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Rabindranath Tagore

Rabindranath Tagore nacque a Calcutta il 6 di maggio 1861 e morì in un villaggio del suo amato Bengala il 7 di agosto del 1941. Ebbe nel 1913 il Premio Nobel della Letteratura. Si chiamava Thakhur per la verità: cognome che trasformò dopo un soggiorno di studio durato tre anni in Inghilterra. Era un uomo molto bello e dolce, figlio di un ricco bramino in odore di santità.

E’ un poeta che ho sempre amato, conosciuto, tradotto e apprezzato in tutto il mondo; la sua è una poesia che parla di natura, di bellezza, di amore e di armonia. E sono parole semplici, a volte quasi preghiere.

Ho da poco finito di leggere questa piccola antologia di poesie e di scritti, pubblicata da Guanda nel 2005 e da poco uscita in seconda edizione: sono letture rilassanti, che rassicurano. Oggi ne abbiamo particolare necessità.

“Ciò che ritorna più spesso nella mia mente, ripensando alla mia infanzia, è il mistero che circonda la vita e il mondo del fanciullo. Qualche cosa di sconosciuto e d’inafferrabile si nascondeva dovunque, e sempre ci domandavamo con inquieta insistenza:«Quando, oh, ma quando potremo saperne di più?» E ci sembrava come se la natura tenesse un segreto chiuso nella mano e ci domandasse sorridendo:«Che ho qui?» Quello che era impossibile che avesse era ciò di cui non avevamo ancora idea. Ricordo benissimo il seme di annona, che avevo piantato con tanta cura nell’angolo occidentale della veranda, innaffiandolo ogni giorno. L’idea che esso si sarebbe trasformato in albero mi riempiva di meraviglia; il melo seguitava a germogliare, ma oggi non desta più in me quel senso di profondo stupore: la differenza non è nell’albero, ma nel mio modo di pensare.”

“…il suolo, che non solo aiuta l’albero a crescere, ma mantiene la sua crescita entro certi limiti. L’albero deve provare l’avventura della vita, innalzare e allargare i suoi rami da ogni parte, ma i suoi più profondi legami sono con la terra, e ciò l’aiuta a vivere. Anche la nostra civiltà deve avere il suo elemento passivo, una base larga e stabile; non dev’essere solo crescita, ma crescita armonica. essa deve avere un tempo, una misura di tempo. Il tempo non è un ostacolo; è ciò che le sponde sono per il fiume: esse guidano la corrente che altrimenti si perderebbe nella palude. E’ un ritmo, il ritmo che guida il mondo, nei suoi movimenti, verso la verità e la bellezza.”

Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti – The Hero with a Thousand Faces

Fu pubblicato nel 1949 per i tipi della Bollingen Foundation di New York, casa editrice fondata dal miliardario americano Paul Mellon su suggerimento di C. G. Jung. In Italia è stato tradotto nel 1958 da Feltrinelli e nel 2000 da Guanda per la Biblioteca della Fenice. E’ il libro più famoso di Joseph Campbell (1904/1987), studioso di mitologia comparata e religioni.

Questo è uno di quei libri che non smetto mai di leggere, di consultare, di usare come lenimento, sedativo, unguento e anche come suggerimento, come conferma, come finestra da spalancare sui dubbi. Ho appena finito di rileggerlo e ne ho  di già il rimpianto.

Mi piacerebbe riportare un numero spropositato di citazioni: così tante che non mi sento di privilegiarne alcuna da scrivere sul mio sito. In verità, ognuno dei molti capitoli del libro è una miniera inesauribile di notizie, di storie, di considerazioni.

Sono circa 400 pagine, di cui un supplemento di note di circa 40 pagine – scritte in corpo 6 – che sono preziosissime e irrinunciabili ulteriori informazioni. Per chi studia o, anche in maniera più semplice, è appassionato di religioni e di mitologia questo volume è insostituibile: vengono citati, analizzati e comparati miti e riti (religioni incluse) di ogni parte del mondo e di ogni epoca storica, senza alcun pregiudizio e con una lucidità antropologica, storica, psicoanalitica che non ho trovato in alcuna altra pubblicazione simile anche di studiosi di grande prestigio (Boas, Malinowski, Levy-Strauss…).

Non ho idea se sia stato ristampato o se sia tuttora reperibile nel catalogo della Guanda: ma questo sarebbe certo un regalo bellissimo da fare a persone che in qualche modo amano o studiano mitologie, mitopoiesi, religioni.

Arundhati Roy, Quando arrivano le cavallette ( Listening to Grasshoppers. Field Notes on Democracy )

Arundhati Roy è una scrittrice e giornalista indiana. Nata nel Kerala da madre cristiana e padre indù il 24 novembre 1961. Si trasferì da immigrata poverissima a Delhi a 16 anni e riuscì a laurearsi alla Delhi School of Architecture, vive a New Delhi e ha studiato Restauro dei monumenti a Firenze.

Nel 1997 si è rivelata al mondo con il romanzo (unico, fino a ora) Il dio delle piccole cose – The God of Small Things – che ha ottenuto un successo mondiale.

Arundhati Roy è oggi una voce di libertà e di coscienza che urla, nella sua India e al mondo intero, le ragioni dei diritti degli emarginati, dei Dalit, degli ultimi. Una voce di buon senso e dunque scomoda per tutti quelli che obbediscono a impulsi altri che il buon senso, il rispetto, la comprensione, la condivisione.

Questo testo, che raccoglie diversi saggi pubblicati negli ultimi anni da Arundhati Roy, è stato stampato nel 2009 e immediatamente tradotto in Italia per i tipi di Guanda.

Se qualcuno vuol capire qualcosa in più di quelle che sono le dinamiche complesse della “più grande democrazia del mondo”, questo volume è imprescindibile: dalla questione irrisolta del Kashmir, all’assalto del Parlamento, all’attentanto al Taj Mahal di Mumbai.

Libro complesso, come complessa è la realtà indiana; libro duro, come duro dev’essere l’atteggiamento di chi non ammette compromessi rispetto all’etica e al buonsenso che dovrebbero costituire le linee guida di qualunque comportamento umano: si badi bene, umano non virtuoso….