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Painted with Chianti wine and my right foot (2006)

Il mio Gaja Darmagi 1995: etichetta dipinta col vino della bottiglia (senza aprire la bottiglia…)

Nel 1999 chiamai Angelo Gaja, io perfetto sconosciuto alle prese con un signore che non aveva, e continua a non avere, fama di persona facile: volevo dipingere col suo vino e avevo in testa un giochino da fare con le etichette e volevo farlo appunto con un suo vino.

vino 2Tutto subito, il signor Gaja non mi prestò attenzione, poi, a seguito di un mio fax non proprio gentile, si degnò di ricevermi presso la sua azienda in Barbaresco.

Gli esposi il mio progetto e fu subito comprensivo e disponibile, fornendomi sei bottiglie di Darmagi 1995.

Tre le misi a frutto bevendole con grande soddisfazione (bere bene mi ispira, non sia mai che dipinga con un vino che non ho bevuto e goduto! ), una la usai per dipingere  un paio di quadri su carta – secondo il mio solito stile – le altre due furono oggetto del seguente gioco: eliminai le etichette originali, prelevai dalle bottiglie, per tramite di due siringhe con aghi da vacca (lunghi e resistenti, per via del fatto che i sugheri di Gaja sono quelli che sono) infilati contemporaneamente attraverso i forellini della capsula, uno per l’immissione dell’aria e l’altro per il prelievo del liquido, 15/20 cl. di vino (è un’operazione lunga e delicatissima, per realizzare la quale occorrono un paio di accorgimenti che sono, ovviamente, segreti miei).

Con il vino preso da ogni bottiglia ho dipinto l’etichetta e la controetichetta.

Una bottiglia la conserva Angelo Gaja, l’altra fa parte della mia collezione ed è riprodotta a corredo di questo articolo.

Angelo Gaja passa per uomo burbero: con me fu gentile, disponibile, cordiale e anche assai riconoscente.

Mi è d’obbligo però specificare che, pur attestando una certa dignità grafica alle sue etichette, io non farei mai un’etichetta quadrata, non metterei mai più di due o tre elementi (scritte comprese) sull’etichetta, non rinuncerei mai alla controetichetta su cui indicare quanto, niente di più, prescrive la legge.

Mi viene la cacarella quando leggo, in modo particolare su etichette di grandi vini, gli abbinamenti e la temperatura consigliata per la degustazione……

Un’altra bella operazione la feci per conto di Claudio Gori: nel 2000 dipinsi, una per una e con i rispettivi vini,  sei etichette per otto produttori provenienti da tutta Italia per un’asta di beneficenza.

Le bottiglie furono tutte vendute.

Ancora con Claudio Gori facemmo nel 2001 un’operazione che mi è assai cara: Gori assemblò un vino per produrre circa settanta bottiglie, io trovai il nome:Idillio; Enrico Tallone stampò con i suoi preziosi caratteri in piombo le scritte essenziali ai piedi delle etichette che io dipinsi, ovviamente una per una, con lo stesso vino contenuto nelle bottiglie.

L’operazione costituiva il nostro regalo per il matrimonio di una persona cara, sommelier, che usò le bottiglie a mo’ di originale bomboniera.

Devo sottolineare che l’etichetta era rettangolare e naturalmente con i lati in proporzione aurea (il numero d’oro, ricordo, è :1,618).

Io ho in uggia le pretese etichette artistiche, alla stessa stregua delle cosiddette grafiche (stampe litografiche numerate e firmate dall’artista) o multipli, in cui si commissiona un quadro a un artista e poi lo si riproduce semplicemente e si cerca di vendere il tutto come opera d’arte: sgombriamo il campo dalle fesserie e dai mercanti, l’opera d’arte è e dev’essere unica e non riproducibile, alla faccia di Walter Benjamin!

 

I miei highlights di Vinitaly 2013

Sul fatto che quest’edizione 2013 del Vinitaly sia stata un successo non ci piove: pare che, finalmente, la scelta di cominciare la domenica e finire il mercoledì sia premiante. Soprattutto la giornata di lunedì è stata quella di maggior lavoro con i professionisti di ogni categoria ad affollare lo sconfinato proscenio del vino mondiale: affari – business – incontri, relazioni, progetti di ogni tipo. Senza dubbio, il Vino va forte e quello italiano di più. E questo ci rende tutti soddisfatti. Stanchi, stremati ma soddisfatti. E non è cosa di poco conto, di questi tempi.

