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Pedro de Alvarado, raccontato da Bartolomé de Las Casas
A proposito di Pedro de Alvarado – Tonatiuh, per gli indigeni – conquistatore del Guatemala, ecco cosa racconta il domenicano Fray Bartolomè de las Casas nella sua “Brevissima relazione della distruzione delle Indie”, scritta intorno al 1542 e pubblicata dieci anni dopo. Il Domenicano, si noti, non nomina mai il personaggio di cui parla.

…Con altre successive devastazioni e carneficine hanno desolato e distrutto un regno vasto più di cento leghe in quadro, una terra delle più ricche, per fertilità e popolazione, che sian mai state al mondo. Lo stesso tiranno ha scritto che era più popolosa del regno di Messico, e diceva il vero. Egli e i suoi fratelli, con tutti gli aguzzini, vi hanno fatto perire in quindici o sedici anni, dal 1524 al 1540, più di quattro o cinque milioni di anime. Oggi continuano a uccidere e a distruggere quelli che restano, e a questa maniera finiranno per estinguerli del tutto.

Quando andava a portar guerra in certi villaggi o province, quel capitano usava condurre con sé quanti più indiani poteva, già sottomessi agli spagnoli, perché facessero guerra agli altri. E siccome a quei dieci o ventimila uomini che si portava appresso non dava da mangiare, lasciava che divorassero gli indiani catturati. Si teneva così nel suo accampamento un vero e proprio macello di carne umana, dove in sua presenza si uccidevano e arrostivano i bambini, e si ammazzavano gli uomini talvolta solo per averne le mani e i piedi, ch’eran considerati i bocconi migliori. Quando le popolazioni di altre terre ricevevano notizia di questi fatti inumani, prese dal terrore non sapevano più dove andare a nascondersi…..

…Oh, quanti orfani fece, quanti genitori depredò dei figli loro! Quanti uomini privò delle lor donne, quante donne lasciò senza mariti! Quanti adultèri, quanti stupri e violenze cagionò! Quanti per colpa sua persero la libertà! Quante lacrime fece versare, di quanti sospiri e gemiti fu causa! Quante solitudini in questa vita per i suoi peccati, quante eterne dannazioni nell’altra!….

…Voglia ilcielo che, placato dalla mala morte che infine gli fece morire, Dio abbia avuto misericordia della sua anima.”

Pedro de Alvarado morì a causa di un calcio sferrato dal cavallo di un suo compagno nei pressi di Guadalajara, nel luglio del 1541. La sua agonia, terribile, durò due o tre giorni. Poco dopo, la capitale che aveva fondato (per la seconda volta, dopo un primo disastro nel 1527), Antigua Guatemala, venne rasa al suolo da una tremenda valanga di acqua e fango precipitata dal sovrastante vulcano Agua.

Nel 1543 venne rifondata“ La muy Noble y muy Leal Ciudad de Santiago de los Caballeros de Goathemala”, capitale fino al 29 luglio 1773, anno in cui fu devastata da un terremoto che la rase al suolo. La città però non fu mai abbandonata e dal 1830 riprese a crescere lentamente. Oggi La Antigua Guatemala è uno dei luoghi più affascinanti del mondo, dal 1979 Patrimonio dell’Umanità per l’UNESCO.

Dicembre 2008

Guatemala

Una Storia dal Guatemala.

E’ questa una storia raccontata in un volume pubblicato nei primi anni sessanta da un viaggiatore italiano, straordinario e non famoso. Non cito la fonte, preziosa: se qualcuno fosse interessato, lieto di soddisfare direttamente la curiosità.

“ …Alcuni giorni più tardi, accompagnato da Giuseppe Ogniben, mi recai a San José Pinula, a una ventina di chilometri dalla capitale, nella solitaria villa di Carlos Martinez Duràn, Rettore Magnifico dell’Università di San Carlos.

(…..) Carlos Martinez Duràn è una delle personalità più notevoli nel mondo intellettuale di Guatemala e non solo per il suo incarico. Laureato in medicina, egli è un dotto umanista, la cui aperta onestà morale mi fece spesso venire in mente quei galantuomini della vita politica milanese fin de siècle, che amavano riunirsi sovente in casa di mio padre, in Via Principe Amedeo, prima ancora che io fossi di questo mondo: Matteo Renato Imbriani, Leonida Bissolati, Andrea Costa, Filippo Turati, in compagnia di amici di passaggio, quali Giovanni Verga, Arrigo Boito, Alberto Franchetti e Umberto Giordano.

(….) Gente dabbene, insomma, della quale pare si sia proprio smarrito il seme, almeno per il momento. Ma nel Guatemala l’atmosfera politica e ideale degli anni sessanta può essere bene paragonata a quella dell’Italia al principio del secolo.

La ragione della mia visita a San Josè Pinula era di ottenere l’appoggio del Rettore Magnifico per partecipare a una spedizione attraverso la foresta tropicale a ridosso del fiume Usumacinta, tra il corso di quest’ultimo e quello del rio de la Pasìon, non lungi dalla località di Sayaxché, dove è stato segnalato un nuovo centro maya.

