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Giancarlo Fulgenzi: lo sfogo di un Maestro Artigiano (1)

Giancarlo Fulgenzi, prima di essere un mio grande amico, è un Grande Uomo. Uomo di spessore morale e di spessore storico di rara schiatta. Ha scritto queste parole, amare ma d’amore; bisogna leggerle, fa bene.

ARTIGIANATO, MAESTRI ARTIGIANI E CIALTRONI.

COSI COMINCIAMMO

“ECLISSI ARTIGIANA – NEL 2015 SONO SPARITE 21.780 IMPRESE ARTIGIANE – ALCUNI MESTIERI COME BARBIERI, CALZOLAI, PELLICCIAI E CORNICIAI STANNO PER SCOMPARIRE – I GIOVANI NON SI AVVICINANO PIU’ A QUESTI MESTIERI E SENZA RICAMBIO I SAPERI SI PERDONO

LA CHIUSURA DI QUESTE ATTIVITÀ STA CAMBIANDO IL VOLTO DEI CENTRI URBANI. MA LA CRISI NON C’È PER TUTTI: IN AUMENTO PARRUCCHIERI, ESTETISTE, GELATERIE, ROSTICCERIE E IMPRESE DI PULIZIA…”

Ho ricavato queste note dal Blog di Dagospia. Lui giustamente pone l’accento su un problema che è di vitale importanza per l’ assetto, e l’ economia della attuale società, ma non coglie nel segno e trascura la parte principale del problema che accenna solo marginalmente: l’ importanza dell’ Artigiano nella Cultura, nella formazione di nuovi allievi, nella ricerca continua di nuove tecniche di lavoro e nuovi materiali; Artigianato come anticamera di attività artistiche.

Occorre per prima cosa stabilire che cosa si intende per Artigianato. Da sempre si confondono le piccole imprese con gli Artigiani veri. Non si possono mettere nella stessa categoria di lavoratori Intagliatori di legno, scultori, ceramisti, soffiatori di vetro, orefici, decoratori, con Imprese di pulizia e tassisti. L’Artigianato è una attività assolutamente creativa, l’ Artigiano è quel lavoratore che dalla materia prima grezza, con tecniche assolutamente personali e senza l’ aiuto di impianti e macchinari tipici dell’ industria produce manufatti di pregio che generalmente sono pezzi unici o riproducibili in piccola serie solo dall’Autore e dai suoi allievi.

L’ Artigiano insegna e tramanda ai suoi aiutanti tecniche e trucchi di un mestiere  ed è per questo che una volta si chiamavano giustamente Maestri Artigiani. L’ artigianato non è Arte, ma è un gradino sotto , ed è quell’attività che si svolge in botteghe dove perfino i ferri e gli attrezzi da lavoro sono opera e invenzione del Maestro. Tanti di quelli che oggi sono ritenuti Artisti eccellenti del passato e le loro opere ammirate giustamente come opere d’ arte, nella loro epoca erano ritenuti semplici artigiani.

Io non ho mai avuti ne voluti titoli di benemerenza nella mia vita , sono stato Presidente di associazioni, di commissioni, Amministratore delegato di importanti aziende, Direttore generale di questo o di quell’ altro  ma  credo che nessuno mi abbia mai sentito rammentare associato a queste situazioni, che mi sono capitate, che spesso non ho potuto rifiutare ma delle quali non mi sono mai vantato.

Una qualifica importante alla quale tengo molto invece c’è: io sono un

MAESTRO ARTIGIANO.

Quando ancora frequentavo il liceo ho lavorato tutti i pomeriggi nel laboratorio di Odontotecnico di mio padre.

Ora questi laboratori sono specializzati, nelle varie componenti delle protesi e dotati di materiali sofisticati. Quando lavoravo io ( anni 1945-55) dovevamo fare da noi anche i ferri per lavorare. Con quel mestiere io ho imparato a modellare a cera, modellare a gesso, ho imparato la fusione a cera persa sia di acciaio che di oro. Ho lavorato il caucciù, una gomma che serviva per le protesi mobili, ho lavorato le resine, ho battuto capsule in metallo oro o acciaio usando semplicemente un punzone di bismuto, una mattonella di piombo, e un martellino. Lucidavamo acciaio, caucciù e resine con acqua e pomice e tappi di sughero perche non c’erano soldi per i feltri.

Scusate questa lunga introduzione ma deve servire solo a dimostrare quante operazioni devono impararsi quando si fa dell’ artigianato vero.

