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Storia dei mercati di Torino

I MERCATI DI TORINO: UNA VOCAZIONE STORICA

Sopra quella piana alluvionale che vede la confluenza di tre torrenti nel placido Po, a sorvegliare lo strategico imbocco dello Valle di Susa, le tribù celto-liguri dei Taurini, già qualche secolo prima di Cristo, abitavano diversi villaggi.                                   Gente bellicosa e imprudente: nel 218 a. C. si misero a questionare con Annibale che in due o tre giorni si liberò di loro in quattro e quattr’otto, radendo al suolo quegli insediamenti.                                                                                                     Nel 58 a.C. passò da quelle parti Giulio Cesare che, con tutta probabilità, lasciò un accampamento fortificato a presidiare quell’area strategica. Poco più tardi, nel 49, i Taurini ottennero la cittadinanza romana. Si legge ovunque che Torino fu fondata nel 28 o nel 27 a.C.: sono date arbitrarie, non sorrette da alcuna testimonianza storica né archeologica. Secondo serie e accurate analisi storiche, la nascita di Iulia Augusta Taurinorum si può ipotizzare avvenuta tra il 25 e il 14 a.C.                    L’insediamento romano non conobbe particolare interesse né sviluppo a fronte di centri assai più importanti come Susa, Pollenzo, Libarna, ecc. Nell’alto medioevo divenne sede vescovile (celebre la figura di San Massimo, intorno al IV secolo) ma continuò a essere poco importante nell’area piemontese.                                               Una data certa e fondamentale è il 30 giugno 1149: presso il notaio Oggero si redige un documento che attesta l’elezione dei consoli rappresentanti della popolazione del centro, è l’atto che sancisce la nascita del comune di Torino.                                     «Da tempo non precisabile, anteriore al 1034, metà del mercato torinese era nelle mani del grande monastero modenese di Nonantola, il quale possedeva inoltre “prope eodem mercato” case, orti, cortili e una cappella. Il fatto che quest’ultima – come sapremo da documenti successivi – fosse dedicata a San Silvestro, significa che, con tutta probabilità, era stata fondata almeno un secolo prima e perciò sin d’allora il monastero doveva essere giunto quasi a monopolizzare l’attività commerciale cittadina. Nel 1034 beni e diritti appartenenti a Nonantola passarono ai conti di Pombia e da essi, verisimilmente, alla famiglia marchionale torinese, la quale peraltro già in precedenza aveva manifestato interesse per l’area del mercato urbano […] Un altro importante monastero di recente fondazione, San Benigno di Fruttuaria, sin dal 1014 possiede beni non meglio precisati “in Taurino civitate, intus et foris” donatigli da illustri membri della famiglia arduinica: una porzione di essi doveva essere ubicata intorno al mercato, dove Fruttuaria apparirà in seguito in possesso della chiesa di San Benigno, già esistente nel 1080; nelle vicinanze, presso la chiesa di San Gregorio, nel 1096 possedeva beni immobili anche l’abate di San Solutore, e, da parte sua, il monastero femminile di Santa Maria di Brione, almeno dall’anno 1200, aveva una casa “in Taurinum in mercato”. Sono tessere sparse di un mosaico tutt’altro che completo, sufficiente tuttavia a dimostrare l’assiduo interessamento manifestato da grandi signori ed enti monastici (cioè, in sostanza, dai maggiori produttori di derrate alimentari) per il mercato cittadino sul quale smerciare le loro eccedenze: un segno di indiscussa vivacità commerciale e, per conseguenza, di sviluppo demografico ed economico cui, almeno dall’xi secolo, la città partecipava, non diversamente da quanto avveniva, nel medesimo periodo, nei più importanti centri dell’Italia settentrionale […] Proprio la posizione delle chiese, rimasta pressoché inalterata, permette di accertare che il mercato cittadino aveva la sua sede nell’attuale piazza Palazzo di Città, da dove si espandeva nelle piazze minori ad essa adiacenti e sui principali assi di attraversamento del centro urbano. La documentazione fornisce, per la seconda metà del XIII secolo, particolari che, almeno in parte, sono certamente retrodatabili a età anteriore. Nell’ultimo decennio del secolo davanti alle case private che delimitano la “platea fori comunis Taurini” sono sorti indebitamente “plura ruzolia” cioè veri e propri portici in muratura; a cose fatte