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Giovanni Leopardi chef torinese
Giovanni alle prese con la preparazione di un filetto di squalo Mako

Giovanni alle prese con la preparazione di un filetto di squalo Mako

Sembrava un giorno normale: il solito opprimente caldo umido sulle rive del grande fiume. Giovanni entrò nelle immense cucine dello Sheraton hotel del Cairo alla solita ora per cominciare l’usato tran tran quotidiano di organizzazione e controllo del lavoro.

Fu improvvisamente fermato da un ufficiale dei Black Cats ( le forze speciali egiziane, i famosi “Gatti Neri” ) che lo perquisì e gli comunicò che le cucine da quel momento erano sotto il loro controllo e che informasse i suoi collaboratori della nuova situazione. Alle sue interrogazioni l’ufficiale rispose che le sale erano state interdette a ogni ospite estraneo per la semplice ragione che due personaggi di riguardo avevano deciso di mangiare al ristorante dello Sheraton.

In effetti, le cucine erano occupate dalle forze speciali egiziane mentre la sala, elegante e sterminata dell’hotel, era presidiata da due gruppi ben distinti e posti alle due estremità: da una parte il Mossad israeliano e dall’altra le forze speciali palestinesi. Due tavoli posti molto distanti uno dall’altro ospitavano, oltre a due o tre individui ciascuno, Yasser Arafat, inconfondibile con la sua kefiah, e Ytzhak Shamir.

Gamberoni blu della Nuova Caledonia

Gamberoni blu della Nuova Caledonia

Un poco intimorito, Giovanni preparò dell’agnello per il leader palestinese e un filetto di manzo per il politico israeliano.

Le portate furono esaminate con uno strano marchingegno elettronico che Giovanni suppose essere il moderno sostituto dell’antico schiavo assaggiatore….

L’aneddoto, un fatto successo tra l’89 e il ’90, riguarda lo chef torinese Giovanni Leopardi, l’amico che molti anni prima era semplicemente Gianni, uno dei tanti insieme a Piero Chiambretti, Alba Parietti e Emanuele Fiorilli (oggi corrispondente Rai da Madrid), che lavoravano alla radio privata ABC Italiana di Torino: era la fine degli anni settanta e io cercavo di far funzionare il caos spensierato e esaltante di quella stagione irripetibile.

Carpaccio di manzo di Kobe

Carpaccio di manzo di Kobe

A distanza di quasi trent’anni, per uno di quei meccanismi ignoti che il destino ogni tanto innesca, per tramite di un altro di quei lontani amici, Mauro, Giovanni aveva saputo che io passo il mio tempo a scrivere di vino e col vino dipingere; Mauro aveva provveduto a informarmi che Gianni era diventato un grande chef, che aveva un ristorante negli Usa e che nel suo ristorante organizzava mostre d’arte…

Due più due fa, quasi sempre, quattro: avanti Savoia! a mettere in piedi una mostra dei miei quadri al “Carpaccio” restaurant, downtown in Hanover, New Hampshire, (New England, tutti autentici Wasp), USA.

E’ complicato spedire opere d’arte in America: ci sono procedure delicate che devono essere controllate dalle Soprintendenze dei Beni Culturali e da queste garantite.

Insomma, alla fine, prima i quadri e poi il sottoscritto, si parte alla volta del verde e irreale New Hampshire, felice angolo nel nord-est degli Stati Uniti d’America, incastrato tra Vermont, Massachusetts, Maine e Canada (Quebec).

Tartare di alligatore (coda) della Florida alle erbe e aceto balsamico di modena

Tartare di alligatore della Florida alle erbe e aceto balsamico di modena

Giovanni l’ho trovato bel cinquantenne che mi aspettava alle uscite internazionali di Logan, aeroporto di Boston – città universitaria stupenda, con tutti quei bassi edifici residenziali che tanto ricordano la vecchia Inghilterra del XVIII e XIX secolo.

E, come si può intuire, sono cominciati i racconti che hanno il dovere e il piacere di colmare decenni di lontananza, decenni di assenza.

Giovanni, torinese, era partito, dopo le esperienze come disc-jockey alla Radio ABC Italiana, alla volta dell’Inghilterra – Birmingham – per studiare elettronica.

Si ritrovò invece a frequentare dei cuochi che gli permisero di scoprire una vera, travolgente passione per la cucina. Dopo alcuni anni e alterne vicende, con ritorni estemporanei a Torino, verso l’83, decide di trasferirsi a New York.

