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El Beso, unico ristorante messicano autentico a Torino

«Poi presero a discutere sulla creazione e la formazione della nostra prima madre e del nostro primo padre. Di mais giallo e di mais bianco venne fatta la loro carne; di pasta di mais vennero fatte le braccia e le gambe dell’uomo. Soltanto pasta di mais compose la carne dei nostri padri, i quattro uomini che furono creati.».  Questa è la leggenda della creazione degli uomini secondo il Popol Vuh, libro sacro dei Maya.Il mais venne domesticato tra il settimo e il quinto millennio prima dell’Era cristiana nel sud-est del Messico; intorno al terzo millennio si diffuse poi in tutta l’area centro e sudamericana e rese possibile, come accadde del resto per le regioni degli altri cerali – grano e riso – la nascita e lo sviluppo di culture evolute. Fagioli e fave apportavano preziose proteine.Per comprendere la cucina messicana odierna, in cui rimangono importanti retaggi precolombiani, occorre  conoscere la cultura del mais. «La principale fonte di alimentazione è il mais da cui ricavano svariati cibi e bevande; preso poi dopo essere stato trattato come essi usano, serve loro da cibo e bevanda insieme. Le donne indie mettono il mais a bagno in acqua e calce per una notte cosicché la mattina seguente è morbido e cotto a metà; si possono in tal modo togliere la buccia e il picciolo e macinarlo a due pietre. Quando è macinato a metà, ne confezionano delle palle e dei carichi e li danno ai viaggiatori, ai lavoratori ed ai naviganti poiché, così trattato, dura alcuni mesi e acquista soltanto una certa acidità.». La citazione è tratta dalla Relaciòn de las cosas de Yucatàn, del francescano spagnolo Diego de Landa (1566); ebbene, oggi non è cambiato praticamente niente: il mais si tratta ancora più o meno alla stessa maniera. La calce era fondamentale per evitare quella terribile malattia che si diffuse in Europa quando il mais lo si consumava semplicemente bollito: la pellagra. Cibo in maya yucateco si dice echà che significa anche, per antonomasia, mais e a questo cereale, fondamentale nella loro esistenza, era dedicato addirittura un dio: Yum Kaax, un giovane ornato di pannocchie. La tortilla di mais (uah in maya) è la base dell’alimentazione messicana: cotte su piastra e ripiene di carne, verdure e ortaggi, soprattutto peperoncini, i tacos sono consumati a ogni ora e in ogni posto. Lo stato del Messico è una democrazia federale di 31 stati che si estende tra Atlantico e Pacifico per quasi 2 mln di kmq e una popolazione di 120 milioni di abitanti. L’alimentazione, differente perché differenti le condizioni ambientali, di Aztechi e Maya ha lasciato tracce importanti nell’odierna cucina messicana. Mais, ortaggi (zucche, pomodori, fagioli, fave e peperoncino) e selvaggina sull’altopiano dove non c’erano grandi mammiferi  e allevavano soltanto tacchini; mais, erbe e frutta tropicale, pesce, uccelli e mammiferi nella foresta pluviale (pecari, armadilli, coati). Non avendo grandi animali, gli Aztechi non disdegnavano la carne umana, consumata in forma rituale. I Maya, pur con una religione che pretendeva sacrifici umani, non erano cannibali. Le diete di questi popoli erano integrate con serpenti, iguane, coccodrilli e diverse specie di vermi e insetti. Ancora oggi in diverse regioni del Messico si consumano con gusto queste specie di animali. Così come noi occidentali imparammo immediatamente a coltivare mais, pomodori, cacao e peperoncino, i messicani apprezzarono subito il maiale, il manzo, l’uva, le banane. In Italia moltissimi sono i ristoranti messicani: per la verità, la stragrande maggioranza propone quella cucina che viene definita Tex-mex, basata soprattutto sulle tradizioni degli Stati Uniti meridionali e del Messico settentrionale: chili con carne e burritos (tortillas di frumento ripiene di carne). Invece i ristoranti che propongono cucina messicana tradizionale si possono contare sulle dita di una mano; a Torino abbiamo la fortuna di ospitarne uno tra i migliori. Inaugurato nel giugno del 2016, occupa i muri che furono del glorioso ristorante La Pace, zona San Salvario, in gran voga negli anni Ottanta. Si chiama El Beso, i titolari sono i coniugi Toni e Andrea, lei messicana di Città del Messico con un passato importante in cucina, lui italiano. Il cuoco è un trentenne messicano di Cuernavaca, (Morelos): Gerardo (Jerry) Sánchez Sotelo, con una storia bellissima; fin da piccolo misteriosamente attratto dall’Italia, e da Torino in particolare, sognava di gestire un locale proprio da noi. Dopo la laurea in gastronomia approfittò di un master a Ca’ Foscari e poi un’esperienza al Westin di Venezia per venire da noi e proprio in quel periodo Toni e Andrea, per caso, lo chiamarono a El Beso. Attentissimo alle materie prime e alla tradizione, mi ha preparato quattro ricette. Guacamole tradizionale: crema di avocado, lime e cipolla con peperoncino verde jalapeño, accompagnata da chips di mais. Tostadas de mar: un piatto con tre diverse proposte di pesce; ceviche di ombrina marinata con sugo di frutti tropicali, guarnita da ananas e altri frutti tropicali; aguachile (guazzetto) di gambero con cipolla rossa, cetriolo, coriandolo e chili; escabeche (marinatura in aceto) di polpo con salsa valentina, purea di avocado, maionese di coriandolo e prezzemolo. Le basi sono tortillas tradizionali di mais differenti. Pulpo del golfo. Prima bollito e poi fritto, servito con condimento a freddo di una speciale salsina, siete chiles (peperoncini, lime e sale), foglie di cactus, erbe aromatiche, ortaggi e frutta tropicale.Infine, cochinita pibil (cotto sotto terra): 3 tagli di maiale (costine, spalla e capocollo) marinati con achiote, condite da cipolle marinate e dalla salsa X’nipek (muso di cane) di origine maya, ottenuta mischiando habanero e sale. Accompagnano i piatti tortillas di mais giallo e nero, servite calde nel tradizionale cestino intrecciato a mano. Sono ricette in cui si mescolano con leggerezza sapidità, freschezza e una piccantezza variabile che può essere, a richiesta, di intensità terribile, in particolare se si usa l’habanero. Piatti gustosi ma leggeri che richiedono vini di non eccessiva struttura, freschi, giovani. Trovo indicatissimi i nostri rosati e bianchi come la Favorita e il Cortese. Quanto ai rossi: Grignolino, Pelaverga e giovani Nebbiolo del Roero sono quelli che suggerisco. Può essere una bella alternativa la Freisa di Chieri. Per chi ama le bollicine a tutto pasto, trovo interessante l’accompagnamento di questi piatti con i Metodo Classico Alta Langa (suggerisco quelli a base Pinot Nero), ma non disdegnerei gli ultimi, interessantissimi, Metodo Classico da uve Nebbiolo. I messicani con i loro cibi bevono birra, mentre Maya e Aztechi bevevano mais fermentato o pulque, succo di agave maguey da cui oggi si distillano tequila e mezcal. Vengono prodotti vini messicani, rari e di scarso pregio, da vigne allevate al confine con la California; io ho bevuto un Cabernet Sauvignon e uno Chardonnay dell’azienda La Cetto: vini grossi, squilibrati e poco consigliabili, soprattutto per accompagnare i raffinati piatti messicani.

EL BESO – Via Galliari, 22 – Torino.  www.elbeso.it