il comune ne accetta l’esistenza purché “non possano essere chiusi”, non insistano sul suolo pubblico per uno spazio superiore a due “rasi” e mezzo (cioè circa 150 centimetri), siano sostenuti da pilastri in muratura, con un primo piano di tre “alne” (cioè circa 3 metri e 60 centimetri) e siano alti quanto basta per potervi cavalcare sotto o farvi passare un carro a pieno carico. La piazza del mercato appare pavimentata, percorsa da un canaletto (roeria) e con il perimetro segnato da una grossa trave (bordonale); una “via publica” metteva in comunicazione il “forum solatum” e la “curia grani”, cioè la vicina piazza di San Silvestro riservata al mercato delle granaglie. Un lato della via, sovrastato da archivolto, era vigilato da una torre, forse la stessa chiamata sin dal 1254 “turris de mercato”; lungo i muri, in corrispondenza di essa, stavano allineati banchi di vendita larghi due “rasi” e mezzo. Il complesso costituito dal “forum solatum” e dalla “curia grani” ha come appendice spazi riservati alla vendita della carne macellata (becharia) e delle calzature (caligaria). Quest’ultima era già divenuta insufficiente nel 1230 allorché il comune dispone l’allargamento della “via publica” o strata, “che si snoda accanto al mercato delle calzature ovvero dei negozianti di Torino”, espropriando e rimovendo i banchi di vendita (stationes) ivi disordinatamente tenuti da un gran numero di persone della città; costoro vengono indennizzati per il danno subito e hanno il permesso di ricostruire i banchi di vendita fissi raggruppandoli in un unico blocco. Essi devono essere coperti da un tetto, sostenuto dai necessari pilastri tanto alti e distanziati da consentire il passaggio di un uomo a cavallo, e la facile circolazione intorno ad essi. I negozianti possono disporne gratuitamente solo nei giorni di fiera e di mercato. Da analoghe strutture era costituita la beccheria della quale conosciamo soltanto particolari isolati. Nel 1214 viene lasciato in eredità un banco per la vendita di carne “in strata Taurino”, cioè lungo la strada centrale corrispondente all’odierna via Garibaldi; esso è costituito da un piccolo magazzino coperto (tale il significato da attribuire qui a receolum) davanti al quale è collocato il banco sovrastato da un tetto sostenuto da quattro pilastri. Simile doveva essere la banca “in becharia Taurini” di cui si ha notizia nel 1244. Al XIII secolo possono riferirsi le disposizioni statutarie che si preoccupano dell’igiene della “platea mercati rerum venalium”: a spese dei vicini essa deve essere ripulita dal letame e dal fango una volta al mese d’inverno e ogni quindici giorni d’estate; non deve essere ingombrata con carri e altri materiali, regole valevoli anche per la “strada che va da porta Segusina a porta Fibellona”. Grano e legumi, fieno, paglia e legname potevano essere esposti solo nell’apposita “piazza del grano” dove tali merci “si sono usate vendere fin dai tempi antichi”».                                                                              La lunga e preziosa citazione qui sopra è tratta dal volume: Storia di Torino – Dalla preistoria al comune medievale (a cura di Giuseppe Sergi, Einaudi, 1997).               Torino era allora un agglomerato di povere abitazioni costruite in legno con tetti di paglia, pochissime le costruzioni in muratura; si estendeva per poco meno di un chilometro quadrato e la sua popolazione non oltrepassava le 5.000 anime, assai meno di centri più importanti come Asti, Chieri e Vercelli.                                      Le vicende del centro cominciarono a mutare quando nel 1280 divenne proprietà dei conti di Savoia che ne affidarono il controllo ai cugini del ramo degli Acaia. Pur se il centro più importante era Pinerolo, Torino conobbe un periodo di crescita importante: l’ultimo dei principi d’Acaia, Ludovico (1366-1418), fondò l’Università nel 1404. Con l’estinzione degli Acaia il “Conte RossoAmedeo VIII riprese il controllo dei territori piemontesi che divennero parte integrante del neonato ducato (1416).                        