E per quasi sei anni, passando tutti i ruoli che la cucina prevede, frequentala ristorazione americana, soprattutto in California, dove nel frattempo si era stabilito.

Anni duri di gavetta e apprendimento: fino a dirigere come chef una catena di alta ristorazione a Los Angeles. A quel punto rientra in Italia per una vacanza che viene interrotta da una proposta di lavoro, breve ma molto redditizia e prestigiosa, a Damasco in Siria.

Lì viene apprezzato per la serietà, la professionalità e i risultati: la catena Sheraton gli offre di scegliere un incarico, Marocco o Egitto; sceglie Il Cairo!

E poi Hong Kong, Pechino, New Delhi, Bombay, Goa, Dubai: sempre chef nelle cucine di alberghi importanti di catene come Peninsula e Taj, dove gli capita di cucinare per il Dalai Lama, Carlo e Diana, il sovrano del Brunei……

Giovanni mentre impiatta i suoi spaghetti alla Barbera e verdura fresca di stagione

Giovanni impiatta i suoi spaghetti alla Barbera e verdura fresca di stagione

Dopo circa 8 anni, ritorna negli Usa e va a Maui, nelle Haway, a occuparsi di uno dei migliori alberghi dell’Hyatt Group.

Alla fine del 1997, a Sarasota (costa ovest della Florida) apre il suo primo ristorante: Sage. Ancora una parentesi, dopo circa tre anni e mezzo, di chef conto terzi (Hutchinson Whampoa Group) alle Bahamas e scelta di vita nel tranquillo New Hampshire – nel frattempo aveva sposato Melba, era nata Maya e il mondo aveva assistito sgomento alla tragedia del 9/11.

Potter Place fu il primo ristorante in una deliziosa costruzione stile coloniale del ‘700 con abitazione inclusa. Trascorsi altri quattro anni, e arriviamo al 2006, Giovanni e la sua famiglia si spostano definitivamente, per ora, a Hanover, dove aprono in pieno centro il “Carpaccio”.

Dopo trent’anni, incontro un amico che nel frattempo è diventato uno di quei cuochi che piacciono a me: un altro come Gegè Mangano o Cesare Giaccone; quei cuochi, per dirla tutta, che possiedono il sacro rispetto – e una conoscenza straordinaria – della materia prima. E la loro cucina si caratterizza per la semplicità delle preparazioni che hanno il grande obiettivo di esaltarne i sapori e i profumi: questi sono i veri, grandi chef.

Il fatto di essere stato in mezzo mondo ha consentito a Giovanni di conoscere materie prime eccezionali, soprattutto per quanto riguarda pesce e carne che ordina tramite organizzazioni di rara efficienza da paesi davvero lontani.

L’incredibile manzo di Kobe, il sailfish, il mako, i polipi giganti delle Haway, le cozze della Nuova Zelanda, i gamberoni del Madagascar o quelli, incredibili, blu della Nuova Caledonia…..

Tutto preparato con cocktail di verdure che gli sono fornite da fattorie biologiche della zona (Muster Field Farm, New Hampshire, e soprattutto Cedar Circe Farm di Kate e Will, personaggio dalla vita eccezionale, nel Vermont, appena al di là del placido Connecticut River, fiume che divide per lungo tratto i due stati americani).

Memorabili, di Giovanni, il carpaccio col manzo di Kobe, il carpaccio di polipo, gli spaghetti alla barbera, il risotto con capesante e gamberoni blu…

Indimenticabili un foie gras fresco su ananas caramellato e una tartare di alligatore della Florida, espressamente cucinati per me.

Per concludere, alcune importanti osservazioni: Giovanni cuoce sempre pane e grissini freschi; ogni tanto prepara per i suoi clienti cene a tema, svolte con grande passione per la ricerca sia storica sia di territorio (per una cena “romana” si servì della consulenza di docenti universitari e preparò un vero “garum” alla Apicio); la cantina, curata dalla moglie Melba, offre oltre settanta etichette che comprendono il meglio, senza esagerazioni, di Italia, California, Cile, Argentina, Nuova Zelanda, Sud Africa, Spagna e ovviamente Francia.

La sera dell’inaugurazione della mia mostra, giovedì 28 agosto scorso, il ristorante era al completo: 44 coperti per gustare, tra l’altro, uno straordinario sorbetto: Frozen barbera air!

