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Vincenzo Reda a Eataly

Il Vino nello spazio e nel tempo

Una serie di incontri per un approccio al vino inusuale: storico, antropologico, letterario, geografico.

reda vino a4

. Brindando nei secoli (Breve storia del vino) – Vini Gianni Gagliardo

28 marzo 2014

Dalle recenti scoperte archeologiche nei paesi caucasici alle mitologie greche; dai vini egizi e romani a quelli delle abbazie benedettine medievali. E ancora, il vino nelle Americhe, i vini dei papi di Sante Lancerio nel rinascimento, il leggendario Dom Perignon e il successo del Marsala nel XVIII secolo. Per arrivare alle vicende della fillossera e i conseguenti reimpianti su piedi di viti americane, fino alla rivoluzione degli anni Ottanta. Una cavalcata quasi mozzafiato per comprendere come le diverse culture umane, nelle successive fasi storiche, si siano confrontate con la bevanda “vino”.

. Le rime del vino (Vino e letteratura) – Vini Bucci

4 aprile 2014

Quasi tutti conoscono i versi composti dai grandi poeti greci sul vino, assai meno hanno frequentato i componimenti straordinari di  Orazio e Marziale. Quasi nessuno sa delle magnifiche poesie arabe e persiane di poeti musulmani come Abu Nuwas o Hafiz. Così come tutti conoscono le poesie dedicate al vino dal poeta Baudelaire ma pochi sanno che anche Eugenio Montale ha scritto versi dedicati al vino. Questo incontro servirà ad aprire uno scenario sorprendente per quanto riguarda la letteratura del vino.

Le Rivoluzioni alimentariDiapositiva1

Non si è consapevoli, in generale, che l’alimentazione umana si è evoluta nei secoli al pari della conoscenza e degli scontri/incontri fra popoli differenti. Queste prime  lezioni hanno lo scopo di illustrare alcuni momenti storici particolari in cui si sono verificati cambiamenti epocali nelle abitudini alimentari umane.

. Dagli alberi ai villaggi (Preistoria dell’alimentazione) – Vini Gigi Rosso

11 aprile 2014

Tra 7 e 3 milioni di anni fa alcune scimmie arboricole scesero a raccogliere dei frutti caduti dall’albero su cui si agitavano e cominciarono a frequentare la savana africana. Quegli animali cominciarono a trasformarsi in uomini cambiando il loro regime di alimentazione. Divennero animali opportunisti e impararono a cibarsi di qualunque cosa, alzandosi sulle zampe posteriori e liberando gli arti superiori dalla funzione di semplice deambulazione. Quell’animale si evolve fino a diventare Homo Sapiens, circa 200.000 anni fa. E continua a evolvere fino a scoprire, 10/12.000 anni fa, l’agricoltura e l’allevamento. E qui comincia un’altra storia.

. La scoperta dell’America – Vini Bava

18 aprile 2014

Colombo arriva nei Carabi nel 1492, ma occorsero almeno tre secoli perché gli europei imparassero a consumare alimenti come pomodori, patate, fagioli, cacao….Mentre il peperoncino si diffonde immediatamente in tutto il mondo, la patata e il pomodoro vengono snobbati come cibi non buoni, se non addirittura velenosi. La storia dell’avvocato cuneese Vincenzo Giovanni Virginio, che portò la conoscenza delle patate a Torino e in Piemonte, è emblematica in questo senso: morì povero in un ospizio torinese nel 1830 e i suoi conterranei ancora non erano convinti di quanto fossero buone, convenienti e nutrienti le patate.

Le Rime del Vino

GIACOMO LEOPARDI (1798/1837)

Diapositiva1In casa Leopardi era cosa consueta e antica il culto del vino. Tant’è che nella biblioteca di famiglia vi è un libretto illustrato di M. Bidet, tradotto dal francese da un accademico etrusco e georgofilo, stampato a Venezia nel 1757, riguardante la coltivazione della vite e il modo di fare i vini. Da un appunto di Monaldo si apprende che era appartenuto al conte Vito, nonno di Giacomo.

Ritorniamo al poeta, che, da quel che era, pallido, malaticcio, pessimista per eccellenza e depresso, non avrebbe potuto amare il vino, che invece è vita, gioia, sogno e vigore. Ebbe più di un detrattore a riguardo. Il primo fu Mariano Luigi Patrizi, fisiologo lombrosiano. Stilò un saggio psico-antropologico sul Leopardi prendendo spunto da una lettera di costui al cugino Melchiorri, scritta da Recanati il 20 ottobre 1822, in cui confidava che “era solito mangiar poco e non beveva vino”. Altri due detrattori furono l’amico del poeta, il letterato liberale napoletano Antonio Ranieri (1806-1888), autore tra l’altro di una storia, sulla loro settennale amicizia (1830-1837), pettegola e inattendibile, Sette anni di sodalizio con G. Leopardi del 1880, e sua sorella Paolina.Leopardi,_Giacomo_(1798-1837)_-_ritr._A_Ferrazzi,_Recanati,_casa_Leopardi

Si possono ritenere, le considerazioni di questi detrattori, come delle vere e proprie tesi precostituite e fuorvianti.