Poco cambiò in termini di popolazione e urbanizzazione nel centro sabaudo (da ricordare la costruzione della chiesa del Corpus Domini e del Duomo) almeno fino al ducato di Carlo II (1486-1553 che durante i travagliati anni del suo dominio cominciò a spostare in baricentro dei suoi domini da Chambery a Torino. Ma fu suo figlio, Emanuele Filiberto “Testa di Ferro” (1528-1580), a trasferire la capitale del ducato nel piccolo ma strategico centro sulle rive della Dora il 7 febbraio 1563. E per Torino cominciò uno sviluppo che la vide finalmente diventare capitale di regno nel 1713 (Regno di Sicilia fino al 1720, dopo di cui la Sicilia venne scambiata con la Sardegna) sotto Vittorio Amedeo II (1666-1732). Prima i duchi Carlo Emanuele I e II e poi Vittorio Amedeo provvidero ad ampliare la città verso il Po e ad arricchirla di chiese ed edifici firmati dai migliori architetti del tempo: Castellamonte, Guarini, Juvarra. Pur dovendo sopportare pesanti epidemie di peste, la popolazione arriva a toccare le 50.000 anime verso la prima metà del XVIII secolo.                               Durante questo periodo le aree mercatali occupano la piazza delle Erbe, oggi l’area antistante il municipio, e la piazza del Corpus Domini; hanno cadenza settimanale e sono organizzate e controllate dalle corporazioni.                                                      Dopo la parentesi della dominazione napoleonica, importante per la costruzione del ponte che unisce la piazza Vittorio Veneto all’area precollinare su cui venne edificata la chiesa della Gran Madre (per festeggiare la restaurazione) e importante anche per la progettazione dell’attuale piazza della Repubblica, la popolazione di Torino passa in pochi anni da 80.000 a quasi 130.000 abitanti (1849). L’architetto G. Lombardi viene incaricato della realizzazione del progetto napoleonico relativo a Porta Palazzo sulla cui area, tra il 1826 e il 1837, vennero trasferiti tutti i mercati di Torino.           La tettoia dell’orologio venne edificata nella seconda metà del secolo (e ricostruita dopo il devastante incendio del 1910).                                                           Intanto Torino era diventata la capitale del Regno d’Italia (17 marzo 1861): durò soltanto circa tre anni fino a quando, tra la fine del 1864 e l’inizio del ’65, per volere dei Francesi la capitale venne trasferita a Firenze. Ci furono sollevazioni sanguinose tra la popolazione che viveva soprattutto sui bisogni della corte: dai 220.000 abitanti del ’64 si passò ai 190.000 del 1870. Torino conobbe una gravissima crisi che durò qualche decennio, periodo durante il quale la capitale sabauda dovette elaborare una differente visione di futuro: dopo le grandi fiere universali trovò nello sviluppo industriale, soprattutto automobilistico, la sua nuova identità.                                        La città abbracciò rapidamente i nuovi orizzonti: 400.000 abitanti nel 1911, 800.000 alla metà degli anni Cinquanta, un milione nel 1961.                                                Con gli impetuosi flussi immigratori, prima dalle campagne del Piemonte, poi dal Veneto e infine dal Meridione d’Italia, Torino conobbe uno sviluppo straordinario e ampliò notevolmente i suoi confini con la nascita dei nuovi borghi operai: San Paolo, Madonna di Campagna, Mirafiori, Vallette. Nel primo e nel secondo dopoguerra, per soddisfare le esigenze di questi nuovi insediamenti si sviluppano i mercati rionali; tra i primi, negli anni Venti, quello prestigioso della Crocetta.                                 Torino raggiunge l’apice dello sviluppo demografico nel 1972: 1.200.000 abitanti. Tra gli anni Settanta e i primi anni del nuovo millennio i mercati rionali conoscono il loro periodo migliore: oltre 40 sedi distribuite in ogni quartiere per quasi 8.000 esercenti, con l’offerta dei prodotti esotici sui banchi dei recenti immigrati extracomunitari: marocchini, cinesi, albanesi, romeni.                                             Dal 2005 in poi, ma soprattutto con la crisi del 2008,  anche in virtù dell’incontrollato sorgere di super e ipermercati, gli ambulanti di Torino vedono impoverire sempre più la loro influenza sul mercato.                                                                                  Oggi gli esercenti sono poco più di 5.000 di cui quasi un terzo non italiani: è un panorama sconfortante di involuzione anche, forse soprattutto, culturale che non prevede a breve alcuna inversione di tendenza, per la quale sarebbe opportuna una precisa e forte volontà politica: salvaguardare la cultura del mercato rionale a Torino dovrebbe costituire un obiettivo fondamentale, direi strategico, a carico degli amministratori della città.

