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Gianni Mura: Non c’è gusto

Mura«Non c’è gusto ma c’è una logica, almeno spero. O un senso. Una specie di filo d’Arianna che non condurrà necessariamente nel posto giusto, nel ristorante indimenticabile, ma servirà a evitare solenni fregature. Fregature ne ho prese molte. Mi sono servite. E poi, come dicono gli sportivi, solo chi cade può rialzarsi, una sconfitta oggi può diventare una vittoria domani. Confesso che ho vissuto, che ho mangiato, che ho bevuto, che ho sbagliato».

Questo sopra è l’incipit del librino, appena pubblicato e assai interessante, di Gianni Mura. La conclusione, che è sintesi esemplare di quanto il giornalista milanese – classe 1945 – espone nel centinaio abbondante di pagine precedenti, merita d’essere citata e letta con attenzione.

«Questo ci riporta al gusto, che è percezione, cultura, comportamento, condivisione, affinamento, abbinamento, incontro, qualcosa di assoluto e relativo al tempo stesso. Allo stesso tavolo uno dice: è buono. L’altro: non è buono. E’ buono perché piace o piace perché è buono? Il buono ha la stessa valenza del bello. Mio nonno pastore di fronte a Guernica avrebbe detto che Picasso non sapeva dipingere. Giusto è una parola strana. Aggiungi una vocale prima della u e ottieni giusto, ne aggiungi una dopo  e ottieni guasto. Meglio non aggiungere nulla. Oppure, come nella commedia musicale, un posto a tavola. “I tabù religiosi riguardano solo la la tavola e il letto”, osservava Veronelli. Uno slogan c’invita a fare l’amore con il sapore. Mica facile, siamo in una fase di voyeurismo coatto, di onanismo ciarliero. Ma ancora possibile. Una buona tavola, una buona compagnia, un buon vino, ognuno dei tre ingredienti con il suo 33,3% di importanza. La perfezione non esiste ma il 99,9% è un ottimo risultato e si può raggiungere senza troppa fatica. Basta saper scegliere, e poi lasciarsi andare».Mura 1

Scritto con la lingua scorrevole del giornalista; scritto con quel bel gusto per allitterazioni, calembour e anagrammi; scritto con tante citazioni anche colte  - Bartolomeo Scappi, mica fesserie…- ma mai pedanti: sempre con esemplare leggerezza. E scritto soprattutto con tanto buon senso: il buon senso di chi assai ha frequentato ristoranti, osterie, pizzerie, chioschi in giro per il mondo e con ogni tipo di compagnia.

Dedicato con amore al mio grande Amico Gino VeronelliLe lion ivrogne (il leone ubriaco) suo magnifico  anagramma – con prefazione di Carlin Petrini, è un libro che consiglio a tutti: una sorta di manuale da consultare ogni qualvolta c’è da scegliere un ristorante. Invece che lasciarsi contagiare da quell’epidemia assassina che viene chiamata Tripadvisor

Editore Minimum Fax, 108 pp. per 13 € (che saranno ben investiti). Libro ben confezionato, in brossura, con una grafica di copertina semplice e chiara. Peccato per l’editing non impeccabile (una decina di refusi sono troppi). Qui sotto la mia recensione di qualche anno fa per un altro bel lavoro, per il medesimo editore, di Gianni Mura.

http://www.vincenzoreda.it/gianni-mura-la-fiamma-rossa/

Nicodemo Librandi: camminando le sue vigne

http://www.librandi.it/

Era da lungo tempo che dovevo realizzare un incontro – la Vita è l’arte dell’incontro, come diceva il poeta – ma ho aspettato che se ne presentasse, quasi a caso – ma tutti sappiamo che il caso non esiste – l’0ccasione proficua.

E’ successo al bagno Nikos: Gianni Caparra mi ha presentato Nicodemo Librandi e, seduta stante, abbiamo combinato una visita alle vigne e alle cantine.

Con un pick-up fuoristrada e tre amici (dei quali un fotografo professionista romano e due semplici appassionati napoletani) Nicodemo ci ha guidati per una visita mozzafiato alle sue vigne situate tra Strongoli e Rocca di Neto, a pochi chilometri a sud di Cirò Marina, tra lo Ionio e le prime pendici della Sila, intorno alla foce del fiume Neto.