Poi negli anni ’50 per una strana combinazione mi fu chiesto di fare galline di paglia.. Feci le galline di paglia (truciolo di legno, in verità) ed ebbero tanto successo che  mi indussero a sviluppare la tecnica ad una quantità di altri animali e ornamenti. Centinaia di persone lavorarono per quel progetto ed ebbi la gioia poi di essere chiamato in tanti paesi (Stati uniti, Sud Africa, e Australia principalmente), a mostrare il mio modo di lavorare.

So che la cosa vi sembrerà ingenua e strana ma la considererete  diversamente quando vi dirò che ad esempio in Sud Africa ho insegnato negli ospedali quelle lavorazioni, come attività di fisioterapia per che aveva handicap alle mani, negli Stati Uniti ho lavorato nei College per dimostrare ai ragazzi le imprevedibili capacità delle mani dell’ uomo quando queste sono abbinate a creatività e fantasia.

Compito e attività importantissima dell’artigiano è quella di formare nuovi lavoratori (ragazzi di Bottega) tramandando tecniche, trucchi e astuzie e nuove soluzioni di lavoro che altrimenti andrebbero perdute. Spesso da tutto ciò nascono spunti e suggerimenti che l’ industria riprende per svilupparli in progetti più vasti con grandi benefici per l’occupazione. 

In piazza Guido Monaco, c’era nel palazzo Madiai una vetrina della Camera di Commercio che espose un giorno un bigone di castagno di quelli che si usavano per vendemmiare . Un bigone è a modo suo un’opera d’arte e se vedete un uomo prendere legno di castagno grezzo e realizzare un oggetto come un bigone, certo vi domandate se quelle mani non sono state benedette da Dio. Vedendolo io pensai che il bigone con la crisi dell’agricoltura crescente e l’uso scellerato di botti e contenitori in cemento, probabilmente non era più interessante, ma le capacità di chi lo aveva saputo realizzare erano un tesoro da valorizzare e utilizzare per la produzione di oggetti più attuali.

Stava cominciando il miracolo industriale italiano, spesso basato su improvvisazioni politiche. Nello stesso tempo cominciò una serrata caccia all’Artigiano che ancora oggi deve finire. Camminando per le strade dei quartieri più vecchi delle città, era normale vedere spesso che in quei fondi poi trasformati in negozi fallimentari, lavorava un Artigiano, magari affiancato da uno o due ragazzi di bottega (come si chiamavano anche se erano un età adulta). Odore di colla calda, di legno piallato o scorniciato a mano (allora si usavano fra l’ altro ancora legni tipo cipresso o olivo molto profumati). 

In un altra bottega di fronte ad un banchetto piccolo e pieno di piccoli attrezzi, un calzolaio iniziava da una pelle di vacchetta e con lesiva , trincetto pece e qualche semenza sfornava scarpe e scarponi che sembravano opere divine. Più in la seduto su di uno strano trespolo con una ruota che faceva girare con i movimenti di un solo piede, un ceramista prendeva una palla di argilla e dopo averla rimbalzata ripetutamente tra le mani, la sbatteva al centro di una ruota che girava e affondandoci decisamente i pollici e poi accarezzandola con tutte le dita come a suonare uno strumento, tirava su, come per incanto un vaso, una brocca una ciotola che poi staccava dal fondo con un sottile filo di ferro, che riponeva poi con cura, incastrandolo in una fessura del legno del primitivo tornio, con cura e attenzione come se si fosse trattato di uno strumento raro e delicato.

I ragazzi andando o tornando da scuola si  fermavano volentieri davanti a quelle fabbriche della magia e spesso poi finivano loro stessi a entrare come “ragazzi di bottega” per imparare il mestiere. Se nel lavorare mancavano una manciata di bullette o un p0’ di terra colorata, oppure olio di lino, l’artigiano faceva due passi fino al droghiere o alla ferramenta vicina ed era cosi anche l’occasione per due parole fra amici. Le botteghe restavano aperte senza pericolo alcuno e spesso un foglietto di carta attaccato ad un chiodo avvertiva: «Torno subito».

 

Una vita inventata- Giancarlo Fulgenzi

una-vita-invertita1Questo non è un libro di carta o di grammatica o di sintassi: non c’è lavoro di editing e non c’è un publisher. Difficile da leggere perché scritto da chi con la parola scritta ha poca dimestichezza, pur se qui e là antiche parole toscane brillano nella loro desuetudine in tempi in cui la parola preziosa poco o punto vale.

