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Gian Piero Marrone, i vini

«Un paio di giorni fa un giornalista monegasco mi ha detto: “Raccontami in breve qualcosa sulla tua famiglia, sul tuo lavoro e su cosa significa essere donna nel mondo del vino”.

In breve…ma come posso essere breve quando io e le mie sorelle stiamo vivendo la nostra esistenza in un mondo prettamente maschile, quando stiamo affermando pian piano la nostra personalità e il nostro gusto tra i nostri colleghi e amici uomini?

Sono Denise Marrone, titolare con la mia famiglia dell’Azienda Agricola Gian Piero Marrone, una piccola cantina di La Morra, nel cuore dell’area di produzione del Barolo, e nessuno mi fa pesare il fatto di essere donna, né che l’azienda sia in mano a tre sorelle, ma non è sempre stato semplice…

Mia nonna si chiama Rita, oggi ha 86 anni e una grinta d’altri tempi. Io e lei abbiamo trascorso insieme le nostre estati da quando avevo 13 anni: queste erano le mie vacanze. Conosco dal di dentro tutte le fasi della vita di una vigna, perché lei me le ha spiegate, nei lunghissimi e caldissimi giorni che abbiamo passato insieme. Un lavoro pesante, che però gli uomini non facevano, perché impegnati in faccende più importanti, come i trattori, che mio papà mi ha insegnato a guidare.

Uomo di larghe vedute ancora oggi che ha 60 anni: è stato il primo a dire che non c’era nessuna differenza tra maschi e femmine. Ricordo le domeniche passate con lui a far legna nei nostri boschi, io sul trattore e lui a terra…e lo ricordo con orgoglio, perché facevo un lavoro che a nessuna ragazzina della mia età era permesso fare. con la mia caparbietà ho aperto le porte a mia sorella Serena, che oggi è l’anima delle vendite all’estero della nostra cantina; anche in mercati come il Giappone, dove il fatto che siamo tutte donne non è visto di buon occhio: il nostro importatore ha contrattato fino alla fine con lei, ma ha firmato il contratto con mio papà…

Ma chi di noi ha la vita meno semplice è mia sorella Valentina, l’enologa: il lavoro di produrre il vino è faticoso, pesante fisicamente, ma di enorme soddisfazione per lei, perché sono suoi i complimenti sulla qualità del vino.

Siamo una famiglia di donne: orgogliose di esserlo perché stiamo guadagnando il rispetto e la stima dei nostri colleghi maschi, e sempre più donne hanno ruoli di rilievo nelle cantine. Io ho una figlia femmina: spero che Martina vorrà portare avanti il nostro amore per la nostra Terra e le nostre tradizioni, per la nostra cultura contadina e il buon vino. Con tanta passione e quel tocco di sensibilità in più tipico di noi donne».

Dell’Azienda Gian Piero Marrone ho trattato con dovizia nell’articolo di cui al link qui sotto. A parte l’intervento qui riportato di Denise Marrone – che quell’articolo intende completare riportandone le parole interessanti scritte in prima persona – mi preme parlare, entrando nei meriti tecnici, di alcuni loro vini.

Non tratterò del magnifico Dolcetto d’Alba DOC che bene conosco e che arriva dalla zona che iddio ha benedetto per coltivare questo vitigno: Madonna di Como, due passi da Alba. Dolcetto di giusta gradazione (12,5%vol.), franco, di pronta beva ma complesso al naso e in bocca: certo fra i 5/6 migliori che abbia bevuto (e di Dolcetto ne ho bevuti proprio tanti e con tanti, visti i magnifici antociani, ci ho dipinto).

Se il Dolcetto è tra i vini miei prediletti, altrettanto non posso dire dell’Arneis che mi piace poco per davvero. Ne producono due etichette: ho assaggiato, come già scritto, il “Tre fie“, e anche qui devo dire che fra i 5/6 Arneis che ritengo degni di essere bevuti, questo forse è il migliore (o il meno peggio, come dovrei dire); con un certo “tocco” personale che ho ritrovato in tutti, proprio tutti i vini Marrone.

Dei tre vini di cui intendo invece scrivere, comincio dallo Chardonnay DOC “Memundis” 2011. Qui questo vitigno, buono per ogni clima e terreno, dimostra la sua estrema capacità di sapere interpretare al meglio il territorio e la tecnica di cantina. Ne producono 7.500 bottiglie (15,20 €, prezzo in cantina): è un gran bianco, invecchiato 15 mesi in barrique austriache di Klaus Pauscha (doghe piegate a vapore) in primo passaggio, dove avviene anche la fermentazione malo-lattica. Chardonnay complesso, di bel colore giallo, al naso meno floreale e più erbaceo dei soliti: poi, miele e fichi hanno il sopravvento sulla vaniglia. 13,5%vol. per un vino che in bocca è piacevole, lungo e con un bel finale amarognolo. Davvero eccellente per un vino che mi piacerebbe valutare in verticale, certo che troverei una bella evoluzione almeno fino ai 5/7 anni.

