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Caffè Elena in Turin

Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844/1900) trascorse qualche mese a Torino tra la primavera del 1888 e il gennaio del 1889. In via Carlo Alberto, 6 scrisse Ecce Homo, il suo libro più famoso, prima di impazzire.

Per certo, camminando i barocchi portici della via Po, ebbe modo di frequentare il Caffè Elena, locale storico in stile liberty, già attivo in quegli anni e ubicato nella magnifica piazza Vittorio Veneto, subito al termine della via, sulla sinistra guardando la collina al di là del fiume Po.

Più tardi fu un altro Grande a sedere le poltrone liberty del locale, a prendere appunti sui tavolini di marmo rosso e a godere della vista della splendida collina torinese: Cesare Pavese.

E ancora oggi tanti personaggi famosi, torinesi e non, amano frequentare questo locale, unico per davvero: unico per la sua storia, per la location, per la qualità del servizio, per la calda, eppur discreta, accoglienza.

Oggi è gestito da Antonella D’Arasmo e Matias Griffa, che hanno ripreso il locale, di loro proprietà fin dal 1989, da un paio di anni, dopo una serie di gestioni affidate ad altri.

Dal 1989 e fino al 2002, il Caffè Elena fu preso in gestione da Ivan Milani che lo fece diventare il primo, vero Wine Bar: un migliaio di etichette in carta per gli appassionati di vino che lo elessero a loro locale preferito e in Torino divenne un punto di riferimento per veri intenditori.

Il locale è aperto tutti i giorni, con orario 7.30-02.

Gli chef Davide Blanc e Francesco Cannatelli curano una cucina raffinata con proposte, a pranzo e cena, di grande qualità: la materia prima è eccellente, con preferenza per i prodotti piemontesi (salumi e formaggi soprattutto).

Eccellenti i cocktail, i dolci e le magnifiche tapas.

Una bella proposta è rappresentata dalle “Merende Reali del XIX sec.”: preparazioni che sono frutto di una ricerca specifica sulla cucina dei Savoia.

Un locale che, a prezzi di sicura convenienza, è da consigliare per il suo fascino indiscutibile e che offre, soprattutto nelle tarde mattinate – anche invernali -

le coccole del sole che spunta sulla sinistra a illuminare di una luce quasi accecante e calda la collina torinese e la maliarda piazza Vittorio: una vista unica per davvero.

Caffè Elena

Piazza Vittorio Veneto, 5/B – 1024 Torino

Tel. 011 8123341 /329 5767414

caffe.elena@gmail.com

https://www.facebook.com/pages/Caffè-Elena

 

Circa 40 etichette, soprattutto piemontesi (Ref: Antonella D’Arasmo e Matias Griffa)

Cocktail, Bicerin, tapas, dolci e cucina di qualità a pranzo e cena.

Calice di vino con piattino a 5/6 €.

Oltre 15 diverse tapas offerte tra i 2,5 e i 5 €.

Barolo & Co – 4/2014 – La Collina Torinese

La Collina torinese e le alture del Monferrato astigiano spuntarono come isole nel basso mare che sarebbe diventato la pianura Padana: accadde tra il Langhiano e il Messiniano (15/5 mln. di anni fa). Le Alpi erano al loro posto già da qualche milione di anni.

Una curiosità: il Po fino a qualche decina di migliaia di anni fa scorreva a sud-est della Collina!

Poi, 20.000 anni fa, da queste parti arrivarono i nostri antenati Sapiens che rimasero tali – sapiens, voglio dire – fino a quando non cominciarono a modificare l’ambiente invece che adattarsi a esso…

L’interazione, spesse volte scriteriata, dell’uomo con l’ambiente si chiama Antropizzazione: per le nostre colline cominciò assai tardi, dopo che Torino divenne, con Emanuele Filiberto, la capitale del Ducato di Savoia, verso la fine del  XVI secolo.

