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Barolo & Co: Vigne e orti dentro la città

La suggestione per scrivere questo articolo mi era venuta leggendo sopra una cartina di Roma l’elenco alfabetico delle sue strade; avevo notato che c’era un’abbondanza di riferimenti a orti e vigne: Via degli Ortaggi, Orti d’Alibert, Orti della Farnesina, Orti di Cesare, Orti di Galba, Orti di Mecenate, Orti di Trastevere, Orti Flaviani, Orti Gianicolensi, Orti Giustiniani, Orti Portuensi, Orti Spagnoli, Orti Variani.

Via Vigna Alvi, Vigna Bertone, Vigna Corsetti, Vigna Due Torri, Vigna Fabbri, Vigna Filonardi, Vigna Jacobini, Vigna Lais, Vigna Mangani, Vigna Pia, Vigna Pozzi, Vigna Rosati, Vigna Serafini, Vigna Stellati, Vigne Nuove….Via della Vite.

Ben conoscevo il fatto che durante il medioevo, e fino almeno ai primi anni del Novecento, nella Capitale era abbastanza diffusa l’abitudine di coltivare l’uva, ma un’abbondanza simile di riferimenti toponomastici è in verità sorprendente!

Ho cominciato così a svolgere alcune ricerche e fare relativi approfondimenti in materia.

In età repubblicana e nel successivo ipertrofico sviluppo imperiale non sono attestate testimonianze di coltura della vite dentro le mura di una città che doveva essere sovraffollata: Marco Porcio Catone (234-149 a.C.) è il primo che parla di vino nel De re rustica e nel De agri cultura e sappiamo che possedeva una villa in Tuscolo, dove era nato e dove, come conferma Giunio Modesto Columella due secoli più tardi, si coltivavano vigne molto estese.

Il collasso dell’Impero e la disgregazione di Roma successivi  al IV e al V secolo della nostra era modificano completamente gli usi e i costumi dei sempre più rari e impauriti abitanti: è in questo periodo che, con l’aiuto soprattutto di conventi e monasteri benedettini e cluniacensi – per i quali il vino è un irrinunciabile elemento cultuale – piccole vigne cominciano a essere coltivate all’interno delle mura fortificate di palazzi e castelli romani. E’ molto probabile che, nell’ottica di un’economia di sussistenza, fosse prestata più attenzione all’orto che alla vigna e dunque la complessa e poco redditizia attività legata al vino fosse, durante i secoli bui dell’alto medioevo, una questione appunto di competenza dei monaci.

A cominciare però dall’XII secolo le vigne si diffondono nelle città e il Bacci e Sante Lancerio, bottigliere misterioso di papa Paolo III, ne testimoniano l’esistenza durante il rinascimento in zone come il Gianicolo e a Monte Mario. E’ questa ormai una pratica che si è diffusa in tutta Europa: in un progetto di ricerca di Katia Mori – Archeologia Medievale dell’Università di Siena – si attesta che nella città senese : “(i dati) che emergono da un registro della Biccherna relativo alla tassazione imposta nel 1454 a tutti i cittadini possessori di orti o vigne all’interno delle mura. Dalla Tavola delle possessioni si viene a conoscenza della presenza di 202 case con orto, 47 orti isolati e 14 vigne dislocati soprattutto nel popolo di Abbazia Nuova ed in quello di San Marco.”.

Ma succede che tra il XVIII e il XIX secolo le vigne cittadine si diffondono con uno sviluppo che va di pari passo con le tecnologie sempre più raffinate che viticoltura e enologia hanno raggiunto: ci sono vigne in tutte le città, grandi o piccole che siano; certo Roma è quella che vanta le più famose e numerose che alimentano le sempre più diffuse osterie.

Sulla via di Tor Pignattara, la vigna di Monte d’Oro; sull’Aventino, tra le terme di Caracalla, la vigna Guerrieri e le vigne della famiglia Torlonia; a Monte Mario la vigna del farmacista Alberto Langeli. Ma la più famosa, rimasta ancora oggi nella memoria collettiva, è la «Vigna dei frati»: nei pressi delle terme di Caracalla, appartenuta prima alla Compagnia di Gesù e visitata da S. Ignazio di Loyola, e poi – si chiamava vigna Antoniana – passata ai frati Minori Conventuali.

Il poeta dialettale Francesco Possenti la celebra con un sonetto che vale la pena di ricordare:

Er vino de li frati a Via Baccelli,

straportato per fusto de coppella

da li vigneti attorno a li Castelli,

te ristora la gola e le budella.

