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Ristorante La Canonica di Casteldimezzo

http://www.ristorantelacanonica.it/

Sul finire del 2004, anno che avevo trascorso lavorando da Emilio Marengo in Toscana, tramite Gegè Mangano fui messo in contatto con uno chef romagnolo suo amico: Angelo Rignoli. Con lui lavorava Davide Marino.

Combinammo di fare una mostra di miei quadri nella primavera del 2005, in questo posto magnifico che è situato dentro le mura di un minuscolo borgo (Casteldimezzo), nel territorio del Parco di Monte San Bartolo (sopra Gabicce, a due passi da Pesaro).

Partii il 23 aprile a portare i quadri; nel frattempo un esame medico mi aveva destinato subito dopo un intervento di quelli terribili, con il rischio della vita. Andai giù, conobbi Andrea e Davide e mi rimpinzai senza ritegno di cibo (ricordo una tagliata di tonno imperiale) e dei vini sempre eccellenti e sorprendenti di Andrea. Rimasi fino al 25 aprile, quando dovetti ritornare a Torino per il ricovero.

Tornai a smontare la mostra il 1 ottobre successivo, con mia moglie. La mostra ebbe successo e, soprattutto, si instaurò un bellissimo rapporto di amicizia  e di stima che perdura e va consolidandosi nel tempo.

Poco tempo fa mi ha chiamato Davide, che nel frattempo è andato a occuparsi della Tenuta Biodinamica Mara e mi ha proposto un bellissimo lavoro per quest’azienda, posta a due passi da Cattolica.

Ovvio che è stata l’occasione per una rimpatriata e ho conosciuto così il nuovo chef di Andrea: lui si chiama Paolo Bissàro, nato a Bolzano ma da sempre riminese; è uno che si è fatto da solo, ragazzo disincantato più o meno quarantenne (Ariete!): più che altro, come dice lui: “Mi allergico con facilità e sono…agnostico“.

A parte le sue facili allergie, Paolo è un fuoriclasse: mi ha fatto felice ed è stato immediatamente arruolato nella mia specialissima squadra di cuochi. Lavora alla Canonica da circa un anno e mezzo e con Andrea si è ormai consolidato un rapporto privilegiato.

Ho gustato del pesce crudo formidabile: mazzancolle al gelso, spigola, tonno e una mormora indimenticabile. Poi triglie grandiose, un trancio di ombrina con frutta e, ancora, gnocchi di seppia e patate; e, per finire, un polpo senza senso. Il valore aggiunto sono le erbe del parco, che Paolo usa con grandissima cura e straordinaria sensibilità.

Poi il posto è di assoluta gradevolezza, soprattutto d’estate (abbastanza in alto, sulla scogliera), immerso nel silenzio più accogliente e rassicurante, carezzato dalle brezze dell’Adriatico prospiciente.

E, nota ultima ma mica la meno importante, Andrea affida i suoi sottofondi musicali (quelli nobili dei Tempi Nostri) al glorioso, morbido, lento vinile. E quanto si beve bene…E mai si verrebbe via.

In autunno,  a distanza di dieci anni esatti dalla mia mostra qui, abbiamo previsto un evento di quelli che, per certo, sarà memorabile.

Parola Mia.

 

I miei dodici cuochi per Il Peperone

Qui sopra le pagine d’introduzione ai 12 cuochi che ho scelto per le ricette “d’Autore”, con il peperone di Carmagnola come ingrediente irrinunciabile.

Sono dodici persone che conosco bene, che stimo sia come cuochi sia, soprattutto, come persone.

Di ognuno mi sono occupato su questo sito con ampie trattazioni, come meritano tutti. Molti lavorano in Piemonte, un paio in altre regioni d’Italia e tre di loro sono impegnati in altri paesi. Tutti, comunque, veri fuoriclasse: per come intendo io questa espressione.

