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Metafora Fiat
Decalogo dell’imperfetto torinese

Della Fiat e di Marchionne non m’interessa una cippa: meglio se vanno  a far danni altrove.

Compro La Stampa tutti i santi giorni, soltanto per leggere i necrologi (e godere ogni tanto).

Amo Torino come nessun’altra, ma è un amore non ricambiato (e me lo merito).

Massimo Gramellini piace soltanto ai cretini (la rima non è casuale, ma i cretini sono tantissimi).

Luciana Littizzetto è apprezzabile soltanto come macchina da soldi e di scurrilità (cazzi suoi).

Piero Chiambretti non è granata: è verde (inteso non come leghista…).

Torino è una città bellissima, anche perché qui Berlusconi ci starà sempre sui…(rima baciata).

Torino è una città tristissima, anche perché siamo felici di avere un altro sindaco …ino.

Torino è una provincia sterminata, non finisce mai.

Torino mi piace tanto, anche perché ci sono le donne con i culi più belli del mondo (ma stronze, perché se glielo dici s’incazzano!).

E per finire, curiosità: fu il Conte Verde, Amedeo VI di Savoia (nato a Chambery il 4 gennaio 1334, ma morto di peste nientedimeno che a Campobasso! nel 1383) a volere come motto FERT (Foeminae Erunt Ruinam Tuam, ma vorrà proprio significare ciò il misterioso acronimo?)!!

Fiat Mirafiori, Reparto Carrozzeria 1972-73, 13832322

In questi giorni in cui lo stabilimento di Mirafiori della Fiat a Torino è al centro dell’attenzione di tutto il nostro paese, mi piace di riportare in homepage il mio racconto, compreso nel volume Più o meno di vino, pubblicato nel 2009. Il racconto fu scritto 2 o 3 anni prima e riferisce fatti del periodo 1972/73 in cui ho lavorato in catena di montaggio nel reparto Carrozzeria di Mirafiori, l’auto era la gloriosa 127 (costava 920.000 lire, circa 500 €). Allora Mirafiori dava lavoro a quasi 60.000 addetti! Era un’immenso sferragliare di meccanismi e di uomini. E in quel periodo la Fiom era fortissima. I tempi oggi sono cambiati, né in meglio né in peggio: i tempi cambiano sempre; sono gli schemi che non cambiano mai. Ci mancherebbe.

“Avevo diciott’anni umidi e nebbiosi e freddi, com’erano freddi e nebbiosi e umidi quei primi anni settanta in una città che s’alzava al mattino sciatta come s’era coricata alla sera.  Dentro quel limbo sferragliante ho lavorato un anno ma il ricordo è quello di un novembre senza fine. Tornavo a casa tardi, scuola serale, neanche stanco: solo intorpidito, come in una trance dentro cui mi facevano precipitare le formule di prostaferesi o i diagrammi di carico delle travi doppiotì.

Non ho mai avuto bisogno della sveglia: mi alzavo ogni mattina alle cinque e cominciavo a agire sotto gli impulsi di una sorta di pilota automatico che governava i gesti del mio quotidiano.

Sentivo tanto freddo, era sempre novembre.

M’infagottavo ben bene per veleggiare lungo il rettilineo di via sanremo e farmi ingoiare dal cancello numero tre di corso tazzoli, confuso dentro un fiume di figuri, di fantasie in processione dentro un caos di luci e penombre e rumore formicolante di non vita.

Mirafiori, reparto carrozzeria.

La linea partiva alle sei in punto.

Venivano giù le scocche nude delle centoventisette che dovevamo trasformare in automobili: trecento ogni giorno. Ero uno dei primi: dovevo inserire i cavi elettrici del cruscotto con un mio compagno, un autentico contadino astigiano non ancora inquinato.

Faceva un freddo come non ne ho più sentito: bisognava aspettare almeno un’oretta prima che il ritmo ossessivo delle scocche permettesse di scaldarsi.

Tutti pativamo il freddo, anche quelli che operai lo erano davvero: chi per talento, chi per costituzione, chi per ceto, chi per tradizione.

Meno lui.

Era un veneto: tracagnotto, una bella pancia da esposizione. Me lo ricordo di una trentina d’anni e  un poco stempiato.

Alle sei e cinque minuti era già sudato e in canottiera. Una di quelle canottiere di lana bianca con le spalline sottili come usavano in quel periodo.

Diavolo di un tanghero, non riuscivo a capacitarmi di come  potesse sentire così caldo a quell’ora del mattino, quando anche le povere scocche parevano rabbrividire di quel freddo ostinato, scendendo nude dalla verniciatura, tutte piene di buchi e spifferi che a noi toccava di riempire.