Chi ha confutato queste tesi, è stata la contessa Anna Leopardi, affermando in una conferenza che se Giacomo Leopardi fosse stato astemio, dalla sua famiglia ciò sarebbe stato considerato se non un’anomalia, quanto meno una stranezza. Ha potuto fare questo leggendo attentamente l’Epistolario e Lo Zibaldone. In quest’ultimo vi sono riflessioni sugli effetti del vino e, nel 1823, Leopardi annotava: “come ho provato più volte per esperienza” e ancora “come ho pure osservato in me stesso più volte”. Quindi, queste considerazioni scritte tolgono ogni dubbio e fanno del Leopardi un normale degustatore di vino. Se ancora qualche dubbio persistesse, basterebbe leggere una delle prime note in versi de Lo Zibaldone, scritta il 14 novembre 1820, che così recita: Il vino è il più certo, e / (senza paragone) il più / efficace consolatore. / Dunque il vigore; / dunque la natura. Essa si lega molto bene con l’ultima nota in versi del 17 luglio 1827: Il piacere del vino…/ Non è corporale / semplicemente. / Anzi consiste / principalmente / nello spirito ec. ec.

JORGE LUIS BORGES (Buenos Aires, 1899 – 1986)

SONETTO AL VINO

In quale regno o secolo e sotto quale tacita congiunzione di astri, in che giorno segreto non segnato dal marmo, nacque la fortunata e singolare idea di inventare l’allegria? Con autunni dorati fu inventata. Ed il vino fluisce rosso lungo mille generazioni come il fiume del tempo e nell’arduo cammino ci fa dono di musica, di fuoco e di leoni. Nella notte del giubilo e nell’infausto giorno esalta l’allegria o attenua la paura, e questo ditirambo nuovo che oggi gli canto lo intonarono un giorno l’arabo e il persiano. Vino, insegnami come vedere la mia storia quasi fosse già fatta cenere di memoria.

ALDA MERINI (Milano, 1931 -2009 )

SETE PERENNE

Vino, gagliardo come la dea ragione. In te l’idea si fa suono e si colora il Mito. Appaiono vestali tinte di giada, il periplo del canto si snoda in veli che ricordano l’anima. O vino che canti il mio dolore, vino che sei il precipizio estremo, vino che dai l’illusione della morte e fai solo dormire fino al nuovo dolore.

Claudio Rosso: vini e aceto

Viene un giorno di fine dell’anno scorso in cui mi serve chiedere un favore a Stefano Gagliardo, mi consiglia di sentire la famiglia Rosso, che conosco di nome ma di cui non conosco i vini. Segue un appuntamento nella sede dell’Azienda Gigi Rosso, lungo la strada Alba-Barolo, ancora per pochi metri posta nel comune di Castiglione Falletto. Conosco Gigi, il patriarca, Claudio, enologo e Maurizio, l’intellettuale di famiglia (di cui ho già trattato su questo sito).

Nasce spontanea un’amicizia particolare, sia con Maurizio sia con Claudio; ma se di Maurizio e dei suoi libri ho ampiamente parlato, con Claudio ho maturato un debito.

Avendo finalmente potuto gustare il suo strepitoso aceto balsamico di moscato “Asì“, è in fine giunto il momento di sdebitarmi, e con grande piacere.

E comincio proprio dall’aceto che Claudio cura con amore speciale. Questo è un aceto balsamico prodotto da mosto di moscato secondo la tradizione emiliana dei passaggi successivi in botticelle di legni pregiati e invecchiato almeno 3 anni. Ne produce uno più tradizionale da vino Barolo, buono anche questo. Li si possono trovare distribuiti da Eataly e, garantisco, sono per davvero aceti eccellenti. Claudio li produce nei casolari posti in Serralunga, località Airone: è il cru più alto del Nebbiolo da Barolo e l’ultimo del disciplinare al confine con l’Alta Langa. Il Barolo Arione che Claudio qui produce è senza dubbio uno dei migliori da me conosciuti, nella tipologia elveziana (Barolo con più struttura, tannini e colore).

Il balsamico l’ho usato per condire un piatto tanto semplice quanto gustoso: alici in umido. Provare per credere, ma le alici devono essere freschissime e con quelle poche gocce di aceto il piatto diventa sublime.

Già che ci sono, parlo anche della Freisa ferma 2012 – che purtroppo non verrà più prodotta: tende a scomparire perché poco richiesta, un vero delitto. Vino secco, vinoso, piacevolissimo anche leggermente fresco che oggi non gode di stima particolare ed è un vero peccato. Molti produttori di Langa ormai tendono a non produrre più questo vino in favore di “roba” più modaiola e così si perde un vino ideale per accompagnare certi salumi, certi formaggi, certi antipasti tipici. E non soltanto: la Freisa può essere un vino a tutto pasto, di particolare piacevolezza e non impegnativo. Questo fa 13,5% vol., bel colore rosso rubino medio, note di frutta rossa non troppo invasive, in bocca è secco, vinoso, con un finale piacevolmente amaro.

