Posts Tagged ‘Gaglioppo’
I nuovi vini della Cantina Brigante di Enzo Sestito

Oggi mi sono arrivati i vini di Enzo Brigante Sestito da Cirò Superiore. Ne parlerò diffusamente perché sono vini eccellenti prodotti da un piccolo vignaiolo appassionato e competente da vigne che abitano le colline che dominano la vecchia Cirò, il paese della mia famiglia materna.
Ne parlai già qualche anno fa:
http://www.vincenzoreda.it/ciro-brigante-un-cerchio-che-si…/

Comincio con il nuovissimo rosa ZeroGaglioppo in purezza senza solfiti aggiunti, senza lieviti selezionati e non filtrato; oggi questi vini va di gran moda chiamarli “Naturali“, anche se non può esistere il “vino naturale”. Comunque, questo vino rosa (solo acciaio, 14% vol., 2018) di Enzo è come al solito un bel vino, secco profumato, complesso, persistente. Altrettanto eccellente il Cirò rosso Zero da uve Gaglioppo (14%vol, 2018), vino che al naso e al palato racconta senza mezzi termini i frutti da cui è stato spremuto. Ricordo che l’etichetta Zero è stata premiata all’ultimo Vinitaly e comunque tutte le etichette di questo produttore sono contraddistinte da elegante semplicità.

Phemina è il Cirò bianco di Enzo Brigante Sestito, un vino di delicatezza assoluta, profumi erbacei di macchia mediterranea, leggermente abboccato ma con una persistenza amarognola lunghissima. 13% vol., 2018, 80% Greco biancoe 20% Chardonnay per un vino che è davvero femminile. Mi ha fatto pensare alla femminilità leggera e coinvolgente delle ragazze vietnamite: né sexy né sensuale ma straordinariamente femminile. L’ho accompagnato con le cozze alla tarantina, meravigliose ma troppo forti per questo vino delicato e elegante. L’ho meglio gustato con semplicissime patate silane bollite, condite con olio ligure, rosmarino e sale rosa (che mi piace soltanto per questioni meramente estetiche): fantastico! Certo che con il delicatissimo bianchetto sotto aceto (arrivato fresco fresco dalle mani calabre e prodigiose di mia cugina Fortunata), condito con l’olio ligure di Paolo Colombo, questo bianco regala il suo meglio. Attenzione, non esistono piatti poveri (espressione sciatta e deprecabile quasi come “street food“), i piatti sono di tradizione o semplicemente semplici: pochi, selezionatissimi ingredienti per esaltare il godimento del gusto.

Ecco altri suggerimenti per gustare il rosa di Enzo Sestito: risotto agli asparagi e insalata di fragole al limone accompagnati dal delizioso Cirò rosato Manyarì (13%vol., uve Gaglioppo in purezza). Garantisco deliziosi e sorprendenti risultati sia per l’olfatto (i profumi sono formidabili) sia per il palato. Un’altra bella proposta per le giornate più calde: preparate una bella insalata di frutta di stagione, finitela con zucchero, succo di limone e un po’ d’acqua. Aspettate che fermenti un paio di giorni e poi gustatela con un bel bicchiere di Manyarì. Dopo aggiungete 1/2 dose del succo della macedonia al rosato e gustatevi questo semplice e delizioso cocktail fruttato e poco alcolico.
Il grande Kingsley Amis sarebbe orgoglioso di me.

I vini Brigante sono complicati da trovare perché la cantina di Enzo è piccola e fuori mano (Cirò Superiore, Crotone). Ma io, soltanto per amici davvero interessati, posso essere utile (in maniera disinteressata: io il vino lo bevo e lo scrivo ma certo non lo commercio).

Cirò Brigante: un cerchio che si chiude

http://www.vinocirobrigante.it/

Stefania, la mia figlioccia, ha tanto insistito per farmi visitare una cantina a Cirò Superiore – il paese di mia madre, il paese in cui i miei genitori si sono sposati nel 1953 – e, per accontentarla, ieri ho accettato la sua proposta.

