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La cucina di Fortunata

Abbiamo passato una settimana a Cirò Marina, mia moglie e io: per una settimana, quasi senza eccezioni, abbiamo avuto la buona sorte di essere ospiti alla tavola di mia cugina Fortunata, cuoca straordinaria di cui ho già trattato nei miei libri.

Sposò, ormai sono passati tanti anni (e in mezzo ci sono ben cinque figli e  di già un nipotino, Antonio), Totonno arrivando da Cirò Superiore e da una tradizione cucinaria montanara più che di mare. Ma la casa di Antonio (Totonno è il diminutivo dialettale) è proprio di fronte al mare, da cui soltanto una strada la separa. Oggi il vecchio lido sabbioso è diventato un bel porto, ma le barche arrivano sempre al mattino dopo la notte passata a pescare. Antonio è figlio e parente di famiglie di pescatori che furono tra le fondatrici di questo paesone (quasi 20.000 abitanti), nato nel 1952 da una costola della vecchia e sovrastante Cirò. E Fortunata a cucinare il pesce ha imparato in maniera magnifica. E pesce qui vuol dire pesce di ogni genere, spesse volte qualità che molti altri nemmeno conoscono: qui non si mangiano le solite e banali orate, spigole (quasi sempre d’allevamento) e aragoste. Questi sono i posti della nobilissima Sardella (o Rosamarina), crema di bianchetto mescolato con peperoncino rosso in polvere, del pesce spada, del pesce azzurro, del tonno, delle sarde….

Strepitosa la frittata di bianchetto con polvere di peperoncino (moderatamente piccante): soltanto olio, bianchetto e peperoncino e non so come riesca a farla stare insieme. Così come le triglie fritte con l’onnipresente peperone verde e rotondo appena appena piccante: una delizia! E le pastelle di gattuccio, le alici ripiene (!), le delicatissime fritture varie, la pasta con ragout di pesce spada…

Chiaro che avendo una materia prima di assoluta freschezza (spesso pescata poche ore prima da parenti), cucinare è più facile. Ma Fortunata ha una varietà di preparazioni e di pesce che è certo inusuale e riesce a prepararla in molte maniere diverse, anche se qui sono prevalenti ricette assai saporose e di particolare tipicità.

A proposito di freschezza, ho sperimentato personalmente gamberetti mangiati crudi di cui si può succhiare la testa e che ha una delicatissima nota dolciastra: faccenda per davvero rara….

Per parte mia, oltre a metterci occhi, naso e palato, ho provveduto ai vini: esclusivamente Cirò eccellenti di Du Cropio (Beppe Ippolito), Caparra & Siciliani (Giansalvatore Caparra) Iuzzolini (Pasquale Iuzzolini), ‘A Vita (Francesco De Franco)….

Purtroppo, non è un ristorante che posso consigliare: peccato per voi!

Hotel Il Gabbiano, Cirò Marina, Crotone, South Italy

http://www.gabbiano-hotel.it

Nicodemo Librandi: camminando le sue vigne

http://www.librandi.it/

Era da lungo tempo che dovevo realizzare un incontro – la Vita è l’arte dell’incontro, come diceva il poeta – ma ho aspettato che se ne presentasse, quasi a caso – ma tutti sappiamo che il caso non esiste – l’0ccasione proficua.

E’ successo al bagno Nikos: Gianni Caparra mi ha presentato Nicodemo Librandi e, seduta stante, abbiamo combinato una visita alle vigne e alle cantine.

Con un pick-up fuoristrada e tre amici (dei quali un fotografo professionista romano e due semplici appassionati napoletani) Nicodemo ci ha guidati per una visita mozzafiato alle sue vigne situate tra Strongoli e Rocca di Neto, a pochi chilometri a sud di Cirò Marina, tra lo Ionio e le prime pendici della Sila, intorno alla foce del fiume Neto.