(……) Carlos Martinez Duràn fu ambasciatore del Guatemala a Roma subito dopo la seconda guerra mondiale e compì verso l’Italia un gesto di grande nobiltà. Quando fu pubblicato il testo del trattato di pace con l’Italia – anche il Guatemala non aveva potuto resistere alle pressioni nordamericane e aveva dichiarato la guerra -, egli non solo si rifiutò di firmarlo come era stato delegato a fare, ma ottenne dal suo governo che lo respingesse. ‘Come è possibile’ ebbe a dire, precedendo di non pochi anni la resipiscenza degli alleati occidentali, ‘trattare in questo modo un Paese tanto nobile, un popolo che tanto ha dato alla cultura, alla civiltà, all’arte e che, anzi, ha certamente dato più di tutti i popoli della terra? Noi non possiamo associarci a questi barbari anglosassoni e russi, che non hanno per niente il diritto di mettersi in cattedra’.

E la storia andò a finire che fra l’Italia e il Guatemala venne firmato un accordo di pace a parte, in base alle proposte di Carlos Martinez Duràn.

(…..) Ci eravamo conosciuti molti mesi prima, quando ero reduce dalle mie deludenti esperienze cubane ed egli, dopo aver ascoltato le mie soggettive impressioni, mi aveva narrato un episodio, avvenuto in una aula universitaria durante la « repubblica rossa » di Arbenz, e che aveva avuto per protagonista Ernesto Guevara, detto El Che, colui che doveva diventare il braccio destro di Fidél Castro.

Un giorno – raccontò – mentre stavo per iniziare una lezione, vidi entrare in aula il giovane Ernesto Guevara, che bazzicava nell’entourage di Arbenz e predicava il comunismo integrale. Quando vidi che portava alla cintura due pistole, io gli ordinai di uscire.

« Qui siamo in una aula d’umanesimo », gli dissi, « non di gangsterismo ».

Il Guevara rimase senza fiato, divenne pallidissimo. Poi, tremando di rabbia, mi rispose: « Ora lei mi caccia. Ma verrà il giorno nel quale io, con queste stesse pistole, la ucciderò ». Però uscì…E vuol sapere? Quel giorno uscì dall’Università anche il comunismo. Quella promessa di uccidermi non garbò a nessuno. Però questo non evita che mi si definisca un comunista.

Sospirò.”

Vincenzo Reda, 4 novembre 2008

Que maravilloso paìs, que gente amable, gentil, cortés….

Me in Guatemala in October 2008

Ero un po’ sovrappeso, ma allora la faccenda importante era carpe diem o size the time, sforzandomi di sopravvivere. Quel viaggio indimenticabile mi ha aiutato, insieme con gli dei Maya.

Sui Maya

 

Aré u xe oher tzih varal Quiché u bi (Questo è il principio delle antiche storie di questo luogo chiamato Quiché)….”

Così comincia il Popol Vuh ( Popol Wuj, nella più moderna trascrizione), quella che si definisce “Bibbia Maya”: il libro sacro dei Maya Quiché, trascritto da  Padre fra Francisco Ximénez, dell’Ordine dei  Domenicani, nei primi anni del Settecento e basato su un testo redatto da un indigeno con grafia occidentale, probabilmente intorno al 1550 nei dintorni di Chichicastenango, Guatemala. (continua…)

ECHA’- Cibo in lingua maya

 

Aré u xe oher tzih varal Quiché u bi (Questo è il principio delle antiche storie di questo luogo chiamato Quiché)….”

Così comincia il Popol Vuh ( Popol Wuj, nella più moderna trascrizione), quella che si definisce “Bibbia Maya”: il libro sacro dei maya Quiché, trascritto daPadre fra Fancisco Ximénez, dell’Ordine deiDomenicani, nei primi anni del settecento su un testo redatto con grafia occidentale, probabilmente intorno al 1550 nei dintorni di Chichicastenango, Guatemala. Popol Wuj significa: “libro del consiglio, carta della comunità, libro nazionale”. In questo testo poetico si racconta di come i Progenitori, Tepeu e Gucumatz – il Creatore e il Formatore – crearono gli uomini.

E’ una storia, tenera per certi versi, fatta di tentativi sbagliati: dopo aver provato malamente, con il fango e con il legno, di creare l’uomo, ci riuscirono col mais:

Poi presero a discutere sulla creazione e la formazione della nostra prima madre e del nostro primo padre. Di mais giallo e di mais bianco venne fatta la loro carne; di pasta di mais vennero fatte le braccia e le gambe dell’uomo. Soltanto pasta di mais compose la carne dei nostri padri, i quattro uomini che furono creati.”.

