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HoReCa, il mio articolo sul Ristorante Del Cambio

Ecco il mio ultimo articolo per il mensile Ho.Re.Ca. E’ dedicato al magnifico ristorante Del Cambio, a Torino, in piazza Carignano, il celebre ristorante del conte Camillo Benso di Cavour e della Finanziera. Riproduco anche il menu (che a richiesta sarà disponibile per tutto l’anno dei festeggiamenti) messo a punto in occasione della ricorrenza del 150° anniversario dell’Unità d’Italia che fu sancita dalla prima riunione del nostro Parlamento, tenuta a Palazzo Carignano il 17 marzo del 1861, proprio davanti al bellissimo ristorante. E’ roba nostra di cui è sacrosanto essere orgogliosi.

… a Pranzo con Cavour

Nel 150° dell’Unità d’Italia

Potage di patate e tartufo nero di Norcia

La finanziera del Cambio dal 1875

Risotto Carnaroli Acquerello alla Cavour

La manza fassona piemontese alla Vialardi

Gattò di nocciole con crema sambaglione

Caffè

Pasticceria mignon

€ 75,00

 

Un bicchiere di Cari e Fragolino per Stupinigi

Questo è il lavoro, assai complicato dal punto di vista tecnico, che ho creato apposta per il convegno e la mostra alla palazzina di caccia di Stupinigi che si inaugura il 25 settembre 2010.

Con la mia ossessione per i valori della filologia, ho scelto un vino del torinese: un vino che vanta una bella storia anche se oggi dimenticato. E’ un vino dolce, a bassa gradazione alcolica che le coppiette usavano bere prima di andare a infrattarsi, protette dai boschi lenoni della collina torinese, per consumare ritualità di baci e carezze e sospiri.

Cavour, amante oltremodo delle grazie femminili, lo chiamava «vino ciularino»: e se ne intendeva parecchio, pare.

Ho detto sopra tecnicamente difficile: il Cari è un vino di colore scarico, dunque poco tannico e con pochi antociani e molti zuccheri che danno scarso colore e fanno fatica a penetrare le fibre della carta e a asciugare. Un lavoro del genere richiede molto tempo e tanta pazienza. Ho usato un Cari delle Cantine di Castelnuovo Don Bosco del 2008 che sono riuscito a trovare in quel magnifico negozio di Porta Palazzo che si chiama “Da Marco”: un ottimo indirizzo se si cerca un vino o un distillato difficile da reperire altrove.

Per il contorno del bicchiere ho invece usato una vecchia spremuta di uva fragola, del 2001, che coltivava mio padre nel suo piccolo terreno di Beinasco: rappresenta una sorta di retaggio ereditario, essendo l’ultima uva della sua vita onorevole. Non avevo mai usato questo liquido prezioso e a modo suo simbolico. Mi auguro che sia di buon auspicio per una mostra che mi onoro di realizzare nel contesto di uno degli edifici più significativi della storia di Torino e d’Italia: l’opera sontuosa di un artista siciliano, migrante come me dal Sud, che in terra sabauda ha dato il meglio di sé, l’abate messinese Filippo Juvarra (e mi si perdoni, per una volta, l’enfasi colpevolmente – ma consapevolmente – retorica).