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La confraternita dell’uva/ The brotherhood of the grape by John Fante

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“ Nick Molise…Era un montanaro venuto dall’Abruzzo, un nasone dalle mani grosse, basso (uno e sessanta), largo come una porta, nato in una parte dell’Italia in cui la miseria era spettacolare quanto i ghiacciai circostanti e dove qualunque bambino che fosse riuscito a sopravvivere per i primi cinque anni ne avrebbe campati ottantacinque…..Non gli piaceva quasi niente, in modo particolare sua moglie, i suoi figli, i vicini, la chiesa, il prete, la città, lo stato, il suo paese e il paese dal quale era emigrato…. Ma le donne, quelle gli piacevano…Gli piacevano pure il suo lavoro e una mezza dozzina di paisani che, come lui, erano italiani del genere dittatoriale…Il suo amore per la pietra rappresentava un piacere ancor più pregnante della sua passione per il gioco, o per il vino, o per le donne.”

The Brotherood of the Grape, titolo originale del libro, fu pubblicato per la prima volta a puntate nel 1975 sul settimanale di Francis Ford Coppola City Magazine, il regista avrebbe voluto farne un film, fatto che inorgoglì John Fante, una vita passata a lavorare con alterne fortune come sceneggiatore cinematografico. Fu pubblicato in volume nel 1977 e immediatamente ristampato col favore di critica e pubblico.

Per tutta la vita John Fante, nato a Denver (Colorado) l’8 aprile del 1909 e figlio di Nick, abruzzese emigrato in  America nel 1901, ha scritto di suo padre e della sua scombinata famiglia, a cominciare dal  romanzo d’esordio (1938) Aspetta primavera, Bandini.

La Confraternita è la storia del ricupero di una rapporto impossibile padre-figlio-famiglia, un ricupero che può consumarsi solo dopo la morte dell’ingombrante figura paterna: solo allora padre, madre e figli riacquistano i valori originari nella Famiglia.
Ma la confraternita è la storia del portentoso Chianti e del chiaretto di Angelo Musso, è la storia della dissoluzione nel lavoro, nel vino e nelle donne di Nick; è la storia di sua moglie, Mamma Maria, geneticamente disposta a sopportare ogni umiliazione, perché la sua vita ha senso solo vicino a quel figlio di puttana di Nick.

Ritorna di lontano, John, uomo fatto con moglie, figli e carriera sicura, ritorna a San Elmo per lasciarsi coinvolgere nell’ultima follia di suo padre: un’opera inutile e impossibile, almeno per l’avanzata età del genitore, che diventa il ridicolo testamento di una vita.

L’opera diventa un fallimento, il diabete distrugge l’ormai condannato Nick che conclude i suoi giorni ubriacandosi, e dunque suicidandosi, con una colossale sbronza coi vecchi amici della Confraternita.

A quel punto, però, John ha ritrovato definitivamente suo padre.

“Maestosamente piegato, il mio vecchio giaceva su una sedia di vimini, sbronzo fradicio, con le braccia abbandonate sui braccioli. Era come un patrizio dell’antica Roma in attesa che il sangue finisse di scorrere dai suoi polsi incisi. Uno davanti all’altro, seduti su panche, c’erano i quattro zoticoni del caffè Roma: Zarlingo, Cavallaro, Antrilli e Benedetti. Erano tutti strafatti, ma sotto controllo, e tracannavano da grossi boccali. Sul lungo tavolo erano sparsi boccioni di vino e vassoi di roba da mangiare: salame, salsicce, prosciutto, pane e pasticciotti all’anice. Avevano banchettato a lungo e bene nel gran caldo…..tra i grappoli troppo maturi di uva moscatello che pendevano dalla vigna.”

Gran libro, grande storia: la sola invenzione della signorina Quinlan, infermiera, merita tutto il libro, insieme al vino di Angelo Musso.

Ci ho ritrovato le mie origini: Zu Vicìenzu, Zu Pasquale, Zu Giuvanni u fallitu, Rollicchiu. Mio nonno, nannuzzu, Zu Vicìenzu: andavano a ricuperarlo strafatto, che piangeva e stramalediva l’universo mondo, dopo aver perso a carte, dopo aver sperperato gli ultimi soldi con gli amici, sapendo che l’indomani sarebbe bastato rompersi di nuovo la schiena nei campi o sugli alberi ( prodigioso potino, innestino con accette affilate come rasoi )…..

M’insegnò il valore del brindisi in rima, a braccio, quando la lingua scivola e l’occhio diventa vitreo……..

John Fante è morto nel 1983, cieco e con le gambe amputate a causa del diabete, come suo padre, quel figlio di puttana di Nick Fante, alias Molise, alias Bandini, alias…..