Questo è un libro di legno o di pietra, forse di ceramica, magari di paglia intrecciata.

Non è scritto: è inciso, è scolpito, forse è intrecciato.

Ma in mezzo a questo intrico di materia antica spuntano personaggi quasi epici, epici di racconti orali – quelli che ci tramandavano i vecchi intorno ai focolari antichi – e colori e sapori e odori lontani.

La Giannina e Berto; Beppe il calzolaio, l’avvocato Calderini, la Luigina…

Non trovate questo libro in libreria: bisogna recarsi a Marciano della Chiana, nella Valle in provincia di Arezzo, presso il ristorante Lo Steccheto e chiedere di Giancarlo Fulgenzi, dopo che egli vi avrà preparato delle buone cose da mangiare in quel suo ristorante che è unico per la miriade di oggetti i quali, ognuno, raccontano storie di tempi e posti lontani.

Giancarlo Fulgenzi e il suo Steccheto

Patrick è un americano, un americano di Sacramento, California. Un americano per così dire diverso: figlio di un diplomatico, europeo d’adozione, italiano per amore.

Sta in Toscana, in un posto che divide ( o unisce? ) la Val di Chiana, il Chianti e le Crete senesi.

Patrick lavora in un’azienda agrituristica, parla correttamente molte lingue, è un grande appassionato di jazz, è un mio amico.

Un personaggio famoso, per meriti propri e mediatici, usava dire che l’importante non è mai dove, ma con chi; ho recentemente scoperto che è importante né il dove, né il con chi, ma ( scoperta dell’acqua calda ) la tua disposizione d’animo: vale a dire, se stai bene con te stesso, stai bene ovunque e con chiunque.

Quando ho conosciuto Patrick ero assai ben disposto: nondimeno stare a cavallo tra Arezzo e Siena non è per certo un brutto posto in cui essere di buon umore.

Tutto questo po’ po’ di introduzione per raccontare che è stato il buon californiano Patrick a portarmi, una sera d’inverno, a mangiare al ristorante Lo Steccheto, dal suo amico Giancarlo.

Giancarlo Fulgenzi….Ti ricordi, anni sessanta/settanta i negozi di Fulgenzi……. Sìììì, Fulgenzi, quello degli oggetti strani, dei regalini. Certo che mi ricordo!

Bene, ora si è ritirato qui, fa il cuoco e, ti assicuro, il posto lo devi vedere, oltretutto si mangia davvero bene e si beve bene altrettanto.

Va bene, Patrick ( ok, Patrick ), proviamo e che Dio ci accompagni.

“La prima cosa che i periti di Sotheby’s videro aprendo la porta della palazzina di Andy Warhol a New York, al 57 della 66th Street, fu un gigantesco busto di Napoleone che li fissava da un tavolo antico al centro dell’altissimo salone d’ingresso……….Si resero subito conto che quello che si presentava ai loro occhi era solo la punta di un sorprendente iceberg. Sotto il materasso del letto a baldacchino trovarono nascosti gioielli femminili. In ogni armadio o comò, nelle stanze degli ospiti, al terzo e al quarto piano, nella cucina al piano terra, trovarono ancora più roba di quanta ne avessero vista nella sala da pranzo: sacchetti per la spesa e scatoloni ancora chiusi, cassette e pacchi, roba e ancora roba. Tutti i cassetti erano zeppi di gioielli, orologi, stecche di sigarette, aggeggi, ninnoli e bric-à-brac. Capolavori a contatto con robaccia. Le cose impacchettate avevano spesso più valore di quelle spacchettate.”

Non ho trovato niente di meglio per spiegare la meraviglia che mi suscitò il primo contatto con il ristorante di Giancarlo Fulgenzi: da un saggio di Victor Bockris ( “Il tesoro di Andy Warhol” Edizioni Skira ) che introduce un bel testo dedicato al grande Andy, coetaneo di Giancarlo e, guarda caso, baciato dal successo nei primi anni sessanta, proprio quando il nostro, straripando dalla troppo stretta Arezzo, era approdato a S. Francisco tra i primi figli dei fiori, con il gusto dell’oggetto e con l’urgenza che gli mettevano due mani d’oro e un’intelligenza assetata di scoperte.

In quegli anni sessanta Giancarlo aveva già un negozio di oggetti artigianali a Ponte Vecchio e, lui in S. Francisco, l’alluvione del ’66 gli fece un gran male; passò solamente un mese e il 10 dicembre di  quell’anno funesto Fulgenzi Giancarlo, aretino, riapriva il suo negozio a Ponte Vecchio.