Si cominciava alle sei in punto: arrivavo nello spogliatoio, sopra al primo piano, giusto in tempo per cambiarmi, scendere le scale, bollare la cartolina – 13832322 - e prendere in mano il primo fascio di cavi da inserire nella prima scocca. Il veneto era già in canottiera e sudava come se fossimo a quaranta gradi sotto il sole giaguaro.

Un’ossessione quel veneto gocciolante.

Fino a quando una mattina, chissà perché, arrivai una decina di minuti prima del solito: era ancora nello spogliatoio davanti al suo armadietto di lamiera grigia.

Me lo ricordo in piedi, indosso la canottiera di rigore ma non ancora gocciolante; mi voltava le spalle,  rivolto verso il suo armadietto aperto, un braccio lungo il corpo e l’altro all’interno a sostenere qualcosa.

Erano le sei meno un quarto e dal bottiglione di già ne mancava più che la metà…..”.





Porta Palazzo, il mercato più grande d’Europa

Fiat.

No, non era la marca dell’automobile, che del resto la mia famiglia non possedeva, e ci volle qualche anno, fu una 500, di mia madre, perché mio padre non riuscì mai a prendere la patente e questo fu sempre motivo di malumori familiari; Fiat era la marca del frigorifero.

Un frigorifero smaltato di bianco, di quelli con gli angoli tutti arrotondati, fine anni ’50; Fiat perché lo slogan allora era:”Terra mare cielo”.

La Fabbrica totale, ovunque, a generare e soddisfare prima di tutto i bisogni dei propri dipendenti, secondo il vecchio modello fordiano; e quanto ho invidiato qualcuno dei miei amichetti il cui papà lavorava alla Fiat e che abitava le bellissime Casefiat e a Natale la Fiat gli regalava anche i giocattoli.

Il frigorifero Fiat – forse il primo dei nostri elettrodomestici, perché anche il televisore arrivò qualche anno più tardi, quando mio padre smise di portarci dai vicini o al bar a guardare “Campanile sera” o “Mare contro mare”- si apriva ogni tanto con un tanfo per me insopportabile: pecorino sardo!

Significava che mio padre era riuscito a trovare a Porta Palazzo una maledetta forma di quel formaggio che per me era come la Kriptonite per Nembo Kid  che ci mise qualche anno a farsi chiamare, più correttamente, Superman.

Altre volte, e ne ero più che felice, arrivava a casa con la mortadella che bisognava mangiare subito, perché il giorno dopo aveva un sapore e un odore strano e poco gradevole, non come oggi, ché la mortadella riesce a stare in frigo 4 o 5 giorni e nitrati e polifosfati la mantengono quasi come nuova.

Anche la mortadella arrivava da Porta Palazzo, per me, bambino, un luogo della fantasia dove si poteva trovare ogni meraviglia e ogni  porcheria di questo mondo.

Qualche anno più tardi, era precisamente l’autunno del 1968, mi spedirono a frequentare la prima liceo scientifico in quella sede che allora era la succursale del Galileo Ferraris, oggi è un commissariato di polizia, un palazzo brutto e tetro dirimpetto alle Porte Palatine, 50 metri dal grande mercato di Porta Palazzo ( non posso non ricordare che facevamo ginnastica in un locale posto sotto il Duomo, e il nostro professore, calabrese con qualche stranezza di linguaggio e di comportamento, era il papà di Roberto Gervaso).

La fermata del tram numero 10, che mi riportava a S. Rita, dove abitavamo, era situata in corso Regina, davanti al cinema-teatro Alcione: all’uscita di scuola mi toccava attraversare tutto il mercato dalla parte delle bancarelle di frutta e verdura, passare in mezzo ai banchetti dell’abbigliamento, davanti al mercato del pesce, e infine attraversare il corso.

C’era una specie di rosticceria dove mi fermavo spesso a mangiare una fumante e saporosissima farinata: nel ricordo quel sapore e quell’odore sono associati a alcune canzoni di Fabrizio De Andrè e alla pubblicità di una marca di orzo con la cui canzoncina martellante la radio mi svegliava tutte le mattine.

Com’è ovvio, in quei giorni poco mi curavo dello spettacolo che il mercato offriva: ero stanco, distratto dalle fantasie galoppanti di ogni adolescente e le mie, di fantasie, erano vere fuoriclasse nell’arte del galoppo; come tutti gli adolescenti, in preda a dubbi, preoccupazioni, sogni.