 

Si te ne scoli un litro a garganella,

a sede’ sotto l’arberi gemelli

che l’estate funzioneno da ombrelli,

te pare che la vita sia più bella.

 

Vino de le campagne nostre care,

spisciolato dall’uve bianche e nere,

bono pe’ di’ la Messa su l’artare,

sei te lo sciuro, identico e preciso,

sversato da li frati ner bicchiere,

bevuto da li santi in paradiso!

Ma se a Roma fioriscono orti e vigneti, non si può dire che altrove questo costume sia inconsueto: è celebre il Vigneto di Leonardo che il duca Ludovico il Moro donò al Genio, appassionato di vino e di cucina, riportato in un documento ufficiale e datato 26 aprile 1499. Ubicato vicino al convento di Santa Maria delle Grazie, dove Leonardo aveva appena finito di dipingere il Cenacolo, si estendeva per circa un ettaro. Fu lasciato in eredità, nel testamento redatto il 23 aprile 1519, ai fedeli Giovanbattista Villani e Salaì. Vi sono testimonianze della sua esistenza fino agli anni 40 del Novecento: era un vigneto a pergola. Oggi all’interno del giardino di Casa degli Atellani, al numero civico 65 di corso Magenta, non se ne conserva più traccia: pare sia stato distrutto causa un incendio.

Ma non posso non menzionare il celeberrimo Clos Montmatre, vigneto impiantato nel 1929 da alcuni artisti che intendevano salvare le ultime testimonianze delle vigne parigine (nell’800 si calcola che dentro la città ci fossero almeno 20.000 ha di terreni coltivati a vigneto). Il vigneto è situato a due passi dal Moulin Rouge, 1.500 mq con circa 2.000 piante di Gamay e Pinot noir.

Orti e vigne cittadine sparirono quasi tutte con la fine del XIX secolo: a Roma la causa principale fu lo sviluppo edilizio e urbano dopo il 20 settembre 1870; altrove le ragioni della distruzione di questi terreni agricoli cittadini furono soprattutto dovute all’inurbamento selvaggio e alle speculazioni edilizie.

Vi fu una riscoperta, com’è ovvio, dell’agricoltura cittadina durante la guerra: a Roma, e non soltanto, rispuntarono i famosi «orti di guerra».

Ma è da qualche anno che ovunque, in Europa e negli Stati Uniti, si vanno riscoprendo le attività agricole e vitivinicole cittadine.

Da citare il progetto di ricerca Senearum vinea che ha permesso di identificare dentro la città di Siena vitigni autoctoni sconosciuti o di cui s’erano perse le tracce: Abrusco, Mammolo, Gorgottesco, Poverina, Rossone, Tenerone, Occhio di Pernice, Zuccaccio, Vaiano.

Da segnalare il  Vigneto della Pusterla, 4 ettari di vigna nel centro di Brescia curati da Piero Bonomi (Bellavista) e Pierluigi Villa (Università di Milano): da uve Invernenga (a bacca bianca) e Marzemino (una varietà autotona), Uva uccellino, Maiolica, Schiava, Corva, Merlot, Barbera e Brugnera (a bacca rossa) si producono circa 100 hl. di mosto con cui si imbottigliano gli IGT Pusterla Bianco e Pusterla Rosso Ronchi di Brescia.

La Vigna di San Martino, centro di Napoli, all’ombra dell’omonima Certosa, è la creatura di Peppe Morra, gallerista partenopeo che nel 1987 acquistò 7,5 ettari di terreno incolto da cui ricavò una vigna di 4 ettari e un giardino impreziosito da alcuni superstiti olivi centenari e altre piante di particolare interesse: Falanghina dei Campi Flegrei (uno dei miei due vini bianchi del Sud preferiti, l’altro è il pugliese Fiano Minutolo), Piedirosso (in Campania chiamato Pér ‘e palummo, zampa di colombo), Catalanesca e Aglianico, tutti autoctoni e a piede franco, sono i vitigni che Peppe Morra e i suoi amici curano in questo gioiello nel centro di Napoli da cui la vista abbraccia Capri e il Vesuvio, Sorrento e tutto il golfo.

E infine bisogna parlare di Torino.