Sant’Elia è una piccola borgata che si trova a poche centinaia di metri dal paese, verso nord-est, un poco più in alto dell’Arenacchio. La cantina mi era praticamente sconosciuta.

Ci accoglie Stefania, la moglie di Enzo Sestito: una persona franca, piacevole, dai modi semplici; il marito non c’è, ma forse arriva più tardi. Stefania mi spiega che la cantina è stata costruita interamente da suo padre Giovanni, mio cugino purtroppo scomparso causa un bruttissimo male nel febbraio di quest’anno. Giovanni era un mastro muratore provetto, ma era anche un grande intenditore di vino, essendo figlio di quello zio Stefano per decenni uomo di fiducia della famiglia Siciliani, storica produttrice del Cirò. E mio cugino Giovanni il suo vino lo prendeva da questa cantina: sfuso e per lui questo era il Cirò migliore.

Assaggio il rosato (Gaglioppo in purezza, sulle bucce per 12 ore) Manyarì: 13% vol., 2013, colore più carico dei soliti rosati di queste parti. Vino di grande armonia, tannini evidenti ma dolci, complessità, persistenza: mammamia, forse il migliore tra i rosati di Cirò che ho bevuti – e tanti ne ho bevuti.

Rimango sbalordito. Passo al rosso Etefe, sempre 2013, stessa gradazione ma di colore rubino scarico che, secondo me, è quello più giusto per il Cirò: anche qui il bicchiere mi bacia con un vino di straordinaria eleganza e armonia, tannini che hanno straordinaria assonanza con quelli dei nostri Nebbiolo. Anche meglio del Volvito di Caparra & Siciliani, assimilabile al Cirò di ‘A Vita del mio amico Francesco De Franco. Sensazionale!

Poi, ultimo, il Greco in purezza, Phemina: gran naso con profumi di macchia mediterranea e una buona persistenza, con un bel colore giallo paglierino intenso. Un bianco di buona personalità, un palmo sopra i soliti, sempre un poco stucchevoli Cirò Bianchi.

Finalmente arriva Enzo: ragazzo semplice, appassionato al suo lavoro, che si è fatto lavorando per anni nelle migliori cantine della zona e che, nel 2000, ha rilevato le terre del padre Cataldo – circa 10 ettari di cui 5 vitati – e ha cominciato a produrre vino per conto proprio. Soltanto Gaglioppo e Greco Bianco, impianti di 5.000 esemplari per ha, condotti a cordone speronato e rese di 70/80 ql. per ha. Vinificazione tradizionale in vasche di acciaio termocontrollate. Poca solforosa per vini di straordinaria franchezza ed eleganza. 650 ql. di uva che per la maggior parte viene fermentata in vino commercializzato sfuso, neanche 10.000 bottiglie totali per le tre etichette che Enzo vende direttamente quasi tutto in Calabria (dovendo sempre misurarsi con i soliti Librandi e Iuzzolini, onnipresenti).

Poi ho sentito i prezzi: per pudore non li comunico perché sono incredibili, bassissimi. Altroché convenienti: giustificazione, unico modo per competere, per vendere. Per davvero un altro mondo.

Ho ripreso la famiglia di Enzo, con la moglie Stefania e i tre figli: Cataldo di 8 anni (fiero tifoso juventino contro il padre romanista…), Margherita di 5 anni e Selena, 8 mesi appena. Una famiglia bellissima, per una di quelle Storie che mi affascinano e mi coinvolgono. Devo, lo devo a mio cugino Giovanni, dare una mano – per quanto mi è possibile – a queste belle persone. Lo meritano anche i loro vini straordinari.

Una scoperta inaspettata e sorprendente.

Salute.