Certo, non mi sfuggiva Maurizio, l’alzatore di pietre gigantesche, catanese che rompeva le catene, o meglio il sottile fil di ferro tra una maglia e l’altra, gonfiando l’immenso torace di omaccione-orco.

Qualche anno più tardi lo conobbi meglio in un famoso bar di via Po in cui ho pascolato per ogni sera di tanti anni; narra la leggenda, in parte vera, che Pasolini lo volle in un suo film, alla prima del quale egli invitò l’intera corte dei miracoli di Porta Pila e dintorni, salvo poi non trovare neanche una sua pur insignificante apparizione: il buon Pierpaolo non aveva montato neanche una delle inquadrature che lo riguardavano.

Maurizio fu poi uno dei protagonisti di “Trevico-Torino…Viaggio nel Fiatnam”, pellicola d’esordio di Ettore Scola, del ’73, girata in 16 mm. e cosceneggiata dal non ancora celebre sindaco Diego Novelli.

Cito, non a caso, questo film perché costituisce, più che un grande esempio di cinema (il modello, mal copiato, era il cinema di Zavattini ), un documento certo straordinario e unico di quegli anni a Torino; tra l’altro, una delle figure di spicco della corte dei miracoli che zonzolava tra Porta Palazzo e Porta Nuova, presente nel film, era la leggendaria Maria, Regina della stazione.

Andavo in una vecchia casa di ringhiera, fatiscente, abitata dagli ultimi immigrati calabresi, siciliani, pugliesi, quelli che usavano le vasche da bagno per coltivarci l’insalata o il basilico, situata tra il mercato e la caserma dei Vigili del Fu co

( dall’insegna mancava la “o”), appresso a loschi figuri – che anch’io avevo prudentemente provveduto a copiare e a rendere il mio aspetto il meno raccomandabile possibile – a comprare le stecche di sigarette “Turmac” di contrabbando: mi piacevano perché avevano il pacchetto bianco e piatto e si distinguevano dalle “Muratti” e dalle “Malboro” che fumavano tutti i miei compagni.

Di Porta Palazzo ben poco m’importava e anche del Balon, che alcuni dei miei amici intellettuali cominciavano a frequentare in quei primi anni ’70: la maggior parte di loro era borghese, di sinistra, mentre io ero un figlio di contadini calabresi inurbati con la speranza, fortunatamente insoddisfatta, della Fabbrica, un figlio anarcoide, scontroso, controcorrente sempre, mai snob.

Marinavo spesso la scuola che mi annoiava: partivo dalle Porte Palatine e camminavo via Garibaldi e via Po, per finire, lungo il fiume, all’orto botanico, dove in pace leggevo i miei poeti o saggi di archeologia messicana….

Finisco questa lunga introduzione necessariamente autobiografica, che stabilisce la mia stretta parentela con il luogo di cui quest’articolo tratta, con due fatti importanti: per sposarmi ho scelto la chiesa di S. Domenico ( la più antica di Torino, dei primi del XIII secolo, sede più tardi dell’Inquisizione), situata all’angolo di via Milano; per vivere sono stato chiamato da una vecchia casa di ringhiera che sta di fronte alla chiesa della S. Sindone, a pochi passi da Porta Palazzo, il mercato dei miei acquisti e anche, quando posso, del mio girovagare, apparentemente a vuoto, tra i banchi.

Un poco di storia.

Il quadrilatero romano ( Torino ha origine da un castro romano intorno al 30 a.C. ) è delimitato a nord-est dall’attuale via Giulio, confine che rimase fino agli inizi del XVIII secolo: nel 1706, nei pressi della Dora, in quello che oggi è chiamato Borgo Vittoria e il nome è diretta conseguenza del fatto, Vittorio Amedeo II sconfisse le truppe francesi che posero fine al famoso assedio ( Pietro Micca fu l’involontario eroe di quell’epopea).

L’esistenza di un mercato poco fuori la Porta è testimoniata fin dal 1752, ma il progetto dell’attuale piazza, nato sotto il dominio napoleonico, si realizza tra il 1826 e il 1837 su disegno dell’architetto Gaetano Lombardi: pianta ottagonale e superficie di 51.300 mq sull’asse delle vie d’Italia ( oggi via Milano ), di S. Barbara ( verso il Po) e San Massimo ( verso le Alpi ), diventate dal 1879 corso Regina Margherita.

La piazza venne intitolata a Emanuele Filiberto, nome sostituito poi con quello attuale di piazza della Repubblica.