 

Indovina chi venne a cena

…io sono un cuoco provetto, ma è solo una copertura: sono Ctesibio l’Alessandrino, un archimagirus per il mondo, uno storico filosofo e scienziato per me stesso, un investigatore per il mio padrone. Ebbene sì, ho un dominus! Il mio dominus  è nato in questa piccola cittadina, lui non è un uomo comune, lui è il Patrono di Augusta Taurinorum, lui è: Caio Gavio Silvano”.

Generoso Urciuoli, archeolo da campo oggi impegnato al Museo di arti Orientali di Torino, ha scritto questo interessante librino – Ed. Sottosopra, Torino 2013, 135 pp. per 14,00 € – diviso in tre parti e alcune appendici.

La prima parte  racconta le vicende di un cuoco (immaginario) allievo di Apicio che organizza una cena nella Torino dei primi anni del II sec. d.C. In verità, è stato incaricato dal suo padrone di investigare su una grossa truffa, e forse un omicidio, che ha come obiettivo il commercio illegale del garumMolto interessante il fatto che gli invitati a questa cena sono personaggi reali, torinesi di quel periodo (i nomi sono stati trovati su stele e monumenti funerari): Quinto Glizio Atilio Agricola, Publio Livio Macro, Publio Metello, Antista Delfide, Tullia Vitrasia… Ctesibio descrive e prepara per i commensali una ventina di ricette tra le 500 che vanta di conoscere: un piccolo viaggio gastronomico nella cucina romana.

La seconda parte è un saggio sulle abitudini gastronomiche di quella che è da considerarsi l’epoca d’oro dell’Impero Romano, sotto Traiano e Adriano.

La terza parte fornisce i dettagli storici ed epigrafici dei personaggi presentati nel racconto.

Il libro include anche un saggio su Apicio, un ricettario e un’appendice lessicale.

Curiosità: c’è anche un piccolo richiamo alla presunta origine egiziana di Torino (1529 a.C., a opera del principe egiziano Eridano o Fedonte: falso storico ideato dal barone Filiberto Pingone, per fornire alibi storici importanti a Emanuele Filiberto). C’è da notare che il toret verde delle fontane di Torino potrebbe rifarsi alla divinità egizia Hapi

Chiaro che ne consiglio con convinzione la lettura agli appassionati di storia di Torino o di enogastronomia.

Porta Palazzo, il mercato più grande d’Europa

Fiat.

No, non era la marca dell’automobile, che del resto la mia famiglia non possedeva, e ci volle qualche anno, fu una 500, di mia madre, perché mio padre non riuscì mai a prendere la patente e questo fu sempre motivo di malumori familiari; Fiat era la marca del frigorifero.

Un frigorifero smaltato di bianco, di quelli con gli angoli tutti arrotondati, fine anni ’50; Fiat perché lo slogan allora era:”Terra mare cielo”.

La Fabbrica totale, ovunque, a generare e soddisfare prima di tutto i bisogni dei propri dipendenti, secondo il vecchio modello fordiano; e quanto ho invidiato qualcuno dei miei amichetti il cui papà lavorava alla Fiat e che abitava le bellissime Casefiat e a Natale la Fiat gli regalava anche i giocattoli.