Nel giardino delle meraviglie
Caparra & Siciliani

Ho visitato le Cantine Caparra & Siciliani in una caldissima giornata di metà agosto 2013, anno in cui questa realtà produttiva festeggia il mezzo secolo di vita. Nacque, infatti, nel 1963 quando quattro fratelli Caparra decisero di fondere le loro proprietà con quelle di due loro cugini, sempre Caparra, e con quelle di quattro fratelli della famiglia Siciliani. I 10 soci fondatori si trovarono così a gestire una proprietà di 213 ha. diffusa a macchia di leopardo tra le rive e le brezze dello Ionio e le dolci colline dell’entroterra cirotano, tutte comunque incluse nel disciplinare Cirò Classico in provincia di Crotone. Cirò significa Gaglioppo, vitigno nobile e antico in grado di dar vita a vini di grande complessità e struttura.

Le vigne, distribuite in appezzamenti che non superano mai la dimensione di pochi ettari, sono tenute a cordone speronato con sesti d’impianto moderni di 5/6.000 ceppi. Due agronomi interni ne curano ogni aspetto legato alle potature, ai trattamenti (che vengono gestiti con particolare attenzione) e alla vendemmia manuale. Per il 94% le colture sono certificate biologiche. L’età media delle vigne è di circa 20 anni, ma sono presenti anche gloriosi appezzamenti con le viti ad alberello, come usava fin dai tempi della Magna Grecia.

Oggi i soci sono diventati 19 con l’ingresso delle seconde generazioni e circa 90 sono gli addetti che vi lavorano nelle diverse mansioni. Ho saputo, con personale compiacimento, che Fabrizio Ciufoli è l’enologo che supervisiona le pratiche di cantina: con lui ho lavorato durante la mia esperienza in Toscana e ne ho grande stima, oltre a conservarne l’amicizia.

Questa realtà produttiva è oggi capace di realizzare circa un milione di bottiglie, per l’80% destinate al mercato nazionale con distribuzione GDO e HORECA e per il resto (soprattutto i vini top di gamma, Volvito e Mastrogiurato) esportate verso Germania, Inghilterra, Svizzera, Usa e Canada.

Sono andato a far visita alla sede di Caparra & Siciliani accompagnato da mia cugina Filomena, grande amica di alcuni dei soci di questa cantina e appassionata bevitrice dei loro vini che non manca mai di lodare oltremodo.

Ci ha accolti con cortesia Giansalvatore Caparra, AD e Direttore Generale; abbiamo avuto una lunga e piacevole chiacchierata e mi ha mostrato le grandi cantine, da pochi anni rinnovate secondo le più recenti filosofie di produzione. Non abbiamo effettuato la classica gustazione dei vini in cantina: personalmente, non amo questo rito, poco soddisfacente perché sempre troppo frettoloso. I vini me li avrebbe spediti a casa mia, dove con la calma opportuna avrei potuto effettuare le mie bevute e le mie conseguenti valutazioni.

Soggiornando a Cirò presso i miei parenti, con il caldo sostegno di Filomena ho molto apprezzato il rosato Le Formelle: un vino di grande piacevolezza e buona complessità che viene prodotto da uve Gaglioppo in purezza. Di recente ho bevuto diversi vini rosati e quelli che più mi sono piaciuti sono prodotti in purezza da grandi vitigni: Nebbiolo, Sangiovese e, appunto, Gaglioppo.

Filomena mi ha pure fatto conoscere e piacere il Volvito 2008, Cirò Superiore Riserva, affinato in barrique di 1° passaggio: per certo tra i migliori Cirò da me gustati, e posso dire che sono davvero tanti….

Devo confessare che, pur conoscendo questo storico brand di Cirò e pur avendone bevuti (in maniera distratta…) diverse volte i vini,  ne avevo, almeno fino a oggi, ben poca stima. Purtroppo, per molti di coloro i quali scrivono di vino, GDO è considerata quasi una parolaccia, una sorta di bestemmia e si diffida, spesso con grave torto, delle aziende che distribuiscono i loro vini con questo canale. Ho anch’io commesso qualche volta questo errore di superficialità e me ne pento….

E a questo proposito, tra i vini che ho ricevuti, come promesso da Giansalvatore, quelli che più mi hanno piacevolmente sorpreso sono proprio le etichette DOC destinate alla GDO: Cirò Rosso Classico 2011, Cirò Rosso Classico Solagi 2010, Cirò Rosso Classico Superiore 2009.