Dunque: Sursum corda!

Per quanto mi riguarda, tra i vari impegni, quest’anno ho gustato pochi vini ma alcuni per certo memorabili.

Uno fra questi sopra gli altri: Sassella Rocce Rosse 2001 Valtellina Superiore DOCG di Arpepe. Un vino sensazionale che mi ha fatto ricordare Paolo Monelli. Bevuto su consiglio dello chef Stefano Fanti nello stand di Vini Buoni d’Italia dell’amico Mario Busso. L’ho bevuto mettendoci insieme gli insaccati, ottimi, di Levoni. Vino che, nonostante i 12 anni di vita, era ancora fruttato, franco pur dentro una complessità indicibile. Per davvero al di là dell’eccellenza .

Poco distanti i Barolo di Giacomo Anselma Vigna Rionda 2005 e 2007 e Collaretto 2008 di Serralunga: ma qui gioco in casa con la mia amica Maria Maier Anselma, magnifica presidente del consorzio Piccole Vigne.

Altra sorpresa, i Barbaresco di Rizzi 2008 e 2009 Pajorè di Treiso: ai vertici di questa tipologia.

Ottimi i vini etnei di Tenuta Fessina: Erse 2012 (Carricante 100%) e Musmeci (Nerello Mascalese) di Curtaz. Dello stesso livello un eccellente Verdicchio Castelli di Jesi di Stefano Antonucci: un Classico Riserva 2010 di notevole struttura e complessità.

Poi Calabria, la mia: il Damis Du Cropio 2005 dello straordinario Giuseppe Ippolito, semplicemente unico. Ottimi i Cirò della Tenuta Iuzzolini e parecchio tipici (vini di montagna con spiccata acidità) l’Ardente di Verzano 2008 (Aglianico) e l’Antico di Verzano 2008 (Mantonico e Greco nero) di Donnici ’99: ma qui entrano in campo le mie radici più profonde, roba che mi appartiene fin dai cromosomi.

Cito per ultimi, soltanto in ordine di elenco, i vini Sartarelli: sono da molti anni tra i miei preferiti. Ho bevuto l’ultimo Tralivio 2012 e il Brut, che avevo assaggiato la scorsa estate en primeur: oggi diventato un ottimo metodo classico di personalità spiccata e assai particolare.

Per finire, cito un ottimo Dolcetto d’Alba del terroir Madonna di Como (non mi ricordo il nome del giovane produttore) e il Lavandaia Madre 2010 di Debora Barsotti assemblato dall’amico Claudio Gori.

Quanto sopra basta e avanza: certo di grandi vini chissà quanti ne ho persi. Ma va benissimo così. Ci mancherebbe…

Idea diVino al Vinitaly 2012

Poco prima del Vinitaly 2012 mi chiama il mio vecchio amico Claudio Gori, enologo di Vinci, per dirmi che sarebbe stato opportuno avere un incontro in quella occasione perchè avrebbe dovuto parlarmi di una novità interessante. Io so che Claudio è un vulcano di idee e mi sono incuriosito.

