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Luigi (Gino per gli amici, tanti) Veronelli: “Farla mia come una vergine”

Mi permetto di citare un testo di Gino Veronelli ritrovato da Gian Arturo Rota.

«Stimolato da un “antico” lettore – Mario Leone – ho recuperato un testo veronelliano di eccezionale bellezza, anche per la sua candida e maliziosa insieme ambiguità; un testo, sottolinea Leone, sull’ardito parallelismo tra l’arte dello stappare una bottiglia e il rapporto carnale e amoroso.

Ardito o non ardito non so dire. Veronelli scriveva – sapeva scrivere – di vino, di cibo, di amore, di piacere, quant’altro, con soavità ed eleganza, oltre che con onesta libertà intellettuale.
So dire invece che ardore metteva – ardore sino all’attacco senza riserve – quando scriveva per denunciare le “volgarità” di chi operava contro il bene dell’uomo e della società. (Gian Arturo Rota)

L’ho salita dalla mia cantina con attenta cura, coricata sullo stesso fianco su cui giaceva, in un cestello di vimini, senza scosse, senza sobbalzi, senza ciondolamenti, fin sulla tavola (la bottiglia vi era sicura, coricata, con la bocca più alta, poco, del centro del suo fondo).
Dal momento che l’avrò aperta mi offrirà una creatura nuova.
Così che mi ripropongo di farla mia come una vergine (deflorare può ben volere dire cogliere un fiore, e non toglierlo).
Asporto la parte superiore della capsula metallica, con un taglio di mezzo centimetro sotto l’orlo della bocca (nel punto in cui il vetro fa di solito una piega) in modo che, quando si versa, il vino non abbia a trovarvi ostacolo; pulisco la bocca soprattutto nei punti di contatto col tappo; introduco il cava-cava ben diritto nel centro e lo faccio penetrare, lento, senza violenza alcuna, a fondo; lo estraggo anche lento, senza violenza; pulisco di nuovo la bocca; annuso il tappo (se ha cattivo odore, quasi certo il contenuto avrà cattivo sapore).
Mi verso il vino.
Contro quanto si è sempre detto e si dice, va bevuto/posseduto per sé solo ossia in due soli; meglio: in quell’esser, gioioso ed indicibile, di due fatti uno.

Il solo paragone possibile è con la compagna (non con la visione dell’arte o l’audizione della musica che ci penetrano ma non sono penetrati): quando ci fai l’amore sei solo con lei, lei sola con te, di due divenuti uno, a vicenda soggetto ed oggetto (ch’è poi la ragione “enoteica”).
Il rapporto non può essere multiplo; quando lo è (avviene) – fosse pure più “goduto” – è viziato dal voyeurismo degli altri e dall’esibizionismo “di noi due”.

Degustarlo con altri mi strania e fuorvia; mi irrita; diminuisce in me la capacità di cogliere e d’essere colto.
Confrontarmi col vino per me solo, con lui solo, a tu per tu, se mi estenua nei limiti (alti) delle mie capacità fisiche, aumenta a dismisura l’emozioni e i racconti, ed eccita la voglia di esternarli (quasi certo più per confermarli “miei”, che per missione); e quindi di scrivere.
Così che, faccio esempio, ho scritto – proprio per precisa imposizione, una necessità amorosa – a Tiz soz ciel, poetessa in Panigale: “Ami certo anche vendemmiare e fare all’amore. Non inquietarti! In ogni bicchiere di vino c’è l’immagine di una giovane donna. Vedi? Ti specchi nel giallo oro di questo Semidano. Viene da Sardera, alto sul Campidano di Cagliari, eppure il suo respiro è il tuo, e profuma di miele d’acacia, di banana e di fiori di biancospino; e la sua bocca è dolce, vellutata e sensuale. Ti bevo”.

Luigi Veronelli»