Testone, aretino vero, ariete del 29 marzo; l’argento che colora i suoi capelli rimpiange per certo storie e passioni e memorie e sogni e colori che hanno portato la lontana gioventù, durata si capisce a lungo, in giro per il mondo.

L’ha girato in lungo e in largo il mondo, Giancarlo Fulgenzi, prima di ritirarsi, i capelli bianchi, a fare il ristoratore nella Valle di Chiana, a due passi da Monte S. Savino, in un casale del ‘700 che la sua creatività ha reso una specie di opera d’arte.

Cucina bene, Giancarlo: molto bene il pesce in una Val di Chiana in cui domina la grande carne; la sua è una bella cucina creativa a costi più che adeguati: ma a me piace il posto, piace lui.

Entrare in un delirio di oggetti, di pezzi d’antiquariato, di sculture, di raccolte di ogni cosa: manichini, crocefissi, macchinine, fotografie, acquasantiere, campane, finimenti, statue………

Non posso descrivere quel posto: bisogna andarci.

Ho passato una vita a sopportare le torture di ristoranti con le pareti deturpate da quadri orripilanti; ho patito ingiurie inenarrabili procurate da croste assassine che mi rovinavano le pupille e che non si curavano di guastare anche l’attività di degustazione e la conseguente digestione, faccende in cui li senso della vista gioca un ruolo fondamentale. Quell’intrico di stanze e stanzette stracolme di ogni sorta di oggetti, con le luci soffuse che t’invitano a scoprire ogni particolare nascosto, ogni oggetto, il più strano, ogni angolo, il più sorprendente, con i tavoli bene apparecchiati che paiono essere lì solamente per distrarti: quasi bestemmio se dico che mangiare da Giancarlo Fulgenzi diventa un fatto secondario….Sono certo che a lui una simile affermazione non fa piacere, ma per me è un po’ così.

Eppoi io non sono un critico cucinario ( si usa quasi sempre l’aggettivo culinario, che è una parola entrata nella consuetudine della lingua assai più tardi e a me non piace perché mi pare una parolaccia ) o uno sciagurato compilatore di guide: sono uno strano intreccio tra artista e intellettuale in cui spesse volte  faccio fatica a districarmi.

Ovviamente, il ristorante Lo Steccheto di Fulgenzi Giancarlo, aretino, non lo trovate citato su alcuna guida: nelle guide le uniche cose che contano sono quelle non citate, quale che sia la guida e l’editore che la pubblica.

Due parole bisogna che le spenda a proposito della cantina: 10.000 bottiglie, quasi tutte di vini italiani, accatastate in un altro locale in cui trovi gli oggetti più strani che vigilano e proteggono le bottiglie, alcune fra queste davvero incredibili.

Bello il giardino con animali che pascolano e starnazzano allegri tra le alte siepi.

Io non ho altro da dire: se qualcuno ama le cose e le persone che io amo, ebbene, provi a passare allo Steccheto, certo vedrà un posto unico.

Parola mia.

Ristorante Lo Steccheto

Via dell’Esse, 6

52047 Marciano della Chiana ( AR )

Tel. 0575/845222

www.fulgenzi.com

Chiedete di Giancarlo Fulgenzi e dite che vi mando io.

Vincenzo Reda

maggio 2008

 

Giancarlo Fulgenzi: un giovanotto di 84 anni

Questa estate sono andato, dopo qualche tempo, a ritrovare la mia Toscana, con Patrick Spencer e Giancarlo Fulgenzi in particolare. La zona è la solita: dalle parti di Monte San Savino, Val di Chiana.

Ho trovato tutti e due in gran forma: soprattutto Giancarlo, un vero giovincello che a oltre 8o primavere sulle spalle ha riprogettato il suo Steccheto e ne ha rilanciato l’immagine – e il successo – alla grande. Giancarlo è un’uomo pieno zeppo di immaginazione creativa e, inoltre, un abilissimo artigiano. Lo è in cucina, lo è nell’ideare sempre nuove formule per trovare il modo di soddisfare al meglio i suoi clienti e catturarne di nuovi.

