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I Maya e il 2012: attenzione alle bufale

Mi vien fatto di scrivere questo articolo provando non poco imbarazzo. Per due motivi: primo, perché esprimo delle valutazioni intorno a un libro che tratta più o meno di argomenti sopra i quali io stesso ho da poco pubblicato un volume; secondo, perché le mie valutazioni non sono positive – malgrado mi aspettassi il contrario – e questo fatto non mi è consono: in genere, non tratto di cose che non mi piacciono. Ma stavolta, pur con le premesse di cui sopra, non posso proprio esimermi.

Ma vengo al dunque.

Lo stimato Pierluigi Baima Bollone – professore emerito di Medicina Legale dell’Università di Torino e assai noto per i suoi approfonditi studi sulla Sindone – ha da poco pubblicato per i tipi dell’Editore Priuli & Verlucca (Ivrea) il volume 21/12/2012 – Alle origini della profezia maya, distribuito in edicola con il quotidiano La Stampa di Torino.

Il volume appare assai ben confezionato: un cartonato con sopracopertina, grafica pulita ed elegante, carta interna usomano avoriata, carattere di facile lettura.

Il contenuto, al contrario, evidenzia un progetto editoriale raffazzonato (si veda il sommario), una scrittura frettolosa, una insufficiente revisione redazionale e numerose sviste che non sono accettabili da chi, pur svolgendo opera di divulgazione, dovrebbe avere con la materia un approccio storico e scientifico inappuntabile.

Il problemi cominciano dalla premessa. A pagina 9 si legge che il Computo Lungo comincia il 13 agosto 3114 a.C., mentre nelle successive pagine si parla, giustamente, sempre dell’11 agosto, data accettata da quasi tutti gli studiosi che seguono il metodo GMT. A pagina 22 si legge che: «..per i Maya Aztl significa acqua». Il vocabolo corretto è Atl e appartiene alla lingua nahua, parlata dagli Aztechi. Nello stesso capitolo si tratta con dovizia di particolari di Rigoberta Menchù Tum, Nobel per la pace nel 1992: chi bene conosce il Guatemala sa che questo personaggio, assai stimato in Occidente, non gode in patria di grandi favori presso le stesse popolazioni indigene.

Il III capitolo che si intitola: «America, Mesoamerica ed Olmechi»(!) offre un panorama imbarazzante di affermazioni quantomeno superficiali e azzardate.

«L’antropizzazione [del Nuovo Mondo] inizia 14.000 anni fa quando gruppi di cacciatori-raccoglitori attraversano via terra l’attuale stretto di Bering tra la Siberia e l’Alaska»: sono decenni che gli studiosi si azzuffano circa il periodo in cui iniziò questa migrazione preistorica! E’ certo che comunque ci sono diversi siti, datati con precisione, assai anteriori a quanto afferma categoricamente il professore Baima Bollone. Poi, non avendo una specifica cultura paleontologica, dimentica di citare le estinzioni di massa dei grandi mammiferi avvenuta tra il X e il V millennio prima della nostra era: è un fatto importante perché si estinguono gli antenati dei cavalli e di molti altri erbivori che condizioneranno successivamente lo sviluppo delle culture amerinde. Evito di entrare nei meriti della descrizione della cultura Olmeca (i risultati delle ultime scoperte stanno rivoluzionando completamente tutto quanto sembrava assodato fino agli anni Ottanta dello scorso secolo); evito altresì di porre in evidenza le confusioni tra concetti di etnie e di civiltà (Nahua/Aztechi-Toltechi o Quechua/Inca…) Mi limito a citare alcune sviste per davvero inaccettabili da parte di un autore che vanta attività accademica, se pure in altro ambito.

A pagina 129 si legge:«..Chiapa de Carro, nello stato messicano del Chapas…», a parte il refuso che ci può stare (Chapas per Chiapas), il sito archeologico – importantissimo – si chiama Chiapa de Corzo, dove tra l’altro sta scavando il nostro Davide Domenici dell’Università di Bologna.

A pagina 194, nel capitolo in cui si tratta dei calendari maya – argomento per davvero ostico – regna una gran confusione, dovuta anche al cattivo lavoro di redazione. Il vocabolo uinal è scritto per due volte uninal; ki per kin; nessun studioso serio ha mai trascritto bantu per baktun (che a pagina 196 è oggetto dell’ennesimo refuso e scritto: baktum).

E’ meglio che qui finisca, pur se potrei andare avanti per molte pagine, soprattutto su affermazioni categoriche che sono gratuite o basate su documentazione non di carattere accademico.

Con franchezza: che delusione professore Baima Bollone!

Comunque, per chi volesse acquistarlo, il libro costa 9,90 € per circa 220 pp.

Lo si trova in tutte le edicole distribuito con il quotidiano La Stampa di Torino.

 

 

Michael Douglas Coe, La Soluzione del Codice Maya (Breaking the Maya Code)

Ben curioso destino per uno dei più grandi epigrafisti della storia è la faccenda che il suo nome non sia mai trascritto in maniera uniforme. Michael Coe, suo grande estimatore, in questo libro fondamentale che scrisse nel 1992 e a lui espressamente dedicato, riporta: «Yuri Valentinovich Knorosov» nella dedica; invece, da pagina 188 e successive si legge: «Jurij Valentinovich Knorosov». L’enciclopedia Britannica trascrive: «Yury Valentinovich Knorozov», altre fonti riportano: «Yuriy Valentinovich Knorozov» ma precisano che il cognome può anche trascriversi: «Knorosov»….Mah! E questo straordinario personaggio era un epigrafista che per primo indicò – contro quasi tutti gli autorevoli esperti maya, archeologi in prima fila – la strada corretta per arrivare alla decifrazione della complessa scrittura maya.

Sebbene con i lavori degli ultimi anni questo volume di Coe è diventato ormai quasi obsoleto, resta un libro insostituibile per tutti coloro i quali sono appassionati alle faccende maya o anche mesoamericane in genere. Ricordo che oggi Michael Douglas Coe, nato a New York il 14 aprile del 1929, professore emerito all’Università di Yale, è uno degli esponenti con più esperienza nel campo delle ricerche di archeologia e storia precolombiana del Centroamerica: egli, oltretutto, può vantare di aver conosciuto personalmente i più grandi archeologi e studiosi, oggi scomparsi, in questo campo. Il volume fu aggiornato nel 1999, anno della scomparsa di Korozov: l’anno prima erano deceduti Linda Schele e Floyd Lounsbury. Con una prefazione di elevato profilo redatta da Davide Domenici – archeologo dell’Università di Bologna e oggi forse il nostro più autorevole esponente nel campo (con scavi in Messico, Guatemala e Usa) – il libro, realizzato quest’anno, è ben tradotto e assai curato anche nella redazione.

L’editore bolognese ha storia recente, ma una formazione a carattere antropologico dello staff dirigente lascia supporre interessanti iniziative future. Intanto, aver finalmente tradotto questa pietra miliare nel campo degli studi maya rappresenta un merito non di poco conto.

La Soluzione del Codice Maya, Michael D. Coe, Edizioni La Linea – Bologna – pp. 367, 19,00 €

www.edizionilalinea.it