Ma, prima di ritornare alla Storia – e soprattutto alle straordinarie storie che la Collina racconta – vediamo di definire con i numeri questo magnifico angolo di  Piemonte su cui Torino ha la fortuna di insistere: sono circa 350 Kmq che comprendono 27 comuni la cui popolazione, con la porzione dell’oltrepò torinese, supera le 300.000 anime. Oltre 700 km. di strade ne costituiscono la complessa viabilità. Il Colle della Maddalena con i suoi 715 mslm. è il suo culmine.                                                            La nobiltà torinese scoprì la Collina durante il XVII secolo: presero a costruire delle magnifiche ville nelle quali era costume andare a villeggiare. Queste ville erano letteralmente circondate da orti e vigne: durante l’assedio del 1706 le truppe francesi saccheggiarono e distrussero almeno 150 appezzamenti coltivati a vigneto con vitigni autoctoni oggi scomparsi o rarissimi.                                      Tracce di quei vigneti si conservano a Villa Abegg e nei giardini di Vigna Chinet, come testimonia il suo attuale proprietario Giuseppe Crosetto, secondo cui ancora 20-30 anni fa l’uva era coltivata regolarmente e racconta anche di una certa Vigna di Mongreno, proprietà di un tizio che distillava acquavite.

E qui bisogna raccontare forse la più bella tra le storie che la Collina torinese custodisce: riguarda Villa della Regina. Risalendo la monumentale via Po – progettata dal Castellamonte e inaugurata nel 1674 – si arriva in piazza Vittorio Veneto (per i torinesi, semplicemente piazza Vittorio).                                                                                                                                                  Lo scenario è davvero formidabile: oltre il ponte, la cupola – ricorda il Pantheon – della Gran Madre di Dio; sopra quell’edificio neoclassico si compone lo scenario variegato dei verdi che la Collina torinese sa dipingere con le sfumature diverse per ogni ora e ogni stagione. E, tra quei verdi, a mezza costa, si staglia una serie di edifici compresi tra una vigna e splendidi giardini: è il complesso di Villa della Regina, oggi magnificamente restaurato, Vigna della Regina compresa.                                          Ecco la storia: questo formidabile insieme barocco di edifici, fontane e giardini fu voluto dal Cardinale Maurizio di Savoia (1593/1657), uomo coltissimo, fratello di Vittorio Amedeo I. Il progetto pare sia di Ascanio Vitozzi e la prima pietra fu posata nel 1617. Nel 1642 il Cardinale tornò da Roma, depose la porpora e sposò la tredicenne nipote Luisa Cristina (detta Ludovica, 1629/1692), figlia della cognata reggente, Maria Cristina d’Orleans, Madama Reale: quel matrimonio sancì finalmente la fine della guerra civile nel Ducato di Savoia.                                                                                                                                                         Ma si verificò un fatto straordinario: quello fu un matrimonio d’amore e la Villa della Regina fu il dono di un appassionato e innamorato cinquantenne alla sua giovanissima sposa Ludovica!                                                                                                            Oggi che il restauro è completo vale la pena di visitare questo luogo dal fascino unico: a parte la bellezza di tutto il complesso barocco, si gode un panorama su Torino che è ineguagliabile, soprattutto quando la giornata è tersa, magari all’alba (con le Alpi tinte di un pallido rosa) o al tramonto, in autunno, quando il sole va a nascondersi dietro la piramide perfetta del Monviso.                                                                                                                                                                                                                            Va detto che la Vigna della Regina – magnifica la sua Freisa di Chieri – è gemellata, proprio da quest’anno, con la celeberrima Vigna di Montmartre, a Parigi.