Vincenzo Reda

7 settembre 2008

Ristorante La Torre

RISTORANTE LA TORRE

 Via S. Maria - 87020 Bonifati (CS)

Numero di Telefono:  0982.95361

La Calabria (ma anche in Basilicata la situazione è più o meno la medesima) rappresenta un’eccezione nel panorama dell’enogastronomia e della ristorazione italiana: se si vuole gustare la grande cucina di tradizione occorre andare presso le famiglie. Non esiste ancora una proposta valida che presupponga locali pubblici diffusi in cui sia possibile questo tipi di esperienza.

Ma qualcosa comincia finalmente a cambiare: ho visitato questo ristorante, posto in un angolo di Calabria (uno dei tanti, per intenderci9 di bellezza abbacinante, sulla costa tirrenica a pochi chilometri da Paola, sotto Diamante nel nord di questa regione tanto travagliata quanto di raro fascino (storico, paesaggistico, enogastonomico…).

Agostino Briguori, con la moglie Anna, è un giovane imprenditore che ha avuto il coraggio di restaurare (con l’intervento di professionisti seri e capaci) un locale in disarmo e di trasformarlo in un ristorante-pizzeria che potrà essere un riferimento emblematico per l’evoluzione della ristorazione calabrese.

Agostino ha avuto l’ardire di chiamare un professionista della ristorazione internazionale, Giovanni Leopardi (sul mio sito ne ho largamente trattato, essendo egli un mio amico di lunga data), e commissionargli l’impostazione concettuale del menù del suo locale.

E Giovanni s’è comportato da par suo, mettendo talento ed esperienza al servizio di una tradizione ricca e unica nel suo genere. I risultati, come mostra la documentazione fotografica (che, ahinoi, non trasmette né sentori, né sapori, ma soltanto colori…) di cui sopra.

IL locale – circa 200 coperti – è assai curato con un ottimo servizio. I vini sono affidati a un giovane sommelier del posto ( Luigi Ritacco, nato a Luzzi e con già una buona esperienza) che mi ha proposto un bianco autoctono e un ottimo rosato di Ippolito 1845. Mi sono permesso di portargli alcune bottiglie di tre grandi produttori di Cirò: ‘A Vita (Francesco De Franco), Du Cropio (Giuseppe Ippolito) e Caparra & Siciliani (Gianni Caparra); tre cantine con numeri e offerte diversificate ma oggi senza dubbio tra il meglio che offre la rinnovata enologia calabrese.

Una nota d’obbligo per il pizzaiolo, Moreno Occhiuzzi (di Cetraro, ma con vent’anni di esperienza consumata in locali importanti di Roma e Firenze): pasta lievitata per 40 ore (!), forno a legna e proposte per davvero di qualità eccellente (segnalo la strepitosa pizza con gamberone crudo e ‘nduja: una delizia!).

Lo staff è completato dagli chef Giampiero Vennera e Giorgio Salvadori.

Ovvio che starò attento alla futura evoluzione di questo locale – che consiglio con grande convinzione, anche per l’ottimo rapporto qualità/prezzo – e degli altri che Agostino Briguori intende aprire, sia in Calabria sia in altre zone italiane (Roma e Milano in primis).

Auguri e…salute!

Massimo Camia

E’ stato il mio vecchio amico Giovanni Leopardi a insegnarmi  che per capire un cuoco – chef è un termine che comincia a darmi sui nervi – bisogna stare con lui in cucina, e non soltanto. Su nel New England, tra Vermont e New Hampshire ho imparato a osservare un cuoco nel suo ambiente naturale. E poi a far spesa nelle fattorie bio lungo il Connecticut e poi ancora al Radisson di New Delhi e in quelle sterminate cucine indiane con immensi forni tandoori (che significa, appunto, forno…) a cuocere chapati per centinaia di ricchi hindi belli floridi e così tanto colorati.

A Giovanni, che oggi lavora a Baltimora, devo questa passione: stare in cucina con i cuochi e osservare la loro manualità, la precisione, le piccole ossessioni (ognuno di questi ne ha più di una!).

Di cuochi, dunque, ne ho conosciuti, osservati e fotografati tanti e alcuni tra quelli più bravi: a nessuno mai avevo sentito rivolgersi ai sottoposti, in cucina, con: “Per favore….”.
Di Massimo Camia, persona vera prima che grande cuoco, sono rimasto per davvero impressionato. Prima che dalle sue indiscutibili caratteristiche cucinarie, dal suo essere persona gentile, disponibile.