Pochi sanno che nel XVII e XVIII secolo era abitudine diffusa dei nobili torinesi passare brevi vacanze nelle ville collinari i cui giardini ospitavano orti e vigne: durante l’assedio del 1706 le truppe francesi saccheggiarono e distrussero almeno 150 appezzamenti coltivati a vigneto. Oggi tracce di quei vigneti si conservano a Villa Abegg e nei giardini di Vigna Chinet, come mi testimonia il suo attuale proprietario Giuseppe Crosetto, secondo cui ancora venti, trent’anni fa l’uva era coltivata regolarmente; mi cita anche una certa Vigna di Mongreno di proprietà di un tizio che distillava acquavite.

Negli orti, spesso coltivati abusivamente, ancora presenti lungo i fiumi e nelle zone periferiche della città, la vite è quasi sempre presente, come c’era nel suo terreno che mio padre coltivava al confine tra Beinasco e Torino: era uva fragola bianca e nera, frutti di piante che non dovevano avere meno di 50/60 anni.

Oggi a Torino è straordinario il vigneto ripiantato a Villa della Regina durante il ricupero e restauro della splendida dimora a due passi da Piazza Vittorio: è un appezzamento esposto a sud-ovest di circa 0,7 ettari (la vigna originale si estendeva per un ettaro e mezzo), piantumato a girapoggio con l’autoctona Freisa di Chieri (2.500 barbatelle di Freisa  e altre 200 barbatelle di vitigni rari come il famoso Cari, il Balaran, il Grisa roussa e il Neretto duro). La vigna è stata data in concessione all’Azienda Balbiano di Andezeno, storica cantina produttrice della migliore Freisa di Chieri che è un vino più fine, più delicato, più beverino della Freisa d’Asti.

Il titolare, Franco Balbiano, mi racconta che nel 2009 c’è stata la seconda vendemmia: in effetti, quella del 2008 dette soltanto una decina di ql che vennero impiegati nelle sperimentazioni di microvinificazione. L’anno scorso la vigna ha dato circa 34,40 hl – con una resa del 60/65 % – di un vino che presenta 13,60 % di grado alcolico e 5,5 gr/L di acidità totale: oggi riposa e matura in vasche d’acciaio, sarà imbottigliato a novembre di quest’anno e sarà il vino con cui si festeggerà il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Vendemmia alla Vigna della Regina

In una giornata fresca e luminosa di fine settembre ecco – in esclusiva assoluta –  la vendemmia nella vigna di Villa della Regina, in Torino, sotto lo sguardo vigile e austero della Mole. Grazie al Dr. Francesco Balbiano la cui Azienda, situata in Andezeno, ha in gestione il vigneto, sono riuscito a fotografare la vendemmia della Freisa di Chieri. Sono 2.500 viti di Freisa e altre 200 piante di vitigni rari (Cari, Balaran, Neretto duro, ecc.) pianumate in un terreno di circa 0,7 ha. Daranno una resa di circa 55 ql. di un vino che sfiorerà i 14° e sarà una Freisa di Chieri Superiore, riposando un anno in vasca  e altri sei mesi in bottiglia. In vigna mi è stato prezioso Luca Balbiano – primogenito di Francesco – che, dopo una laurea in legge nel 2007, ha deciso di dedicarsi con grande passione, e senza por tempo in mezzo, all’attività di famiglia: “Mi sono laureato il sabato e lunedì ero già al lavoro in vigna….”. Qui sotto alcune delle fotografie in anteprima.

http://www.vincenzoreda.it/barolo-co-vigne-e-orti-dentro-la-citta/

Doc Pinerolese, Torino e Collina Torinese

Finalmente ho finito di bere le famose 18 bottiglie che hanno tenuto compagnia ai miei lavori nell’allestimento presso le scuderie della Palazzina di Stupinigi. Bottiglie che appartengono alle 4 Doc della Strada Reale dei vini Torinesi. Finisco con le Doc Pinerolese e Collina Torinese.

Delle 3 bottiglie del Pinerolese, purtroppo, il Doux D’Henry 2008 delle  Cantine Il Tralcio di Bricherasio sapeva in maniera pesante di tappo, capita: non sono in grado di giudicare questo rosato naturale che, del resto, già conoscevo. Mi auguro che quella cantina me ne fornisca una bottiglia il cui contenuto prezioso non sia rovinato: in ogni caso, questo vino raro è caratterizzato da colore scarico, elevata acidità e scarso corpo che lo rendono adatto a essere bevuto con cibi delicati, magari come accompagnamento di merende sinoire nei caldi pomeriggi d’estate, a temperatura un poco più fresca del normale.