Con alcuni di questi sono legato da antica amicizia (Gianni Leopardi, Gegè Mangano), con altri (Stefano Fanti, Stefano Malvardi, Riccardo Ferrero, Igor Macchia, Massimo Camia) la conoscenza è vecchia di qualche anno. Alcuni sono scoperte e frequentazioni più recenti  (Manolo Murroni, Stefano Polato, Stefano Chiodi Latini).

Un discorso a parte meritano Cesare Giaccone e Luigi Ferraro. Cesare è un vero Maestro, un fuoriclasse ma, allo stesso tempo, un personaggio unico e un cuoco indescrivibile: non è possibile raccontare Cesare e la sua cucina in sintesi. Cesare è un fenomeno abbastanza unico nel panorama della cucina italiana d’autore: chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo, si prenda la briga di prenotare da lui (lavora soltanto su prenotazione) in quel magnifico borgo dell’Alta Langa che si chiama Albaretto della Torre. Posso garantire che sarà un’emozione irripetibile, a patto che gli siate simpatici…

Luigi Ferraro è un mio compaesano, un calabrese di Cassano Ionico che lavora in uno dei migliori ristoranti di Mosca: un altro fenomeno e un’altra persona (come tutti quelli che ho scelto per il libro) di grande disponibilità, semplicità, competenza.

Che squadra, signori! E ne sono orgoglioso, per davvero.

Monte Sant’Angelo (Gargano, Foggia)

Mi sento cittadino del mondo, da emigrato quale in fondo sono. Certo, Torino è la mia città e tra i pini larici della Sila mi sento a casa. Ma c’è un paese che amo sopra ogni altro. Ne amo le mille sfumature di bianco i cieli cobalto i lucidi tufi delle scalinate infinite le schiere medievali di casette tutte eguali i fregi barocchi.

Il locale di Gegè Mangano ospita una mia mostra permanente e diverse volte ho esposto in questo paese.

Mi piacerebbe, un giorno, esserne cittadino onorario. Se non altro per sapere ricambiata la mia passione.

Chissà mai….

Vitigni autoctoni del Gargano

Ne ho fotografati una decina di esemplari, tutti vecchi di almeno qualche decina di anni. Sono viti a alberello, in genere maritate a tutore vivo (olivi e mandorli), ma anche sostenute da vecchi e occasionali puntelli o addirittura prive di sostegno. Ho distinto almeno quattro/cinque varietà di uve: bianche, nere, rosate e tutte senza dubbio uve da vino.

Le ho trovate nella proprietà di Francesco Colletta, nella piana pleistocenica di Mattinatella: 40/60 mslm, terreno calcareo con scheletro importante, distribuite tra olivi e mandorli. Francesco mi racconta che fino a non molti anni fa suo padre spremeva il vino di famiglia da queste incredibili viti a foglia larga e in genere trilobate. Non sono un botanico e sono ancora meno un ampelografo, ma di viti ne ho viste tante e tante: mai nessuna come queste.

Dal sito di Nello Biscotti - www.nellobiscotti.135.it  – apprendo alcuni nomi di viti autoctone garganiche: Barbaroscia, Bell’Italia, Uva della Macchia, Malvasia nera antica, Nardobello, Scannapecora…Non so quali di queste viti corrispondano a queste qui sopra fotografate; so soltanto che ne ho mangiato qualche acino e sono uve dolcissime. Chissà come doveva essere il vino spremuto da queste uve. Gino Veronelli venne da queste parti nel 2003, più volte sollecitato da me per conoscere lo chef Gegè Mangano di Monte S. Angelo, per cui pubblicò un volume che io stesso curai con Gian Arturo Rota: da Nello Biscotti apprendo che bevve di questo vino e gli piacque. Ci lasciò due anni dopo, ma sono contento che sia venuto da queste parti.

