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Enrico Tallone, la sua stamperia e i suoi treni

Conobbi Enrico Tallone e la sua mamma Bianca a fine del 1989, ero vicepresidente dei Giovani Imprenditori dell’Unione Industriale di Torino: l’occasione la offrì l’istituzione di un premio per i piemontesi che si erano particolarmente destini nella loro attività. Il premio fu istituito in occasione del 30° anniversario della costituzione del nostro gruppo (il primo in Italia, tanto per cambiare). Successivamente conobbi la splendida moglie di Enrico, Maria Rosa e i tre figli, Eleonora, Elisa e Lorenzo. Era ancora in vita il fratello maggiore di Enrico, Aldo Tallone, scomparso prematuramente pochi anni dopo. Confesso che ho avuto e continuo a avere per la signora Bianca Bianconi – che Alberto Tallone conobbe e sposò a Vinci – una vera e propria adorazione: lo merita una delle donne più grandi che mi è capitato di conoscere, e sia come madre sia come grandissima esponente della cultura italiana del ’900. Con Enrico trovai un’immediata empatia che mi spinse a chiedergli di fare il mio testimone di nozze nel 1990. Poi vennero tante giornate memorabili e nella stamperia e in giro per il Piemonte e l’Italia, sempre onorate da ottimi cibi e vini eccezionali, e sempre con persone di grande interesse e singolare formazione. Per comprendere il valore di questo monumento dell’editoria e della stampa mondiale, occorrerebbe conoscere la storia della famiglia Tallone e soprattutto la vita dei tre fratelli Alberto (padre di Enrico e già stampatore in Parigi negli anni ’30), Cesare Augusto (accordatore di pianoforti e uomo di fiducia di Arturo Benedetti Michelangeli) e il celebre pittore Guido Tallone. I tre fratelli, figli di Cesare, erano appassionati di treni e non trovano altro che sistemarsene un paio nel giardino della stamperia in Alpignano.

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Enrico Tallone: un omaggio al Maestro Cesare Giaccone

Allorché, di tanto in tanto, mi vien fatto di ricordare quel giorno che Enrico Tallonemi portò da Cesare Giacconee ebbi la buona fortuna di gustare il suo capretto, ebbene mi pare di rivivere un piccolo angolo di paradiso: quel capretto è uno dei pochissimi ricordi che ti si fissano nella memoria e diventa piacevole assai rivisitarlo, riviverlo.                                                                                                                                                                    Ogni tanto.                                                                                                                                                                                        Da Cesare, al suo “Cacciatori” in Albaretto della Torre, ci sono tornato tante volte e spesso con Enrico Tallone e sempre con noi Cesare ha dato il meglio e non succede sempre: Cesare è un Artista, un uomo sensibile e non il noioso e impeccabile professionista che oggi va tanto di moda. Cesare annusa le atmosfere, sente le persone, fiuta l’aria come un segugio di razza e se c’è qualcosa che lo urta la sua cucina ne risente. Se non hai capito questo, non andare da Cesare.                                                                                                                                          Ho pubblicato sui miei libri dedicati al peperone e al tartufo due ricette che Cesare mi preparò per la bisogna e fu semplicemente straordinario vederlo all’opera in cucina.                                                                                           Enrico Tallone ha di recente reso omaggio al nostro grande Cesare: cuoco indicibile, uomo senza tempo, persona pronta a stupire – nel bene e nel male – con le sue imprevedibili stravaganze. Gli ha stampato una semplice plaquette, ben introdotta da Orlando Perera, contenente tre ricette d’autore: quasi come una sorta di lascito ereditario a chi ha goduto della sua cucina.
Tallone ha usato un coltissimo carattere cinquecentesco e ne ha tirati soltanto 76 esemplari numerati, usando le sue preziose carte.                                                                                                                                                              Insomma, l’omaggio di un Maestro a un altro Maestro.