Il frigorifero Fiat – forse il primo dei nostri elettrodomestici, perché anche il televisore arrivò qualche anno più tardi, quando mio padre smise di portarci dai vicini o al bar a guardare “Campanile sera” o “Mare contro mare”- si apriva ogni tanto con un tanfo per me insopportabile: pecorino sardo!

Significava che mio padre era riuscito a trovare a Porta Palazzo una maledetta forma di quel formaggio che per me era come la Kriptonite per Nembo Kid  che ci mise qualche anno a farsi chiamare, più correttamente, Superman.

Altre volte, e ne ero più che felice, arrivava a casa con la mortadella che bisognava mangiare subito, perché il giorno dopo aveva un sapore e un odore strano e poco gradevole, non come oggi, ché la mortadella riesce a stare in frigo 4 o 5 giorni e nitrati e polifosfati la mantengono quasi come nuova.

Anche la mortadella arrivava da Porta Palazzo, per me, bambino, un luogo della fantasia dove si poteva trovare ogni meraviglia e ogni  porcheria di questo mondo.

Qualche anno più tardi, era precisamente l’autunno del 1968, mi spedirono a frequentare la prima liceo scientifico in quella sede che allora era la succursale del Galileo Ferraris, oggi è un commissariato di polizia, un palazzo brutto e tetro dirimpetto alle Porte Palatine, 50 metri dal grande mercato di Porta Palazzo ( non posso non ricordare che facevamo ginnastica in un locale posto sotto il Duomo, e il nostro professore, calabrese con qualche stranezza di linguaggio e di comportamento, era il papà di Roberto Gervaso).

La fermata del tram numero 10, che mi riportava a S. Rita, dove abitavamo, era situata in corso Regina, davanti al cinema-teatro Alcione: all’uscita di scuola mi toccava attraversare tutto il mercato dalla parte delle bancarelle di frutta e verdura, passare in mezzo ai banchetti dell’abbigliamento, davanti al mercato del pesce, e infine attraversare il corso.

C’era una specie di rosticceria dove mi fermavo spesso a mangiare una fumante e saporosissima farinata: nel ricordo quel sapore e quell’odore sono associati a alcune canzoni di Fabrizio De Andrè e alla pubblicità di una marca di orzo con la cui canzoncina martellante la radio mi svegliava tutte le mattine.

Com’è ovvio, in quei giorni poco mi curavo dello spettacolo che il mercato offriva: ero stanco, distratto dalle fantasie galoppanti di ogni adolescente e le mie, di fantasie, erano vere fuoriclasse nell’arte del galoppo; come tutti gli adolescenti, in preda a dubbi, preoccupazioni, sogni.

Certo, non mi sfuggiva Maurizio, l’alzatore di pietre gigantesche, catanese che rompeva le catene, o meglio il sottile fil di ferro tra una maglia e l’altra, gonfiando l’immenso torace di omaccione-orco.

Qualche anno più tardi lo conobbi meglio in un famoso bar di via Po in cui ho pascolato per ogni sera di tanti anni; narra la leggenda, in parte vera, che Pasolini lo volle in un suo film, alla prima del quale egli invitò l’intera corte dei miracoli di Porta Pila e dintorni, salvo poi non trovare neanche una sua pur insignificante apparizione: il buon Pierpaolo non aveva montato neanche una delle inquadrature che lo riguardavano.

Maurizio fu poi uno dei protagonisti di “Trevico-Torino…Viaggio nel Fiatnam”, pellicola d’esordio di Ettore Scola, del ’73, girata in 16 mm. e cosceneggiata dal non ancora celebre sindaco Diego Novelli.

Cito, non a caso, questo film perché costituisce, più che un grande esempio di cinema (il modello, mal copiato, era il cinema di Zavattini ), un documento certo straordinario e unico di quegli anni a Torino; tra l’altro, una delle figure di spicco della corte dei miracoli che zonzolava tra Porta Palazzo e Porta Nuova, presente nel film, era la leggendaria Maria, Regina della stazione.