Le mie prime mostre (My first art shows)

Questi sono i depliant originali di alcune delle mie prime mostre, tra il 1998 e il 2001. Dalla prima, a Capoliveri (Isola d’Elba), dove conobbi Vittorio Fiore (mio primo collezionista), a quella di Monte S. Angelo, voluta dal mio grande amico chef Gegé Mangano, a quella di Camigliano con molti artisti provenienti da mezza Europa. Certo, il depliant che mi è più caro è quello che riguarda la mostra al ristorante La Marianna di Mirco Panattoni a Bergamo alta. Ne fu promotore Luigi Veronelli che intervenne: lo scritto, il primo in assoluto a me dedicato, è di Gigi Brozzoni. Indimenticabile.

Nero di Troia in purezza: ovvero Nerone by La Marchesa

Mi è venuta in mente Claudia. Erano gli anni Ottanta, Claudia aveva una ventina d’anni: bellissima, smorfiosetta, donna già complicata come lo sono le napoletane, quelle veraci, borghesi di buona famiglia. A lei debbo il primo assaggio di Cacc’ e Mmitte, Cantine Svevo di Lucera: eravamo nel solito posto sul Gargano, tra Mattinata e Pugnochiuso. Il posto dove sono ancora oggi a trascorrere le mie vacanze che al solito sono tutt’altro che vacanti.

Gegè Mangano anni fa mi aveva fatto bere la prima bottiglia di un’azienda appena nata in Lucera: Nero di Troia in purezza, Nerone 2007 della cantina La Marchesa. Lo avevo trovato davvero ottimo e conoscevo bene Le Cruste di Longo, protagonista del mio racconto La bottiglia del giorno dopo.

Lo stesso Gegè mi ha messo in contatto con Marika Maggi che insieme a Sergio Lucio Grasso conduce la giovane azienda di circa 11 ha, posta nella piatta e fertilissima campagna a pochi chilometri a nord di Lucera.

Avevo pianificato questa visita già lo scorso anno e finalmente riesco a interrompere le mie vacanze per una giornata di piacevole lavoro.

Lucera è un importante centro che dista una ventina di chilometri da Foggia, verso ovest. Ci si trova nel piatto Tavoliere pugliese, ovvero una Terra generosa che da molti millenni ospita olivi, grano, viti, molti ortaggi e frutta; inoltre, da un paio di secoli ha adottato, con risultati straordinari, l’alieno pomodoro.

Lo scirocco oggi soffia sulla piana: sono 39° già intorno alle 11 di mattina!

Mi accoglie Marika e mi consegna nelle mani di Sergio per un giro nelle vigne: qui la memoria mi risveglia il ricordo dell’indimenticabile Gino: le vigne “bisogna camminarle”, anche a 39° in un lunedì di agosto.

E allora le mani appassionate e contadine di un uomo che ama la sua Terra ti mostrano con amore il grappoletto spargolo di uva Nero di Troia che proprio in questi giorni sta compiendo l’invaiatura. E la stessa persona ti descrive le potature corte di una giovane vigna tenuta a spalliera e ti racconta le necessarie e successive operazioni di potatura verde e di diradamento che servono a limitare le quantità di uva che naturalmente queste piante, spinte dai suoli ubertosi e dal clima, producono con una vigoria fuori del comune. Questo furore produttivo va controllato e limitato con rigore: soltanto in questo modo l’uva può raggiungere il giusto livello di qualità che potrà garantire un ottimo vino.

Le rese per ettaro delle uve Bombino, Montepulciano, Falanghina e Nero che vengono usate per i vini bianchi, i rosati e i neri da bere giovani raggiungono, pur con i diradamenti, i 160/180 ql per ettaro! Ovviamente per il Cacc’ e Mmitte e il Nerone le rese, in vigne più vecchie, non possono superare gli 80 ql.

Non c’è nulla di meglio, per conoscere un vino, che girare per le sue vigne, calpestarne il suolo che le ospita ed essere carezzati dalle stesse brezze che le aiutano a maturare.