Emozionante per davvero questo panorama, unico in Italia, tra le arsure delle dolci alture ormai secche di stoppie e le chiazze geometriche del verde rigoglioso delle vigne in agosto, ormai gonfie di succhi sensuali, desiderosi di farsi vino. Le immagini che ho realizzato, a cui non metto volutamente didascalie, testimoniano di quanto affermo.

Nicodemo è una persona di alta statura, capelli canuti e sguardo penetrante, declinato in una nota sfumata di rilassato disincanto eppure fermo, sicuro, non scevro di una qualche dolcezza. Passione immensa, che trasmette senza alcun pudore ai suoi ospiti, per le sue vigne rigogliose, per i suoi 83 diversi tipi di agrumi (e su tutti i prediletti bergamotti), per i suoi olivi, per la storia della sua famiglia.

Azienda nata dalla passione contadina del papà Raffaele negli anni ’50, sviluppatasi a partire dai primi anni Ottanta con una acquisizione importante di 40 ha e poi esplosa negli anni Novanta con un altro importante investimento di oltre 200 ettari nella zona di Rocca di Neto. Guidata con saggezza dall’enologo pugliese Severino Garofano fino al 1997 e oggi nelle mani esperte del piemontese Donato Lanati, l’azienda, dai primi anni Novanta, ha investito con convinzione nella ricerca sperimentale sui vitigni autoctoni calabresi – oltre 250, di cui almeno 80 per certo senza parentele estranee al territorio – con l’autorevole guida di Attilio Scienza e il CNR di Torino.

Oggi, pur con la dolorosa e recente perdita del fratello Antonio, Nicodemo Librandi guida una realtà che produce oltre 2,5 milioni di bottiglie – con una quota export del 50% – che si estende su  360 ettari, di cui  232 vitati e un centinaio piantati a oliveto. Pochi anni fa è stata creata un’associazione che raccogli 42 vignaioli che conferiscono i loro prodotti a Librandi e che Nicodemo accudisce con grande attenzione alla cultura del territorio e alla sensibilità dell’evoluzione globale del mondo del vino.

In un prossimo articolo mi riservo di trattare delle circa trenta etichette che la Cantina produce.

Che altro dire se non suggerire una visita a questa realtà, vero orgoglio (assai più che un’eccellenza, come usa dire spesso a sproposito oggi) calabrese; a ascoltarne la storia, a berne i suoi vini eccellenti.

Salute.

PS: questo articolo lo dovevo, soprattutto, a Gino Veronelli, innamorato di quest’azienda.

 

 

Du Cropio, le vigne di Gaglioppo a Cirò Marina
Ferragosto 2013: Lido La Conchiglia, Cirò Marina

Erano secoli che non trascorrevo un Ferragosto in maniera classica, come si conviene. Quest’anno è successo, con i miei magnifici parenti di Cirò. Abbiamo prenotato per 10 persone un pranzo, con mattinata in ombrellone e pomeriggio in Jack Daniels (dopo qualche bottiglia di ottimo rosato Le Formelle di Caparra & Siciliani, certo il tasso alcolico non s’è tenuto entro limiti bassi…), al lido La Conchiglia di proprietà dell’Avv. Antonio Anania. Siamo stati bene: con zia Rosa (84), Tom Jones Please (Totonno, in buona forma, finalmente), suo fratello Cataldo da Berlino con moglie tedesca ma ormai cirotana d’adozione, la sorella Lina, i cugini Fortunata, Ciccio e Filomena e mia moglie Margherita.

Curiosità: la signora Anania mi ha mostrato dei reperti di epoca romana provenienti dalla zona che appartiene all’insediamento (VIII sec. a.C.) della città di Krimissa, fondata dai coloni greci.

