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Nel giardino delle meraviglie
Come si vende un vino, raccontando il Territorio: il Cirò di Giuseppe Ippolito

http://www.vincenzoreda.it/ciro-du-cropio/

Una delle motivazioni per cui vengo volentieri al Vinitaly, malgrado la mia sempre più fastidiosa idiosincrasia per le folle le calche le cacofonie i cafoni – tutta roba che il Vinitaly sa dispensare con rara classe e grande professionalità – è rappresentata dalla possibilità di incontrare ogni anno gli amici e i loro vini. Tutte persone eccezionali, ognuna a modo suo: pare ovvio.

Tra questi, primus inter pares, Giuseppe Ippolito, Seppetto per gli amici cirotani, con i suoi tre Cirò, soltanto rossi: Damis, Serra Sanguigna e Dom Giuvà.

Quel che ogni anno mi stupisce è la sua capacità di coniugare i suoi vini con il territorio e le specialità, uniche di quella straordinaria parte ionica della Calabria. Giuseppe sa vendere storie, suggestioni, cibo, paesaggio, uomini.

E ogni anno, con sorprendente puntualità, nella sua rete intessuta con i suoi Cirò, la sardella, le confetture di peperoncino, ‘a sazizza, ‘e suppressate s’impigliano personaggi incredibili, storie improbabili.

E non a caso restano impigliati, attaccati a quei palamiti impostati con l’esca della passione e dell’unicità di prodotti straordinari e poco conosciuti: questo è saper vendere un vino, un posto, secoli di storia; suggerire sapori, indicare accompagnamenti insospettabili (pecorino e confettura di peperoncino o di cipolla di Tropea, per esempio…).

Quest’anno nella rete portentosa di Seppetto s’è impigliato Dionigi (Dio, per gli amici) con la figlia Ines: Ristorante Italiano a Kygali, Rwanda, Africa Nera (ci vanno ospiti ogni tanto i grandi maschi alfa dalla schiena argentata che sono i leader dei Gorilla di montagna….). Storia straordinaria di un viaggiatore nato a Foggia che gira l’Italia, sposa una ragazza di colore e con lei tutto il suo paese: la bellissima Ines e il ristorante Soleluna ne sono i magnifici risultati.

E in piena Africa Nera si berranno i Cirò rossi dell’azienda Du Cropio di quell’adorabile bucaniere che si chiama Giuseppe Ippolito, Seppetto per gli amici cirotani.

Salute!

‘A VITA: la rinascita del Cirò

Il mandante è sempre lui: Vincenzo Munì, piemontese di origini meridionali, enologo esperto di vini biologici e biodinamici. A lui devo la conoscenza dei Cirò sensazionali di Giuseppe Ippolito e a lui devo la conoscenza di questa, piccola ma di estremo interesse, realtà produttiva cirotana.

Francesco De Franco esercitava la professione, ben pagata, di architetto in quel di San Marino. Fu folgorato sulla via del Cirò, credo senza rovinose cadute da cavalli, si prese una seconda laurea in enologia nel prestigioso istituto di Conegliano e atterrò nelle terre dei suoi avi a ripeterne l’antico mestiere: produrre ottimi vini. Trascinò con sé e con la sua passione la compagna, friulana, Laura.

Francesco appartiene a un piccolo nucleo di giovani che si sono invaghiti delle straordinarie potenzialità del Gaglioppo e delle terre baciate dalle calde brezze dello Ionio intorno a Cirò: rappresentano oggi la nuova frontiera di questo antico, elegante, straordinario vino.

Innanzi tutto, prima di tutto: la vigna! Diffidate di quei produttori che parlano soltanto di cantina e dei loro vini: c’è qualcosa che non quadra; invaghitevi di quelli che vi aspettano con ansia e vi fanno apparentemente perdere tempo mostrandovi le loro vigne, magari girando per sentieri malandati con trappole meccaniche sporche di terra e male in arnese. Sono questi i produttori cui prestare attenzione.

Francesco mi aspettava per mostrarmi le sue vigne del Vallo: U Vallu, una valle scavata dal torrente Lipuda, situata tra Cirò e Torre Melissa che pare una piccola Langa, ovviamente, un poco meno verde, ma non poi così tanto poco. Sono terre pleistoceniche, non troppo profonde e ricche di argilla e limo con poco scheletro. Le sue vigne, pochi ettari, le tiene come gioielli e le cura con tecniche bio certificate. In cantina arriva un frutto perfetto che viene vinificato in maniera tradizionale, con macerazioni di pochi giorni e lungo affinamento. Senza chiarifiche e filtrature.