E, infatti, ho avuto modo di conoscere questa iniziativa interessante: Idea diVino. E’ una faccenda a cui stanno lavorando da più di un anno: un ambizioso progetto relativo alla costituzione di un consorzio – denominato Idea diVino – tra diverse realtà produttive del mondo vinicolo italiano. Al momento i partecipanti effettivi sono 4 aziende: Castello di Velona (Brunello di Montalcino), Villa Corliano (Chianti Colli Fiorentini), Cantine Lupo (Lazio – vermentino e Syrah come prodotti di punta), Vigna Pironti (San Giuseppe Vesuviano – al loro attivo, tra gli altri, un ottimo lacryma christi bianco). Ho visitato il loro stand e ho bevuto alcuni di questi vini che mi sono piaciuti: io non amo fare valutazioni professionali circa le fugaci bevute in salone, distratti da mille odori, mille suoni, mille immagini che non permettono di concentrarsi come si deve su quello che si sta valutando. Comunque, ho apprezzato il Brunello 2004, il Vermentino laziale e il Syranto 2010 (un vino espresso da 4 diversi cloni di Syrah) di Cantine lupo, il Lacryma Christi e il Carpino 2008 (80% Piedirosso e 20% Aglianico) di Vigna Pironti. Vini all’altezza della fama di Claudio Gori. Il progetto è assai interessante e ne parlerò in futuro, così come senza dubbio effettuerò delle valutazioni professionali che verranno pubblicate su questo sito. La giornata del lunedì, cominciata per me con la verticale di Sperss, è finita degnamente a cena con alcune di queste persone (produttori e commerciali) alla Taverna di via Stella, due passi dal fatidico balcone di Giulietta nel pieno centro di Verona. E’ un bel posto dove si sta bene e si mangia come si deve. Lo consiglio, con la giusta compagnia, ovviamente!

Lavandaia – Madre 2009, Tenuta dello Scompiglio

Claudio Gori è un enologo che conosco ormai da molti anni. Con lui, con i suoi vini, ho fatto diverse operazioni artistiche – alcune per beneficenza – sempre assai interessanti. Claudio è un amico cui voglio bene, anche se è un poco, come dire, adorabilmente scapestrato e a volte fin troppo creativo, per essere un semplice (si fa per dire) enologo. Non sarà un caso che è di Vinci, quel paesino che dette i natali a un altro, un poco più celebre, scapestrato e creativo (leggere il Vasari, per credere)… Mi ha chiamato qualche tempo fa per informarmi che Debora Barsotti mi avrebbe contattato per mandarmi un paio di bottiglie di un vino  da poco assemblato: non mi disse nulla di più.

Le bottiglie mi sono arrivate la scorsa settimana, insieme a una cospicua documentazione cartacea di un luogo strano, ma assai intrigante: La Tenuta dello Scompiglio. Sono andato a documentarmi sul web e ho scoperto un’impresa davvero degna di grande attenzione. La Tenuta dello Scompiglio – ex Villa Minutoli/Tegrimi – è un’area di circa 200 ettari che costituisce un parco secolare, fino a pochi anni fa in totale stato di abbandono: casa patronale, cascine, fienili, fontane, ninfei, orti, oliveti e vecchie vigne. Situata vicino a LuccaVorno per la precisione – da qualche anno  un nucleo di persone con  un lavoro appassionato e competenze professionali di rilievo ne sta ripristinando l’antico fascino. Le vigne, vecchie di qualche decina d’anni, gli orti e gli oliveti hanno dovuto essere ripulite dai roveti e dalla vegetazione infestante che le aveva invase. E’ stato aperto anche un ristorante, L’Osteria Cucina dello Scompiglio. L’avvio del progetto data al 2003: grande attenzione all’ambiente, all’agricoltura biologica, alla bioedilizia, all’ecologia e alla sostenibilità. Insomma, una faccenda molto seria e con risvolti culturali e artistici di grande fascino.