Emozionante per davvero questo panorama, unico in Italia, tra le arsure delle dolci alture ormai secche di stoppie e le chiazze geometriche del verde rigoglioso delle vigne in agosto, ormai gonfie di succhi sensuali, desiderosi di farsi vino. Le immagini che ho realizzato, a cui non metto volutamente didascalie, testimoniano di quanto affermo.

Nicodemo è una persona di alta statura, capelli canuti e sguardo penetrante, declinato in una nota sfumata di rilassato disincanto eppure fermo, sicuro, non scevro di una qualche dolcezza. Passione immensa, che trasmette senza alcun pudore ai suoi ospiti, per le sue vigne rigogliose, per i suoi 83 diversi tipi di agrumi (e su tutti i prediletti bergamotti), per i suoi olivi, per la storia della sua famiglia.

Azienda nata dalla passione contadina del papà Raffaele negli anni ’50, sviluppatasi a partire dai primi anni Ottanta con una acquisizione importante di 40 ha e poi esplosa negli anni Novanta con un altro importante investimento di oltre 200 ettari nella zona di Rocca di Neto. Guidata con saggezza dall’enologo pugliese Severino Garofano fino al 1997 e oggi nelle mani esperte del piemontese Donato Lanati, l’azienda, dai primi anni Novanta, ha investito con convinzione nella ricerca sperimentale sui vitigni autoctoni calabresi – oltre 250, di cui almeno 80 per certo senza parentele estranee al territorio – con l’autorevole guida di Attilio Scienza e il CNR di Torino.

Oggi, pur con la dolorosa e recente perdita del fratello Antonio, Nicodemo Librandi guida una realtà che produce oltre 2,5 milioni di bottiglie – con una quota export del 50% – che si estende su  360 ettari, di cui  232 vitati e un centinaio piantati a oliveto. Pochi anni fa è stata creata un’associazione che raccogli 42 vignaioli che conferiscono i loro prodotti a Librandi e che Nicodemo accudisce con grande attenzione alla cultura del territorio e alla sensibilità dell’evoluzione globale del mondo del vino.

In un prossimo articolo mi riservo di trattare delle circa trenta etichette che la Cantina produce.

Che altro dire se non suggerire una visita a questa realtà, vero orgoglio (assai più che un’eccellenza, come usa dire spesso a sproposito oggi) calabrese; a ascoltarne la storia, a berne i suoi vini eccellenti.

Salute.

PS: questo articolo lo dovevo, soprattutto, a Gino Veronelli, innamorato di quest’azienda.

 

 

Premio Cesare Pavese 2015

Domenica scorsa nella storica sede del CEPAM (Centro Pavesiano Museo Casa Natale) a Santo Stefano Belbo, e casa natale del grande scrittore piemontese e cofondatore della casa editrice Einaudi, si è svolta la 14° edizione del premio “Il vino nella letteratura, nell’arte, nella musica e nel cinema”.

Il premio è stato assegnato a  Sulle ali del Barolo. Appunti di viaggi scritto dall’appassionato produttore langhetto Gianni Gagliardo e illustrato dal pittore e scrittore Vincenzo Reda.

Un libro di appunti di viaggio, che attraverso il fil rouge del Barolo, racconta alcune delle esperienze più intense a livello umano e professionale che l’autore ha vissuto in ogni parte del mondo.

Da uno stralcio della motivazione del premio, riportiamo volentieri questo passo: “Storia personale e storia di un vino si intrecciano, dunque, in modo indissolubile e l’una cresce con l’altra fino a superare rapidamente i confini della realtà locale per condurci nel glocale: infatti, Gianni Gagliardo trasporta i valori e i contenuti della sua realtà locale in una realtà globale, favorendo il dialogo, lo scambio e la condivisione tra comunità diverse”.

Un esempio questo, di trasversalità letteraria che conferma la bontà della scelta della Casa editrice Cinque Sensi e che motiva fortemente a immaginare altre interessanti scritture e testimonianze non necessariamente identificabili nei consueti riferimenti narrativi.

Sulle ali del Barolo. Appunti di viaggi - Introduzione di Aldo Cazzullo – Autore: Gianni Gagliardo
Illustratore: Vincenzo Reda – Formato: 16,5×24 cm – Pagine: 160 – Prezzo libro: 15 euro – PrezzoeBook: 7,99

Qui sopra ecco le immagini della premiazione ufficiale.