http://www.vincenzoreda.it/i-vini-di-papa-paolo-iii-farnese-raccontati-da-sante-lancerio/

http://www.vincenzoreda.it/la-fisiologia-del-gusto-di-j-a-brillat-savarin/

http://www.vincenzoreda.it/il-coniglio-al-civet-di-cesare-giaccone-per-il-mio-libro/

 

 

27 maggio

Il 27 maggio 1990 ho sposato Margherita in San Domenico. Testimoni per me: gli editori Enrico Tallone e Sergio Musumeci, testimoni di Margherita: gli amici Vittorio Pasteris e Marisa Paschero. Prima di partire per il Messico, abbiamo passato la sera nel castello di San Giorio, dell’amico Bruno Chiarenza. A rilassarci dopo la giornata tremenda.

Le immagini sono di Bruno Garavoglia, e si vede.

Stiamo ancora insieme, e senza neanche troppi compromessi.

Che iddio, o chi per lui, ci protegga. E provveda altrettanto per chi legge.

Salute.

Tallone per Bodoni

Alla Biblioteca Nazionale (P.zza Carlo Alberto, 3 – Torino), una magnifica mostra a cura dei Tallone dedicata a Giovanni Battista Bodoni (1813-2013) in occasione del bicentenario del grande Saluzzese che fece dell’eleganza la caratteristica fondamentale dello stile dei suoi caratteri da stampa. Con una nota importante: i caratteri bodoniani sono straordinari nell’uso che se ne fa per copertine e frontespizi, non indicati (difficoltà di lettura immediata) nei corpi editoriali delle pagine: non c’è gran cultura editoriale e, soprattutto, tipografica in coloro che usano il Bodoni per comporre testi di pagine. Caratteri come il classico Garamond o anche il Times (tralasciando di citarne molti altri bellissimi ma meno conosciuti, come il Caslon, ecc.)sono assai più indicati perché di più facile lettura.

La mostra dura fino all’11 gennaio 2014 e il mio consiglio, per gli appassionati – va da sé – è di quelle da non perdere: così come l’acquisto del magnifico opuscolo: “VESTIRE IL PENSIEROTipografia e editoria nei Manuali Tipografici di Alberto e Enrico Tallone – a cura di Andrea De Pasquale e Enrico Tallone” e costa soltanto 5€!

http://www.talloneeditore.com/images/blog/comunicato-mostra-Nazionale-Torino.pdf>  

Il mio Gaja Darmagi 1995: etichetta dipinta col vino della bottiglia (senza aprire la bottiglia…)

Nel 1999 chiamai Angelo Gaja, io perfetto sconosciuto alle prese con un signore che non aveva, e continua a non avere, fama di persona facile: volevo dipingere col suo vino e avevo in testa un giochino da fare con le etichette e volevo farlo appunto con un suo vino.

vino 2Tutto subito, il signor Gaja non mi prestò attenzione, poi, a seguito di un mio fax non proprio gentile, si degnò di ricevermi presso la sua azienda in Barbaresco.

Gli esposi il mio progetto e fu subito comprensivo e disponibile, fornendomi sei bottiglie di Darmagi 1995.

Tre le misi a frutto bevendole con grande soddisfazione (bere bene mi ispira, non sia mai che dipinga con un vino che non ho bevuto e goduto! ), una la usai per dipingere  un paio di quadri su carta – secondo il mio solito stile – le altre due furono oggetto del seguente gioco: eliminai le etichette originali, prelevai dalle bottiglie, per tramite di due siringhe con aghi da vacca (lunghi e resistenti, per via del fatto che i sugheri di Gaja sono quelli che sono) infilati contemporaneamente attraverso i forellini della capsula, uno per l’immissione dell’aria e l’altro per il prelievo del liquido, 15/20 cl. di vino (è un’operazione lunga e delicatissima, per realizzare la quale occorrono un paio di accorgimenti che sono, ovviamente, segreti miei).

Con il vino preso da ogni bottiglia ho dipinto l’etichetta e la controetichetta.

Una bottiglia la conserva Angelo Gaja, l’altra fa parte della mia collezione ed è riprodotta a corredo di questo articolo.