Andavo in una vecchia casa di ringhiera, fatiscente, abitata dagli ultimi immigrati calabresi, siciliani, pugliesi, quelli che usavano le vasche da bagno per coltivarci l’insalata o il basilico, situata tra il mercato e la caserma dei Vigili del Fu co

( dall’insegna mancava la “o”), appresso a loschi figuri – che anch’io avevo prudentemente provveduto a copiare e a rendere il mio aspetto il meno raccomandabile possibile – a comprare le stecche di sigarette “Turmac” di contrabbando: mi piacevano perché avevano il pacchetto bianco e piatto e si distinguevano dalle “Muratti” e dalle “Malboro” che fumavano tutti i miei compagni.

Di Porta Palazzo ben poco m’importava e anche del Balon, che alcuni dei miei amici intellettuali cominciavano a frequentare in quei primi anni ’70: la maggior parte di loro era borghese, di sinistra, mentre io ero un figlio di contadini calabresi inurbati con la speranza, fortunatamente insoddisfatta, della Fabbrica, un figlio anarcoide, scontroso, controcorrente sempre, mai snob.

Marinavo spesso la scuola che mi annoiava: partivo dalle Porte Palatine e camminavo via Garibaldi e via Po, per finire, lungo il fiume, all’orto botanico, dove in pace leggevo i miei poeti o saggi di archeologia messicana….

Finisco questa lunga introduzione necessariamente autobiografica, che stabilisce la mia stretta parentela con il luogo di cui quest’articolo tratta, con due fatti importanti: per sposarmi ho scelto la chiesa di S. Domenico ( la più antica di Torino, dei primi del XIII secolo, sede più tardi dell’Inquisizione), situata all’angolo di via Milano; per vivere sono stato chiamato da una vecchia casa di ringhiera che sta di fronte alla chiesa della S. Sindone, a pochi passi da Porta Palazzo, il mercato dei miei acquisti e anche, quando posso, del mio girovagare, apparentemente a vuoto, tra i banchi.

Un poco di storia.

Il quadrilatero romano ( Torino ha origine da un castro romano intorno al 30 a.C. ) è delimitato a nord-est dall’attuale via Giulio, confine che rimase fino agli inizi del XVIII secolo: nel 1706, nei pressi della Dora, in quello che oggi è chiamato Borgo Vittoria e il nome è diretta conseguenza del fatto, Vittorio Amedeo II sconfisse le truppe francesi che posero fine al famoso assedio ( Pietro Micca fu l’involontario eroe di quell’epopea).

L’esistenza di un mercato poco fuori la Porta è testimoniata fin dal 1752, ma il progetto dell’attuale piazza, nato sotto il dominio napoleonico, si realizza tra il 1826 e il 1837 su disegno dell’architetto Gaetano Lombardi: pianta ottagonale e superficie di 51.300 mq sull’asse delle vie d’Italia ( oggi via Milano ), di S. Barbara ( verso il Po) e San Massimo ( verso le Alpi ), diventate dal 1879 corso Regina Margherita.

La piazza venne intitolata a Emanuele Filiberto, nome sostituito poi con quello attuale di piazza della Repubblica.

Tra il 1828 e il 1835 vennero trasferiti nell’area tutti i mercati torinesi, i più importanti dei quali, quello di piazza delle Erbe ( Palazzo di Città ) e quello di piazza del Corpus Domini, erano distribuiti sulla via davanti al Palazzo del Municipio: dal divieto di esporre le merci in quel posto, davanti al “Palazzo”, e di spostare tutto nella nuova piazza ha dato origine alla denominazione non ufficiale, ma da ognuno usata, di Porta Palazzo; non ho trovato una spiegazione per l’altro toponimo con cui da sempre viene denominata la piazza: Porta Pila.

Nella seconda metà dell’800, vennero costruite, prima in legno e poi in metallo ( la piazza fu danneggiata da un violento incendio nel 1910 ) le tettoie, tra le quali celebre è quella dell’orologio; nel 1963 fu realizzata la tettoia per il mercato dell’abbigliamento che oggi è stata demolita per un ammodernamento in corso d’opera che prevede parcheggi sotterranei e strutture adeguate alle nuove esigenze di un moderno mercato.