Altro gran vino è la Barbera d’Alba DOC Superiore 2009 “La Pantalera”. Non ripeto l’etimologia del nome, ma preciso che le uve da cui si spreme sono prodotte da vigne di quaranta anni (zona di Alba), e si sente. 14%vol., 6.000 bottiglie (16,10 €, in cantina) con passaggio di 12 mesi in barrique già usate per lo Chardonnay. Bel colore rosso rubino, naso fruttato, in bocca ha una rara eleganza e grande armonia: chiaro che il finale è lunghissimo con una nota quasi abboccata che si spegne in quel tipico, leggero amarognolo che è la firma di questo produttore.

E infine SAR (leggi come: Sua Altezza Reale) il Barolo DOCG “Pichemej” 2009. Cru Annunziata e, direi, fotografia di questa zona: colore tipico ma un po’ meno scarico dei cru classici di Barolo (Cannubi, Brunate, Sarmassa…); al naso meno pepe e più note balsamiche con grandi sentori di frutta rossa matura che comincia (con i terziari) a virare verso caffè e tabacco. In bocca i tannini sono ancora ben evidenti ma già di elegante armonia. Il finale è quello di un Barolo di rango. 14,5%vol., per 10.000 bottiglie (39,60 €, ben investiti nel farsi una gran coccola in degna compagnia…).

Che dire, per finire: salute!

Ps: dimentico sempre di ricordare che il logo Marrone fu creato anni fa da un signore che si chiama Giorgetto Giugiaro.

http://www.vincenzoreda.it/marrone/

http://www.agricolamarrone.com/getcontent.aspx?nID=39&l=it

 

Roberto Garosci e il suo “Bella Rosina”

Tre o quattro anni fa, Roberto Garosci mi aveva fatto sapere che avrebbe avuto piacere di esporre i miei quadri in occasione dell’imminente inaugurazione del suo magnifico relais, Bella Rosina, dentro la Tenuta della Mandria, tra Venaria Reale e Fiano. La Reggia era ancora in fase di restauro: pochi sapevano la bellezza della Galleria di Diana e le Olimpiadi erano ancora un grande cantiere e una scommessa azzardata.

Per anni, anni in cui tutto è successo in Torino e dintorni, di Roberto Garosci e del suo Bella Rosina nulla ho più saputo fino a l’altro ieri: venga giù da me ché siamo finalmente pronti all’inaugurazione del Relais per il 14 settembre. Porca miseria: il meglio della mia produzione è in India, al Radisson di Delhi! Dovrò esporre i pezzi della mia piccola collezione privata e qualcosa che ho tenuto da parte: oltretutto, ho anche una piccola esposizione in Ancona. Pare che si sveglino tutti nello stesso momento, come sempre!

Il posto è per davvero bello, assediato dai mille verdi di boschi centenari, sorvegliato dalle prime alture delle Alpi, confezionato dentro un bozzolo di silenzi antichi e riportato a nuovi splendori da un lavoro attento e colto. Straordinario questo cascinale, alcova contadina donata dal Savoia Ruspante alla Bella Vercellana.

Roberto mi mostra con orgoglio la realizzazione del suo sogno, costato sei lunghi anni di lotte perlopiù burocratiche: questo nostro magnifico paese ha sviluppato la dannata capacità di frapporre quanti più ostacoli tra i sogni e la loro realizzazione; e più i sogni sono progetti utili alla comunità e intelligenti e innovativi, maggiori sono le barriere, i fossati, i dedali che la burocrazia genera, quasi a scoraggiare la volontà e la tigna di chi è capace di sognare….

Non entro nei dettagli: è sufficiente andare, per un primo approccio, sul sito www.bellarosina.it e si soddisfano tutte le curiosità e le notizie desiderate.

Questo luogo è stato ideato e progettato per essere davvero un posto in cui il benessere del cliente possa essere soddisfatto con visione olistica di quel che significa ecologico e biologico: i prodotti usati nel ristorante sono coltivati negli orti e nelle serre a due passi dal relais. L’energia è fornita da pannelli solari, i rifiuti sono smaltiti o riciclati secondo rigorose procedure.

A me, com’è ovvio, preme parlare di come ho mangiato, e bevuto.

Roberto ha investito su un giovane chef torinese, Luigi Calisse, non ancora trentenne che si è formato a Torino, ha fatto le sue debite esperienze tra Inghilterra, Germania e Stati Uniti, è tornato nella sua città dove ha lavorato nelle cucine di grandi hotel, è passato dal Cambio e s’è smazzato le dovute Olimpiadi. Da La Drogheria di piazza Vittorio, a fine 2008, Roberto Garosci se lo è portato nel suo relais. E’ uno di quelli bravi; di quelli che amano cucinare, di quelli che sono curiosi e che vogliono crescere. Di seguito le descrizioni di alcune specialità che ho assaggiato e alcune foto. I vini sono di Gian Piero Marrone, produttore di La Morra poco conosciuto perché esporta quasi tutta la produzione: ho bevuto un’ottima Barbera d’Alba, corretta, pulita.

Mi auguro che i torinesi, i miei adorati, provincialissimi torinesi e piemontesi, sappiano apprezzare appieno l’impresa di un altro tra i miei amici imprenditori visionari. Un altro torinese, piemontese.