Qui si parla la lingua del Gaglioppo in purezza: un idioma che restituisce freschezza, franchezza, colori scarichi, sentori complessi e tannini raffinati. Vini che  a lungo permangono in bocca e in gola. E, ultima considerazione ma certo non di poco conto: rapporto qualità-prezzo straordinario (sempre meno di 15 € a scaffale per vini davvero grandi)

Ne ho bevute tre bottiglie: Rosso Classico 2010, Rosso Riserva 2008 e il Rosso F36P27 2008. Vini senza alcun dubbio al vertice delle rispettive tipologie e con la costante caratteristica della pulizia e dell’eleganza di cui è capace l’uva Gaglioppo quando a coltivarla, a spremerla e a fermentarla è un artigiano innamorato che lavora con coscienza e soddisfazione.

Chiaro che in futuro seguirò con estrema attenzione i vini di Francesco De Franco: per i suoi meriti, per la sua passione ma anche per i legami forti e radicati che ho con questa Terra, la mia.

http://avitavini.blogspot.it/

Con Gigi Ferraro da Giuseppe Ippolito

http://www.vincenzoreda.it/ciro-du-cropio-damis-2005/

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Non sarebbe comunque inutile che io spendessi ulteriori parole, aggiunte alle molte che ho già scritte  - sul mio ultimo libro Di vino e d’altro ancora c’è un intero capitolo a proposito e la copertina è tratta da un’immagine ripresa con il Serra Sanguigna – a proposito di Beppe Ippolito e dei suoi Cirò Du Cropio: sarebbero comunque meritate.

Stavolta però questo mio articolo vuol soltanto testimoniare dell’incontro avvenuto lo scorso agosto 2013 tra il mio amico Luigi Ferraro (anche di lui ho scritto con dovizia) e Beppe, le sue vigne, i suoi vini, la sua debordante simpatia e quel tipo di educazione di profonda cultura che da tutto ciò viene profusa.

Pare ovvio che l’incontro è stato magnifico, a tutto tondo e, per curiosità, era presente anche uno dei giovani eredi Caparra (vedi foto sopra), altro storico brand del Cirò.

Dunque, nessun’altra parola a proposito del Damis, del Serra Sanguigna, del Dom Giuvà. Soltanto un invito: cercateli e beveteli alla salute di Beppe, di Luigi e anche mia, ché mi fa bene.

Tenuta Iuzzolini

L’appuntamento con il mio amico Luigi Ferraro, chef del Café Calvados di Mosca, era fissato per il 12 agosto nel pomeriggio: era in programma una visita all’Azienda Iuzzolini di Cirò Marina.

Di questo produttore mi avevano parlato in molti ma io devo dire che avevo soltanto fatto un fugace assaggio di un Cirò rosso classico durante le furibonde giornate del Vinitaly 2013: m’era parso un vino corretto senza particolare avvenenza ma gli assaggi che si fanno di corsa durante queste convulse manifestazioni sono poco o punto degni di memoria.

Ero assai curioso di conoscere questa, tutto sommato abbastanza recente ma assai importante, realtà vinifera calabrese: nata nel 2005 ma capace di produrre già circa 1.100.000 bottiglie! E con la caratteristica, abbastanza unica in un territorio vocato per il vino rosso, di presentare una produzione di vini bianchi che arriva a coprire quasi il 50% del totale. Distribuita soltanto sulla linea HORECA, esporta il 65% dei suoi prodotti. Giova segnalare che, notizia recentissima, ha acquisito la storica azienda Fattoria San Francesco e molti dei suoi marchi storici.

La famiglia Iuzzolini in realtà è un’antichissima stirpe di Cirò e possiede una tenuta di 500 ha. di cui 30 vitati, 50 coltivati a oliveto, un centinaio destinati a colture varie e per il resto bosco e pascolo in cui allevano 200 capi di vacca podolica, un centinaio di maialini neri calabresi, asini e cavalli.

Siamo stati accolti da Pasquale (enologo) e Rossella; Diego e Antonio sono gli altri figli di Fortunato Iuzzolini e Giovanna Colicchio, già conoscente dei miei parenti materni di Cirò Superiore.

Con Gigi Ferraro abbiamo gustato due bianchi, due rosati e il rosso classico riserva Maradea 2008.

Comincio da quest’ultimo: è un vino 100% Gaglioppo di notevole struttura, più carico di colore del normale, 14,5% vol. affinato in barrique di castagno per espresso volere di Pasquale. Cirò del tutto particolare che vale la pena di conoscere per le sue caratteristiche per davvero peculiari.