L’Argal 2006 delle Cantine Dora Renato di Frossasco è un uvaggio di Barbera, Freisa e Neretto: un vino che ha pretese di importanza ed eleganza ma che l’uso non proprio eccellente di legno piccolo rende un poco stucchevole. Un vino comunque che mantiene una certa personalità e buoni sentori di frutta di sottobosco e note speziate che lo rendono adatto ad accompagnare cibi importanti: certo è che con un uso più attento del legno, avrebbe molto da guadagnare.

Ottimo il Dolcetto 2008 Le Marie di Barge: un Dolcetto che ha profumi e sapori grassi, rotondi, molto peculiari che evidenziano un legame stretto con il territorio in cui nasce. Un vino che ti rimane nella memoria, un vino certo non eccezionale ma di forte carattere, schietto, vinoso.

Delle 5 bottiglie della Doc Collina Torinese ben 4 erano di Balbiano e una, Barbera 2009 Nonno Nando, di Stefano Rossotto di Cinzano: una Barbera di buon corpo e alcol senza pretese particolari ma corretta e con elevata acidità.

L’Azienda Melchiorre Balbiano di Andezeno merita un discorso a parte. Un produttore che conoscevo per la Freisa di Chieri: vino che ho avuto il piacere di bere per anni prodotto da un parente di mia moglie a Pino d’Asti. Una Freisa delicata, mossa, molto secca, di un bel rosso rubino non troppo carico, vinosa, franca, pulita: uno di quei vini che puoi bere d’estate e d’inverno, a pranzo e a cena, fresco o a temperatura ambiente; un vino che accompagna tantissimi piatti, versatile, gentile. Questo di Balbiano, annata 2009, è per davvero eccellente. Ma già lo sapevo. La sorpresa è stata la Bonarda 2009: un altro vino di grande versatilità, di facile beva; leggermente mosso, ti lascia la bocca pulita e non finisce mai di saziarti. Mi è piaciuto assai: vino da tutto pasto che non ti assedia il palato e accompagna discreto tutti i cibi, anche il pesce.

Non conoscevo la Freisa Superiore Federico I il Barbarossa. Ho bevuto questo vino dell’annata 2006, contenuto in una bottiglia particolare, asimmetrica, che non avevo mai vista prima. E’ un vino importante che ha riposato 6 mesi in tonneau e altri 8 mesi in bottiglia prima di essere messo in commercio: è una Freisa di Chieri al suo massimo potenziale sia come sentori, sia come palato. L’uso ponderato delle botti da 500 litri ne esalta i profumi di frutta rossa senza massacrarti le narici con l’insopportabile vaniglia che tutto copre. In bocca è asciutto, gentile, molto secco e tanto tanto vinoso, come piace a me. Vino eccellente! 13,5° di alcol che non si sentono per niente. La controetichetta ne spiega il nome: nel 1155 Federico I il Barbarossa assediò e saccheggiò Chieri (allora comune più importante e popoloso di Torino) devastandone le campagne; si salvarono pochi filari di vigna da cui ebbe origine la Freisa di Chieri, vinificata dolce fino all’avvento della famiglia Balbiano che, dal 1941 e sono ormai 3 generazioni, ne ha tratto questo vino secco e gentile. Da specificare che la Freisa Superiore è un vino fermo e non mosso come il suo fratello più giovane.

Cito per ultimo il rarissimo Cari, vino di cui ho già ampiamente trattato: Balbiano ne produce circa 2.000 bottiglie. Il Cari di Balbiano, rispetto a quello prodotto dalla Cantina Sociale di Castelnuovo Don Bosco, è leggermente più speziato e complesso, pur conservando i 5,5° di alcol che lo rendono un compagno appropriato di piccola pasticceria, gelati, dolci delicati. Io ci ho mangiato, con soddisfazione, i fichi d’india!

La Strada Reale dei vini torinesi

Queste diciotto bottiglie hanno tenuto compagnia ai miei quadri e alle miei installazioni nella recente mostra di Stupinigi. Sono tutti vini autocnoni, alcuni rarissimi e di piccoli produttori. Ora con calma le berrò una a una e ne parlerò su questo sito: un compito che assolvo con estremo piacere. Doux D’Henry, Avanà, Carema, Erbaluce, Freisa di Chieri, Cari: non son vini di cui le guide trattano, bisogna alzare le chiappe e andare per le strade (stavolta Reali per davvero) a cercarseli.