Del rosato di Nebbiolo ho parlato in altre occasioni: è uno dei miei preferiti, pare ovvio. Il Nebbiolo 2011, dalle vigne di Altavilla (due passi a est di Alba, zona del Barbaresco) è un buon Nebbiolo più balsamico che speziato, 14% vol., colore più carico del normale. Al palato è un vino largo, quasi pastoso di buona piacevolezza e lungo finale. Prezzo assai conveniente, come tutta la produzione Gigi Rosso di cui Claudio, enologo proveniente dal prestigioso istituto albese, è padre amorevole. Tra le altre cose, ha scritto un bel libro, assai divulgativo e di buon successo, sulle tecniche del vino in vigna e in cantina.

http://www.gigirosso.com/getcontent.aspx?nID=52&l=it

Il cacciucco di Nando Fiorentini

Era venuto a conoscermi all’inizio di una delle mie lezioni a Eataly. Avevamo parlato di pesce con il piacere che provano due vecchi pescatori, di quelli che conoscono, amano e mangiano le creature del mare – sempre con il rispetto che si deve al Mare e a tutte le Creature – di cui più mai hanno sentito neanche parlare. E mi fece una promessa.

Me n’ero dimenticato: Manuela Ugazio ha provveduto a ricordarmelo. Ed è stata una serata formidabile, arricchita, come quasi sempre avviene, dai piacevoli incontri che le tavole ben apparecchiate riservano: una tavola non è ben apparecchiata e un cibo non è eccellente se chi vi è seduto per gustarlo non è persona degna, questo è fuori discussione.

Sala pienissima di persone di buona volontà e gusto, dunque, per una serata speciale.

Il cacciucco è una zuppa di mare – altrove si chiama semplicemente zuppa, brodetto, buia bes…- la cui tradizionale origine segue sempre il medesimo schema dei piatti poveri: cos’abbiamo oggi nella dispensa? cos’è rimasto nelle reti?

Poi ne corso dei secoli, e la fame nera non più da placare, questi piatti evolvono e diventano preparazioni ricche, ricercate, riservate a gourmet degni di questo nome.

Il cacciucco che Nando Fiorentini e il suo staff, Giorgia Sasso in primis – ci hanno preparato non è un cacciucco…è IL CACCIUCCO! D’altronde sono i responsabili della pescheria di Eataly. Lui, toscano rivierasco e dunque da sempre pescatore; lei cuoca di ristorante a conduzione familiare.

12, dodici!, tipi di animali marini: cozze, scampi, mazzancolle, cicale, polpo, gallinella, scorfano, razza, pescatrice, tracina, pesce rondine (una specie nostrana di pesce volante) e pesce lucerna o prete. Il tutto immerso in un fumetto preparato come si deve (comprese le chele degli scampi). Che dire: irripetibile, sensazionale…

L’entrata era stata una tartare di palamita, altro che sashimi.

Vini all’altezza: toscani, di Cortona – paese etrusco di gran fascino paesaggistico e storico – Azienda Manzano. Un rosso Syrah DOC 2010 di bella complessità per accompagnare il cacciucco e un bianco Viognier IGT 2011 dal gran naso e assai secco per la tartare.

Un impegno importante e ineludibile mi ha costretto ad abbandonare prima del tempo la stimolante tavolata, ma non mi sono perso la bevuta di un eccezionale Vin Santo 2001, per davvero da ricordare e consigliare: ripeto. Vin Santo dei Tenimenti Luigi d’Alessandro, rappresentata da uno dei responsabili, Gaetano Saccoccio.

Salute.

www.tenimentidalessandro.it

Villa Bucci

Sul mio ultimo libro, Di vino e d’altro ancora, in un capitolo dedicato al Verdicchio dei Castelli di Jesi ho scritto:

«… Certo di acqua sotto i ponti, dalla bottiglia etrusca disegnata dall’architetto milanese Maiocchi nei Cinquanta, tanta ne è passata: oggi le tecnologie permettono un controllo e una pulizia maggiore sia in vigna sia, soprattutto, in cantina.

Ho bevuto – non amo il verbo degustare – scegliendole personalmente, sei bottiglie di produttori diversi e annate comprese tra il 2006 e il 2008, alcuni di questi vini sono stati invecchiati in barrique, altri hanno visto soltanto acciaio. Quasi tutti sono stati vendemmiati tardivamente, alcuni con la presenza già di muffe nobili.

Sono tutti vini più che eccellenti (vedi schede).

Personalmente ho trovato sensazionali il Villa Bucci Classico Riserva 2007 e il Garofoli Classico Superiore Podium 2008: vini lunghi, con quella caratteristica mandorla amara che ti accarezza il palato e poi tutti i sentori di frutta bianca (ognuno può divertirsi a scoprire banane, ananas, mele, ecc.) e miele; buona acidità, mai alta in questi vini e anche mineralità; alcol sempre sopra i 13,5%vol. che non aggredisce il naso.

Vini grassi di gran corpo che possono accompagnare non soltanto roba di mare; vini che io amo bere anche solitari e solitario: quando il bere diventa un rito per soddisfare soltanto sé stessi, certi sé stessi molto esigenti e esclusivi.

VILLA BUCCI

Riserva 2007.

Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Classico Riserva.

13,5%vol.

15.000 bottiglie in vigneti di 40 anni.

Riserva millesimata prodotta soltanto in annate particolari. Affinamento: almeno un anno e mezzo in botti di rovere di Slavonia da 50 e 75 hl.; almeno un anno in bottiglia prima dell’inizio della vendita.