Mai bisogna dimenticare che il vino è spremuta d’uva fermentata: e l’uva, dunque la vigna, è tutto. La cantina serve soltanto a non rovinare quello che il frutto ha donato: l’attività in cantina può soltanto peggiorare, mai migliorare, la qualità che la Terra ha saputo guadagnare.

Assai accaldati, ritorniamo al sicuro della frescura che i spessi muri di una masseria ristrutturata con gusto sanno conservare.

Ci aspetta Marika che si occupa di tutto ciò che riguarda marketing e commercio.

Se Sergio è il discendente di una vecchia famiglia contadina e ne è espressione dura e pura, Marika è una persona curiosa, dalla grande facilità di rapporto umano. Laureata in Lettere Moderne a Perugia, nella stessa Umbria ha seguito con passione e profitto i corsi AIS e dalla grande tradizione di quella regione ha mutuato le conoscenze riguardo alla comunicazione, all’immagine e al commercio del vino. Inoltre, è un’ottima cuoca, curiosa e sperimentatrice di gusti e tradizioni, anche esotiche.

Comincio a bere il rosato. Il Melograno, Nero e Montepulciano (80-20%), è un vino di 12,5% vol, colore rosa scarico, naso delicato. In bocca è un vino in cui si sente la struttura del Nero di Troia, buona acidità, secco, persistente e armonico: uno di quei rosati non modaioli, lontanissimo dalle vinificazioni in bianco, spesse volte stucchevoli, del Negramaro. Ne producono circa 15.000 bottiglie.

Il Quadrello è il bianco da uve Bombino bianco e Falanghina (80-20%), per 12,5% vol., di colore giallo paglierino, profumi delicati di frutta bianca e palato che esalta la banana, con sfumature di miele. Un bianco quasi importante, assai lungo e di gradevole equilibrio. Tenuto a macerare sulle bucce per soltanto 5 ore (alla faccia della moda!), rappresenta un risultato eccellente per un vino che a scaffale non supera i 7 €, come il rosato, del resto. Ne producono circa 15/20.000 bottiglie.

Il rosso Donna Cecilia, uve Nero e Montepulciano (60-40%), soltanto acciaio, è tenuto a gradazione alcolica non eccessiva (12,5% vol.). Colore rubino intenso, sentori delicati di frutti rossi, in bocca è pulito, armonico e di buona persistenza: un vino non impegnativo da consumare giovane e con una grande facilità di abbinamento a differenti cibi. 20.000 bottiglie per un vino da 6/6,5 € a scaffale.

La Doc Cacc’ e Mmitte  risale al 1975, precisamente il 13 dicembre, Santa Lucia. Per molti anni prodotto dalla Cantina Cooperativa Svevo di Lucera, oggi viene presentato da numerose aziende. Questo de La Marchesa, 2009 è assemblato con il classico uvaggio Nero, Montepulciano e Bombino bianco (70-20-10%), riposa 15 mesi in tonneau prima di continuare l’evoluzione in bottiglia. 13% vol. con colore rubino intenso e riflessi granata, al naso sentori di frutta di bosco. In bocca è un vino grasso, di buona acidità, ancora con qualche squilibrio dovuto alla giovane età. Molto persistente: questo è un vino importante che ha bisogno di ancora un paio d’anni per dare il meglio.6.000 bottiglie per 15 € a scaffale.

Il Nerone 2009 l’ho bevuto per ultimo. Questo è un vino importante, direi un grande vino che sta nelle ancora poco esplorate possibilità del Nero di Troia vinificato in purezza e spremuto da uve di vigne vecchie con rese sotto gli 80 ql/ha. Un vino a cui 12 mesi di barrique di secondo passaggio fanno bene. Soltanto 13% vol., colore rubino intenso con riflessi aranciati, al naso sentori complessi che dai frutti di bosco cominciano a migrare verso profumi di  cuoio e pellami vari. La bocca è piena, grassa, già equilibrato e maturo ma che promette almeno altri 8/10 anni di evoluzione.