La confraternita dell’uva 

Di John Fante

Einaudi Stile Libero, pp. XXXII – 232, € 9,00

 

 

 

 

Aspetta primavera Bandini (Wait until spring, Bandini) di John Fante.

 Il libro costa 10 euro, è un  titolo Einaudi della collana Stile libero: è un bel regalo, per chi se lo merita, e costa anche poco.

Come mi compiaccio di dire, e vorrei urlare: non sprecate i soldi a comprare accozzaglie di fogli senza alcun significato, pubblicate solamente per compiacere mode che finiscono prima ancora di cominciare; non regalate i soldi a personaggi di nessun interesse che hanno per aggiunta anche la colpa di tormentarci in tanti altri modi e di farci pure un sacco di soldi.

John Fante è certo conosciuto, non è una novità: ma quanti lo ignorano, per quanti costituirebbe una scoperta e un piacere straordinario?

Ebbene, lo si regali, lo si faccia conoscere meglio: non sarà certo fatica sprecata e qualcuno potrebbe anche essere riconoscente per la vita.

Magnifica l’introduzione di Niccolò Ammaniti: un atto d’amore titolato Scrittori da tana e da prateria, da condividere in toto.

Il libro fu pubblicato nel 1938, quando l’autore aveva 29 anni; si trattò del suo esordio sul mercato editoriale, anche se qualche anno prima aveva scritto La strada per Los Angeles, pubblicato poi, postumo, nel 1985, due anni dopo la morte di Fante.

Di John Fante ho recensito per Barolo & Co La confraternita dell’uva, del 1977, romanzo straordinario che precede il suo ultimo lavoro, Sogni di Bunker Hill, pubblicato nel 1982.

Altri suoi titoli da citare, memorabili: Chiedi alla polvere, Dago red, Il mio cane stupido.

John Fante di professione svolgeva il mestiere, ben pagato ma mal sopportato, di sceneggiatore a Los Angeles, sua città di adozione: era nato a Denver, ma aveva trascorso la sua infanzia a Boulder, sempre in Colorado; figlio di quel Nick che sarà il vero protagonista della sua opera, un muratore abruzzese emigrato in America da un paesino della provincia di Chieti e che aveva sposato Mary Capoluongo, nata a Chicago da un padre di origini lucane.

Il romanzo è la storia della vita grama di Arturo Bandini, adolescente figlio di poveri immigrati italiani: la povertà, lo spaesamento, i problemi di identità di chi mai si sente a proprio agio…

“Avanzava, scalciando la neve profonda. Era un uomo disgustato. Si chiamava Svevo Bandini e abitava in quella strada, tre isolati più avanti. Aveva freddo, e le scarpe sfondate. Quella mattina le aveva rattoppate con dei pezzi di cartone di una scatola di pasta. Pasta che non era stata pagata. Ci aveva pensato proprio mentre infilava il cartone nelle scarpe.

Detestava la neve. Faceva il muratore e la neve gelava la calce tra i mattoni che posava. Era diretto a casa, ma che senso aveva tornare a casa? Anche da ragazzo in Italia, in Abruzzo, detestava la neve. Niente sole, niente lavoro. Adesso viveva in America, nella città di Rocklin, Colorado….”

 

Dicembre 2008

Geoff Dyer, Natura morta con custodia di sax

Uno dei libri più famosi di Dyer, che ha vinto il Somerset Maugham Award nel 1992 e del quale il pianista Keith Jarrett disse:

“L’unico libro attorno al jazz che ho consigliato ai miei amici. Una piccola gemma contraddistinta anche dal fatto di essere “attorno”‘ al jazz piuttosto che“sul” jazz. Se un grande assolo è definito dall’intensità con cui il suo materiale è percepito dall’autore, il libro di Dyer è un assolo.”

Dyer scrisse questo libro magnifico nel 1991 (titolo originale: But Beautifull). In Italia venne tradotto nel 1993 da Instar Libri di Torino. Lo acquistai subito (vedi immagini sopra) in prima edizione nel maggio di quello stesso anno e lo divorai.

La fotografia di copertina, celeberrima, fu ripresa da Herman Leonard (1949), si intitola: Prez. Natura morta con cappello di Lester Young.

Il libro, con i diritti acquisiti oggi da Einaudi, viene presentato dall’autore sabato 27 aprile 2013 presso il Circolo dei Lettori alle 16.00, nell’ambito del Torino Jazz Festival. E’ pubblicato nella collana Einaudi Stile Libero e costa 15 €.