Tra il 1828 e il 1835 vennero trasferiti nell’area tutti i mercati torinesi, i più importanti dei quali, quello di piazza delle Erbe ( Palazzo di Città ) e quello di piazza del Corpus Domini, erano distribuiti sulla via davanti al Palazzo del Municipio: dal divieto di esporre le merci in quel posto, davanti al “Palazzo”, e di spostare tutto nella nuova piazza ha dato origine alla denominazione non ufficiale, ma da ognuno usata, di Porta Palazzo; non ho trovato una spiegazione per l’altro toponimo con cui da sempre viene denominata la piazza: Porta Pila.

Nella seconda metà dell’800, vennero costruite, prima in legno e poi in metallo ( la piazza fu danneggiata da un violento incendio nel 1910 ) le tettoie, tra le quali celebre è quella dell’orologio; nel 1963 fu realizzata la tettoia per il mercato dell’abbigliamento che oggi è stata demolita per un ammodernamento in corso d’opera che prevede parcheggi sotterranei e strutture adeguate alle nuove esigenze di un moderno mercato.

All’epoca, e le tracce ne sono ancora testimoni, esistevano immense ghiacciaie scavate sotto il suolo, a più piani, per la conservazione delle derrate.

E’ chiaro che l’immenso mercato è sempre stato magnifico humus di coltura di ogni possibile attività umana, lecita e non: l’aneddotica di Porta Palazzo è vastissima.

Per tutta la corte dei miracoli che vi è sempre esistita ( oggi sostituita da magrebini, neri africani, invisibili cinesi, bianchi dell’est europeo, ecc. ), cito il leggendario “Cichin”, Francesco Pignata, che intorno al 1860 aveva fondato una scuola per borseggiatori, attività proseguita dal figlio Nicolino e che addestrava i vari “Lofio”, “Ciciu”, “Forciolina” ecc. nelle arti complicate del borseggio.

Nei primi anni del ‘900 s’era anche creata la tradizione di eleggere la Regina di Porta Palazzo: la prima fu una certa Margherita Rosso.

Anche oggi, come sempre e come in ogni luogo, attività non troppo lecite vengono svolte con innegabile successo da altri “Cichin”, magari con la pelle più scura e qualche scrupolo in meno: ma non per questo il mercato di Porta Palazzo può definirsi un posto pericoloso, anzi.

Tommaso Leonetti, ormai alla terza generazione dietro un banco di verdura, si lamenta del fatto che i torinesi vengono sempre meno a comprare al Mercato: tutti gli snob e gli intellettuali girellano al Balon, pericoloso più o meno come Porta Palazzo; solo extra comunitari e gente comune vagola tra i profumi, i colori, i suoni dei banditori che mischiano consonanti calabresi, con aspirate arabe, gutturali nigeriane, sibilate orientali e, neanche troppo raramente, quei suoni poggiati, rotondi e un poco trascinati tra cui è difficile distinguere il torinese dal langarolo o dal monferrino.

Leonetti, che per me è una specie di memoria storica, mi dice che sulle 270 concessioni dei banchi di frutta e verdura ( licenze rilasciate fino agli anni ’50, epoca da cui non sono stati concessi ulteriori permessi ), sono rimasti titolari circa il 30% di piemontesi, il che poi, tutto sommato, non è poco, tenendo conto di quali flussi migratori abbia sopportato la Città.

I banchi del mercato di frutta e verdura sono i miei preferiti: è l’appagamento dei cinque sensi, certo con la vista privilegiata: gli accostamenti di colore, certe sequenze di prodotti allineati sui banchi o ammonticchiati con cura, tagliati a spicchi a fette….Il trionfo della geometria del colore.

Purtroppo, è sempre Leonetti che me lo fa notare, con la fine degli anni ’70, e la conseguente esplosione delle attività intensive delle serre ( fino ad allora le serre erano utilizzate esclusivamente per le colture floreali ), è un po’ finita la stagionalità di frutta e verdura; non solo, con l’avvento di quella che viene malamente nomata “globalizzazione”, anche la primizia ha cambiato significato, nel senso che oggi le primizie ci sono sempre, benché poi i prezzi, e i sapori, rendano giustizia al naturale corso delle stagioni.

Caratteristica unica da sempre di Porta Palazzo è il mercatino dei contadini, situato dietro la tettoia dell’orologio: poche decine di produttori che arrivano da tutto il Piemonte espongono e vendono la merce che viene direttamente dalle loro terre, e sono frutti e verdure di stagione che, non sempre a dire il vero, hanno un gusto diverso, e colori diversi, e fragranze diverse; ripeto non sempre, però, perché il solo fatto di essere contadino non certifica dell’assoluta onestà e correttezza di ognuno.