Non vi sono dubbi, lo dicevo quando lo si conosceva in pochi (oggi il Nero di Troia sta cominciando a insidiare Primitivo e Negramaro): questo vitigno si deve considerare appartenente di diritto alla famiglia dei grandissimi a bacca rossa del nostro Sud. La fortuna è che queste uve le abbiamo soltanto noi: non ci possono far concorrenza francesi, spagnoli, cileni, sudafricani, americani et caetera! Ne sapessimo approfittare per una volta…

Chiudo con la considerazione che le persone che mi hanno ospitato in maniera semplice e calorosa, Marika e Sergio, hanno bisogno di lavorare con serenità e con l’appoggio, anche soltanto morale, di chi ama la Terra e il Vino. La loro passione, la loro tenacia, la loro applicazione – pur in un contesto che sconta una certa sudditanza periferica (almeno rispetto al modaiolo Salento) – saranno premiate dal tempo, che è sempre galantuomo. Forse e non per nulla, sono giunto qui dal ristorante Li Jalantuumene, di quel simpaticone – nonché grande chef – di Gegè Mangano.

Salute.

Cantina La Marchesa

Via Ciaburri, 101 – 71036 Lucera (Foggia)

+39 337 838702  +39 329 0946868

maggi_26@libero.it

Da Gegè
Masseria Mattinatella, estate 2009

“Il Sole bacia con amore gli olivi centenari della piana di Mattinatella ed essi piangono lacrime di gioia: è un liquido prezioso, denso e saporoso, che indora il nostro cibo.

E le nostre anime.”

Vincenzo Reda (che di quest’olio fa largo uso da molti anni)

I primi ricordi forti di quest’estate bellissima e ormai morente. Ricordi di grandi pescate e raffinate mangiate. Ricordi di bevute tenute scelte sobrie quanto mai prima. E, come sempre, Gegè e il suo talento, il gulash strepitoso dell’amico Hans di Munchen, la luce dell’alba, i polipi, i cefali (con la sorpresa di una cefala gravida di uova che mi hanno permesso di assaggiare la bottarga freschissima…).

Ristorante “Real” San Michele a Monte S. Angelo

Monte S. Angelo – Gargano, Puglia, Italia –  è un paese bellissimo che io amo in maniera particolare, ma è anche un paese ricco di contrasti e di faccende poco comprensibili altrove (vedi foto con i circoli Arci e Pdl uno a fianco all’altro…). In questo paese c’è il mio amico Gegè Mangano con il suo Li Jalantuumene, ristorante d’eccellenza, e  ci sono molti altri locali, ristoranti, pizzerie di vari livelli di qualità, ma tutti più o meno accettabili.

E poi c’è il “Real” San Michele!

Quest’anno invece che andare a mangiare le solite eccellenti preparazioni cucinarie di Gegè, ho voluto in maniera anonima provare questo locale con giardino – è l’unico a averne uno, in un paese in cui gli spazi sono per davvero esigui – situato nel pieno centro storico (medievale) di Monte.

E’ un’esperienza che consiglio di provare almeno una volta nella vita, in special modo a tutti quelli che hanno la puzza sotto il naso e che sono s-costumati a pretendere sempre un servizio inappuntabile.

Non si mangia male e il vino (soltanto sfuso) non è malvagio – se ci si accontenta – e non si spende neanche molto: ma qui è il servizio che occorre mettere in risalto!

Il famoso giardino c’è, è anche carino ma oggi non abbiamo tutto il personale e il servizio in giardino è un po’ lento e poi con questa giornata (stupenda, detto tra noi) non è consigliabile. Il menu bisogna richiederlo con tignosa autorità. Il vino è soltanto sfuso. Il pane è fresco ma un poco sporco (è soltanto farina…). Le razioni sono ottime se si è a dieta. I tovaglioli rigorosamente di carta. La macchina del caffè purtroppo è spenta. L’ordigno che prende la carta di credito proprio oggi non funziona….Però troneggia nella sala, arredata e addobbata in maniera adeguata (a parte i tovagliati, consiglio un occhio di riguardo per i quadri, o meglio, le riproduzioni appiccate alle pareti),  un magnifico Sony nero e piatto sopra una autentica pianta finta, come si conviene.