Dunque, di Cirò base Rosso Classico ne producono 500.000 bottiglie! Ebbene è un vino che, prezzo franco cantina (oltre le 24 bottiglie include anche le spese di spedizione), costa meno di 4€: ed è un vino di ottima beva, pulito, con le tipiche caratteristiche di un buon Cirò: colore rosso rubino scarico, naso di fiori secchi e fichi, palato che esalta tannini importanti ma delicati. 12,5% vol. di alcol per un signor prodotto dal rapporto qualità/prezzo davvero interessante. Ma le sorprese vere sono state Il Superiore 2009 e il Solagi 2010. Il primo è quasi un grande vino e costa meno di 6€: quasi un grande vino significa, per chi ama i voti, almeno 87/88 centesimi. Tutte le caratteristiche di cui sopra esaltate, con in aggiunta un’armonia e un’eleganza davvero sorprendenti. E sono 60.000 bottiglie con 13,5% vol. di alcol per un vino affinato in acciaio e legno grande. Infine, il Solagi 2010: quasi un cru di 25.000 bottiglie per un vino in cui spiccano eleganza e piacevolezza combinate con una certa complessità sia al naso sia al palato. E finale lungo con buona acidità e tipici tannini morbidi. Notevole, per un prezzo leggermente più alto, ma sempre sotto i 6€.

Chiaro che il Doc Volvito 2009 (12.000) bottiglie e l’IGT Mastrogiurato 2010 (10.000 bottiglie) sono vini più complessi di quelli di cui sopra: ma mica poi così tanto… Quest’ultimo è forse il migliore in senso assoluto, anche quello di cui parlano le guide (con i voti sempre un po’ stretti: lasciamo perdere le valutazioni di Maroni, ma i miei amici della guida Veronelli gli assegnano 90 centesimi, per me uno o due di più li vale). Un vino assemblato con uvaggio di Gaglioppo e Greco (in piccola percentuale), di colore più carico del Rosso classico Superiore e che tende all’aranciato (come tutti i Cirò che superano i 2/3 anni di invecchiamento); al naso note di confettura, spezie e sentori di pellame; in bocca è un vino di grande morbidezza con i tannini tipici del Gaglioppo che quasi non si sentono. Finale lunghissimo, leggermente abboccato. Il legno piccolo, di 1° e 2° passaggio è usato come si deve: qui si sente la mano del mio amico Ciufoli.

Il Volvito costa circa 8€ e il Mastrogiurato 10/11, ma a questi prezzi si beve del gran vino: per intenderci, in Toscana o in Piemonte per una qualità del genere bisogna almeno raddoppiare la spesa, e forse non basta.

In conclusione: ho conosciuto gli ottimi vini di una storica cantina, forse non abbastanza apprezzata per quanto è capace di fare e, dunque, una tiratina di orecchie per la scarsa comunicazione e per le etichette dei DOC GDO che secondo me non rendono un buon servizio ai vini di cui dovrebbero raccontare la qualità….

www.caparraesiciliani.it

‘A VITA: la rinascita del Cirò

Il mandante è sempre lui: Vincenzo Munì, piemontese di origini meridionali, enologo esperto di vini biologici e biodinamici. A lui devo la conoscenza dei Cirò sensazionali di Giuseppe Ippolito e a lui devo la conoscenza di questa, piccola ma di estremo interesse, realtà produttiva cirotana.

Francesco De Franco esercitava la professione, ben pagata, di architetto in quel di San Marino. Fu folgorato sulla via del Cirò, credo senza rovinose cadute da cavalli, si prese una seconda laurea in enologia nel prestigioso istituto di Conegliano e atterrò nelle terre dei suoi avi a ripeterne l’antico mestiere: produrre ottimi vini. Trascinò con sé e con la sua passione la compagna, friulana, Laura.

Francesco appartiene a un piccolo nucleo di giovani che si sono invaghiti delle straordinarie potenzialità del Gaglioppo e delle terre baciate dalle calde brezze dello Ionio intorno a Cirò: rappresentano oggi la nuova frontiera di questo antico, elegante, straordinario vino.