Il vino che mi è stato mandato è il primo prodotto da una delle 5 vecchie vigne: e’ un uvaggio di Sangiovese, Canaiolo e Colorino le cui percentuali sono incerte (più o meno, circa 1/3 per vitigno), date le condizioni della vigna. E’ un vino schietto, di gran corpo, con alcune disarmonie che ne documentano l’età giovane e il bisogno di raggiungere ancora la giusta quadratura del cerchio. Ne sono state prodotte soltanto un migliaio di bottiglie, ma a regime la produzione dai 5 ettari – nelle tipologie  Lavandaia Madre, Alta e Bassa – salirà a 20/25.000 pz., che saranno immessi sul mercato a un prezzo di poco inferiore ai 10€ (che per le abitudini toscane è una buona faccenda). La mia valutazione s’è svolta per un paio di giorni di assaggi successivi e il meglio l’ho apprezzato negli ultimi bicchieri. Si sente molto la morbidezza del Canaiolo, anche se i tannini del Colorino e del Sangiovese gridano ad alta voce la loro presenza. Tutto subito mi aveva suscitato delle perplessità; ma con una lunga ossigenazione ho apprezzato un vino che presenta sentori di frutta rossa e di confettura di frutti di bosco, con delle astringenze che l’invecchiamento ammorbidirà. Un vino che mi è piaciuto: non banale, non stucchevole, certamente non di gusto internazionale ma che racconta bene la propria terra d’origine. La vinificazione avviene con la macerazione a freddo in fusti di legno aperti. Successivamente, il vino viene custodito in barrique prima dell’imbottigliamento. Questo primo millesimo, 2009, ha 13,5 % vol. di alcol. L’ho bevuto, dopo i primi assaggi del giorno prima, accompagnandolo a una succulenta costata di fassone di circa 1,5 kg. Mi piace, ogni tanto, cucinarmi una bella fiorentina come mi è stato insegnato in Toscana: piastra (la brace in casa, pur avendo io il caminetto, è faccenda da sconsigliare) incandescente, 5′ di cottura per parte e tanto basta! Il risultato è sempre eccellente e questo vino è stato un ottimo compagno.

http://www.delloscompiglio.org/

La mia Sindone profana

Questo lavoro l’ho concepito e eseguito nel 1998 su un tovagliato di cotone di fine ’800 formato 220×110 cm. circa. E’ un occhio/bicchiere speculare, dipinto lasciando colare il vino sulla stoffa piegata a metà e lasciando per diffusione capillare macchiare il tessuto sottostante: così ho realizzato l’effetto speculare.

Il vino è un Colorino toscano vinificato nel ’97 in purezza per le Cantine Corna da Claudio Gori; la piccola macchia scura in mezzo è il mio sangue autentico: firma che più mia non può essere.

Si intitola: “S’intona Sidone con Sindona?”. Quando ho immaginato questo lavoro è ovvio che pensavo (con tutto il rispetto dovuto, fuori da ogni dubbio) al Sacro Lenzuolo – The Holy Shroud – ma volevo comporre uno scherzo/riflessione dada sulla tradizione che lega sangue-vino-coppa-tessuto. Era il 1998, e a Torino si esponeva la Sacra Sindone. Quest’anno la Reliquia, che per me ha un fascino speciale – che poco o punto ha a che vedere, almeno direttamente, con le credenze cristiane – viene di nuovo esposta.

Il mio lavoro è in India, ma mi piacerebbe di riportarlo a Torino. E’ stato esposto al pubblico soltanto 3 o 4 volte e mai capito per quel che io l’ho concepito (ma questo è un fatto non insolito).

Mentula/Cazzo/Cock/Minchia/Lingam: l’essenza orgiastica del bicchiere

http://www.youtube.com/watch?v=w-Uf1AeSva0

cazzo-bicchiere-1

Priapo: il simbolo maschile del sesso. Oggi ci vergogniamo di parlare e di mostrare il sesso: la tradizione cattolico-cristiana, condita da tanto  giudaismo, ci ha insegnato che il sesso è peccato. Non così per i greci, per i romani che appendevano grandi cazzi (simboli di Priapo) a protezione di orti e giardini; non così per gli indiani che adorano il sacro Lingam di Shiva. Noi, invece, ci vergogniamo della faccenda più naturale che ci sia: fonte di vita e di piacere.

Il mio lavoro, del 1998, dipinto col Colorino – vitigno che una volta era usato nella formula del Chianti Classico per donare colore al vino – vinificato in purezza da Claudio Gori, vuol essere un inno laico ai riti orgiastici di Dioniso-Bacco-Libero-Lieo-Zagreo (tutti i nomi del dio del vino). Questo lavoro, nel mio immaginario, vuol significare l’essenza del bicchiere: perché si può bere (e offrire da bere, com’è ovvio), per chi ne ha voglia e piacere, da un bel cazzo…senza alcuna vergogna, perché non si fa del male a nessuno, anzi!

Il quadro è in formato 50×70 cm, vino su carta di cotone da 300 gr. E’ in vendita per 1.500,00 €. Chi fosse interessato può contattarmi.