I due mercati coperti della carne e dei formaggi sono oggi un inno alle diverse tradizioni culturali e religiose che caratterizzano le cucine delle varie etnie che comprano a Porta Palazzo: trovi tutto.

Dal montone macellato secondo l’uso musulmano, alle carni affumicate di tradizione romena o slava; dalla vera soppressa calabrese al pecorino sardo, al formaggio di fossa, alla finocchiona e addirittura ai salumi spagnoli, o ai nostri insaccati di Cinta senese.

Io mi delizio a guardare interminabili file di salsicce, di prosciutti, di provole, penzolare dalle volte dei banchi a comporre quasi delle mantovane, delle quinte che emanano però insinuanti e promettenti fragranze.

Nulla a che spartire con quelle farmacie o corsie ospedaliere che sono gli ipermercati di cui hanno saturato le periferie e che diventano il ricettacolo di pensionati perdigiorno che impiegano il loro tempo a cercare di rubacchiare creme da barba e cioccolatini; di giovincelli assatanati, rumorosi, incerottati dentro indumenti falsi che espongono loghi tanto famosi quanto brutti e omologanti che cercano il refrigerio dell’aria condizionata e alimentano la frustrazione e l’invidia di non poter comprare quell’ultima scarpa ipertecnologica o quel palmare che fa tutto, anche farti sentire bello biondo alto ricco e famoso……

O le massaie con carrello, e bambino dentro, che comprano tutto a memoria, con percorso, tempo e spesa programmata…..

No, a Porta Palazzo ci vai per rinnovare i cinque sensi; ci vai perché la gente è diversa, parla urla ride commenta s’indigna si lamenta e lo fa in tutte le lingue che tutti capiscono, perché la gente basta guardarla in faccia per capire quello che dice, quale che sia la lingua.

Ma bisogna saper guardarla la gente per capirne il senso delle parole.

E poi, in mezzo a quell’orgia dei sensi, ogni tanto alzi gli occhi, oltre le righe rosse e bianche dei teloni che coprono i banchi, e scopri gli occhi di una finestra barocca che ti guata, un poco malandata, un poco scolorita e ancora, poco più in alto, la cupola della chiesa dei SS. Maurizio e Lazzaro che da sempre sorveglia il Mercato.

Chiudo con i 18 banchi meravigliosi del mercato del pesce, il più grande d’Europa, rifatto una decina d’anni fa.

Quando si va a fare la spesa io vado avanti e indietro per delle mezze ore tra un banco e l’altro: la scusa è quella di trovare il pesce migliore al prezzo più conveniente, ma è una bugia, perché a me, pescatore di mare, semplicemente piace osservare i pesci, i crostacei, i polipi di scoglio, i gamberoni, le cicale, le cozze, i calamari…..

E’ l’unico posto dove ogni tanto riesco a trovare tordi, perche, saragotti , donzelle e scorfanetti ( quelli piccoli e di colore scuro che vivono sotto gli scogli in tre o quattro metri d’acqua e hanno un sapore…) per la zuppa che piace a me.

Inutile dire che il pesce è spesso freschissimo, non sempre però ( anche se devo ammettere che in fatto di pesce io sono molto esigente ), e a prezzi di assoluta convenienza.

Poco mi piace aggirarmi nell’angolo dei banchi dell’abbigliamento: mancano i colori di frutta e verdura, gli odori del pesce, i suoni dei banditori; tutto sommato abbigliamento e accessori mi coinvolgono di meno, non mi fanno nessuna promessa i pantaloni, non la trovo insinuante una camicia e le scarpe tutto sommato sono solo delle prigioni per i piedi che, anche loro, amano la libertà.

Chiudo con una piccola curiosità storica: il corso Giulio Cesare che continua oggi la via Milano, si chiamava via Mosca, in onore di Carlo Bernardo Mosca, da Occhieppo Superiore (Vercelli), costruttore del ponte omonimo sulla Dora, una meraviglia costruita in pietra che all’epoca era unica al mondo.

Una delle tante ignorate di questa Città.

Bibliografia:

Mille saluti da Torino. 1990, Edizioni del Capricorno

Mille ricordi da Torino. 1992, edizioni del Capricorno

I Misteri di Torino. Edizione Piemonte In Bancarella

Memorie di Pietra, 1991, Ass. Servizi Demografici Città di Torino