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Giancarlo Fulgenzi: lo sfogo di un Maestro Artigiano (2)

Questo era l’ artigianato, potrei seguitare a lungo se non temessi di annoiarvi..

Bene, i  soliti capoccioni cominciarono a domandarsi cosa ci facevano quelle botteghe affumicate per le strade della città.

Perché non si potevano spostare in zone fuori dai centri abitati? Iniziò cosi una operazione scellerata e criminale che fece sorgere le famose  “zone industriali” che non solo furono realizzate attorno alle città di una certa dimensione stringendole in una assedio mortale di orribili capannoni, come è accaduto ad Arezzo, ma l’ idea fu realizzata anche nei piccoli paesi dove la morte delle botteghe artigiane ha determinato anche la morte e lo sfollamento dei paesini stessi, vere perle del nostro territorio, oggi vuoti e solo destinati a dormitori per extracomunitari e simili.

Vennero espropriati con le buone o le cattive maniere i terreni favorendo speculazioni dei soliti bene  informati, poi si costruirono capannoni indecenti e pericolosissimi (come purtroppo hanno dimostrato i terremoti nelle zone dell’Emilia recentemente). I capannoni erano la speculazione ideale per cementifici e Banche per la concessione dei relativi finanziamenti.

Gli artigiani furono cacciati  dalle loro botteghe accusati di inquinamento e disturbo della quiete pubblica. Si ritrovarono in mezzo a selve di capannoni semivuoti, soli in spazi assurdi per le loro attività e vessati da gabelle e imposte assurde in nome di urbanizzazioni e di servizi inesistenti.

Soli in capannoni sproporzionati alla loro attività, scatole di cemento dove anche la persona più Creativa del mondo perde ogni capacità di espressione, angosciati da montagne di cambiali e mutui di cui non riesci mai a intravedere la fine, gli artigiani hanno tentato negli anni passati, di trasformarsi in qualcosa che assomigliasse all’industria con la prospettiva di aumentare gli incassi per far fronte alle innumerevoli ruberie di cui erano vittime da parte dello Stato e dei Comuni.

Così è finito tragicamente l’artigianato, sono finite quelle migliaia di botteghe-scuola dove si formavano e prendevano forza nuovi lavoratori, è finito tutto l’ indotto che dietro le botteghe lavorava per fornire materiali naturali, ferramenta, e una miriade di materiali che l’ industria non userà mai. Si dice che esiste una alta disoccupazione fra i giovani. Quanti mestieri i nostri capoccioni hanno distrutto? Quante persone avrebbero ancora impiegato quei mestieri se fossero stati incoraggiati anziché ostacolati?

Eravamo rimasti a quando io, ventenne, facevo l’odontotecnico e poi iniziai la lavorazione di animali in paglia. Quel bigone che vidi mi illuminò la mente e mi fece capire che tutte quelle capacità lavorative non potevano andare perdute. Recuperai ceramisti sull’orlo della chiusura, andai in cerca di giovani che lavoravano il legno solo per fare gabbie da conigli, vetrai che ritrovarono mercato attingendo a opere di vetrai dei secoli passati, cercai nuovi materiali, vetroresina, plastiche, PVC e cercai soluzioni diverse da quelle che qualche industria aveva saputo pigramente realizzare.

Per ogni lavoro, ogni attività, io mi impegnai personalmente a trovare le tecniche di lavoro giuste e mi preoccupai di formare nuovi lavoranti.

Ho lavorato l’argento facendo portaritratti e serviti da tavola cominciando dalla lavorazione degli stampi e dei prototipi; ho lavorato la pelle utilizzando la vacchetta: la pelle più comune ma anche la più adattabile alla realizzazione di oggetti d’ uso. Cercai vecchi cestai che sapessero raccogliere vinchi e giunchi alla luna buona per fare cesti che ci valsero anche un premio in Svizzera. Trovai i fabbricanti di cesti in castagno. Erano usati per imballare agnelli e polli. Pensai che tanta maestria era sprecata per fare oggetti che valevano meno di un foglio di carta. Per modificare le loro lavorazioni che ormai compivano a occhi chiusi, dovei imparare prima le loro tecniche e poi realizzare da me i necessari cambiamenti. Centinaia di persone ho avuto il piacere di istruire, spronare, sorreggere quando qualche insuccesso li voleva spingere a desistere. Ho lavorato per il cinema facendo oggetti per il film La Bibbia, ho lavorato per il teatro La Pergola di Firenze, ho lavorato per Gucci e per Cartier, ho dimostrato il mio lavoro in giro per il mondo. Ho lavorato per la cartoleria, con linee realizzate con materiali naturali; ho studiato una linea di alimenti liofilizzati, già pronti per una cottura semplice: piatti completi come ce ne sono oggi in commercio.

Ho lavorato con aziende importanti, come la Zonin e la Pavesi. Ho avuto il piacere e l’onore di lavorare con il vecchio Pavesi sempre mettendo alloro servizio le mie capacità di Artigiano, capace di creare oggetti e situazioni che trasmettessero entusiasmo e fantasia a possibili acquirenti. Ho arredato diecine di negozi e realizzato certo 100 o 200 stand in Fiere in Italia o all’estero partendo sempre da un carico di legno grezzo, un seghetto alternativo e pochi attrezzi.

Ognuna delle attività a cui ho accennato meriterebbe molte pagine di descrizione, molte, tante delle persone che hanno lavorato nelle mie botteghe e nei miei laboratori meriterebbero molta più attenzione. Probabilmente lo farò in un prossimo libro. Una mia allieva ha restaurato le vetrate del Duomo di Orvieto e gli stucchi del teatro Petruzzelli, altri hanno dato vita a importanti industrie, altri hanno invece sfruttato poi le capacità acquisite, impegnandosi nel mondo dell’ arte.

Credo quindi, concludendo di aver fatto veramente il mio lavoro di artigiano, ne sono fiero anche se mi meraviglia non poco, il fatto che la città ingrata e becera dove sono nato e dove ho lavorato come base, non abbia mai sentito il dovere di rivolgermi una attenzione qualsiasi.

Io ho dato vita e messo in moto un artigianato che non esisteva, non solo ad Arezzo ma ho coinvolto ampie zone come il Casentino, Val di Chiana e anche Valdarno. Io esportavo i miei prodotti in tutto il mondo, ho lavorato in 18 Paesi quando ad Arezzo nascevano timidamente le prime industrie poi fatte fallire dalla incompetenza dei figli di famiglia. Io posso prendere qualsiasi materiale e sono in grado di realizzare qualcosa con il semplice aiuto delle mie mani e di qualche attrezzo elementare. Ho creato negli anni ’60, una nuova Grafica, nuovi colori, nuovi caratteri da stampa. Io sono un artigiano, io sono un:

MAESTRO ARTIGIANO.

Sono grato agli aretini che non mi hanno mai degnato neppure di uno sguardo: non è per loro che avrei voluto spendere l’ impegno che io e i miei collaboratori abbiamo messo nel nostro lavoro. Lo abbiamo fatto, senza alcun aiuto, lo abbiamo fatto con gioia e divertimento e io personalmente sono lieto quando vedo in giro prodotti, attività o aziende che sono il frutto del seme che io a suo tempo ho seminato.