Innanzi tutto, prima di tutto: la vigna! Diffidate di quei produttori che parlano soltanto di cantina e dei loro vini: c’è qualcosa che non quadra; invaghitevi di quelli che vi aspettano con ansia e vi fanno apparentemente perdere tempo mostrandovi le loro vigne, magari girando per sentieri malandati con trappole meccaniche sporche di terra e male in arnese. Sono questi i produttori cui prestare attenzione.

Francesco mi aspettava per mostrarmi le sue vigne del Vallo: U Vallu, una valle scavata dal torrente Lipuda, situata tra Cirò e Torre Melissa che pare una piccola Langa, ovviamente, un poco meno verde, ma non poi così tanto poco. Sono terre pleistoceniche, non troppo profonde e ricche di argilla e limo con poco scheletro. Le sue vigne, pochi ettari, le tiene come gioielli e le cura con tecniche bio certificate. In cantina arriva un frutto perfetto che viene vinificato in maniera tradizionale, con macerazioni di pochi giorni e lungo affinamento. Senza chiarifiche e filtrature.

Qui si parla la lingua del Gaglioppo in purezza: un idioma che restituisce freschezza, franchezza, colori scarichi, sentori complessi e tannini raffinati. Vini che  a lungo permangono in bocca e in gola. E, ultima considerazione ma certo non di poco conto: rapporto qualità-prezzo straordinario (sempre meno di 15 € a scaffale per vini davvero grandi)

Ne ho bevute tre bottiglie: Rosso Classico 2010, Rosso Riserva 2008 e il Rosso F36P27 2008. Vini senza alcun dubbio al vertice delle rispettive tipologie e con la costante caratteristica della pulizia e dell’eleganza di cui è capace l’uva Gaglioppo quando a coltivarla, a spremerla e a fermentarla è un artigiano innamorato che lavora con coscienza e soddisfazione.

Chiaro che in futuro seguirò con estrema attenzione i vini di Francesco De Franco: per i suoi meriti, per la sua passione ma anche per i legami forti e radicati che ho con questa Terra, la mia.

http://avitavini.blogspot.it/

Tenuta Iuzzolini

L’appuntamento con il mio amico Luigi Ferraro, chef del Café Calvados di Mosca, era fissato per il 12 agosto nel pomeriggio: era in programma una visita all’Azienda Iuzzolini di Cirò Marina.

Di questo produttore mi avevano parlato in molti ma io devo dire che avevo soltanto fatto un fugace assaggio di un Cirò rosso classico durante le furibonde giornate del Vinitaly 2013: m’era parso un vino corretto senza particolare avvenenza ma gli assaggi che si fanno di corsa durante queste convulse manifestazioni sono poco o punto degni di memoria.

Ero assai curioso di conoscere questa, tutto sommato abbastanza recente ma assai importante, realtà vinifera calabrese: nata nel 2005 ma capace di produrre già circa 1.100.000 bottiglie! E con la caratteristica, abbastanza unica in un territorio vocato per il vino rosso, di presentare una produzione di vini bianchi che arriva a coprire quasi il 50% del totale. Distribuita soltanto sulla linea HORECA, esporta il 65% dei suoi prodotti. Giova segnalare che, notizia recentissima, ha acquisito la storica azienda Fattoria San Francesco e molti dei suoi marchi storici.

La famiglia Iuzzolini in realtà è un’antichissima stirpe di Cirò e possiede una tenuta di 500 ha. di cui 30 vitati, 50 coltivati a oliveto, un centinaio destinati a colture varie e per il resto bosco e pascolo in cui allevano 200 capi di vacca podolica, un centinaio di maialini neri calabresi, asini e cavalli.

Siamo stati accolti da Pasquale (enologo) e Rossella; Diego e Antonio sono gli altri figli di Fortunato Iuzzolini e Giovanna Colicchio, già conoscente dei miei parenti materni di Cirò Superiore.

Con Gigi Ferraro abbiamo gustato due bianchi, due rosati e il rosso classico riserva Maradea 2008.