Angelo Gaja passa per uomo burbero: con me fu gentile, disponibile, cordiale e anche assai riconoscente.

Mi è d’obbligo però specificare che, pur attestando una certa dignità grafica alle sue etichette, io non farei mai un’etichetta quadrata, non metterei mai più di due o tre elementi (scritte comprese) sull’etichetta, non rinuncerei mai alla controetichetta su cui indicare quanto, niente di più, prescrive la legge.

Mi viene la cacarella quando leggo, in modo particolare su etichette di grandi vini, gli abbinamenti e la temperatura consigliata per la degustazione……

Un’altra bella operazione la feci per conto di Claudio Gori: nel 2000 dipinsi, una per una e con i rispettivi vini,  sei etichette per otto produttori provenienti da tutta Italia per un’asta di beneficenza.

Le bottiglie furono tutte vendute.

Ancora con Claudio Gori facemmo nel 2001 un’operazione che mi è assai cara: Gori assemblò un vino per produrre circa settanta bottiglie, io trovai il nome:Idillio; Enrico Tallone stampò con i suoi preziosi caratteri in piombo le scritte essenziali ai piedi delle etichette che io dipinsi, ovviamente una per una, con lo stesso vino contenuto nelle bottiglie.

L’operazione costituiva il nostro regalo per il matrimonio di una persona cara, sommelier, che usò le bottiglie a mo’ di originale bomboniera.

Devo sottolineare che l’etichetta era rettangolare e naturalmente con i lati in proporzione aurea (il numero d’oro, ricordo, è :1,618).

Io ho in uggia le pretese etichette artistiche, alla stessa stregua delle cosiddette grafiche (stampe litografiche numerate e firmate dall’artista) o multipli, in cui si commissiona un quadro a un artista e poi lo si riproduce semplicemente e si cerca di vendere il tutto come opera d’arte: sgombriamo il campo dalle fesserie e dai mercanti, l’opera d’arte è e dev’essere unica e non riproducibile, alla faccia di Walter Benjamin!

 

Il mio Sancta Santorum

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Tra le decine di metri linerari della mia Biblioteca e le 5 o 6 migliaia di volumi, questi tre ripiani di vetro (poco più di tre metri), che stanno sopra il mio letto e mi sorvegliano mentre dormo, rappresentano per davvero i libri miei prediletti.

Sul ripiano più in alto ci sono le preziose edizioni del mio amico Enrico Tallone, stampate in piombo in pochissimi esemplari (mai più di 500): spiccano l’Abù Nuwas, il Canzoniere del Petrarca, il Pinocchio, le Rime del prediletto Calvalcanti e I vini d’Italia di Sante Lancerio. Ma ci sono, tra gli altri, anche la rarissima raccolta Sansoni della Commedia dell’Arte Italiana e l’introvabile edizione de La Storia dei vini Antichi di A. Henderson, edita da La Coccinella di Capri.

Il ripiano di mezzo ospita Calvino, Coloane, Alvaro Mutis, Soriano, tutti gli strepitosi libri del peruviano Manuel Scorza, Cortàzar e il mio Stevenson.

Nel primo ripiano, più composito, sono riposti, tra gli altri, Campanella, Chatwin, Conrad, J. London, Melville (manca Moby Dick, di cui ho la traduzione di Pavese e l’edizione inglese che abita un’altra parte della biblioteca), tutto John Fante, il Mahabharata, La Storia della filosofia Indiana, il glossario Sanscrito, la Bhagavadgita, Le Upanisad, il Kamasutra…E ancora: iI Dialoghi di Confucio, un testo del Dalai Lama, un volume autografato di Giovanni Spadolini e, ultimo, ma non certo per importanza, Il Diario Libertino di Luigi Veronelli.

Certo, mancano moltissimi altri miei libri prediletti (Dante, Palazzeschi, Rimbaud, Baudelaire, Borges, Kipling e quelli di storia e di antropologia). Ma quest’angolo è proprio quello più mio.

E…non ci sono i miei libri, quelli che ho scritto io (sono 7 e abitano lo studio e non la mia camera da letto).