Gli ho richiesto delle preparazioni tradizionali, non tanto perché Massimo è considerato il meglio in questo genere di piatti, quanto perché di questi sono particolarmente appassionato e, soprattutto, intenditore: da come mi viene preparato e presentato un vitello tonnato o un piatto di tajarin capisco di quale livello è il cuoco. Inutile dire che i piatti che mi ha preparato Massimo sono stati più che eccellentI: gusti distinti, sapori combinati come si deve, preparazioni impeccabili, tocchi di genialità nel segno della semplicità. Raccomando l’agnello alla piastra (più che un’emozione) e il vitello tonnato rivisitato (la sua salsa tonnata è qualcosa di indescrivibile). Ma gli agnolotti del plin con il ripieno di vitello sono il meglio; così come le due fettine di fassona ripiene di insalata primavera e rifiniti con il tartufo nero estivo. E l’entrèe, e il pane, e i dolci…

 

Ma di tutte queste cose molti hanno parlato, io non aggiungo nulla di speciale se non la mia personale ammirazione e la raccomandazione, convinta, a frequentare (con calma e con tutti i sensi accesi) questo magnifico ristorante.

A me interessano le storie, e la storia di Massimo è un’altra bella storia. Nato a Dogliani – segno zodiacale della Vergine – e cresciuto a Monforte, mezzo monfortino (papà) e mezzo calabrese (mamma di Gioiosa Jonica, ma romana d’adozione). Alberghiero a Ceres, in giro per ristoranti di hotel, sempre in cucina. In proprio a 26 anni in quel di Mondovì e poi alla Locanda del Borgo Antico di Barolo dove prende la famigerata stella Michelin nel 2001. Intanto aveva conosciuto Luciana, che sposa nel 1989 e che gli regala Iacopo (oggi appena diplomato e fresco iscritto a Architettura a Torino) e Elisabetta che lo ha appena reso felice con la sua decisione di frequentare un istituto alberghiero dopo la licenza media – gli occhi di Massimo, quando racconta questa faccenda, sono gli specchi di un papà raggiante.

La famiglia Damilano era da molto tempo che lo tentava: finalmente, all’inizio del 2013, Massimo e Luciana capitolano e, dopo 7 mesi di lavori importanti, trasformano un angolo del capannone della sede Damilano in un ristorante accogliente e particolare. Inaugurano nel settembre del 2013, la posizione – lochescion è un rumore barbaro – è straordinaria: al primo piano dell’edificio (la strada sottostante è invisibile) le ampie finestre si aprono sui Cannubi e più in alto sui campanili di La Morra. Sono 40/50 coperti a cui se ne aggiungeranno altri 25 con una struttura coperta verso l’interno. In cucina si avvale di 6 collaboratori (con qualche ragazzo, anche straniero, a stage) e in sala c’è Luciana con  Francesco e un altro supporto.

Strepitosa la cantina, soprattutto di Barolo (ricarichi di particolare onestà) e Champagne. Non ho parlato di vini perché di Damilano ho ampiamente scritto (segnalo la sempre eccellente Barbera La Blu 2011) e il Cannubi di Scavino non ha bisogno di commenti.

Dunque, tutto ok? Sì, certo e con la considerazione che se si parla di stelle – a me piacciono soprattutto quelle dei cieli notturni – qui ne manca una.

Poi, qualche appunto lo avrei anche, ma c’entra poco con la cucina e il servizio. E  gli appunti i galantuomini se li comunicano in privato…..

http://www.locandanelborgo.com/index1.php

 

Poderi Girola

Fu l’amico Piero Arditi (Cantine Valpane di Ozzano Monferrato) a farmi conoscere Paolo Girola, giornalista Rai. Venne qualche anno fa a intervistare a casa mia Giovanni Leopardi, chef italiano in giro per il mondo e ormai naturalizzato americano. E fu un bel momento che produsse un servizio sulle straordinarie capacità cucinarie del mio grande amico Gianni (oggi lavora a Baltimora).

Piero mi aveva detto, quasi di sfuggita, che i Girola si erano rimessi a produrre vino nella tenuta di famiglia e che gli stava dando una mano.

Dopo anni, causa la sempre più invasiva relazione con i social network (Facebook, in questo caso), il figlio di Paolo, Stefano Girola, mi contatta per farmi gustare, e valutare i suoi vini.