Nebbiolo a Cirò

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Questa è una piccola chicca: un bellissimo e compatto grappolo di Nebbiolo, con la sua tipica ala, frutto di un esperimento a viti abbinate e contrapposte tenute a cordone speronato nelle vigne Du Cropio di Cirò Marina. La bella pensata fu opera del grande agronomo Don Giovanni Ippolito, autore del primo disciplinare del Cirò (prima di quello un poco sciagurato oggi valido), padre del mio amico Giuseppe Ippolito. Questo Nebbiolo vede il mar Ionio a poche centinaia di metri e ne sente le brezze. E pare gradire assai.

E quanto Gaglioppo fu usato, in passato (nel bene e nel male), per rinvigorire annate di Nebbiolo tremolanti e timide…

Il colore scarico e i tannini spiccati del Cirò certo non stanno male con i mosti che poi dovrebbero trasformarsi in Barolo: chiaro che nel Cirò si trovano sentori di fichi, confettura e pellame che non sono proprio le spezie tipiche del Barolo.

Sogno, da qualche tempo, un gemellaggio: Barolo e Cirò, l’unico vino del nostro rigoglioso Sud che possa avere una qualche pretesa di eleganza.

Cirò Du Cropio

«[…] Quindici sono i nomi delle ditte che non devo visitare a Cirò. Mi ero chiesto dove sarei andato a sbattere. E avevo risolto il problema nel modo più semplice: telefonando all’Ispettorato agrario di Cirò Marina, e avvertendo della mia visita. Mi presento adesso all’Ispettore. E lui si presenta a me: “Giovanni Ippolito, dottore in agraria…”.

“Ippolito?! Un momento, scusi.” E consulto febbrilmente il mio taccuino. Dopo di che osservo: “Scusi. Ma, Ippolito, c’è anche una ditta di vini, o sbaglio?”.

“Lontano parente. A Cirò gli Ippolito non si contano.”

[…] Giovanni Ippolito è un tipo che va bene: franco, pratico, spicciativo, generoso. Sul vino Cirò sa tutto: ma non per questo si dimostra avaro del proprio sapere. […]

“Il Cirò ha bassa acidità fissa, quindi invecchia poco. Ma è ricco di tannino. Ultimamente si preferiva vinificarlo lasciandolo poco o niente sulle bucce, ossia si tendeva al rosato. Oggi, grazie al cielo, si sta tornando all’originale, tradizionale rubino intenso. Secco, ma di corpo, e parecchia glicerina. L’ideale dell’invecchiamento, per berlo, va da uno a tre anni.”.

[…] Il dottor Ippolito, intanto, mentre parlavo, non mi aveva approvato completamente, però mi aveva capito. E subito dopo  mi domandò: “Sa come mi chiamano qui? Il medico deu cròpio. Siamo una provincia della Magna Grecia. Il Crimissa è il nome greco di un torrente che si getta nel mare qui vicino e che oggi si chiama Lipuda. Crimissa era anche il nome di uno dei più famosi vini dell’antichità: era il vino offerto agli atleti che tornavano vittoriosi dai Giochi Olimpici. Ebbene, in greco, il letame si dice cropìa, e per metatesi, nel nostro dialetto, ancora oggi, cropìa e cropìo. Dunque, il medico deu cròpio è il medico del letame: un termine scherzoso con cui cirotàni e marinòti, ossia quelli di Cirò Superiore e quelli di Cirò Marina, definiscono il dottore in agraria. Come medico deu cròpio sono vicino, vicinissimo alla terra […]”».

Il brano qui sopra riprodotto è tratto da “Vino al vino” di Mario Soldati (I ed. Grandi Classici Oscar Mondadori, Milano 2006). Il viaggio del buon Mario a Cirò ebbe luogo nell’ottobre del 1975, nel corso del suo ultimo e terzo itinerario: “Alla ricerca dei vini genuini”. Mario Soldati era ossessionato da questa sua mania e proprio non riusciva a capire che il vino non è soltanto suggestione, mito, poesia. Il vino è anche prodotto, ricerca, marketing, innovazione e, soprattutto, regole. So bene che mi faccio dei nemici, ma su Mario Soldati, di cui apprezzo tantissime sue qualità, la penso come Paolo Monelli: non è che di vino, alla fine dei conti, ne capisse moltissimo (cfr. “O.P. ossia il Vero Bevitore”, ed. Longanesi).