E’ un’esperienza da fare, almeno una volta nella vita. Eppoi non si rischia niente, ammesso di essere di buon umore e avere un sano sense of humor. Purtoppo, non posso far nulla per raccomandarvi!

Rotolando verso Sud: alla riscoperta dei nostri sapori con Gianni Leopardi

Ristorante Li Jalatuùmene: mitico incontro trai due miei chef preferiti, Giovanni e Gegè

Questo viaggio con Gianni incontro ai colori ai profumi ai sapori alle emozioni del nostro Sud era stato programmato da un pezzo: erano quasi trent’anni che Gianni non viaggiava nelle terre generose del meridione d’Italia.

La scusa era quella di ricuperare un oggetto prezioso affidato 25 anni prima, in San Francisco, a Antonio Ruggeri, un lucano emigrato in California e divenuto buon imprenditore nel campo della ristorazione: la tremenda crisi che sta devastando gli Stati Uniti (e la California sta peggio degli altri stati) ha fatto decidere Antonio di chiudere il suo ristorante Il Rustico, in Sausalito, per tornare ai tranquilli ritmi di Calvello, un paesino delizioso situato a quasi 800 mt. di quota, a sud di Potenza, circondato da boschi e montagne.

Ci siamo fermati prima sul Gargano e Gianni ha potuto assaggiare le delizie del mare di Mattinatella ai tavoli che sono lambiti dalle onde del ristorante Da Tonino dove Colomba cucina come sua madre soltanto “roba” fresca che Tonino pesca ogni giorno; abbiamo avuto la fortuna di mangiare la sera un polipo che era incappato nella mia fiocina al mattino. Poi siamo saliti a Monte S. Angelo dal mio amico Gegè Mangano: il trionfo del territorio per una cucina di tradizione pastorizia.

In Basilicata ci siamo fermati a Rionero in Vulture, ristorante La Pergola (che consiglio vivamente) e siamo andati a oltre 1000 mt. di quota, sopra Calvello, per mangiare deliziosi porcini appena raccolti.

Durante il viaggio di ritorno, non ho potuto impedire a Gianni di provare la grande cucina marchigiana del pesce e delle olive ascolane: la mia amica Stefania ci ha tenuto compagnia al ristorante La Moretta, nel centro storico medievale di Ancona.

Gegè Mangano

http://www.informacibo.it/_sito/gelato-nel-piatto/gelato_nel_piatto/ricette/mangano.htm

La bottiglia del giorno dopo: Le Cruste 2004 di Longo

Questo racconto – pubblicato per la prima volta nel settembre del 2006 su Barolo & Co e scritto in quel periodo – fa parte del mio libro Più o meno di vino, pubblicato lo scorso anno per i tipi delle Edizioni del Capricorno. E’ uno dei miei racconti preferiti, uno di quelli che piace di più e che spesso leggo durante le presentazioni del libro.

Quella benedetta bottiglia era l’eccellente Le Cruste, di Alberto Longo: è giusto, oggi, precisarlo. Nella foto accanto sono con l’amico Gegè, addossato al secentesco muro dell’antico convento di  Monte S. Angelo.

LA BOTTIGLIA DEL GIORNO DOPO

UNA STORIA DI VINO

La linea piatta, regolare e noiosa che da Trieste fino al Salento contiene a ovest l’Adriatico è interrotta tre volte da promontori che crescono scendendo verso sud.

Monte San Bartolo è il primo sperone addossato a Pesaro; poco oltre, il Conero si erge su Ancona ben più imponente e importante; molto più a sud-est il Gargano riempie la vista e nasconde il mare.