I Poderi Girola si estendono su circa cinque ettari, di cui tre vitati, e costituiscono patrimonio familiare da oltre un secolo; sono situati a Calliano d’Asti, circa 15 chilomentri a nord della città, quasi a metà strada tra Tanaro e Po, al limite del territorio della DOCG Barbera d’Asti e quasi al confine meridionale del Monferrato Casalese, 300 mlsm.

Sono vigne che hanno oltre 15 anni di età, tenute a guyot semplice  e coltivate con il metodo della lotta integrata.

I Girola producono circa diecimila bottiglie: Barbera d’Asti DOCG Il Sossàla, Grignolino DOC Il Sanpietro e il Cortese del Piemonte DOC Il Manseco.

Va detto che Stefano, con il cugino Alberto, sono ragazzi giovani, poco più che ventenni e che sono stati folgorati dalla passione per il vino non da molto: questo significa che bisogna concedere loro del tempo. Il tempo è una risorsa fondamentale sempre, ma tanto di più quando si tratta di faccende che riguardano la viticoltura e la produzione del vino.

Ho bevuto, gustato e valutato le tre loro tipologie: Cortese e Grignolino del 2011 e Barbera del 2012.

La prima considerazione che mi vien fatto di esprimere e che questi vini sono prodotti da terreni che godono un particolare favore in termini di caratteristiche pedologiche e climatiche: qui c’è una grande potenzialità, pare evidente.

Il problema, credo, nasce dal lavoro in cantina: qui c’è molto da fare e da crescere, ma credo ne valga la pena e credo che nei prossimi anni i Girola possano essere in grado di offrire delle vere e proprie eccellenze di nicchia: ci sono tutti gli ingredienti necessari, non ultima una grande passione.

Per ritornare ai vini, il più convincente m’è parso il Cortese: 11,5% vol., bel colore paglierino non troppo intenso, note floreali evidenti e al palato una bella armonia con buona persistenza; quasi sorprendente per un bianco prodotto in terra di rossi, ma vale la pena insistere, perché può migliorare e di molto.

Il meno convincente, ma era abbastanza prevedibile, è il Grignolino: 13%vol., colore più carico del classico Grignolino, al naso sono evidenti note non molto gradevoli e in bocca il vino risulta privo di armonia ma, attenzione, con una persistenza straordinaria, pur non gradevolissima. In sintesi: questo può diventare un grande Grignolino (di tipologia più simile a quella del Monferrato Casalese: il Grignolino di Accornero, per esempio), ma c’è molto lavoro da fare.

Più complesso il giudizio sulla Barbera. 13,5%vol., rubino un poco più scarico del normale, classiche note di frutta matura della Barbera d’Asti, pur con qualche (non gravissimo) stridore e un palato appena sufficiente in quanto ad armonia, ma anche qui una persistenza notevole. Su questa Barbera non c’è moltissimo da lavorare, basta poco e si può produrre una di quelle Barbera davvero eccellenti, assimilabili a quelle portentose che vengono da qualche chilometro più a sud: riva destra del Tanaro, Vinchio, Mombercelli, Nizza, Agliano. Tenendo in conto, come nota finale, che si sta parlando di vini che in cantina vengono offerti a prezzi che stanno tra i 4,5 e i 6€, più o meno.

Forza e coraggio, Stefano: ne vale la pena.

http://www.poderigirola.it/ 

Book “The mistical goblet” by Vincenzo Reda for Med Show

Qui di seguito è riportato, in quattro sezioni, il mio libro pubblicato in occasione della mostra personale al Radisson Hotel di New Delhi. I testi sono in inglese, anche le poesie, accostate ai quadri, sono tutte in inglese.

Il libro è dedicato a mio padre Giuseppe, a mio nonno Vincenzo e a Giovanni Leopardi.

Pag _Reda_1-15

Pag_Reda_ 16-29

Pag_Reda_30-45

Pag_Reda_46-60

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Giovanni Leopardi alla DuClaw Brewing Company
Great Minds Think AlikeSimpaticoadj: of similar mind; compatible.From the minds of DuClaw Brewing Company Brewmaster, Jim Wagner, and Culinary Director, Giovanni Leopardi, comes the Simpatico Series, an ongoing series of events that pair our award winning craft beer with classic and cutting edge internationally inspired gourmet food.The series begins with a six course dinner of eclectic international cuisine expertly paired with envelope pushing craft beer, featuring:MenuAmuse-bouche (hors d’oeuvres)
• Roasted peanut crusted cauliflower
Bare Ass Blonde Ale marinated cherry tomatoes
• Air-cured goat cheese with Vidalia onions and beer jam
Served with Misfit Red Ale.