Tallone al MUSLI

In occasione del decimo aniversario della creazione della Fondazione Tancredi di Barolo, l’editore e stampatore Enrico Tallone ha presentato, giovedì 13 dicembre 2002, il volume della poetessa brasiliana Marcia Theòphilo: “Boto, il delfino rosa” con una piccola mostra, nei locali sotterranei di Palazzo Barolo, dedicata alla magistrale arte tipografica, si parla di caratteri mobili, della famiglia Tallone.

Ho conosciuto Marcia Theòphilo nel 2000, in occasione della pubblicazione, sempre a cura di Tallone, dello straordinario “Kupahuba“: una raccolta di poesie che costituiscono letteralmente un canto della foresta amazzonica, terra d’origine di Marcia. La sua voce, il suo impegno sono una testimonianza rara e preziosa di dedizione alla magia della foresta vergine; alla sua biodiversità, al fascino della sua fauna e della sua flora (per molti versi ancora sconosciuta), alla disperata lotta per la sopravvivenza di un ambiente che è fondamentale per la sopravvivenza stessa della razza umana su questo nostro malandato pianeta.

Devo essere sincero: non mi entusiasmano le parole, sia in poesia sia in prosa, di Marcia quando sono vergate nella nostra lingua. Risultano, a mio avviso, forse un poco troppo scontate e forse anche ridondanti. E mancano di quei suoni, di quei ritmi, di quella musicalità che invece sono straordinarie quando le medesime parole sono espresse in brasiliano: è con la sua lingua che Marcia Theòphilo diventa una voce straordinaria e irripetibile con cui la foresta arriva alle nostre orecchie quasi in prima persona. E colpisce la nostra sensibilità.

Quest’ultimo lavoro costituisce una sorta di racconto che in qualche modo illustra la leggenda del “Boto” il magnifico delfino rosa del Rio delle Amazzoni: un essere venerato come divinità che diventa il protagonista dei miti ancestrali amazzonici. Di questo splendido racconto Giulia Polacco ha letto, con trasporto e commozione, alcuni brani tra cui la bella introduzione di Daniella Brunelli.

La mostra si protrarrà fino a gennaio del 2013 ed è visitabile presso il MUSLI, via delle Orfane, 7 nella prestigiosa sede di Palazzo Barolo.

www.fondazionetancredidibarolo.com

http://www.piemontemese.it/leggi_ultimonumero.asp?articolo=1650&numero=2012_10

Da Filippo, in Albaretto della Torre

Era ormai un poco di tempo che non mi recavo a trovare il mio grande amico Enrico in quel di Alpignano: troppo spesso, con approccio superficiale, siamo soliti trascurare certi rapporti che è delittuoso non curare a dovere. Dovevo portagli i miei ultimi libri e avevo per davvero bisogno di una bella chiacchierata, fuori dagli schemi e fuori dai denti, con lui; nel suo giardino rigoglioso, sotto l’immenso tiglio che pare centenario e invece di anni ne ha assai meno di quelli che dimostra. E poi, dopo lunghe e corroboranti parole, bisognava decidere dove e come finire la serata: e dove se non in Langa? E come se non con un vecchio amico?

La solita ora e mezza – che si vada piano o forte sempre quel tempo occorre, misteriosamente – per guadagnare la pace di certi posti di Langa, un poco fuori mano e poco infestati da turbe (per carità, sempre ben accette! ci mancherebbe…) di assatanati turisti, nordici per lo più. Albaretto della Torre, con i suoi quasi 700 metri di frescura e di silenzio è uno dei nostri posti preferiti. E Filippo Giaccone lo conosciamo da tanti anni, da quando ancora adolescente aiutava in sala suo padre: il portentoso (quando gli gira giusta e quando vi trova simpatici…) Cesare Giaccone. Di tempo ne è passato tanto e, dopo viaggi e avventure in mezzo mondo, Filippo da circa un paio d’anni ha aperto nella casa avita (i Giaccone stanno qui, con alterne vicende, dal 1938) il suo ristorante: Filippo. In cucina c’è la brava e talentuosa Michela Bruno, da Murazzano, già allieva di Cesare.