Dei due bianchi sono stato colpito dal Donna Giovanna 2012 (Greco bianco 100%): è spremuto da uve a raccolta tardiva e presenta un colore giallo paglierino carico con un bel naso e un palato abboccato e persistente per 13% vol di alcol. Ne producono 14.000 bottiglie per un prezzo indicativo a scaffale di 16 €. Vino indubbiamente dotato di particolare fascino.

Più normale, ma ottimo prodotto comunque, il bianco Madre Goccia 2012 (Greco e Chardonnay). Giallo paglierino medio, fruttato con buona acidità: 130.000 bottiglie per 12,5% vol di alcol e un ottimo prezzo di 7/8 €.

Pure più che buoni i due rosati, con una citazione particolare per il Lumare 2012 (uvaggio di Gaglioppo 80% e Cabernet Sauvignon 20%): nella varietà rosato Iuzzolini produce 200.000 bottiglie.

Chiaro che per le mie abitudini le valutazioni professionali devo effettuarle con bevute successive a casa mia, con calma (almeno uno o due giorni) e in solitudine: appena possibile ne darò conto con un articolo espressamente dedicato. Sono molto curioso di seguire l’evoluzione dei prodotti di Iuzzolini: credo che nel prossimo futuro questo brand andrà a vedersela con lo storico Librandi, cantina che conosco poco e di cui non ho grandissima stima, pur dovendo riconoscere che il vino Cirò oggi ha un grande debito verso questo produttore che lo ha salvato dall’oblio colpevole e ne ha rilanciato l’immagine sul mercato nazionale e internazionale. Ma ancora non basta.

Il Cirò merita di essere assai più apprezzato di quanto oggi avviene: tra i grandi vini meridionali è senza dubbio il Gaglioppo a dare i vini più eleganti (lo sapevano, fino agli anni Ottanta, i produttori di Barolo….).

http://www.tenutaiuzzolini.it/it/ 

Cirò Du Cropio Damis 2005

L1100112Stasera festeggio una faccenda mia, tutta mia. E la festeggio, la onoro bevendo un paio di bicchieri di un Cirò sensazionale: il Damis 2005 di Ducropio (l’amico Giuseppe Ippolito). Vino strepitoso, vino della mia vita: il Gaglioppo elegante spremuto da uve maturate su viti piantate in coppia su terreni collinari e che sono carezzate dalle brezze salmastre dello Ionio antico. Qui si parlano linguaggi dimenticati dai più, di qui una parte di me proviene; anche da queste parti c’è una parte di me che mi si rivendica e che, certe volte, mi sussurra: ricorda, non dimenticartene mai!

Certo, certo che mi ricordo, ci mancherebbe!

E poi mi domando: ma perché ancora oggi il Cirò è un vino periferico, un vino considerato poco? Perché la sua eleganza, la sua finezza non trovano i consensi, gli apprezzamenti che dovrebbero competergli per censo, tradizione, struttura…

Sarebbe ora che la Calabria Felix si destasse. Enotria, cazzo, svegliati e urla al mondo le tue bellezze!!

Penso a mio nonno Vincenzo, penso a mio zio Stefano, penso alle storie di mio padre Giuseppe.

Penso alle mie radici.

Penso ai miei miti, ai riti dell’infanzia.

Penso ai baci delle botticelle e a quelle sbronze epocali di cui soltanto mi sono giunti echi lontani.

Mannaggia: mi tocca il ruolo nobile ma, tutto sommato, periferico di aedo. Meglio, meglio assai averle vissute che raccontarle, quelle Storie; oltretutto per interposta persona.

Bacco, Dioniso (o chi per loro) mi guardino con occhi benevoli.

Wine colours

Il vino è il Serra Sanguigna 2008 dell’azienda Du Cropio di Giuseppe Ippolito (Cirò Marina). Il bicchiere è un Riedel dedicato ai 150 anni dell’azienda Gaja (2009). I colori sono esaltati sulla diorite e sulle tovaglie ricamate a mano di cotone della mia tavola. Un giochino, soltanto un mio giochino che gioco ogni sera: mi piace osservare i colori del vino, esaltati dalle luci della mia cucina.

Calabria, la mia Terra (Calabria, home)

Io sono nato a Pietrafitta, nel rione dei Franconi, il punto più alto del paese che si sviluppa lungo una strada provinciale che congiunge Cosenza (distante circa 15 chilometri) alla Sila. Dunque, sono nato a circa 800 mslm, ma sono cresciuto in Sila, a Rovale nei pressi di Lorica, sul lago Arvo (bacino artificiale creato in epoca fascista), a circa 1.400 mslm. Ma sono al mondo perché mio padre conobbe mia madre a Cirò, sullo Ionio, paese di vino, paese di origine greca (VII sec. aC., Crimissa). Se porto le stimmate del montanaro e Gioacchino da Fiore (morto a Pietrafitta nel 1202) ha in qualche modo ispirato la mia vita, da sempre il mare e le vigne fanno parte del mio essere più intimo. Di seguito alcune immagini dei posti che mi sono cari e che ho il torto di poco frequentare.

