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27 maggio 1990 vent’anni dopo

Vent’anni fa, il 27 maggio del 1990, Margherita e io ci sposavamo nella stupenda chiesa gotica di San Domenico: testimoni Enrico Tallone e Sergio Musumeci per me e Vittorio Pasteris e Marisa Paschero per la sposa. Dopo tutti questi anni siamo ancora qui, un poco rattoppati, più vecchi ma sempre insieme e con Geeta, arrivata dall’India nel frattempo: un regalo magnifico.

I vent’anni li abbiamo festeggiati a Bordighera, in un piccolo gioiello di albergo – il Piccolo Lido, appunto, un tre stelle delizioso, pulito e per davvero molto conveniente. Una bella giornata di mare, altra acqua rispetto al nostro Po sulle cui rive, allo storico Imbarco Perosino, avevamo consumato con un centinaio scarso di invitati il nostro pranzo di nozze; un pensiero a chi, purtroppo, non c’è più: mio padre Peppino, Carla Pozzo-Gabogna in Brizio, Silvano Borrelli (il mio maestro dauno)…

Vigneto Pusterla di Brescia: IGT Ronchi Bianco

Questo è senza dubbio uno dei vini più interessanti, più rari, più atipici d’Italia – e dunque del mondo. E’ il Pusterla IGT Bianco Ronchi di Brescia 2006, uve Invernenga in purezza.

Questo vitigno è autoctono del vigneto centenario ricuperato, sono ormai circa 15 anni, nel centro della città di Brescia: sono circa 4 ettari – i bresciani sostengono essere il vigneto cittadino più grande d’Europa, ma bisognerebbe confrontarlo con quello napoletano, la Vigna di San Martino, anch’esso di circa 4 ettari all’interno di un territorio agricolo urbano di circa 7,5 ettari.

Il vigneto è stato affittato ed è curato da Piero Bonomi (Bellavista) e Pierluigi Villa (Università di Milano): da uve Invernenga (a bacca bianca) e Marzemino (una varietà autotona), Uva uccellino, Maiolica, Schiava, Corva, Merlot, Barbera e Brugnera (a bacca rossa) si producono circa 100 hl. di mosto con cui si imbottigliano gli IGT Pusterla Bianco e Pusterla Rosso Ronchi di Brescia.

Il mio amico, editore prestigioso, ma più prestigioso compagno di bevute Enrico Tallone mi ha fatto assaggiare questa bottiglia di Invernenga 2006: un bianco che appena avuta l’aria mi ha fatto pensare a un Trebbiano di grande struttura, acido, con retrogusto amaro e lunga persistenza in gola. Poi ha cominciato a respirare a pieni polmoni e il Trebbiano s’è allontanato, il vino ha cominciato a prendere una sua personale espressione e gusti intensi di lavanda hanno preso corpo; purtroppo la degustazione, per molti e validissimi motivi, non ha avuto uno svolgimento professionale: troppi i diversivi in un ambiente così ricco di tradizione, storia, suggestioni….Ho comunque nella memoria un vino unico, prezioso, non confrontabile con alcun altro.

Quel giorno in cui Enrico, Vasco e io…

Era luglio, un luglio caldissimo di quelli in cui tutto è immobile, fermo, opprimente.

Era un luglio dei primissimi anni novanta.

Enrico mi aveva chiamato per fare quattro chiacchiere nella sua tipografia magica, fuori del tempo, a Alpignano.

C’era anche il suo amico Vasco, infermiere, e s’era immediatamente stabilito di andare a prendere un boccone in una trattoria su per la Valle, la Val di Susa, all’ombra dell’incombente Musinè, quella montagna spoglia che veglia su Torino con fare a volte rassicurante, a volte minaccioso.

Non era stato un gran mangiare in quell’osteria e il caldo era per davvero tanto.

Al solito, se il cibo non era stato soddisfacente, una razione abbondante di vino aveva provveduto a svolgere l’onesto e consumato compito di stonarci un poco più del normale e togliere di mezzo ogni residua voglia di tornare alle rispettive incombenze lavorative.

Così, un po’ a causa del caldo, un po’ perché eravamo leggermente stonati, avevamo deciso di passare il resto del pomeriggio rinserrati in una delle cantine, freschissime, della grande casa di Alpignano, sotto la stamperia, a contar fesserie, disquisire sui massimi sistemi, blaterare di va’ a sapere che cosa…

E, di già che non si può chiacchierare a lungo senza ungere le gole riarse, avevamo continuato a sbevazzare in compagnia di pane e salame al fresco accogliente e rassicurante di quel sottosuolo segreto, in una penombra per certo complice.

E il tempo aveva smesso di scorrere, per noi.

Uscimmo dalla tana che s’era fatto buio, barcollanti, stonati, le menti sgombre da ogni cura, da ogni preoccupazione: leggeri, svolazzanti, purificati, pacificati; nessuno al mondo poteva paragonarsi alla nostra straordinaria sensazione di pace e di appagamento.

Peccato che i nostri rispettivi familiari avevano nel frattempo messo in subbuglio mezzo mondo preoccupati della nostra scomparsa senza alcun preavviso.

Mogli, fidanzate, figli, madri e parenti vari avevano arroventate le linee telefoniche cercando notizie dei tre sciagurati che erano diventati introvabili.

Il ritorno tra i vivi s’era rivelato un incubo di rimproveri, di male parole, di indicibili stupori densi di risentimento verso tre tangheri che non avevano trovato di meglio che interrarsi al fresco di una cantina per annullare il caldo e il tempo a sparar fesserie, bere e spiluccare pane e salame!

Come vanno, a volte, le faccende del mondo: non avevamo fatto niente di male, niente di male a nessuno, solo del gran bene a noi stessi e tutti quelli che affermavano di volerci bene si erano risentiti e ci avevano aspramente rimproverati. Potevate avvertire, almeno! Ma avvertire di cosa? Spiegare che cosa?

E qualcuno non ci aveva neanche creduti, come se fosse cosa straordinaria il fatto di rinchiudersi, tre amici, al fresco di una cantina a blaterare, bere e mangiare pane e salame scappando dal peso del caldo, del quotidiano, del banale, della noia.

Che giorno, quel lontano afoso giorno di luglio, nei primissimi anni novanta, sotto la stamperia Tallone, in Alpignano!

17 marzo 2009 (oggi a Alpignano ero con Enrico nel pensatoio esclusivo dello zio Guido, pittore eccelso…)