Questa mia lunga premessa mi serve per raccontare la visita alle Cantine Du Cropio di Cirò Marina e la conoscenza di Giuseppe Ippolito, figlio del grande agronomo Giovanni (il secondo in Italia iscritto all’Albo, laurea a Perugia nel 1952), autore del disciplinare della DOC Cirò (1969, prima DOC del Sud, di recente modificata abbassando la percentuale di uve Gaglioppo dal 95 all’80%: non entro nel merito….).

Dovendo recarmi a Cirò per visitare alcuni miei parenti stretti, a cui sono assai legato, mi ero riproposto di visitare almeno una delle Aziende suggeritemi dall’amico enologo piemontese Vincenzo Munì, un esperto di vini bio. Dopo alcune telefonate necessarie per questioni organizzative, Giuseppe viene a prendermi con la sua auto a casa di mio cugino Antonio, dirimpetto al porto di Cirò. Antonio Martino appartiene a una famiglia storica del paese ed è assai conosciuto (meglio noto come “Tom Jones”, ma la storia sarebbe lunga), dunque scopro che i due si conoscono bene. Si parte per una visita alle vigne e con noi c’è anche Stefano, figlio di Antonio. Le vigne sono poste a un’altezza compresa fra i 250 e i 350 mslm, tra Cirò Superiore e Cirò Marina, proprio dirimpetto al mare con esposizione sud, sud-est. E sono vigne tenute a cordone speronato e viti abbinate come ne avevo viste forse soltanto un’altra volta: sesti d’impianto tra i 7.000 e i 10.000 ceppi per ettaro, con produzione di non oltre un chilo di frutta a pianta!!. Concimazione naturale, pochi trattamenti e cura delle viti ossessiva. Sono circa 25 ettari da cui Giuseppe ottiene 150/200.000 bottiglie destinate per la maggior parte all’esportazione (Usa e Germania, soprattutto). E infatti l’Azienda Du Cropio non è conosciuta in Italia come Librandi, Caparra & Siciliani, Ippolito 1945, Iuzzolino,, ecc.

Tutti marchi eccellenti che però io non amo più di tanto, essendo il mio Cirò favorito quello prodotto da Francesco Siciliani, Fattoria San Francesco (Donna Madda e Ronco dei Quattro Venti): anche per motivi familiari, essendo stato mio zio Stefano, per tanti anni, l’uomo di fiducia in vigna di questa storica cantina.

Sono rimasto sbalordito dagli assaggi dei vini di Giuseppe Ippolito: Dom Giuvà (Dom, da Dominus…), Serra Sanguigna e soprattutto dal Damis 2005: Gaglioppo in purezza raccolto la prima settimana di ottobre. 30 giorni di macerazione in acciaio a temperatura controllata, stabilizzazione in botte grande e almeno 6 mesi di bottiglia. Nessuna chiarifica, nessuna filtrazione per un vino elegante, con tannini dolci, di un bel rosso rubino con tenui riflessi aranciati. Tanta frutta al naso e in bocca, con note erbacee e un lungo, lunghissimo retrogusto minerale. Eccellente, davvero. Difficile da trovarsi in Italia (basta rivolgersi al produttore…), prezzo a scaffale intorno ai 18/20 €.

Ci sarebbe tanto da dire ancora su questo produttore di qualità: in futuro mi occuperò ancora di Giuseppe Ippolito e dei suoi straordinari Cirò.

Vini Du Cropio 
Azienda Vitivinicola “Du Cropio”
Via Sele n° 5—Cirò Marina (kr) – Italia
tel. (+39) 0962/31322
tel. Mobile (+39) 347/5744934
E-mail : ducropiovinery@gmail.com

http://www.viniducropio.it/home.html