Se lo sguardo, magari passeggiando lungo i Murazzi, si sposta verso la sinistra, seguendo le ondulazioni delle colline oltre il fiume, a un certo punto si incrocia in lontananza una cupola: è la Basilica di Superga. Il 2 settembre 1706 il granduca Vittorio Amedeo II e suo cugino Eugenio di Savoia, da uno dei colli più alti della collina torinese, osservavano i movimenti delle truppe francesi che assediavano Torino. Lo sfortunato artigliere Pietro Micca era saltato per aria pochi giorni prima, il 29 agosto. Vittorio fece un voto alla Madonna: se avesse sconfitto i Francesi, Le avrebbe dedicato una chiesa edificata proprio su quell’altura. Il 7 settembre, tra Lucento e Madonna di Campagna, gli eserciti piemontese e austriaco sconfissero i francesi in quella che venne chiamata la Battaglia di Torino. Vittorio sciolse il voto e incaricò Filippo Juvarra di edificare la Basilica su quel colle, posto a 672 mslm. La prima pietra venne posta nel 1717 e la Chiesa fu inaugurata il 1° novembre 1731: Vittorio Amedeo II, primo re dei Savoia, era morente, fu suo figlio Carlo Emanuele III a inaugurare la Basilica di Superga.

Attraversando il Po più o meno dove il fiume riceve la Dora Riparia e salendo verso Pino Torinese – oggi paese residenziale di una ricca borghesia subalpina e sede di un osservatorio astronomico di fama europea – s’imbocca sulla sinistra, proprio prima del centro urbano, una strada: è la Panoramica. Unisce Pino Torinese alla Basilica di Superga: è una di quelle strade che rimangono impresse per sempre nella memoria. Pur tralasciando il panorama mozzafiato sulla Città e sulla corona delle Alpi che chiudono la vista in lontananza e che costituiscono uno spettacolo cangiante a ogni ora e in ogni stagione, la strada si dipana dolce, con curve lunghe e riposanti che sembrano intagliate dentro i boschi di querce, faggi, castagni, pini silvestri a cui l’opera dell’uomo ha aggiunto le specie esotiche di magnolie, cedri, platani, eucalipti e l’infestante, americana robinia (acacia, gaggìa…) che dalle nostre parti è arrivata dopo il 1750.                                                                                                             Arrivare a Superga percorrendo la Panoramica, magari in autunno, è forse il mio suggerimento più prezioso. E Superga è luogo delle mille storie: le tombe dei Savoia, la faccenda del cuore del Principe Eugenio (c’è o non c’è: mistero) e poi quel brutto giorno che fu il 4 maggio 1949…la Collina, complice una nebbia assassina, inghiotte in un solo, tragico boccone la più bella favola del nostro sport: il Grande Torino di Capitan Valentino. Senza dimenticare la Dentiera: circa 3 chilometri di un trenino che s’inerpica su per i ripidi pendii sopra una dentiera d’acciaio: fu inaugurata nel 1884 e rese la Collina più facilmente accessibile a tutti i torinesi.

Altra storia, Mario Soldati, Le due Città: «[…] Dunque, ci dicono Fontana dei Francesi, perché quando, una volta, Torino era assediata dai francesi, be’…i soldati piemontesi la difendevano, si capisce: e la linea del fronte era proprio qui. Sopra, c’erano i francesi. Sotto, i nostri. Ma non c’è acqua, si capisce, su in cresta. E guarda un po’ che, per bere, i francesi dovevano scendere fino qui. Venivano giù di notte. E i nostri li aspettavano e ci tiravano. Questa, almeno è la leggenda. A me, me l’ha contata mio papà, quando ero piccolo: venivamo sempre qui per Pasquetta.».