Pasqua e dintorni: vini e cibi di tradizione

Lumache di Cherasco, Finanziera, Coniglio grigio con il Nebbiolo 2006 di Flavio Roddolo al ristorante de Il Circolo degli Artisti con la squisita cucina di tradizione di Stefano Fanti e i suggerimenti, sempre assai interessanti, del suo giovane sommelier Andrea Zoggia (per i vini dolci e rari: il valdostano Pierrots e il toscano Istrionico). E a Pasqua, a casa, insaccati calabresi fatti in casa e appena arrivati da Cirò con pasta al forno tradizionale, agnello al forno innaffiati con un magnum di Barbera d’Alba Bric du Luv 2007 di Beppe Ca’ Viola. E per finire, cuzzupe calabresi fatte in casa con il passito 2008 marchigiano di Sartarelli. What else?

La Calabria al 46° Vinitaly, forse qualcosa si sta movendo….

Anche soltanto visitare uno stand può rappresentare un viaggio nel tempo e nello spazio: certo, un viaggio poco più che virtuale perché profumi e sapori sono soltanto una sorta di sensazioni diluite, liofilizzate che di lontano ricordano luoghi e momenti distanti, nel tempo e nello spazio. La mia regione di nascita, lì dove (continua…)

In difesa del vino Cirò.

Ricevo da Giuseppe Marino e sposo immediatamente la causa (oltretutto, Giuseppe, che non ho il piacere di conoscere, porta lo stesso cognome di mia madre, nata a Cirò Superiore e sorella di gente che del vino Cirò si è sempre occupata), anche ricordando il mio Maestro Luigi (Gino per gli amici) Veronelli che scrisse pagine memorabili sul Cirò e su Torre Melissa.

“L’attuale disciplinare del Cirò prevede l’utilizzo del Gaglioppo nella misura minima del 95% e del Greco Bianco o Trebbiano per il restante 5%. Nella proposta di modifica avanzata dal Consorzio di Tutela del Cirò e Melissa si prevede la possibilità di utilizzare oltre al Gaglioppo tutte le varietà a bacca rossa autorizzate dalla Regione Calabria nella misura massima del 20%. Tra queste varietà sono presenti vitigni internazionali quali  Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Merlot che nulla hanno a che vedere con la tradizione vitivinicola del Cirò. Bisogna chiarire subito che la denominazione di origine (DOC) è un bene collettivo. Un bene pubblico e proprio per questo normato da apposite leggi dello Stato. La DOC infatti rappresenta il vino di un territorio delimitato ed esprime le caratteristiche di tipicità di quel determinato “terroir”. Queste caratteristiche includono, oltre alle condizioni pedoclimatiche, la storia, la tradizione e la cultura vitivinicola di un territorio, definendo l’identità del vino prodotto in quel territorio, in questo caso del Cirò, come prodotto unico ed irripetibile. L’utilizzo di varietà internazionali (in quantità rilevanti come proposto nella modifica) porta ad uno svilimento dell’identità territoriale e all’omologazione del prodotto. Perché allora un consumatore del nord Italia o estero dovrebbe ricercare il Cirò se le sue caratteristiche sono simili a mille altri vini? Perchè dobbiamo decirotizzare il Cirò? Perchè dobbiamo parificare la DOC Cirò alle IGT presenti sul territorio? Perché centinaia di produttori devono rinunciare alla loro identità di Cirotani? Oltretutto per rispondere ad una presunta esigenza di mercato e di gusto globalizzato, le aziende vitivinicole dispongono già delle denominazioni IGT, che prevedono ampiamente l’uso di varietà internazionali. La globalizzazione può rappresentare un’opportunità se permette la conoscenza e il confronto di prodotti e culture differenti, è deleteria invece se propone l’appiattimento dei valori e la perdita di identità. Si può e si deve ri-guardare il territorio: averne riguardo e tornare a guardarlo; riallacciare con il presente saperi sapori e risorse del passato, senza nostalgie, permettendo una continuità con il futuro.”

Firmiamo in difesa dell’identità del Cirò e di chi sa berlo con la sardella o rosamarina:

http://www.firmiamo.it/indifesadellidentitavinociro