Second Pairing
West African Tiger prawns sauteed in Mysterium Belgian Spiced Ale, tossed with roasted julienne peppers and fresh herbs. Paired with Mysterium Belgian Spiced Ale.

Third Pairing
Cherry ricotta ravioli splashed with rosemary burnt butter, served with Euphoria Toffee Nut Brown Ale.

Forth Pairing
Pineapple pulled pork served with caramelized onion risotto and HellRazer IPA.

Fifth Pairing
Black Jack Stout braised Kobe Beef served with Taleggio infused Polenta and roasted Mediterranean vegetables. Paired with vintage 2009 bottled Black Jack Stout.

Dessert Pairing
Maple mascarpone cheesecake served with an event exclusive—Pumpkin Spice Retribution Bourbon Barrel Aged Imperial Stout!

Questo qui sopra è l’esempio di un menu che Giovanni Leopardi ha messo a punto per la catena di ristorazione della distilleria di qualità DuClaw in Baltimora (Maryland). Non è cosa semplice cercare di far crescere l’idea di qualità nell’alimentazione del ceto medio americano, soprattutto tra i giovani e soprattutto facendo leva sulla birra (di qualità) come abbinamento a preparazioni cucinarie non banali e soprattutto basate su materie prime di primissimo livello.

Dopo un infaticabile girovagare per il mondo, il mio amico Giovanni Leopardi – Torinese di nascita, americano d’adozione, ma giramondo per caratteristiche innate – è approdato a dirigere la ristorazione di questa prestigiosa compagnia americana di distillazione. Cominciò in Inghilterra più di 30 anni fa; seguirono poi l’Egitto, l’India, la California, la Cina, le Hawaii, le Bahamas: sempre a dirigere i ristoranti di prestigiose catene alberghiere. Tra la fine del secolo e l’inizio di questo millennio, Giovanni ritornò negli Usa per aprire il suo ristorante insieme alla moglie Melba: fu in Florida, con successo. Si trasferì poi, dopo la nascita della figlia Maya, in New Hampshire per diversi anni. Causa la crisi del 2008, riprese il suo girovagare per il mondo e andò a dirigere il ristorante internazionale del Radisson di New Delhi. Dopo un’incredibile esperienza a Bassora in Iraq, è finalmente ritornato negli Usa.

Che si tratti di una comune Nicoise o di un filetto di tonno scottato, Giovanni riesce sempre a confezionare piatti di altissima qualità grazie alla sua conoscenza delle materie prime di livello mondiale: per il pesce, a esempio, egli riesce a lavorare con prodotti freschissimi che gli arrivano da tutto il mondo e sono sempre pesci di cattura e mai d’allevamento. Anche per ortaggi, formaggi, insaccati, farine e carni la sua maniacale ricerca produce sempre risultati di qualità e di equilibrio.

In questo mio sito ho parlato spesse volte di Gianni (diminutivo che usiamo noi amici): ci conosciamo da oltre 30 anni e ho avuto il piacere e l’onore di stare con lui in cucina e di apprezzarne la serietà e la professionalità. Gianni è il tipico chef che ama stare in cucina, ambiente in cui sembra stare con estrema naturalezza: qui si apprezza la qualità e l’amore che dedica al suo lavoro. Oltretutto, avendo sempre cura di usare la cucina con l’unico scopo di esaltare gli odori, i colori, i sapori della materia prima con processi di trasformazione e di cottura assai semplici. Come dovrebbe fare sempre un buon cuoco.

Sono certo che riuscirà, col tempo e con la sua maniacale applicazione, a imporre anche in Maryland, un concetto di alimentazione di alto livello. In bocca al lupo, Gianni.

 

http://www.vincenzoreda.it/giovanni-leopardi-chef-torinese/

http://www.vincenzoreda.it/a-pranzo-con-angelo-gaja/

www.duclaw.com

 

 

Me and the porks, ovvero un grande chef al servizio dei gusti americani

Capita, e non soltanto in America, che un grande chef debba provvedere ai gusti non proprio raffinati di una certa clientela; e allora, anche turandosi il naso (si fa per dire…), succede che debba mettersi a cucinare tre bei maiali per centinaia di persone che soltanto quello vogliono, accompagnato da ettolitri di buona birra. Questi tre bei maiali, cotti in   enormi forni mobili a legna (!), sono serviti a soddisfare la fame smodata di molte centinaia di americani: grande successo, ci mancherebbe! Innaffiato dalle ottime birre DuClaw.