Comincio da quest’ultimo: è un vino 100% Gaglioppo di notevole struttura, più carico di colore del normale, 14,5% vol. affinato in barrique di castagno per espresso volere di Pasquale. Cirò del tutto particolare che vale la pena di conoscere per le sue caratteristiche per davvero peculiari.

Dei due bianchi sono stato colpito dal Donna Giovanna 2012 (Greco bianco 100%): è spremuto da uve a raccolta tardiva e presenta un colore giallo paglierino carico con un bel naso e un palato abboccato e persistente per 13% vol di alcol. Ne producono 14.000 bottiglie per un prezzo indicativo a scaffale di 16 €. Vino indubbiamente dotato di particolare fascino.

Più normale, ma ottimo prodotto comunque, il bianco Madre Goccia 2012 (Greco e Chardonnay). Giallo paglierino medio, fruttato con buona acidità: 130.000 bottiglie per 12,5% vol di alcol e un ottimo prezzo di 7/8 €.

Pure più che buoni i due rosati, con una citazione particolare per il Lumare 2012 (uvaggio di Gaglioppo 80% e Cabernet Sauvignon 20%): nella varietà rosato Iuzzolini produce 200.000 bottiglie.

Chiaro che per le mie abitudini le valutazioni professionali devo effettuarle con bevute successive a casa mia, con calma (almeno uno o due giorni) e in solitudine: appena possibile ne darò conto con un articolo espressamente dedicato. Sono molto curioso di seguire l’evoluzione dei prodotti di Iuzzolini: credo che nel prossimo futuro questo brand andrà a vedersela con lo storico Librandi, cantina che conosco poco e di cui non ho grandissima stima, pur dovendo riconoscere che il vino Cirò oggi ha un grande debito verso questo produttore che lo ha salvato dall’oblio colpevole e ne ha rilanciato l’immagine sul mercato nazionale e internazionale. Ma ancora non basta.

Il Cirò merita di essere assai più apprezzato di quanto oggi avviene: tra i grandi vini meridionali è senza dubbio il Gaglioppo a dare i vini più eleganti (lo sapevano, fino agli anni Ottanta, i produttori di Barolo….).

http://www.tenutaiuzzolini.it/it/ 

Nebbiolo a Cirò

IMG_4266

Questa è una piccola chicca: un bellissimo e compatto grappolo di Nebbiolo, con la sua tipica ala, frutto di un esperimento a viti abbinate e contrapposte tenute a cordone speronato nelle vigne Du Cropio di Cirò Marina. La bella pensata fu opera del grande agronomo Don Giovanni Ippolito, autore del primo disciplinare del Cirò (prima di quello un poco sciagurato oggi valido), padre del mio amico Giuseppe Ippolito. Questo Nebbiolo vede il mar Ionio a poche centinaia di metri e ne sente le brezze. E pare gradire assai.

E quanto Gaglioppo fu usato, in passato (nel bene e nel male), per rinvigorire annate di Nebbiolo tremolanti e timide…

Il colore scarico e i tannini spiccati del Cirò certo non stanno male con i mosti che poi dovrebbero trasformarsi in Barolo: chiaro che nel Cirò si trovano sentori di fichi, confettura e pellame che non sono proprio le spezie tipiche del Barolo.

Sogno, da qualche tempo, un gemellaggio: Barolo e Cirò, l’unico vino del nostro rigoglioso Sud che possa avere una qualche pretesa di eleganza.

Cirò Du Cropio Damis 2005

L1100112Stasera festeggio una faccenda mia, tutta mia. E la festeggio, la onoro bevendo un paio di bicchieri di un Cirò sensazionale: il Damis 2005 di Ducropio (l’amico Giuseppe Ippolito). Vino strepitoso, vino della mia vita: il Gaglioppo elegante spremuto da uve maturate su viti piantate in coppia su terreni collinari e che sono carezzate dalle brezze salmastre dello Ionio antico. Qui si parlano linguaggi dimenticati dai più, di qui una parte di me proviene; anche da queste parti c’è una parte di me che mi si rivendica e che, certe volte, mi sussurra: ricorda, non dimenticartene mai!