Sulle ali del Barolo di Gianni Gagliardo è un libro che, oltre ad aver redatto e per il quale ho scelto personalmente l’editore, ho illustrato con grande passione. Il fatto di aver contribuito al primo premio della narrativa assegnato a una persona straordinaria, oltre che un amico, mi riempie di orgoglio. Il secondo premio per la saggistica guadagnato con Di vino e d’altro ancora mi fa piacere soprattutto per la motivazione in cui si citano l’Ode a Luigi (Gino per gli amici) Veronelli – cui il libro è dedicato, e il pezzo che parla del Barolo come “Vino jazz“. Un questo libro l’incipit è il mio celebre “Decalogo del vino“.

Salute a tutti, amici nemici e farabutti.

Il 68° fiammifero del Grappaiol’angelico

A metà degli anni Settanta, Gino Veronelli s’era imbattuto in una persona fuori d’ogni schema e ne aveva scritto un articolo su Epoca: Romano Levi, la sua grappa, il suo antico “lambicco” a fuoco diretto (oggi unico del genere), le sue etichette e i ragni, le ragnatele, le civette e la Lidia….furono svelati agli appassionati bevitori di grappa, e non soltanto.

Il “Grappaiol’angelico” se n’è andato nel 2008 lasciando la distilleria e la casa senza eredi e proprietari: Lucio Scaratti e la sua famiglia hanno rilevato il tutto con l’intento di non abbandonare all’oblio dell’insensibilità la straordinaria storia di Romano Levi e la sua Grappa.

Con l’aiuto di Fabrizio Sobrero, per 14 anni vicino a Romano, la distilleria continua la sua attività: nel medesimo “lambicco” in muratura del 1925, con le medesime metodologie artigiane, lo stesso forno, le stesse ragnatele; la stessa strepitosa grappa distillata da vinacce di Dolcetto e Nebbiolo (oggi anche Moscat0).

Ogni anno a Neive si tiene quella che ormai è diventata una sorta di cerimonia: con il Sindaco, la banda e molti paesani, vecchi e giovani (cui si uniscono i veri appassionati), a fine ottobre si accende il fuoco che alimenterà la distillazione. Starà acceso, senza soluzione di continuità, fino a marzo: per ricavarne circa 20.000 bottiglie di irripetibile grappa!

Quest’anno, il 27 ottobre scorso, grazie all’invito di Marco Tripaldi, ho potuto assistere di persona a questo magico ma semplice rituale, il 68° a cominciare dal lontano 1945. Ho vissuto una bella esperienza che consiglio ai veri appassionati: anche soltanto visitare la casa, con annessa distilleria, costituisce un’emozione profonda.

Fabrizio ha illustrato con grande passione (e disarmante semplicità) tutte le faticose e complesse operazioni: ogni carico (la vinaccia – compattata in maniera adeguata nel pozzo – viene messa in sacchi che a mano sono vuotati uno a uno nel “lambicco”) è costituito da circa 500 kg di vinaccia e più o meno 500 litri di acqua.

E ogni carico dà a pena 25/26 litri di grappa….

Questo straordinario prodotto, destinato soltanto ai veri appassionati (per quantità e per costo -circa 70/80 € a scaffale), è distribuito da Sagna Spa: azienda che sa come trattare queste… faccende preziose, queste storie in cui i grandi numeri si realizzano soltanto con le emozioni degli uomini sensibili.

Vitigni autoctoni del Gargano

Ne ho fotografati una decina di esemplari, tutti vecchi di almeno qualche decina di anni. Sono viti a alberello, in genere maritate a tutore vivo (olivi e mandorli), ma anche sostenute da vecchi e occasionali puntelli o addirittura prive di sostegno. Ho distinto almeno quattro/cinque varietà di uve: bianche, nere, rosate e tutte senza dubbio uve da vino.

Le ho trovate nella proprietà di Francesco Colletta, nella piana pleistocenica di Mattinatella: 40/60 mslm, terreno calcareo con scheletro importante, distribuite tra olivi e mandorli. Francesco mi racconta che fino a non molti anni fa suo padre spremeva il vino di famiglia da queste incredibili viti a foglia larga e in genere trilobate. Non sono un botanico e sono ancora meno un ampelografo, ma di viti ne ho viste tante e tante: mai nessuna come queste.