Un bicchiere di Cari e Fragolino per Stupinigi

Questo è il lavoro, assai complicato dal punto di vista tecnico, che ho creato apposta per il convegno e la mostra alla palazzina di caccia di Stupinigi che si inaugura il 25 settembre 2010.

Con la mia ossessione per i valori della filologia, ho scelto un vino del torinese: un vino che vanta una bella storia anche se oggi dimenticato. E’ un vino dolce, a bassa gradazione alcolica che le coppiette usavano bere prima di andare a infrattarsi, protette dai boschi lenoni della collina torinese, per consumare ritualità di baci e carezze e sospiri.

Cavour, amante oltremodo delle grazie femminili, lo chiamava «vino ciularino»: e se ne intendeva parecchio, pare.

Ho detto sopra tecnicamente difficile: il Cari è un vino di colore scarico, dunque poco tannico e con pochi antociani e molti zuccheri che danno scarso colore e fanno fatica a penetrare le fibre della carta e a asciugare. Un lavoro del genere richiede molto tempo e tanta pazienza. Ho usato un Cari delle Cantine di Castelnuovo Don Bosco del 2008 che sono riuscito a trovare in quel magnifico negozio di Porta Palazzo che si chiama “Da Marco”: un ottimo indirizzo se si cerca un vino o un distillato difficile da reperire altrove.

Per il contorno del bicchiere ho invece usato una vecchia spremuta di uva fragola, del 2001, che coltivava mio padre nel suo piccolo terreno di Beinasco: rappresenta una sorta di retaggio ereditario, essendo l’ultima uva della sua vita onorevole. Non avevo mai usato questo liquido prezioso e a modo suo simbolico. Mi auguro che sia di buon auspicio per una mostra che mi onoro di realizzare nel contesto di uno degli edifici più significativi della storia di Torino e d’Italia: l’opera sontuosa di un artista siciliano, migrante come me dal Sud, che in terra sabauda ha dato il meglio di sé, l’abate messinese Filippo Juvarra (e mi si perdoni, per una volta, l’enfasi colpevolmente – ma consapevolmente – retorica).

Il Cari vino raro delle Colline Torinesi

Ne parla Giovanni Battista Croce per la prima volta in un testo, oggi abbastanza conosciuto, pubblicato nel 1606: lo cita come “Cario” e lo elogia come vino delicato, dolce, buono …che meglio dir si potria caro per la bontà sua. Era costui un milanese di cui si conosce poco: nato intorno alla metà del XVI secolo e morto intorno al 1616; orafo e architetto al servizio del duca Emanuele Filiberto, possedeva una vigna sulla collina torinese e vi attendeva con grande cura e competenza, essendo anche un esperto di orti e giardini. Di questo volume ne possiedo due copie: quella qui riprodotta è un’edizione anastatica abbastanza rara, pubblicata nel 1970 dall’editore torinese Ruggero Aprile e con un’introduzione di grande interesse scritta da Ada Peyrot. Nel 2000 ne venne pubblicata un’edizione a cura dell’Enoteca del Piemonte, con prefazione di  Pier Domenico Garrone.

Parlo del Cari perché è il vino che ho scelto per realizzare un lavoro che andrà a illustrare la locandina del convegno  ”Strade reali e vini dei Re” che si svolgerà presso la Palazzina di Caccia di Stupinigi il 25 settembre prossimo. In quell’occasione avrà luogo una mia mostra, completa delle installazioni in cristallo (Tavolvino e scacchiera), presso le scuderie della magnifica Palazzina. Questa manifestazione è stata ideata e voluta dall’attuale Commissario Straordinario del Parco di Stupinigi, Dr. Roberto Saini e avrà il patrocinio della Regione Piemonte e della Provincia di Torino con la collaborazione dell’Associazione “Strada reale dei vini piemontesi” e la presenza il suo Presidente, Dr. Francesco Balbiano.

http://www.vincenzoreda.it/stupinigi-25-settembre-2010-strade-reali-e-vini-dei-re/

Dal momento che io non dipingo mai con un vino che non ho prima bevuto, ho avuto modo di abbinare questo vino dolce e delicato, di colore rubino scarico, con dei fichi d’India: bevuto fresco, si sposa in maniera eccellente con questi frutti. Il Cari è un vino di difficile reperibilità che si spreme da uve Pelaverga di Pagno – il Pelaverga di Saluzzo che nulla ha da spartire con l’omonimo vitigno di Verduno, né con il rarissimo Peilavert del Canavese.