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La mia Sindone profana

Questo lavoro l’ho concepito e eseguito nel 1998 su un tovagliato di cotone di fine ’800 formato 220×110 cm. circa. E’ un occhio/bicchiere speculare, dipinto lasciando colare il vino sulla stoffa piegata a metà e lasciando per diffusione capillare macchiare il tessuto sottostante: così ho realizzato l’effetto speculare.

Il vino è un Colorino toscano vinificato nel ’97 in purezza per le Cantine Corna da Claudio Gori; la piccola macchia scura in mezzo è il mio sangue autentico: firma che più mia non può essere.

Si intitola: “S’intona Sidone con Sindona?”. Quando ho immaginato questo lavoro è ovvio che pensavo (con tutto il rispetto dovuto, fuori da ogni dubbio) al Sacro Lenzuolo – The Holy Shroud – ma volevo comporre uno scherzo/riflessione dada sulla tradizione che lega sangue-vino-coppa-tessuto. Era il 1998, e a Torino si esponeva la Sacra Sindone. Quest’anno la Reliquia, che per me ha un fascino speciale – che poco o punto ha a che vedere, almeno direttamente, con le credenze cristiane – viene di nuovo esposta.

Il mio lavoro è in India, ma mi piacerebbe di riportarlo a Torino. E’ stato esposto al pubblico soltanto 3 o 4 volte e mai capito per quel che io l’ho concepito (ma questo è un fatto non insolito).

Man Ray, Autoritratto (Self Portrait)

“…(Kiki) prese a raccontarci le sue ultime esperienze di modella. Per tre giorni aveva posato per Utrillo. Tra una posa e l’altra lui beveva vino rosso, andava su di giri, le offriva da bere, ma se cercava di dare un’occhiata alla tela, la scacciava energicamente: l’avrebbe vista solo a lavoro finito. Quando finalmente le fu concesso di girare attorno al cavalletto, scoprì che lui aveva dipinto un paesaggio. Qualche giorno prima era andata a trovare Soutine e, sapendo che era senza soldi e spesso non aveva da mangiare, da buona amica gli aveva portato una pagnotta e un’aringa. Entrando, era quasi svenuta per il tanfo spaventoso che invadeva lo studio: sul tavolo marcivano un quarto di bue e un assortimento di verdure: una natura morta cui Soutine lavorava da parecchi giorni.”

“Lo studio dello scultore Brancusi, la prima volta che lo vidi, mi fece l’impressione di una cattedrale…Entrare nello studio di Brancusi era come penetrare in un altro mondo: il bianco, che è dopotutto la sintesi di tutti i colori dello spettro, il bianco si estendeva perfino alla stufa di mattoni costruita a mano e alla sua lunga canna, e veniva qua e là enfatizzato da qualche trave di quercia appena sbozzata o dall’aureo, metallico luccichio di una levigata forma dinamica, irta su uno sgabello…Brancusi viveva come un eremita in quello studio nel cuore di Parigi. Fatta eccezione per un ristretto numero di amici devoti, le sue opere erano praticamente sconosciute in Europa. Si rifiutava di esporre…Penso che sia stato Steichen, il pittore e fotografo che viveva in Francia, a vincere la sua diffidenza e a persuaderlo a esporre da Stiegliz a New York. L’esperienza non fu senza delusioni, a cominciare dalla dogana che rifiutò di fa passare le sculture come opere d’arte, insistendo che bisognava tassarle come prodotti industriali. E poi la sciocca ironia di quanti vollero vedere nelle sue opere un certo erotismo.”

Man Ray, pseudonimo di Man Emmanuel Rudnitzky, nacque a Filadelfia il 27 agosto 1890 e morì a Parigi il 18 novembre 1976: fu pittore, fotografo, regista, artista nel significato pieno che questo termine acquista a cominciare dai primi anni del ‘900 tra Italia, Francia e Germania. Conobbe a New York, nel 1915, M. Duchamp e F. Picabia con i quali in pratica fondò il movimento Dada. Si trasferì a Parigi il fatidico 14 luglio 1921 e in quegli anni frequentò da protagonista quella irripetibile stagione artistica.

Questo libro (titolo originale: Self Portrait) fu pubblicato nel 1963 e tradotto in Italia da Gabriele Mazzotta Editore nel 1975: la mia copia è proprio quella prima edizione, un anno prima della morte di Man Ray, più o meno nel periodo in cui io, ventenne, scoprivo i suoi rayograph che un anno più tardi avrebbero costituito l’ispirazione tecnica di una sezione della mia prima mostra fotografica.

L’autobiografia di Man Ray costituisce, oltre a un piacere indescrivibile, un documento unico per la conoscenza della storia delle avanguardie artistiche della Parigi del primo novecento: chiunque abbia un qualche interesse verso queste faccende non può ignorarne la lettura.