Mario Soldati frequentava il ristorante Fontana dei Francesi del mitico cavalier Guerino Franzin, tra i primi sommelier italiani. Situato in posizione panoramica (strada Pecetto), tra gli anni Sessanta e Settanta questo locale fu uno dei più in voga a Torino: celebre per le frequentazioni di Cesare Pavese e poi di tutta la congrega di intellettuali einaudiani, il Principe in testa. Pavese lo cita più volte in alcuni dei suoi romanzi e racconti.                                                                                                Purtroppo, chiuse i battenti nel 1998, con la scomparsa del cavalier Guerino: ma il pozzo, alimentato dalla famosa Fontana, c’è ancora nelle cantine dell’edificio che ospitava il ristorante.                                                                                                                    Villa Somis: un’altra storia che vale la pena di conoscere. I conti Somis acquistarono verso la fine del XVII secolo una stupenda dimora situata in strada Val Pattonera (sulla sinistra, salendo verso Cavoretto). Lorenzo Francesco (1662-1736), musicista e medico di corte, fu il capostipite di una famiglia di valenti musicisti: i figli Giovanni Battista (1686-1763) e Lorenzo Giovanni (1688-1775) furono violinisti virtuosi, direttori e compositori noti in Italia e in Europa.  Più tardi Villa Somis venne venduta e dopo alterne vicende ospitò un famoso albergo con ristorante annesso. Dopo un periodo di chiusura abbastanza lungo, Villa Somis è stata rilevata dalla famiglia Chiodi Latini e oggi Stefano la sta riportando agli antichi fasti: che merita un luogo di bellezza fuori del comune.                                                                                                                                                                                             Ci sarebbero ancora tante storie da raccontare: Il Monte dei Cappuccini e il Museo della Montagna, Cavoretto e il Parco Europa, l’Eremo con il Faro della Vittoria e il Parco della Rimembranza; e ancora, il Cari: vino ciularino di Cavour, l’Abbazia di Vezzolano…..

Purtroppo, lo spazio è limitato, dunque concludo con il consiglio più ovvio: il mio invito a zonzolare per le strade della Collina Torinese, una qualche emozione è li, dietro una curva, che vi attende.

 

Sperss: un sogno di “Nostalgia” ovvero…I have a dream

Il periodo era quello tra le due guerre. La severa valsusina Clodilde (Tildìn, in famiglia) mandava il figliolo Giovanni a vendemmiare i Nebbiolo in quel di Serralunga, ovviamente dopo la vendemmia delle vigne di proprietà in Barbaresco. E lì Giovanni si divertiva, gli piaceva lavorare senza il pesante assillo degli occhi di famiglia: e gli davano anche qualche soldo. E ancora: vendemmiare uve che sarebbero diventate Barolo costituiva una sorta di valore aggiunto per chi dai grappoli Nebbiolo spremeva da sempre Barbaresco. (continua…)

La stirpe dei Gaja festeggia il 150° compleanno, Milano Westing Palace, 25 settembre 2009

L’incipit è folgorante, biblico addirittura: “Io sono impastato con questa terra…”.

Sullo sfondo della saletta elegante del 5 stelle Westing Palace Hotel di Milano è proiettata una diapositiva in cui la piramide perfetta del Monviso sorveglia austera la Langa. Pensavo, confuso tra gli ospiti, per lo più sommelier milanesi – essendo l’evento organizzato dall’AIS Milano – chissà quanti di questi saprebbero indicare la differenza tra un girapoggio e un rittochino… E chissà se qualcuna di queste belle persone sa cos’è una marza o ha mai visto fare un innesto. Ma questi sono i miei soliti pensieri oziosi di chi non ama, sbagliando, i sommelier.

Così, con questo biblico incipit, Angelo Gaja comincia la sua chiacchierata di un’ora abbondante che costituisce la prima parte dell’evento milanese, organizzato per celebrare il secolo e mezzo di vita dell’Azienda di famiglia.

E, dopo aver letto due brani di Cesare Pavese (da La luna e i falò) e di Beppe Fenoglio (racconto folgorante, in cui la passione per il gioco e per le donne dei Langhetti è stemperata nel fatalismo contadino), Angelo parte per davvero a raccontare la sua famiglia.

Ricordo Gianni Agnelli cominciare le sue interviste e i suoi discorsi, spesse volte con: “Mio nonno…”. Fortunato colui che ha un nonno importante, non importa come, da tenere nel cuore.

È da Clotilde – Tilde, Tildìn….- Rey, la nonna, montanara di Salbertrand, alta Val Susa, che parte il racconto di Angelo.

Angelo mi piace perché parla poco di vino nei suoi interventi pubblici: è di uomini, di persone che egli racconta.

E dalla nonna, severa, austera, che insegna l’importanza della qualità al nonno Angelo, passa a raccontare con fervore, con amore del papà Giovanni: è costui che con fede cieca nel suo Barbaresco impone il marchio Gaja come garanzia di qualità.