La vita spesse volte incastra avvenimenti in sequenze e coincidenze che sembrano accadere con un senso già compiuto e insondabile. Nello stesso giorno in cui Aldo Conterno guadagnava la pace dei Cieli, e noi ancora non lo sapevamo, ci viene offerto un piatto – delizia assoluta – di fave fresche di giornata, appena appena scottate e servite con foglie di mentuccia,  raccolte  da un parente di Filippo: Domenico Conterno, stesso cognome e nessuna parentela! Eccellente l’uovo in camicia con asparagi e nocciole; ottimo il coniglio allo spiedo come la pesca ripiena: cibo leggero, ben cucinato e ben presentato. Lo abbiamo accompagnato con un eccellente Dolcetto di Dogliani 2010 di un piccolo produttore – Giacinto Valletti – e con un Nebbiolo 2009 di Ceretto di ottima qualità (mi ha onestamente sorpreso: non amo in particolare Ceretto e i suoi vini, ma se un vino è ottimo, tutto il resto passa in secondo piano). Abbiamo finito la serata tardissimo, chiacchierando e tirando notte fonda sotto un cielo che durava fatica abbandonare…

http://filippogiaccone.com/

Filippo giaccone, via Umberto, 12, Albaretto della Torre (CN) – +39 0173 520141/338 8871155

27 maggio 1990

Oggi sono 22 anni e riporto l’articolo scritto due anni fa.

Vent’anni fa, il 27 maggio del 1990, Margherita e io ci sposavamo nella stupenda chiesa gotica di San Domenico: testimoni Enrico Tallone e Sergio Musumeci per me e Vittorio Pasteris e Marisa Paschero per la sposa. Dopo tutti questi anni siamo ancora qui, un poco rattoppati, più vecchi ma sempre insieme e con Geeta, arrivata dall’India nel frattempo: un regalo magnifico.

I vent’anni li abbiamo festeggiati a Bordighera, in un piccolo gioiello di albergo – il Piccolo Lido, appunto, un tre stelle delizioso, pulito e per davvero molto conveniente. Una bella giornata di mare, altra acqua rispetto al nostro Po sulle cui rive, allo storico Imbarco Perosino, avevamo consumato con un centinaio scarso di invitati il nostro pranzo di nozze; un pensiero a chi, purtroppo, non c’è più: mio padre Peppino, Carla Pozzo-Gabogna in Brizio, Silvano Borrelli (il mio maestro dauno)…

Vigneto Pusterla di Brescia: IGT Ronchi Bianco

Questo è senza dubbio uno dei vini più interessanti, più rari, più atipici d’Italia – e dunque del mondo. E’ il Pusterla IGT Bianco Ronchi di Brescia 2006, uve Invernenga in purezza.

Questo vitigno è autoctono del vigneto centenario ricuperato, sono ormai circa 15 anni, nel centro della città di Brescia: sono circa 4 ettari – i bresciani sostengono essere il vigneto cittadino più grande d’Europa, ma bisognerebbe confrontarlo con quello napoletano, la Vigna di San Martino, anch’esso di circa 4 ettari all’interno di un territorio agricolo urbano di circa 7,5 ettari.

Il vigneto è stato affittato ed è curato da Piero Bonomi (Bellavista) e Pierluigi Villa (Università di Milano): da uve Invernenga (a bacca bianca) e Marzemino (una varietà autotona), Uva uccellino, Maiolica, Schiava, Corva, Merlot, Barbera e Brugnera (a bacca rossa) si producono circa 100 hl. di mosto con cui si imbottigliano gli IGT Pusterla Bianco e Pusterla Rosso Ronchi di Brescia.