Il Villa Bucci è un bianco con caratteristiche da rosso e come i rossi deve essere trattato: a temperatura non troppo fredda, possibilmente con la bottiglia aperta almeno mezz’ora prima. Infatti il vino, affinato a lungo in botte e bottiglia, modifica la struttura dei profumi che da primari di uva e fiori, diventano secondari e terziari: spezie, erbe aromatiche, officinali, minerali, ecc. Come avviene per i vini rossi questi odori per aprirsi hanno bisogno di respirare, e il freddo li chiude».

Ho bevuto e gustato di recente, dopo la mia lezione a Eataly in conclusione della quale abbiamo offerto i vini di Villa Bucci al pubblico, tre bottiglie di questo produttore marchigiano: Verdicchio Bucci 2012, Villa Bucci Riserva 2009 e Villa Bucci Rosso 2006.

I primi due sono spremuti da uve Verdicchio in purezza, 13,5% vol., colore giallo paglierino con riflessi dorati entrambi. Qui siamo al cospetto di vini che esprimono umori di vigne assai vecchie, e si sente: a prescindere dal differente livello dei due Verdicchio, si percepisce un’austerità, un’eleganza e una complessità che li accomuna e li distingue da tutti gli altri, pure ottimi, Verdicchio di Jesi marchigiani.

Mi pare che il millesimo 2009, rispetto al 2007, abbia dato risultati  più complessi: questa Riserva è destinata a migliorare ancora per qualche anno e magari a insidiare il mito del millesimo 2004…

Gran sorpresa mi ha riservato il Villa Bucci Rosso 2006: non conoscevo i rossi di Ampelio Bucci e ho scoperto di aver perso molto probabilmente delle buone occasioni. Questo rosso (70% Montepulciano e 30% Sangiovese) di 13,5% vol. presenta un bel colore rosso rubino caldo, naso di frutta rossa matura e palato di grande morbidezza: è un vino largo, sensuale, con un lungo finale gradevolmente abboccato. Devo dire che proprio mi è piaciuto tanto: pur lontanissimo, nelle caratteristiche organolettiche, dai  miei amati vini  figli delle uve Nebbiolo. Ma ogni tanto fa bene cambiare e in Italia non abbiamo che l’imbarazzo della scelta.

Una nota: mi piacciono le etichette dei vini Bucci. Mi piacciono perché sono eleganti e essenziali come i vini che raccontano. Nel mare di gran cattivo gusto che imperversa nel campo delle etichette italiane del vino mi pare un gran merito: l’etichetta – come dico sempre – prima di reclamare stucchevoli pretese artistiche, dev’essere chiara, essenziale e saper raccontare il vino che gli sta dietro. E parla un artista, anche.

Per concludere, a chi volesse approfondire la conoscenza di questa magnifica cantina marchigiana – oltre che invitare a berne i deliziosi vini, pare ovvio – consiglio la lettura dell’ultimo libro di Oscar Farinetti: una delle famose 12 storie di coraggio riguarda proprio Ampelio Bucci….

Se fossi Farinetti m’incazzerei

L1150251Oggi su La Stampa (meglio nota tra i torinesi come La Busiarda), a pagina 21, si trova una sorta di recensione dell’ultimo libro di Oscar Farinetti: Storie di coraggio – Mondadori Electa (proprietà Berlusconi), 252 pp., 16,90€) – a firma Piero Negri.

L’articolo, a tutta pagina, è ben fatto. Una di quelle classiche marchette, come si chiamano in gergo, abbastanza ben scritte per rendere omaggio a un grande cliente: non è un mistero che Eataly sia tra i maggiori inserzionisti de La Stampa, ma questo fatto non è né sconvolgente né esecrabile: funziona così, punto e basta. E non sono certo io a fare idioti commenti a carattere falsamente etico, almeno in questo caso. E, ripeto, Piero Negri (che non conosco) ha fatto il suo più che onesto lavoro.

Non fosse per la fotografia in controluce!

Quel ditino mignolo alzato…

Quel ditino mignolo alzato: che racconta cattivo gusto, provincialismo, supponenza…

Fossi Oscar Farinetti, per davvero, m’incazzerei.

E non poco.

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Arte: “Tavolvino” e “Scacchiera di vino”

Queste fotografie sono state riprese durante la mia esposizione a Eataly, nel dicembre del 2007. Sono due lavori che mi sono costati lunga fatica e hanno avuto una gestazione lunghissima. In particolare il “Tavolvino” è una sintesi metaforica – attraverso simboli, geometria e matematica – della mia visione del mondo. Chi è pratico di simbologia può trovarci un sacco di roba: dai primordi dell’uomo alle complicazioni di Fibonacci, passando tra cultura egizia e simbologia massonica. In fondo è un omaggio a Marcel Duchamp e al suo Grande Vetro, opera totalmente differente dalla mia….
Il mio “Tavolvino”, opera del 2007. E’ un tavolo di doppio cristallo inciso con le incisioni colmate di vino (Barbera). Il tavolo è inscritto in un rettangolo di dimensioni auree (110×68 cm.). E’ sorretto da due vasi di vetro che contengono vino bianco e vino rosso più tutti i tappi delle bottiglie che ho bevuto durante la realizzazione dell’opera. E’ stato esposto soltanto a Eataly e nel foyer del Cinema Empire, accanto al Caffè Elena a Torino. E’ disponibile per esposizione.