All’epoca, e le tracce ne sono ancora testimoni, esistevano immense ghiacciaie scavate sotto il suolo, a più piani, per la conservazione delle derrate.

E’ chiaro che l’immenso mercato è sempre stato magnifico humus di coltura di ogni possibile attività umana, lecita e non: l’aneddotica di Porta Palazzo è vastissima.

Per tutta la corte dei miracoli che vi è sempre esistita ( oggi sostituita da magrebini, neri africani, invisibili cinesi, bianchi dell’est europeo, ecc. ), cito il leggendario “Cichin”, Francesco Pignata, che intorno al 1860 aveva fondato una scuola per borseggiatori, attività proseguita dal figlio Nicolino e che addestrava i vari “Lofio”, “Ciciu”, “Forciolina” ecc. nelle arti complicate del borseggio.

Nei primi anni del ‘900 s’era anche creata la tradizione di eleggere la Regina di Porta Palazzo: la prima fu una certa Margherita Rosso.

Anche oggi, come sempre e come in ogni luogo, attività non troppo lecite vengono svolte con innegabile successo da altri “Cichin”, magari con la pelle più scura e qualche scrupolo in meno: ma non per questo il mercato di Porta Palazzo può definirsi un posto pericoloso, anzi.

Tommaso Leonetti, ormai alla terza generazione dietro un banco di verdura, si lamenta del fatto che i torinesi vengono sempre meno a comprare al Mercato: tutti gli snob e gli intellettuali girellano al Balon, pericoloso più o meno come Porta Palazzo; solo extra comunitari e gente comune vagola tra i profumi, i colori, i suoni dei banditori che mischiano consonanti calabresi, con aspirate arabe, gutturali nigeriane, sibilate orientali e, neanche troppo raramente, quei suoni poggiati, rotondi e un poco trascinati tra cui è difficile distinguere il torinese dal langarolo o dal monferrino.

Leonetti, che per me è una specie di memoria storica, mi dice che sulle 270 concessioni dei banchi di frutta e verdura ( licenze rilasciate fino agli anni ’50, epoca da cui non sono stati concessi ulteriori permessi ), sono rimasti titolari circa il 30% di piemontesi, il che poi, tutto sommato, non è poco, tenendo conto di quali flussi migratori abbia sopportato la Città.

I banchi del mercato di frutta e verdura sono i miei preferiti: è l’appagamento dei cinque sensi, certo con la vista privilegiata: gli accostamenti di colore, certe sequenze di prodotti allineati sui banchi o ammonticchiati con cura, tagliati a spicchi a fette….Il trionfo della geometria del colore.

Purtroppo, è sempre Leonetti che me lo fa notare, con la fine degli anni ’70, e la conseguente esplosione delle attività intensive delle serre ( fino ad allora le serre erano utilizzate esclusivamente per le colture floreali ), è un po’ finita la stagionalità di frutta e verdura; non solo, con l’avvento di quella che viene malamente nomata “globalizzazione”, anche la primizia ha cambiato significato, nel senso che oggi le primizie ci sono sempre, benché poi i prezzi, e i sapori, rendano giustizia al naturale corso delle stagioni.

Caratteristica unica da sempre di Porta Palazzo è il mercatino dei contadini, situato dietro la tettoia dell’orologio: poche decine di produttori che arrivano da tutto il Piemonte espongono e vendono la merce che viene direttamente dalle loro terre, e sono frutti e verdure di stagione che, non sempre a dire il vero, hanno un gusto diverso, e colori diversi, e fragranze diverse; ripeto non sempre, però, perché il solo fatto di essere contadino non certifica dell’assoluta onestà e correttezza di ognuno.

I due mercati coperti della carne e dei formaggi sono oggi un inno alle diverse tradizioni culturali e religiose che caratterizzano le cucine delle varie etnie che comprano a Porta Palazzo: trovi tutto.