Ci sono poi i ritratti e i conseguenti racconti su Gino Cavallo – persona di fiducia della famiglia per oltre cinquant’anni – Renato RattiGiacomo Bologna, Luigi Veronelli: ognuno di questi uomini è stato, a vario titolo, importante per Angelo e gli aneddoti (quello dei tappi di Giacomo, quello della bottiglia preferita di Gino, ecc.) sono ormai famosi.

Ma stupisce sempre l’ardore, l’amore di quest’uomo verso le persone che sono state importanti per lui, e non soltanto: con il suo tipico modo di gestire, misurando mille volte a passi nervosi il piccolo palco, Angelo comunica passione e di lui traspare l’argento vivo di cui è composto, la volontà ferrea di mettersi sempre in gioco ( e non di giocare, come i vecchi Langhetti…).

E poi racconta di Elio Altare e della sua mania di diradare in vigna che gli causò il diseredamento dei terreni che successivamente dovette riacquistare. E con passione crescente parla di Domenico Clerico, delle sue traversie e di come è sempre in attività frenetica, nonostante tutto. E tanti altri suoi colleghi non cita ma comunque loda e dice essere in molti capaci, seri, professionali: gente che vale.

Di passaggio, narra della nascita dell’etichetta classica: 1978, con un grafico della Baratti & Milano (azienda di cioccolato che ha aperto uno dei più bei locali storici italiani a Torino, in piazza Castello), per un risultato la cui pulizia e eleganza restano insuperate.

Tra gli aneddoti, non posso dimenticare le 220 casse di Barbaresco vendute nel 1966 all’elegante comm. Angelo Pozzi del Savini, in Galleria a Milano: fu il successo!

Ancora gli uomini di Gaja, Claudio Rivella, l’uomo del vino con cui ha diviso tanti successi e qualche insuccesso: l’introduzione della barrique, il Darmagi, l’insuccesso del novello (è un ossimoro il novello di nebbiolo), lo Chardonnay in Langa, i tappi da 58 e 63 mm…..

E ancora, Giovanni Bo, l’architetto cui Angelo ha sempre concesso ampia delega, autore del progetto a Bolgheri della cantina di Camarcanda.

Non bisogna dimenticare che Angelo cita, come sempre, Edward Steinberg e il libro che ha scritto sul Sorì San Lorenzo: 500.000 copie vendute, di cui 80.000 negli Stati Uniti, 8 traduzioni….

E da citare, altrettanto, l’aneddoto del rumore del sonno (1974, spaziando sulla Langa, da La Morra: “qui dormono tutti, è ora di svegliarsi!”) legato a Robert Mondavi: uno dei pezzi forti di Angelo.

Conclude la sua chiacchierata raccomandando di guardare all’Europa, conclude invitando i giovani a “cantare l’inglese”, conclude dicendo che ha un sacco di cose ancora fare…

Di sopra ci aspettano le degustazioni di 30 etichette, Gaja e Gaja distribuzione: io odio le degustazioni, odio il concetto stesso di degustazione. Ma io non faccio testo e, infatti, il pubblico, composto di sommelier, ristoratori, giornalisti, s’è gettato con comprensibile entusiasmo e interesse nella frenetica e irripetibile, vista l’occasione, attività.

Conoscendo molti dei vini di Gaja, ho bevuto soltanto 4 o 5 etichette: non posso non parlare della magnum di Chardonnay 1985 Gaja & Rey! Quell’anno fu il primo e devo dire che 24 anni di un bianco italiano non li avevo mai assaggiati; purtroppo due dita di vino, bevuti in piedi e un poco di fretta, non sono per me il massimo della vita; in ogni caso, quelle due dita di Chardonnay mi rimangono indimenticabili.

E, infine, goduto questo quasi come si conviene: Barbaresco cru Sorì Tildìn, 1996.

Qui si abitano le vette più alte. Altro non c’è da dire.

P.s: bisogna che prima o poi Angelo Gaja conceda a qualcuno di scrivere le storie dei suoi uomini (perché se no si perdono, e questo non è un bene)….