Certo, certo che mi ricordo, ci mancherebbe!

E poi mi domando: ma perché ancora oggi il Cirò è un vino periferico, un vino considerato poco? Perché la sua eleganza, la sua finezza non trovano i consensi, gli apprezzamenti che dovrebbero competergli per censo, tradizione, struttura…

Sarebbe ora che la Calabria Felix si destasse. Enotria, cazzo, svegliati e urla al mondo le tue bellezze!!

Penso a mio nonno Vincenzo, penso a mio zio Stefano, penso alle storie di mio padre Giuseppe.

Penso alle mie radici.

Penso ai miei miti, ai riti dell’infanzia.

Penso ai baci delle botticelle e a quelle sbronze epocali di cui soltanto mi sono giunti echi lontani.

Mannaggia: mi tocca il ruolo nobile ma, tutto sommato, periferico di aedo. Meglio, meglio assai averle vissute che raccontarle, quelle Storie; oltretutto per interposta persona.

Bacco, Dioniso (o chi per loro) mi guardino con occhi benevoli.

In difesa del vino Cirò.

Ricevo da Giuseppe Marino e sposo immediatamente la causa (oltretutto, Giuseppe, che non ho il piacere di conoscere, porta lo stesso cognome di mia madre, nata a Cirò Superiore e sorella di gente che del vino Cirò si è sempre occupata), anche ricordando il mio Maestro Luigi (Gino per gli amici) Veronelli che scrisse pagine memorabili sul Cirò e su Torre Melissa.

“L’attuale disciplinare del Cirò prevede l’utilizzo del Gaglioppo nella misura minima del 95% e del Greco Bianco o Trebbiano per il restante 5%. Nella proposta di modifica avanzata dal Consorzio di Tutela del Cirò e Melissa si prevede la possibilità di utilizzare oltre al Gaglioppo tutte le varietà a bacca rossa autorizzate dalla Regione Calabria nella misura massima del 20%. Tra queste varietà sono presenti vitigni internazionali quali  Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Merlot che nulla hanno a che vedere con la tradizione vitivinicola del Cirò. Bisogna chiarire subito che la denominazione di origine (DOC) è un bene collettivo. Un bene pubblico e proprio per questo normato da apposite leggi dello Stato. La DOC infatti rappresenta il vino di un territorio delimitato ed esprime le caratteristiche di tipicità di quel determinato “terroir”. Queste caratteristiche includono, oltre alle condizioni pedoclimatiche, la storia, la tradizione e la cultura vitivinicola di un territorio, definendo l’identità del vino prodotto in quel territorio, in questo caso del Cirò, come prodotto unico ed irripetibile. L’utilizzo di varietà internazionali (in quantità rilevanti come proposto nella modifica) porta ad uno svilimento dell’identità territoriale e all’omologazione del prodotto. Perché allora un consumatore del nord Italia o estero dovrebbe ricercare il Cirò se le sue caratteristiche sono simili a mille altri vini? Perchè dobbiamo decirotizzare il Cirò? Perchè dobbiamo parificare la DOC Cirò alle IGT presenti sul territorio? Perché centinaia di produttori devono rinunciare alla loro identità di Cirotani? Oltretutto per rispondere ad una presunta esigenza di mercato e di gusto globalizzato, le aziende vitivinicole dispongono già delle denominazioni IGT, che prevedono ampiamente l’uso di varietà internazionali. La globalizzazione può rappresentare un’opportunità se permette la conoscenza e il confronto di prodotti e culture differenti, è deleteria invece se propone l’appiattimento dei valori e la perdita di identità. Si può e si deve ri-guardare il territorio: averne riguardo e tornare a guardarlo; riallacciare con il presente saperi sapori e risorse del passato, senza nostalgie, permettendo una continuità con il futuro.”

Firmiamo in difesa dell’identità del Cirò e di chi sa berlo con la sardella o rosamarina:

http://www.firmiamo.it/indifesadellidentitavinociro