Sono tanti anni ormai che tra la fine di luglio e agosto ripercorro la faticosa A14 per trovare le mie vacanze, letteralmente i miei vuoti ( da vacare, vacuo, ecc…), sotto un uliveto millenario che riempie un piccolo piano creato dai riporti alluvionali di epoca pleistocenica e abitato dall’uomo fin dal paleolitico antico.

Situato a nord-est di Mattinata ( la romana Matinum, fondata a baciare il sole nascente), questo è il mio ritiro estivo.

Da qualche anno, non molti in verità, consumo un rito:  un giorno della prima settimana di agosto, di solito in tarda mattinata, abbandono la mia amàca messicana, tesa tra due ulivi che in questo periodo sono già ben carichi di frantoiane piccine e prossime alla maturità, e parto verso Monte Sant’Angelo.

Si tratta di un percorso di circa 30 chilometri e di una quarantina di minuti che mi porta, attraverso gli odori fortissimi della macchia mediterranea ben esposta al sole torrido della tarda mattinata, a oltre settecento metri di quota, in prossimità del cuore del promontorio.

Vado a trovare il mio amico Gegè, grande chef che mi ospita dentro i mille bianchi abbacinanti di Monte Sant’Angelo, in una piazzetta secentesca, alla quale si accede solo percorrendo scaloni di lucido tufo. Intorno, il quartiere medievale Junno, con le casette bianche, tutte uguali, disposte come denti di una sega; poco lontano, la grotta dove apparve l’Arcangelo Michele e che unisce questo magnifico paese alla nostra Sacra in Val Susa e a Mont Saint Michel in Normandia.

Il mio posto, sempre il solito, è all’aperto tra un bagolaro e un        muraglione  di pietra, avanzo di un antico convento di suore.

Gegè è un burlone autentico che, a testimonianza del suo grande affetto nei miei confronti, in genere mi accoglie con insulti e male parole sputate a bocca larga, sorridendo a modo suo tra pizzetto e folti capelli arruffati che caratterizzano una faccia da schiaffi e due occhietti scuri che pungono.

Che ti preparo, fai tu, sai che di te mi fido, va bene ci penso io e parte verso la cucina che si trova qualche scalone giù in basso.

E’ cucina di territorio, semplice e sublime.

E da bere cosa mi fai provare, guarda oggi  ti faccio assaggiare un vino che so che ti piace. Aspetta e vedrai.

E’ un nero di Troia in purezza, 2004, prodotto a Lucera da uno che ha deciso di fare le cose per bene, con grande enologo del nord e tutto il resto ( sì, lui non dice: e quant’altro).

Assaggio, godendo di tutti quei bianchi e grigi che sono i colori di calce e tufo che delimitano la piazza in vari piani verticali e orizzontali e sono bruscamente interrotti dall’azzurro schietto e chiaro del cielo del Gargano alle 13 di un giorno di agosto.

Vitigno autoctono, da poco riscoperto e ritenuto capace di produrre da solo vini importanti, come questo rosso di gran corpo, vigoroso, sincero, un po’ squilibrato, non male ma vorrei avere un po’ di tempo in più.

Non bevo mai più di una mezza bottiglia scarsa – anche perché non voglio mai rinunciare al rum invecchiato o whisky di malto o cognac che Gegè mi propone per accompagnare il mezzo toscano riserva di fine pasto.

Ascolta, portatela giù, la finisci stasera così la puoi sentire meglio, va bene, ciao, ci vediamo ci sentiamo…..

E si torna al sicuro sotto gli ulivi che il piccolo, vecchio e storpio Matteo tratta come figli. Gli ulivi, altro che i turisti!

La sera non ho voglia di bere quel vino troppo importante per il pesce di scoglio che mangiamo. E neanche il giorno successivo e quello dopo.