Allo Steccheto oggi si può mangiare, comprare i prodotti selezionati e/o preparati da Giancarlo, si può passare la serata come in un bar…e che bar! Perché lo Steccheto, ne ho ampiamente parlato, è una galleria d’arte, un museo, un ricettacolo di oggetti improbabili, un ristorante, un posto comunque fuori del mondo…

E, a parte tutto il resto, le offerte cucinarie di Giancarlo Fulgenzi sono sempre originali e curatissime. Il salmone, per esempio: lo ordina direttamente nel nord Europa e poi lo sfiletta e lo prepara in prima persona; risultato, invece del solito banale e insipido salmone si assapora un prodotto di prim’ordine con gusti che di rado si provano altrove. E così tutto il resto, in un’atmosfera magica.

E poi c’è lui: insuperabile personaggio a cui voglio un gran bene, malgrado quella linguaccia da vero aretino che mai si smentisce.

http://www.vincenzoreda.it/una-vita-invertita-giancarlo-fulgenzi/

http://www.vincenzoreda.it/giancarlo-fulgenzi/

http://www.vincenzoreda.it/giancarlo-fulgenzi-e-il-suo-steccheto/

Giancarlo Fulgenzi

Giancarlo Fulgenzi è un mio amico, o meglio: sono assai orgoglioso di poter affermare che Giancarlo è un mio amico: voglio bene a quest’uomo – non mi si fraintenda: siamo tutti e due incorreggibili eterosessuali (ci piacciono tette e culi e soprattutto teste). Oggi, vecchio venerabile, ogni tanto scrive e scrive bene: mi ha mandato queste parole che mi ha autorizzato a pubblicare sul mio sito. Sono orgoglioso di ospitare le parole di Giancarlo Fulgenzi, di cui ho già scritto e di seguito segnalo i link.

http://www.vincenzoreda.it/giancarlo-fulgenzi-e-il-suo-steccheto/

http://www.vincenzoreda.it/una-vita-invertita-giancarlo-fulgenzi/

“Era il 1968 quando con un fiore di carta potevi catturare l’attenzione e far volare i pensieri di migliaia di persone.Si era in prossimità o c’ era stato da poco , del Festival di San Remo. Avevo avuta l’ idea di quei grandi fiori di carta ricordando quelli , molto più piccoli e meno appariscenti che le donne preparavano quando doveva passar la processione o per addobbare la casa sotto Pasqua.Poi c’erano quelle belle carte pieghettate che vedevo dai fiorai e mi avevano stuzzicato la fantasia.Alla Fulgenzi era ormai un classico il recupero di materiali poveri e normali per creare qualcosa di nuovo e dimostrare ancora che la bellezza stà spesso e specialmente nelle cose semplici.

In America mi invitavano alla televisione per partecipare agli spettacoli della mattina per stupire le massaie americane con quei grandi fiorelloni che riuscivo a tirar fuori dal nulla in poco più di due minuti. In Sud Africa più intelligentemente pensarono che poteva essere un modo piacevole per far utilizzare le mani a tutti quei ragazzi che avevano un handicap e cosi mi ritrovai ad insegnare in un ospedale specializzato nel recupero utilizzando sistemi che univano impegno e passatempo. Con le ciclette i pazienti azionavano seghetti da traforo e intaglavano figure di legno e vassoietti, i giocatori di scacchi facevano i loro esercizi per le dita giocando ma…semplicemente prendendo le pedine con delle mollette la cui resistenza veniva via via graduata. Io insegnavo ai ragazzi a far fiori anche se le condizioni di alcuni erano veramente difficili

A Firenze, nell’ esclusivo e severissimo collegio di Poggio Imperiale, invece molte studentesse furono punite e consegnate senza libera uscita perchè avevano osato addobbare le loro camerette con i fiori di Fulgenzi.

A Milano organizzammo una grande festa, per questi fiori, al Santa Tecla che allora era gestito dal mitico Jak La Cayenne, proprio dietro a piazza Duomo..Festeggiammo alla grande e tutti ebbero un grande fiore come segno di libertà e gioia di vivere. Fu una festa generale. Vennero anche tutti i cantanti famosi del momento per farsi fotografare con i nostri fiori.

Spesso cerchiamo soluzioni strane e difficili e invece basta un pò di fantasia ed un buon progetto.Molte aziende oggi dovrebbero riflettere: spesso la soluzione è più semplice di quanto non ci aspettiamo, e questo probabilmente è proprio il momento di riconsiderare con entusiasmo progetti che apparentemente sembrano troppo semplici ma che coltivati con determinazione ed intelligenza possono portare a grandi successi. Rinunciare per seguire i soliti sogni di grandezza potrebbe rivelarsi un errore imperdonabile.”.