Di libri di jazz e sul jazz ne ho letti tantissimi (le biografie di Mingus, B. Holiday, Duke Ellington, C. Parker, M. Davies, la storia del jazz di A. Polillo, ecc.) ma questo è di gran lunga il più bello (con alcune pagine strepitose dell’Autobiografia di Malcolm X). La sua lettura mi permise di sviluppare un grande interesse, con relativi ascolti mirati, per Lester Young che conoscevo ma non abbastanza: oggi considero questo artista inarrivabile, per davvero strampalato, il migliore, con Coltrane, tra i tanti grandi sassofonisti della storia del Jazz: seppe anticipare di un paio di decenni il genere cool e fu il maestro inconsapevole di Bird.

Se uno ama il Jazz non può non leggere questo libro strepitoso: lo consiglio, in maniera come al solito gratuita, con vivo convincimento. E magari spero di far del bene (piccolo, per carità: ma certe volte basta e avanza) a qualcuno e di esserne ringraziato, anche senza saperlo.

 

Andre Agassi, Open

«…E’ di nuovo Wimbledon secondo atto. Ma questa volta non penso a Pete. Non guardo avanti. Sto dietro a Becker ed è giunta l’ora; la mia concentrazione è così intensa da farmi paura. Un amico mi chiede se non provo l’impulso anche minimo, quando c’è qualcosa di personale con un avversario, di lasciare la racchetta e  saltargli alla gola. Quando provo del rancore, quando non corre buon sangue, non preferirei chiarire la faccenda con qualche buon round di vecchio pugilato? Gli rispondo che il tennis è pugilato. Ogni tennista, prima o poi, si paragona a un pugile, perché il tennis è boxe senza contatto. E’ uno sport violento, uno contro l’altro, e la scelta è brutalmente semplice quanto sul ring. Uccidere o essere uccisi. Sconfiggere o essere sconfitti. Solo che nel tennis le batoste sono più sotto pelle….Detto questo, sono pur sempre un essere umano. Perciò, prima di entrare in campo, quando Becker e io percorriamo il tunnel, dico all’addetto alla sicurezza, James: Tienici divisi. Non voglio questo fottuto tedesco davanti agli occhi. Credimi, James, è meglio che non me lo fai vedere. Becker prova gli stessi sentimenti. Glielo leggo in faccia». E’ della semifinale di Wimbledon 1995 che si sta trattando: vincerà Agassi 7-6, 7-6, 4-6, 7-5. Poi perderà una delle sue tante sfide in finale con il suo amico, l’immenso Pete Sampras.

«...Vado a Montreal e mi faccio strada con le unghie e con i denti sino alla finale contro un ragazzino spagnolo di cui tutti parlano. Rafael Nadal. Non riesco a batterlo. Non lo capisco. Non ho mai visto nessuno muoversi in quel modo su un campo da tennis

«...Federer scende in campo che pare Cary Grant….Al tie-break va in un luogo che non riconosco. Trova una marcia che gli altri semplicemente non hanno. Vince 7-1. Ormai va tutto a catafascio. I miei quadricipiti urlano. La mia schiena ha chiuso i battenti per la notte. Non sono più lucido. Mi viene ricordato quanto possa essere ridotto il margine su un campo da tennis, quanto sia limitato lo spazio tra la grandezza e la mediocrità, tra la fama e l’anonimato, la felicità e la disperazione. Stavamo giocando un match serrato. Eravamo in perfetta parità. Adesso, per un tie-brak che mi ha lasciato a bocca aperta per l’ammirazione, è la disfatta. Avvicinandomi alla rete, sono sicuro di avere perso con il migliore, con l’Everest della prossima generazione. Compatisco i giovani che dovranno battersi con lui. Compatisco il giocatore destinato a essere l’Agassi di questo Sampras. Anche se non lo cito per nome, Pete è in cima ai miei pensieri quando dico ai giornalisti: E’ semplicissimo. La maggioranza delle persone ha dei punti deboli, Federer non ne ha.» E’ la finale degli Us Open 2005. Agassi si ritirerà l’anno successivo, dopo un match vinto contro un giovanissimo Baghdatis agli Us Open 2006 e raccontato nel primo capitolo di questo libro.

Scritto benissimo  - l’autore vero, come con franchezza scrive Agassi nei ringraziamenti, è il premio Pulitzer J.R. Moehringer – e tradotto altrettanto bene, è uno dei migliori libri di sport che ho mai letto (insieme a Il più grande di Alì/Clay). Franco, quasi crudo: sono più le sconfitte di cui si parla che non le vittorie. Un libro anche per non tennisti, anche per non sportivi. Lo raccomando con convinzione: sono 500 pagine che si leggono quasi d’un fiato. Einaudi Stile Libero, 20,00 €.

P.s.: terminando di leggere questo bel libro, ho inaugurato la mia nuova racchetta, una Wilson K Blade 98, con cui ormai gioco alla pari con i 4/3, 4/4 di vent’anni più giovani…Mica male, no?