Il terzo giorno finalmente mettiamo sulla brace un bel coscio di agnello: è la volta buona per quella mezza bottiglia di nero di Troia. Ma son passati tre giorni, non saranno troppi?

Altro che troppi: una meraviglia, una sfera di velluto che carezza il palato, equilibrato, ampio con un alito penetrante e poi, quello che più conta, lungo lungo ché ci vuole tempo per lasciarti bocca e gola pulite.

Ho pensato, godendo come un’aquila, alle verticali, ai giapponesi, ai corsi per aspiranti sommelier, agli stand del Vinitaly,  ai bicchieri grappoli pallozzi voti delle guide……Una mezza bottiglia di tre giorni….L’ho bevuta come aperitivo,  con l’agnello, con i fichi e l’ultimo sorso me lo sono tenuto per introdurre il primo tiro di mezzo toscano riserva.

Dondolando sulla mia amàca messicana, tesa tra due ulivi secolari, sul Gargano, Italia, un pomeriggio di agosto di quest’anno del Signore. Perché gli anni sono tutti del Signore.

http://www.albertolongo.it/

Radisson Hotel: i manifesti per la mostra di Vincenzo Reda

Per curiosità: la foto che hanno scelto (la scelta è stata degli indiani, credo di Sudipto, F&B manager) è uno scatto della scorsa estate al ristorante Li Jalantuumene del mio grande amico Gegè Mangano, sto bevendo un portentoso Nero di Troia (La Marchesa di Lucera)…..

Nerone della Marchesa 2007

Quest’anno Gegè non è particolarmente in forma: La Crisi ci sta facendo del male un po’ a tutti e io stesso non mi sento euforico e ricettivo tanto quanto in altre stagioni meno diroccate. Ma piazza de Galganis e Li Jalantuumene a Monte S. Angelo contribuiscono pur sempre a farmi sentire meglio: il mio amico Gegè poi sa sempre come pigliarmi per la gola. Ma non vuole che lo descriva come una “faccia da schiaffi”: devo inventare per lui un’altra espressione…

Ha preparato per mia moglie e per me un piatto di semplici gnocchi conditi con un passato di cime di rape e farciti con pomodori secchi: che dire? Quando la semplicità diventa sublime significa che si sta dalle parti dell’Arte. E poi un filetto di vacca podolica accompagnato con una deliziosa patata al cartoccio (e spolverato con un pizzico di cioccolata fondente) per sottolineare, una volta ancora, che da queste parti anche la carne rossa può essere ottima.

Ma la sorpresa è il vino: una bevuta in anteprima di una bottiglia fuori commercio, ancora senza etichetta. E’ il Nerone della Marchesa 2007, un Nero di Troia in purezza della Cantina Contrada Marchesa di Lucera, città del vino (famoso il complesso uvaggio Cacc’e Mitte) del sub-appennino Dauno in provincia di Foggia. E’ un vino forte, giovane, di già contento d’essere bevuto ma desideroso ancora di percorrere anni di strada; il naso è come dev’essere, con i frutti sensuali e conturbanti tenuti dentro la giusta misura che ha soltanto il compito di esaltare la lingua: il vino si deve assaporare più che annusare e osservare. E quando ti assedia la lingua, se è un vino come si conviene, deve innescarti altri sensi, per i fortunati come me che li possiedono.

Gran vino: giudizio non obiettivo perché io amo il Nero di Troia e non devo niente a nessuno se non alla mia presunzione di dire quel che mi piace. L’assaggio è durato poco: soltanto un paio d’ore, vorrei avere il tempo di gustarlo meglio e di saggiare gli altri vini di questa impresa giovane, abbastanza piccola (circa 12 ettari) e assai promettente. Gegè mi ha fatto parlare con Marika, sommelier e addetta alle pubbliche relazioni, e spero che ella ricordi la promessa.

Cantina Contrada Marchesa

Via Ciaburri,101

71036 Lucera (FG)

Tel. +39 0881 524000

grassogiuseppe7@tin.it