La mia “Scacchiera di vino” del 2005, è realizzata con vino bianco e vino rosso steso tra due cristalli di 64×64 cm. I bicchieri sono comuni calici che simboleggiano i pezzi degli scacchi, colmi di vino bianco e vino rosso. E’ stata esposta a Eataly e al Cinema Empire è stata usata per una partita simbolica alle Olimpiadi degli scacchi ti Torino, nel 2006, vedi foto sotto. E’ disponibile per esposizione.

I Farinetti: 5 anni di Borgogno

http://www.vincenzoreda.it/borgogno-11-9-09/

www.borgogno.com

Così come fui uno dei  primi, se non il primo, a intervistare Oscar Farinetti nel febbraio del 2007 (Eataly appena aperta a Torino, l’articolo fu pubblicato da Barolo & Co e riportato nel mio libro Più o meno di vino), fui altrettanto uno dei primi a sapere dell’acquisto della storica cantina Borgogno da parte del vulcanico Oscar. Cliccando sul link qui sopra, è possibile, inoltre,  rivivere alcuni momenti cruciali dell’inaugurazione ufficiale, nel novembre del 2009, della ristrutturazione della cantina nel centro di Barolo.

Domenica 19 maggio 2013, sotto un cielo di nuvole barocche a scorrazzare dentro una giornata umida e capricciosa di Langa, Andrea Farinetti – dal 2010 al vertice di Borgogno -, con il papà Oscar da una parte a occupare soltanto un ruolo defilato (come può essere defilato uno come lui…), ha presentato da par suo la prima annata del Barolo Borgogno griffato dalla famiglia Farinetti.

E se l’è tolta alla grande il giovane Andrea (che, pur privo dei baffoni del padre, gli somiglia assai: sia nelle fattezze sia nella brillantezza della comunicazione), presentando il rivoluzionario No Name 2009: vino 100% Nebbiolo che del Barolo ha le caratteristiche fondamentali. E poi i quattro Barolo 2008: l’assemblaggio dei tre cru e i vini prodotti singolarmente da Liste, Fossati e Cannubi (chiaro che Cannubi, non soltanto secondo me, è il meglio).

Organizzata per pochi amici (scarsi i giornalisti presenti, tra cui segnalo l’amico Paolo Alciati), la festa s’è svolta secondo quanto piace ai Farinetti: scarsa o punto formalità, grande convivialità, musica, cibo eccellente (con alcune chicche della galassia Farinetti) e Barolo con millesimi di quelli che non ti dimentichi.

Sia chiaro: io voglio bene a Oscar Farinetti. Non soltanto perché lo considero un amico (e viceversa), ma assai perché uomini come lui (pochi purtroppo) fanno bene al Barolo, alla Langa, al Piemonte, al nostro sgarrupato paese. Certo che poi ci sono gli ipercritici a tutti i costi. E gli invidiosi.

Ma sono affari loro. O no?

Omaggio a Renato Dominici

Questa è una vecchia fotografia del febbraio del 2007.

Caro Renato, vecchio socialista e grande uomo di cucina, oggi che non sei più tra di noi – almeno con il tuo corpaccio – accetta questo piccolo omaggio. L’omaggio di un amico, come una sorta di preghiera che ti preservi un posticino nei nostri stomaci, più che nel nostro cuore (in fondo, il cuore è soltanto un muscolo insensibile che scandisce imperterrito il tempo della nostra vita. Lo stomaco è più sensibile, ma questo gli uomini non vogliono capirlo. Fatti loro).

Scrivevo anni fa, nel mio libro Più o meno di vino:

“…Tornando a casa e salutando Luigi, pensavo a cosa trasportavo in borsa, sopra il prezioso portatile Apple: una bottiglia di Muscat de Beaumes de Venise di Paul Jaboulet Ainè 1998 che Renato Dominici mi aveva appena regalato.

Renato Dominici era l’ultima delle persone che avevo incontrato all’Eataly prima di venir via.

«Salito il monumentale scalone vi accomoderete in una sala con porte e sovraporte di legno intarsiato che farebbero la felicità di un antiquario. Alla presenza di Renato Dominici non vi sentirete un avventore seduto al tavolo, ma un amico di famiglia invitato. E la cucina di Renato ed Anna è diversa da quella dei ristoranti  anche di classe; conserva il tono familiare ed è frutto solo di cultura e ispirazione….».  A proposito del ristorante La Carmagnole, brano tratto dalla Guida d’Italia 1986 di Henri Wintermans, diventata poi, di moda, come guida dell’Espresso.

Renato, monumento della gastronomia italiana, sta seduto tutti i giorni in un  angolo strategico del vecchio stabilimento Carpano, rimesso meravigliosamente a nuovo: svolge il ruolo di “Consulente gastronomo”. Andate lì, vi sedete al tavolo dinanzi a lui e gli chiedete quel che vi occorre in cucina per stupire i vostri ospiti. E state sicuri che egli vi risponderà con la competenza di un grande e l’entusiasmo di un adolescente.”.

Arrivederci, Renato. Da qualche parte.

 

Eataly a New York

In occasione dell’ inaugurazione della nuova e prestigiosa avventura di Oscar Farinetti e della sua -proprio sua – Eataly a New York, mi fa piacere pubblicare sul mio sito l’articolo scritto nel febbraio del 2007, nemmeno un mese  dopo l’inizio a Torino di questa straordinaria avventura. Fui uno dei primi a occuparmene e l’articolo venne poi pubblicato su Barolo & Co, su Informacibibo.it ed è parte del mio libro Più o meno di vino.