Dal sito di Nello Biscotti - www.nellobiscotti.135.it  – apprendo alcuni nomi di viti autoctone garganiche: Barbaroscia, Bell’Italia, Uva della Macchia, Malvasia nera antica, Nardobello, Scannapecora…Non so quali di queste viti corrispondano a queste qui sopra fotografate; so soltanto che ne ho mangiato qualche acino e sono uve dolcissime. Chissà come doveva essere il vino spremuto da queste uve. Gino Veronelli venne da queste parti nel 2003, più volte sollecitato da me per conoscere lo chef Gegè Mangano di Monte S. Angelo, per cui pubblicò un volume che io stesso curai con Gian Arturo Rota: da Nello Biscotti apprendo che bevve di questo vino e gli piacque. Ci lasciò due anni dopo, ma sono contento che sia venuto da queste parti.

Ita, la birra di Stefania

Stefania Bessone la conobbi in occasione del Vinitaly 2001. Ero allora consulente di Lingotto Fiere il cui patron era Alfredo Cazzola e Beppe Bitti ne era l’ammistratore delegato: li portai a incontrare Gino Veronelli, nel cui stand erano esposti alcuni dei miei quadri di vino. Scopo dell’incontro era esplorare le possibilità di coinvolgimento del grande Gino nell’organizzazione del nascente Salone del Vino di Torino. Purtroppo, non se ne fece nulla, e non per colpa né mia, né di Veronelli: le vicende successive dimostrarono quanto poco felice fu la scelta di non tenere in conto le nostre conoscenze nel campo. Stefania era stata appena assunta proprio per occuparsi delle fasi operative della nuova manifestazione che Lingotto Fiere stava per organizzare. Mi colpì la sua grande passione e lo scrupolo con cui lavorava. Del Salone del Vino si occupò per vari anni con riconosciuta competenza e  lavoro appassionato. Con la nuova proprietà, cambiata nel frattempo, Stefania è  ancora oggi parte dello staff di Lingotto Fiere.

Il sogno di Stefania era, però, quello di poter diventare un giorno  una contadina e rincontrare la vocazione dei suoi avi per la terra (sia i bisnonni paterni che materni, astigiani e cuneesi, erano infatti produttori di vino). A lei piacciono la vite e il luppolo, piante per molti versi simili: nel 2008 acquistò un certo numero di rizomi – questo è il nome tecnico delle pianticelle di questa specie – di luppolo da aroma, sperando un giorno di avere abbastanza terra per piantumarle. Grazie alla mia conoscenza di Roberto Saini, allora Commissario del Parco Naturale di Stupinigi e promotore di una meritoria operazione di ricupero delle attività di agricoltura e allevamento all’interno del parco, Stefania riuscì nel 2010 ad avere in affitto un piccolo terreno di poco meno di una giornata piemontese (3.400 mq.). E finalmente nella primavera dell’anno successivo potè piantare i suoi luppoli. Il raccolto fu buono e, coronando il suo sogno, la materia prima fu affidata al Birrificio Beba di Villarperosa. Così sono nati un migliaio di litri della birra “Ita-Castelvecchio-La Chiara“: birra chiara dal colore biondo tenue, non pastorizzata né filtrata e priva di conservanti. I suoi componenti, oltre al luppolo bio di Stupinigi, sono l’acqua della Valchisone e un malto d’orzo biologico: dunque, birra italiana in tutto e per tutto. L’ho bevuta ed è una birra leggera (4,5% vol.), con delicati aromi e perlage molto fine: davvero straordinaria, molto fresca e beverina per accompagnare un pasto completo o da bere solitaria per spegnere la sete. Confezionata in bottiglie da 1/2 litro costa intorno ai 4/5 €. Brava Stefania! Per informazioni il sito è:

www.laviadelluppolo.it

Curiosità e coincidenze. Stefania abita in via del Carmine, pieno centro di Torino: a due passi – via della Consolata – da casa sua, nel 1845, nacque il primo birrificio italiano: Bosio&Caratsch. E a due passi da casa sua, in via S. Domenico, Alessandro propone la sua birra artigiana (ne produce 20 litri per volta) nel suo piccolo e splendido ristorante “Quanto basta“. La birra di Alessandro è una birra di tipo inglese, molto più aromatica e alcolica di quella di Stefania, comunque una birra di strepitosa qualità anche questa.