Certo, Giovanni Leopardi e il suo aiuto Robert Estenzo (si conoscono da trent’anni e si sono ritrovati, per caso, nella stessa Compagnia dopo tantissimo tempo e alterne vicende) preferiscono cucinare altra roba e, soprattutto, per meno gente, magari un poco meno vorace e meno….grezza.

Zafferano del Kashmir e Carnaroli Acquerello

La cucina sublime è un fatto semplice, bastano pochi ingredienti di qualità eccelsa e con preparazioni semplici, anche tradizionali, si approntano piatti davvero eccellenti. Qui abbiamo unito un incredibile zafferano che il mio amico Giovanni Leopardi mi ha portato dal Kashmir (uno zafferano che sa di spezie, mai prima d’ora provato) e il Carnaroli Acquerello di Piero Rondolino: semplicemente eccezionale. E senza astruserie tecnologicamente immaginifiche. La grande cucina è sublime artigianato, non arte. L’arte è altro: né più, né meno. Altro.

La Regione Basilicata alla Bit di Milano

Invitato dall’amico Vincenzo Petraglia, ho assistito ieri alla Bit di Milano a una presentazione fuori dai soliti schemi: Regione Basilicata, luogo di magnifiche suggestioni, ancorché meno conosciuto e apprezzato di quanto meriti. Al tavolo delle autorità, per una volta in maniera informale, c’erano l’attore e regista Rocco Papaleo, Antonio Girardi e Patrizio Roversi. A presentare non tanto il film “Basilicata coast to coast“, quanto il loro (i primi due) appartenere a questa Terra magnifica. Terra amministrata da politici capaci e comunicata da manager (vedi l’ottimo Dr. Perri) che operano fuori degli schemi.

Nel giugno del 2010 ho avuto la fortuna di fare un viaggio in Basilicata con il mio amico Giovanni Leopardi, allora chef del Radisson di New Delhi. La storia, che dovrò scrivere prima o poi, è fantastica: a Calvello, un paesino vicino a Potenza, un amico reduce da avventure imprenditoriali in San Francisco, doveva riconsegnare una preziosa collana impegnata molti anni prima per mancanza di soldi…Giovanni s’è ripreso il monile materno e abbiamo vissuto un’avventura straordinaria, in parte testimoniata da un breve scritto, di cui fornisco il link, su questo sito. Visitate la Basilicata, se non la conoscete scoprirete posti di fascino indescrivibile (il grande Pier Paolo, che ebbi la fortuna di conoscere, c’era arrivato 50 anni fa…).

http://www.vincenzoreda.it/rotolando-verso-sud-alla-riscoperta-dei-nostri-sapori-con-gianni-leopardi/

Wine on the Canvas!

THANK YOU RADISSON ,THANK YOU INDIA , THANK YOU GIANNI

PIONEER, 27 november 2009, New Delhi (India)

New Delhi Radisson show by Vincenzo Reda

http://in.news.yahoo.com/48/20090630/804/tnl-art-alive.html

La mia personale al ristorante Med dell’Hotel Radisson a New Delhi.

Lo chef torinese Giovanni Leopardi ha voluto in occasione dell’inaugurazione del ristorante – con inviti di prestigio e in particolare alla presenza dell’ambasciatore italiano in India, S.E. Roberto Toscano – i miei quadri in arrivo direttamente dagli USA.

I miei quadri e io apprezziamo sempre molto  l’abbinamento con le  superbe preparazioni cucinarie di Giovanni, grande amico e chef insuperabile.

Giovanni Leopardi da noi

Giovanni e Vincenzo al Belvedere di La Morra con la Langa innevata. Stavamo aspettando di incontrare Angelo Gaja e la sua famiglia a Barbaresco, il 28 gennaio scorso.

Giovanni al mercato di Porta Palazzo, sabato mattina 31 gennaio.

Questo scatto è magnifico: Giovanni che cucina mentre ben 5 ottime cuoche guardano! Commento: finalmente un uomo lavora e 5 donne guardano. Eravamo da Lina e Mirio con amici e Giovanni si è prodotto in una cena straordinaria per noi.

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