Eataly

Comincio dalla fine, anche perché i fatti non capitano mai a caso e un filo invisibile, spesse volte ma non sempre, a noi ignoto li tiene uniti.

Tornavo a casa verso il centro sull’autobus numero uno: quel venerdì avevo deciso, infatti e insolitamente, di usare i mezzi pubblici invece della mia auto. Stavo rimuginando tra me e me  quelle quattro ore di visita alla nuova impresa dell’Eataly, l’evento ultimo della sempre più propositiva Torino di inizio millennio. Alzo gli occhi e noto un viso conosciuto: Luigi Blasi, mio amico, dirigente della Martini in pensione. La Martini …..

Martini, Ferrari: i due brand, marchi per i non addetti ai lavori, italiani più conosciuti nel mondo.

Tornavo dal posto in cui un certo Antonio Benedetto Carpano, nato a Broglio in provincia di Vercelli nel 1751, aveva creato nel 1786 il vermouth ( dal tedesco wermuth wein, vino d’assenzio ) e dato ai fratelli Cora, a Alessandro Martini, Francesco Cinzano, Carlo Gancia l’idea giusta su cui costruire fortune…..

Tornavo da un posto, Via Nizza 230, dirimpetto a un edificio inaugurato il 23 maggio del 1923 da re Vittorio Emanuele III, progettato da un certo Giacomo Mattè Trucco, nato in Francia da genitori canavesani, ispirato da uno scorbutico possidente valligiano, noto a tutti con l’appellativo di “Senatore”, che si chiamava in verità Giovanni Agnelli e che beveva esclusivamente il vermut Punt e Mes.

Tornando a casa e salutando Luigi, pensavo a cosa trasportavo in borsa, sopra il prezioso portatile Apple: una bottiglia di Muscat de Beaumes de Venise di Paul Jaboulet Ainè 1998 che Renato Dominici mi aveva appena regalato.

Renato Dominici era l’ultima delle persone che avevo incontrato all’Eataly prima di venir via.

“Salito il monumentale scalone vi accomoderete in una sala con porte e sovraporte di legno intarsiato che farebbero la felicità di un antiquario. Alla presenza di Renato Dominici non vi sentirete un avventore seduto al tavolo, ma un amico di famiglia invitato. E la cucina di Renato ed Anna è diversa da quella dei ristoranti  anche di classe; conserva il tono familiare ed è frutto solo di cultura e ispirazione….”.  A proposito del ristorante La Carmagnole, brano tratto dalla Guida d’Italia 1986 di Henri Wintermans, diventata poi, di moda, come guida dell’Espresso.

Renato, monumento della gastronomia italiana, sta seduto tutti i giorni in un  angolo strategico del vecchio stabilimento Carpano, rimesso meravigliosamente a nuovo: svolge il ruolo di “Consulente gastronomo”. Andate lì, vi sedete al tavolo dinanzi a lui e gli chiedete quel che vi occorre in cucina per stupire i vostri ospiti. E state sicuri che egli vi risponderà con la competenza di un grande e l’entusiasmo di un adolescente.

Una delle tante idee di Oscar Farinetti, imprenditore albese, creatore di Unieuro; visionario, mi pare, come  Giovanni, Antonio Benedetto, Francesco, Alessandro: perché un grande imprenditore deve sempre essere un  visionario, un sognatore e non è vero che alla fine dei conti è sempre una questione di soldi, anzi…

In verità mi sento un poco imbarazzato: quando di un fatto commerciale ti ritrovi a dover esprimere giudizi positivi pare che tu stia facendo, come si chiama in gergo giornalistico, la classica “marchetta” ( parlare bene di una faccenda perché, per dritto o per traverso, ti conviene): e io, pur avendo affrontato la visita con molte precauzioni e qualche pregiudizio, mi sono trovato di fronte a una realtà entusiasmante.

Oscar Farinetti l’ho incrociato per caso verso la fine del mio percorso, quando avevo deciso di togliere il disturbo. Era in compagnia di un giornalista americano del New York Times, stavo bevendo un bicchiere del loro rosè ( vigne a Santa Vittoria d’Alba, Arneis e Nebbiolo  al 50%, almeno sorprendente): tutto subito non mi aveva dato molta retta. Poi ci siamo seduti, abbiamo cominciato a bere insieme, si è fatto portare delle belle fette di salame tagliate spesse, l’ho guardato bene negli occhi scuri, profondi, baluginanti sopra due bei baffoni neri.

Ho capito.

Ho rivisto un visionario, un adorabile sognatore di quelli lucidi, di quelli che ti dicono che comunque di business si tratta, ma quel business che da sempre sognava di fare, in cui è riuscito finalmente a coinvolgere il figlio Francesco, che di Unieuro non voleva sentir parlare e oggi se lo ritrova che serve il vino sfuso

( Barbera d’Alba a 1,80 € al litro, di loro produzione, ottima e mi tocca dirlo per dovere di cronaca) ai clienti pensionati e gira tra le 1100 etichette di oltre 200 cantine con l’amore di un appassionato.

Ho incrociato Piero Alciati, erede del mitico Guido, anch’egli preso dall’entusiasmo, dal calore, dalla missione percepita quasi in maniera messianica: accidenti! mi sono detto.