Dal montone macellato secondo l’uso musulmano, alle carni affumicate di tradizione romena o slava; dalla vera soppressa calabrese al pecorino sardo, al formaggio di fossa, alla finocchiona e addirittura ai salumi spagnoli, o ai nostri insaccati di Cinta senese.

Io mi delizio a guardare interminabili file di salsicce, di prosciutti, di provole, penzolare dalle volte dei banchi a comporre quasi delle mantovane, delle quinte che emanano però insinuanti e promettenti fragranze.

Nulla a che spartire con quelle farmacie o corsie ospedaliere che sono gli ipermercati di cui hanno saturato le periferie e che diventano il ricettacolo di pensionati perdigiorno che impiegano il loro tempo a cercare di rubacchiare creme da barba e cioccolatini; di giovincelli assatanati, rumorosi, incerottati dentro indumenti falsi che espongono loghi tanto famosi quanto brutti e omologanti che cercano il refrigerio dell’aria condizionata e alimentano la frustrazione e l’invidia di non poter comprare quell’ultima scarpa ipertecnologica o quel palmare che fa tutto, anche farti sentire bello biondo alto ricco e famoso……

O le massaie con carrello, e bambino dentro, che comprano tutto a memoria, con percorso, tempo e spesa programmata…..

No, a Porta Palazzo ci vai per rinnovare i cinque sensi; ci vai perché la gente è diversa, parla urla ride commenta s’indigna si lamenta e lo fa in tutte le lingue che tutti capiscono, perché la gente basta guardarla in faccia per capire quello che dice, quale che sia la lingua.

Ma bisogna saper guardarla la gente per capirne il senso delle parole.

E poi, in mezzo a quell’orgia dei sensi, ogni tanto alzi gli occhi, oltre le righe rosse e bianche dei teloni che coprono i banchi, e scopri gli occhi di una finestra barocca che ti guata, un poco malandata, un poco scolorita e ancora, poco più in alto, la cupola della chiesa dei SS. Maurizio e Lazzaro che da sempre sorveglia il Mercato.

Chiudo con i 18 banchi meravigliosi del mercato del pesce, il più grande d’Europa, rifatto una decina d’anni fa.

Quando si va a fare la spesa io vado avanti e indietro per delle mezze ore tra un banco e l’altro: la scusa è quella di trovare il pesce migliore al prezzo più conveniente, ma è una bugia, perché a me, pescatore di mare, semplicemente piace osservare i pesci, i crostacei, i polipi di scoglio, i gamberoni, le cicale, le cozze, i calamari…..

E’ l’unico posto dove ogni tanto riesco a trovare tordi, perche, saragotti , donzelle e scorfanetti ( quelli piccoli e di colore scuro che vivono sotto gli scogli in tre o quattro metri d’acqua e hanno un sapore…) per la zuppa che piace a me.

Inutile dire che il pesce è spesso freschissimo, non sempre però ( anche se devo ammettere che in fatto di pesce io sono molto esigente ), e a prezzi di assoluta convenienza.

Poco mi piace aggirarmi nell’angolo dei banchi dell’abbigliamento: mancano i colori di frutta e verdura, gli odori del pesce, i suoni dei banditori; tutto sommato abbigliamento e accessori mi coinvolgono di meno, non mi fanno nessuna promessa i pantaloni, non la trovo insinuante una camicia e le scarpe tutto sommato sono solo delle prigioni per i piedi che, anche loro, amano la libertà.

Chiudo con una piccola curiosità storica: il corso Giulio Cesare che continua oggi la via Milano, si chiamava via Mosca, in onore di Carlo Bernardo Mosca, da Occhieppo Superiore (Vercelli), costruttore del ponte omonimo sulla Dora, una meraviglia costruita in pietra che all’epoca era unica al mondo.

Una delle tante ignorate di questa Città.

Bibliografia:

Mille saluti da Torino. 1990, Edizioni del Capricorno

Mille ricordi da Torino. 1992, edizioni del Capricorno

I Misteri di Torino. Edizione Piemonte In Bancarella

Memorie di Pietra, 1991, Ass. Servizi Demografici Città di Torino