Il mio amico, editore prestigioso, ma più prestigioso compagno di bevute Enrico Tallone mi ha fatto assaggiare questa bottiglia di Invernenga 2006: un bianco che appena avuta l’aria mi ha fatto pensare a un Trebbiano di grande struttura, acido, con retrogusto amaro e lunga persistenza in gola. Poi ha cominciato a respirare a pieni polmoni e il Trebbiano s’è allontanato, il vino ha cominciato a prendere una sua personale espressione e gusti intensi di lavanda hanno preso corpo; purtroppo la degustazione, per molti e validissimi motivi, non ha avuto uno svolgimento professionale: troppi i diversivi in un ambiente così ricco di tradizione, storia, suggestioni….Ho comunque nella memoria un vino unico, prezioso, non confrontabile con alcun altro.

Quel giorno in cui Enrico, Vasco e io…

Era luglio, un luglio caldissimo di quelli in cui tutto è immobile, fermo, opprimente.

Era un luglio dei primissimi anni novanta.

Enrico mi aveva chiamato per fare quattro chiacchiere nella sua tipografia magica, fuori del tempo, a Alpignano.

C’era anche il suo amico Vasco, infermiere, e s’era immediatamente stabilito di andare a prendere un boccone in una trattoria su per la Valle, la Val di Susa, all’ombra dell’incombente Musinè, quella montagna spoglia che veglia su Torino con fare a volte rassicurante, a volte minaccioso.

Non era stato un gran mangiare in quell’osteria e il caldo era per davvero tanto.

Al solito, se il cibo non era stato soddisfacente, una razione abbondante di vino aveva provveduto a svolgere l’onesto e consumato compito di stonarci un poco più del normale e togliere di mezzo ogni residua voglia di tornare alle rispettive incombenze lavorative.

Così, un po’ a causa del caldo, un po’ perché eravamo leggermente stonati, avevamo deciso di passare il resto del pomeriggio rinserrati in una delle cantine, freschissime, della grande casa di Alpignano, sotto la stamperia, a contar fesserie, disquisire sui massimi sistemi, blaterare di va’ a sapere che cosa…

E, di già che non si può chiacchierare a lungo senza ungere le gole riarse, avevamo continuato a sbevazzare in compagnia di pane e salame al fresco accogliente e rassicurante di quel sottosuolo segreto, in una penombra per certo complice.

E il tempo aveva smesso di scorrere, per noi.

Uscimmo dalla tana che s’era fatto buio, barcollanti, stonati, le menti sgombre da ogni cura, da ogni preoccupazione: leggeri, svolazzanti, purificati, pacificati; nessuno al mondo poteva paragonarsi alla nostra straordinaria sensazione di pace e di appagamento.

Peccato che i nostri rispettivi familiari avevano nel frattempo messo in subbuglio mezzo mondo preoccupati della nostra scomparsa senza alcun preavviso.

Mogli, fidanzate, figli, madri e parenti vari avevano arroventate le linee telefoniche cercando notizie dei tre sciagurati che erano diventati introvabili.

Il ritorno tra i vivi s’era rivelato un incubo di rimproveri, di male parole, di indicibili stupori densi di risentimento verso tre tangheri che non avevano trovato di meglio che interrarsi al fresco di una cantina per annullare il caldo e il tempo a sparar fesserie, bere e spiluccare pane e salame!

Come vanno, a volte, le faccende del mondo: non avevamo fatto niente di male, niente di male a nessuno, solo del gran bene a noi stessi e tutti quelli che affermavano di volerci bene si erano risentiti e ci avevano aspramente rimproverati. Potevate avvertire, almeno! Ma avvertire di cosa? Spiegare che cosa?

E qualcuno non ci aveva neanche creduti, come se fosse cosa straordinaria il fatto di rinchiudersi, tre amici, al fresco di una cantina a blaterare, bere e mangiare pane e salame scappando dal peso del caldo, del quotidiano, del banale, della noia.

Che giorno, quel lontano afoso giorno di luglio, nei primissimi anni novanta, sotto la stamperia Tallone, in Alpignano!

17 marzo 2009 (oggi a Alpignano ero con Enrico nel pensatoio esclusivo dello zio Guido, pittore eccelso…)