E sembrano tutti così: 200 dipendenti che si agitano con organizzato entusiasmo dentro oltre 10.000 metri di superficie e 9.000 prodotti di qualità venduti a prezzi onesti: hanno inaugurato il 26 gennaio e fino a oggi ( metà febbraio) hanno avuto 250.000 visitatori con un incasso che è andato oltre ogni previsione.

Ho visto un manager milanese, a Torino per lavoro, che chiedeva al giovane Francesco Farinetti, con in mano un cesto pieno di bottiglie di vino, se e quando prevedevano l’apertura di una cosa analoga a Milano…..

La visita era stata guidata dal braccio destro di Farinetti, un fresco bocconiano milanese – ma sposato con una ragazza di Alba -, Luca Baffigo Filangieri.

Al principio aveva esordito malamente con i soliti termini anglofoni di marketing,  poi pian piano s’è sciolto e l’entusiasmo ha cominciato a prendere il sopravvento sul dover apparire “eff” (efficace-efficiente) di bocconiano apprendistato.

Mi ha mostrato il reparto carni di rigorosa razza piemontese ( hanno fatto un accordo con una trentina di allevatori della Granda a cui hanno assicurato mercato per alcuni anni); mi ha illustrato il forno a legna di 7 mq che sforna 30 quintali di pane fatto con farine biologiche macinate a pietra; mi ha fatto visitare al piano superiore il magnifico museo Carpano; mi ha snocciolato cifre: 20 milioni di investimento di cui 12 per ristrutturare il vecchio stabilimento concesso dal comune in comodato per 60 anni e previsione di breakeven point in tre anni, ma visto l’insperato successo, anche meno…

Eppoi il ristorante, con Alciati come consulente, il reparto pizze, il caveau di formaggi e insaccati, la biblioteca ( 1.500 volumi che si possono consultare e acquistare), i punti degustazione, la cantina….

Tutto all’insegna della filosofia creata da Oscar Farinetti: comprare, mangiare, imparare…

Incredibile! E, giuro, non ho scovato nulla che non andasse. O quasi: volevo il cavolo nero che non si trovava nel settore frutta e verdura: il responsabile mi ha spiegato che da noi quasi nessuno lo conosce e lo richiede, essendo tipico della Toscana ( è vero, serve a preparare la magnifica ribollita di cui sono ghiotto).

Ho trovato straordinario il reparto spezie, con rarità di tutto il mondo.

E infine, il sapore del pane cotto in un forno a legna.

Che dire d’altro?

Vincenzo Reda

Angelo Gaja:”Crisi e mercato globale azzoppano l’agricoltura italiana”

Pubblico volentieri un intervento che  Angelo Gaja mi ha mandato e che condivido:

Questa fotografia la ripresi durante un meeting con Angelo Gaja a Eataly, se non ricordo male un paio di anni fa.

Crisi e mercato globale azzoppano l’agricoltura italiana

La crisi viene da lontano, ha colpito duro e non è colpa dei produttori se li ha colti impreparati non essendo riusciti a prevederla per tempo neppure i premi Nobel dell’economia.

Il consumatore, di fronte alla riduzione del potere d’acquisto, ha abbassato anche la soglia del desiderio, anziché acquistare le eccellenze si è accontentato del buono quanto basta, che costa molto meno. Così dei prodotti tipici italiani a soffrire di più sono stati quelli di fascia di prezzo medio -alta.

Ha invece beneficiato della crisi il falso agro-alimentare, con parvenza italiana ma prodotto altrove, guadagnando  mercato sia all’estero che in Italia.

Cosa fare?  Sui rimedi i suggerimenti si sprecano.

-       FARE PIU’ QUALITA’: ma per vino, olio, parmigiano…  la qualità media non è  mai stata così elevata.

-       PIU’ RAPPORTO QUALITA’ PREZZO: ma si sono ormai fatti diventare buoni anche i vini offerti al pubblico a due euro a      bottiglia.

-       CHILOMETRO ZERO: per ora è un palliativo virtuoso. Serve a spronare i contadini a diventare piu’ intraprendenti, a confrontarsi con il mercato ed aiuta i consumatori a capire di più della stagionalità dei prodotti agricoli.

-       ACCORCIARE LA FILIERA: occorre prima che i  produttori si uniscano per aggregare l’offerta.

-       PIU’ MARKETING: sono ancora troppi quelli che si vantano di non fare marketing. Diffidano della parola, le attribuiscono un significato equivoco, di trucco finalizzato alla vendita.

-       NO OGM: il divieto va invece rimosso. Piuttosto vanno educati gli agricoltori ad essere piu’ responsabili ed i consumatori a riconoscere e premiarne i prodotti attraverso norme di etichettatura adeguate.

-       COSTRUIRE DOMANDA: in Italia ci pensano gia’ i produttori, il sostegno pubblico  va destinato ai mercati esteri.

-       L’EXPORT DIVENTI UNA OSSESSIONE: verissimo, occorre pero’  favorire la crescita imprenditoriale.

-       PROTEGGERE I MARCHI ITALIANI sui mercati esteri, combattere le falsificazione: si può, si deve fare  di più.

Se la crisi non allenta la morsa qualsivoglia rimedio perderà di efficacia.

