulle tavole del mio matrimonio, nel 1990.

L’etimologia del nome è incerta, ma il suo successo fu dovuto all’opera instancabile del parroco di Castagnole Monferrato, don Giacomo Cauda, spalleggiato dall’allora sindaco del paese, Lidia Bianco. La DOC fu raggiunta nel 1987 e la DOCG nel 2010.

E’ questo un vitigno abbastanza generoso (il disciplinare regola a 90 ql/Ha la resa) che dona vini di un bel rosso rubino, discreta acidità e abbondanti tannini in un contesto palatale abbastanza abboccato con una nota olfattiva inconfondibile di rosa canina. Il disciplinare prescrive che sia realizzato con almeno il 90% del vitigno e per il restante con altre uve che possono essere Brachetto e/o Barbera: per la verità oggi si preferisce produrlo in purezza.

Il territorio identificato dalla DOCG, oltre a Castagnole Monferrato (pochi chilometri a nord-est di Asti), comprende i comuni limitrofi di Grana, Montemagno, Portacomaro, Viarigi, Scurzolengo e Refrancore.

Ora il mio amico Pietro Arditi mi ha portato un paio di bottiglie di questo Rosa Ruske, ovvero il Ruché che produce in quel di Ozzano da uve che provengono da un vigneto di circa un ettaro, situato credo a Viarigi e di proprietà di un parente che ha finalmente smesso di conferire le proprie uve altrui. E’ chiaro che, essendo prodotto e imbottigliato fuori zona, non può essere chiamato Ruché, ma garantisco che queste circa 4.000 bottiglie delle Cantine Valpane di Ozzano Monferrato raccontano uno di quei bei Ruché un poco rustici, molto colorati, tannici e di buona gradazione (13,5% vol.). Millesimo 20011, abboccato e di gran corpo, con quella rosa che incendia il naso e le gradevoli (per me) astringenze tanniche che permangono a lungo in bocca. Ecco, in gola si spegne presto, come tutti i Ruché.

Vino di accompagnamento difficile: a me piace berlo da solo o, a volte, con frutta come pesche e ciliegie; ma come dico sempre, ognuno può accompagnarlo come meglio crede: non esistono sacrilegi e eresie (e dunque non esistono dogmi) in questo genere di attività.

Salute.

Barbera e manzo

http://www.vincenzoreda.it/barbera-del-monferrato-cantine-valpane-1994/

Dopo un po’ di giorni sabbatici, vuoti d’alcol e di qualsiasi cibo solido, ho interrotto la mia piccola quaresima, il mio personale ramadan con una splendida bottiglia di Bramaterra 2005 delle Tenute Sella, bevuta nel secentesco ristorante del Circolo dei Lettori, a Torino nel Palazzo Graneri della Roccia. Ero in compagnia della cucina di Stefano Fanti e stavo al tavolo con un grande produttore di La Morra. Ci siamo stupiti della finezza e della mineralità di questo vino poco prodotto, bevuto e conosciuto; figlio di uve Nebbiolo (chiamate Spanna nel vercellese) con aggiunte di Vespolina e Croatina e/0 Bonarda. Un vino che quasi somiglia ai Nerello dell’Etna, di colore assai scarico e naso complesso. Da consigliare con particolare raccomandazione.

Reso esausto dalla dieta, la sera dopo ho programmato una costata di fassona di oltre un chilo e mezzo, arrostita sulla piastra: 10 minuti scarsi per parte, senz’altro accorgimento né condimento: all’uso toscano (avevo la brace nel camino, ma sono anni che non l’adopero in casa perché poi il lezzo è insopportabile…).

Carne eccellente che ho accompagnato con una Barbera del Monferrato Superiore delle Cantine Valpane di Ozzano (Alessandria) del mio amico Piero Arditi: millesimo 2001, per una sensazionale Barbera di 12 anni di cui credo di aver bevuta l’ultima bottiglia.

Barbera grandiosa che bene conosco (nel link un assaggio di una bottiglia di 14 anni) e che ho tanto gradito, con una postilla importante. Per queste “carnazze” (di cui sono personalmente ghiottissimo, ma di cui non abuso) i nostri vini piemontesi non sono adattissimi: troppo eleganti, troppo raffinati. Meglio assai i più rustici vini spremuti dal Sangiovese; meglio i Chianti, i Brunello, i Nobile di Montepulciano.

Nebbiolo e Barbera credo accompagnino meglio carni più delicate, preparate in maniera più complessa, più elaborata (bolliti, brasati, stracotti)….

Grignolinando in Monferrato

Assai vario il paesaggio del Monferrato casalese, patria del Grignolino e di una Barbera troppo poco apprezzata. Non la stucchevole monocultura della Langa nobile e non quei paesi ormai divenuti svizzeri dove brulicano tedeschi e austriaci che arano le strade sulle loro magnifiche automobili. Qui c’è ancora aria di casa e di villaggio, ci sono le aie che odorano di letame e la gente è semplice, disponibile, bella. Poi è bravo Maurizio Gily a organizzare una manifestazione che ha coinvolto 400 persone a spasso per le cantine del Monferrato a scoprire quanto è particolare il Grignolino di qui, con la sua acidità e i tannini selvaggi che gli regalano le “grignole”, ovvero i vinaccioli (da qui il nome). In tempi in cui infuria la moda dei rosé vinificati da rossi, questo lo è per sua natura. Provate a bere un Grignolino con una zuppa di pesce (brodetto, caciugo, ecc.) o con degli spaghetti ai frutti di mare. Poi ne riparliamo.