Resta la cronica assenza sui mercati esteri della presenza di catene di supermercati (italiani e non) capaci di valorizzare le eccellenze dell’agro-alimentare di casa nostra. Assume grande significato l’apertura di EATALY a New York avvenuta nei giorni scorsi: nella grande mela i migliori prodotti del mangiare&bere italiano saliranno su di un palcoscenico capace di esaltarne valore ed immagine e costruirne domanda.

Un progetto per il futuro

Nella situazione di mercato attuale i più fragili sono i produttori artigiani che costituiscono la stragrande maggioranza delle micro e piccole imprese italiane. Occorrono progetti atti a proteggere e valorizzare il  lavoro degli artigiani. Da un anno la discussione s’è accesa attorno al marchio Made in Italy che vuol dire una cosa mentre il contenuto ne svela spesso un’altra. E’ una contraddizione impossibile da eliminare avendo, le aziende che hanno delocalizzato, meritoriamente contribuito all’affermazione del Made in Italy sui mercati internazionali.

Per gli artigiani potrebbe servire di più mettere in cantiere un nuovo progetto: ottenere che il prodotto TOTALMENTE realizzato in Italia abbia la facoltà (non l’obbligo) di essere contraddistinto da un logo, da un simbolo fatto realizzare dal più bravo dei  designer italiani, da affiancare  oppure no al Made in Italy.

Che comporti l’assunzione da parte del produttore dell’impegno (autocertificazione) di svolgere le fasi di lavorazione INTERAMENTE in Italia, con totalità di materia prima di provenienza italiana soltanto per l’agro-alimentare. Il progetto andrà sostenuto da una campagna di informazione atta ad istruire  il consumatore  sul significato del simbolo.

Nel progetto vanno coinvolti non soltanto gli artigiani, ma anche le associazioni sindacali e quelle degli esercizi  commerciali: l’interesse di  proteggere il lavoro eseguito in Italia coinvolge tutti.”

Angelo Gaja

1° settembre 2010

(articolo gia’ pubblicato su LIBEROGusto di sabato 4 Settembre)

Auguri/Greetings 2010

Non sarà un anno di pace, non sarà una anno sereno, non sarà un anno in cui le persone per bene saranno riconosciute, apprezzate e gratificate: sarà un anno come tutti gli altri, più o meno. Il punto, come sempre, sarà quello di cercare di sopravvivere, prendendo meno gol possibili e, soprattutto, evitando di farsi autogol.

Quest’anno ho scelto il Dolcetto d’Alba 2008 Borgogno dell’amico Oscar Farinetti, il creatore di Eataly. Lo avevo bevuto all’inaugurazione in Barolo della nuova e prestigiosa sede della storica cantina l’11 settembre scorso e mi era piaciuto assai: un Dolcetto d’Alba secondo la tradizione. pulito, asciutto, secco e con quel retrogusto amaro lungo che rimane in gola con persistenza.

Che sia di buon augurio per un anno proficuo in cui la salute, l’armonia, la curiosità e la capacità di mettersi in perenne gioco siano le caratteristiche forti.

Salute a tutti: parenti, amici, nemici e indifferenti.

Oscar Farinetti inaugura il suo Borgogno in Barolo, 11/09/09

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Ma l’amico Oscar – per cui penso di non sprecare una parola importante ( abbiamo scoperto di essere coetanei, nati a distanza di pochi giorni), causa le sensazioni di immediata simpatia provate – assume quell’espressione, difficilmente descrivibile, che dipinge un volto quando si comunica agli altri l’entusiasmo di una nuova, coinvolgente avventura: ha appena definito l’acquisto della storica casa Borgogno!

E diventa un fiume in piena: 22 ettari ( 3 e mezzo a La Morra e gli altri a Barolo, con il favoloso cru Cannubi), che oggi producono 120.000 bottiglie e che vuole ridurre a 80.000 su due filosofie qualitative, una “Base” commercializzata sempre con 5 anni di invecchiamento e l’altra “Classica” messa in commercio con 10 anni di invecchiamento! A prezzi giusti, anche per riportare il Barolo in Italia come vino da bere e non solo come inutile e stucchevole feticcio da regalo di prestigio.

IMG_5587“ E poi, all’ingresso delle Cantine, nel centro di Barolo, ci metto un bel cartello con sopra scritto: ‘Vietato l’ingresso alle barrique’! Solo bei legni di grande capacità, filosofia alla Bartolo Mascarello. Non tocco niente e la famiglia Boschis rimane a collaborare con noi in azienda. Voglio solo rinnovare un poco l’immagine di un’azienda storica: anche il marchio sarà pressappoco il medesimo – conosciuto e stimato in tutto il mondo. E questa è un’acquisizione della famiglia Farinetti, un vecchio sogno che diventa realtà…”.

Era l’8 di febbraio del 2008 e Oscar, in una intervista che gli feci in occasione del primo anniversario dell’apertura di Eataly – che fu pubblicata su Barolo & Co e é riportata sul mio Più o meno di vino – mi annunciava in anteprima che aveva rilevato la storica cantina Borgogno. E mi prometteva di invitarmi alla sua inaugurazione, dopo la necessaria ristrutturazione.

Il momento è arrivato e Oscar ha, ovviamente, mantenuto la promessa: venerdì 11 settembre alle 11.00 ci ritroveremo tra amici del vino a tener compagnia a Farinetti e a fargli gli auguri, sentiti, perché questa nuova impresa possa avere il successo che merita!