Ho visitato e bevuto Liedholm a Cuccaro, Gaudio a Vignale e Cantine Valpane a Ozzano (ne parlerò a parte). Il mio amico Piero Arditi, finalmente, s’è deciso a produrre anch’egli un Grignolino: particolare, come il suo solito. Ne parlerò. Intanto, oltre al Grignolino, da lui ho bevuto la sua portentosa Barbera 2001: uno schianto di vino. In tempi in cui tutti si lamentano, Piero che il vino lo fa buono ha le cantine vuote. E se lo merita. Salute.

Pranzo e vini di Natale 2010

Le tradizioni nel nostro pranzo di Natale e, importante, i vini che narrano terre d’Italia: Alto Adige, Piemonte, Toscana e Sicilia. Mia moglie Margherita, cuoca eccellente (ispirata da un marito come me che è un grande rompiballe, mai soddisfatto e dunque donna paziente e comprensiva, oltre che cuoca scrupolosa…) ha preparato un paté di fegatini di pollo (dove burro e brandy sono ingredienti fondamentali) con gelatina delicata, insalata di mare con olive nere, sedano e patate, prosciutto toscano e capocollo al peperoncino calabrese come antipasti accompagnati da un Alto Adige Valle Isarco Kerner dell’Abbazia di Novacella del 2009.

Agnolottini con carne di manzo al sugo d’arrosto, accompagnati con la Barbera Superiore del Monferrato Perlydia 2004, Cantine Valpane dell’amico Pietro Arditi.

Arrosto di cinghiale, marinato con vino bianco (delicatissimo, proprio per questa piccola accortezza) e contorno di passato di mele, patatine dolci e cipolline stufate per dare una ragion d’essere al Rennina 2004 di Pieve di Santa Restituta dell’amico Angelo Gaja.

La Malvasia delle Lipari di Carlo Hauner 2007 (sublime, pur con qualche difetto su cui si potrebbe discutere a vanvera, bevendola di gusto) ha accompagnato i tradizionali struffoli calabresi, i datteri freschi, i licis, la frutta secca, le palline di castagne di gloriosa tradizione della famiglia Canavesio (una tradizione torinese: pasta di castagne bollite, impastata con burro e rhum – Pampero -  ricoperte di cacao semplicemente deliziose).

Che magnifica goduria a unificare, nel segno del 2011 e del 150° anniversario della nascita della nostra Patria, territori italiani tanto lontani e tanto diversi eppur compagni prima che fratelli.

I miei vini di Natale (e dintorni) 2009

Quest’anno ho scelto vini diversi dal solito per le mie coccole natalizie.

Per il bianco sono andato nella adorata Sicilia e ho bevuto il Grillo in purezza delle Cantine Cummo, Idillìaco 2008: 12,5°% di volume alcolico per un autoctono celebre come materia fondamentale per il Marsala. Un vino per davvero eccellente con un’unica pecca: una delle più brutte etichette in commercio. Ma questa faccenda ai Cummo l’ho già detta.

Sempre di Cummo (mi hanno onorato con una loro selezione) ho bevuto l’eccellente Nero Cappuccio Carbuscìa 1908 del 2005: un altro rosso autoctono in purezza con 14° affinato, purtoppo – ma con perizia – in legno piccolo. Carbuscìa è la località delle vigne migliori, in Canicattì (Ag), dove il nonno Diego cominciò la storia di questa ottima cantina. Ancora di Cummo, il Principe Stephan 2005, una cuvée di autoctoni e di classici internazionali – una sorta di Supersicilian – anche questo affinato per poco tempo in legno piccolo, dopo un anno di acciaio e due in botti grandi per un risultato di grande equilibrio e corpo.

Il pranzo di Natale però è stato accompagnato con la mia immancabile Barbera del Monferrato Valpane 2000 del mio amico Piero Arditi: Barbera di classe eccelsa da 14,5° e senza legno. Come damigella d’onore ho scelto la Freisa Canone Inverso 2005 sempre di Piero: un vino vinoso, antico, asciutto, diretto (detto tra le righe, ma a Piero l’ho detto più di una volta, anche le sue etichette non brillano per risultati estetici…).

Nei dintorni di questi giorni non mi sono fatto mancare il Rùbico 2008, Lacrima di Morro d’Aba di Marotti Campi: sempre eccellente. Non c’è nell’immagine, ma qualche sorso di Cambrugiano Riserva 2006 di Belisario, Verdicchio di Matelica, non è mai mancato.

Senza dubbio un Gaja, non so ancora quale, aprirà il 2010.

Salute e auguri.

I vini delle presentazioni del mio libro

Barbera d’Asti e del Monferrato, Verdicchio dei Castelli di Jesi, Passerina di Offida, Spumante Brut Altalanga millesimo 2004, Mayolet Syrah Passito e Chardonnay della Val d’Aosta.

Cantine Valpane, Cantine Di Barrò, Moncaro, Giulio Cocchi, Fratelli Castino, Azienda Biologica Centanni: grazie a tutti perché abbiamo sempre bevuto vini che piacciono innanzi tutto a me, per poi constatare che piacciono anche a tutti quelli che sono venuti alle presentazioni, esperti buongustai o semplici bevitori d’occasione.

A parte tutti i miei soliti vini, devo citare il raro, grasso, sensuale Mayolet della Val d’Aosta con gli altri vini di questa minuscola azienda familiare che produce non più di 17.000 bottiglie, spremute da terre poste a oltre 700 mt. di altezza, a respirare profumo di Alpi, e di complicata e difficile coltivazione: una scoperta! che oltretutto pochi possono condividere, e non per una questione di prezzo, una volta tanto.

Presentazione Più o meno di vino al Bar Elena, con esposizione di alcuni miei dipinti col vino, 7 aprile 2009

Al Bar Elena, durante la presentazione del mio libro abbiamo bevuto Barbera e freisa delle Cantine Valpane di Ozzano Monferrato, prodotti dal mio amico Piero Arditi.