Il mais venne domesticato tra il quinto e il terzo millennio prima dell’Era cristiana nel nord del Messico: da quelle caverne si diffuse poi in tutta la l’area che si definisce Mesoamerica e rese possibile, come accadde del resto per le regioni degli altri cerali - grano e riso -, la nascita e lo sviluppo di culture evolute.Non nel Nordamerica, area in cui quelli che si definiscono “Indiani” rimasero popoli nomadi di cacciatori-raccoglitori; neanche nel Sudamerica, regione in cui fu la patata, adatta a essere coltivata alle altezze considerevoli dell’altopiano andino, a costituire il cibo principale delle culture Quechua.

Non è possibile parlare di cucina del Centroamerica senza parlare del mais: oltretutto, oggi questo cereale costituisce la fonte principale della nostra alimentazione, considerando che tutti gli allevamenti intensivi di carne, rossa o bianca che sia, hanno come alimento fondamentale composti a base di mais.

La principale fonte di alimentazione è il mais da cui ricavano svariati cibi e bevande; preso poi dopo essere stato trattato come essi usano, serve loro da cibo e bevanda insieme. Le donne indie mettono il mais a bagno in acqua e calce per una notte cosicché la mattina seguente è morbido e cotto a metà; si possono in tal modo togliere la buccia e il picciolo e macinarlo a due pietre. Quando è macinato a metà, ne confezionano delle palle e dei carichi e li danno ai viaggiatori, ai lavoratori ed ai naviganti poiché, così trattato, dura alcuni mesi e acquista soltanto una certa acidità. Prendono poi un poco di quest’impasto e lo stemperano in un vaso ricavato dalla scorza di un certo frutto – prodotto da un albero per mezzo del quale Dio li ha provvisti di recipienti – e sorgono quell’intruglio che è saporito e assai nutriente.Dal mais completamente macinato ricavano una specie di latte e lo mettono al fuoco preparando delle farinate che mangiano al mattino ben calde; a ciò che avanza della colazione aggiungono acqua per bere il tutto durante la giornata, dato che non usano mai bere acqua pura.

Il mais viene anche tostato, macinato e sciolto nell’acqua e se ne ottiene una bevanda molto rinfrescante con l’aggiunta di un po’ di cacao e di pepe. Col mais e col cacao macinati preparano una specie di schiuma molto saporita che usano per celebrare le loro feste; dal cacao poi traggono un grasso che sembra burro e con tale sostanza unita al mais ricavano un’altra bevanda molto buona e ricercata.

(……) Usano preparare vivande con legumi e carne di cervo, uccelli selvatici e domestici, che hanno in quantità, pesci, che sono del pari abbondanti, cosicché dispongono di buoni piatti, e ciò in particolare dopo che hanno cominciato ad allevare maiali e uccelli importati dalla Castiglia.”.

Questa citazione è tratta dalla “Relaciòn de las cosas de Yucatàn”, scritta dal francescano spagnolo Diego de Landa intorno al 1566, in Spagna dove era tornato per subire un processo intentato a suoi danni da un confratello invidioso e geloso. De Landa, nato nel 1524, era arrivato nello Yucatàn, da poco conquistato, nel 1549.

Il Francescano si era guadagnato il favore degli indios per la sua grande e meritoria opera di protezione nei confronti dei crudeli latifondisti – encomenderos – dai quali erano tenuti in considerazione non più che alla stregua di bestie da soma: uscì trionfante dal processo e ritornò nello Yucatàn, nominato vescovo da papa Pio V nel 1572, e il 29 aprile del 1579, a Mérida, lo colse una morteprematura.

Il lavoro di questo religioso si è rivelato fondamentale per la comprensione e per l’inizio della decifrazione della scrittura maya: il paradosso storico vuole che fu egli, nel 1561, a ordinare la distruzione con un rogo immenso di un’intera biblioteca di antichi testi maya!

Quanto descrive Diego de Landa è ancora oggi, dopo cinque secoli, la caratteristica principale che costituisce la cucina india, sia in Messico sia in Guatemala, paese che ho appena visitato per lavoro.

Ho avuto modo a Ciudad de Guatemala di vedere all’opera una donna india preparare le tortillas: il mais ammorbidito è detto kuum, una volta macinato – ai tempi precolombiani con il mano e sul metate, una pietra leggermente concava – diventa zacàn che viene impastato e ridotto a una sorta di focaccia rotonda, la tortilla appunto (uah in maya). L’impasto, del diametro di una quindicina di centimetri, viene messo a cuocere su una piatra metallica rotonda (xamach o comal); la tortilla, appena cotta, viene posta in un recipiente, anticamente una zucca vuota, che ne contiene 10 o 15 tenute caldissime avvolte dentro un panno: è necessario mangiarle calde perché fredde diventano collose e allappanti.

Il dio maya del mais si chiamava Yum Kaax, anche dio del’agricoltura, rappresentato sempre come un giovane con una pannocchia come copricapo e accoppiato al glifo del giorno Kan (serpente), simbolo del mais nei rari codici precolombiani giunti fino a noi. Il mais veniva, e viene ancora oggi coltivato nelle milpas, campi strappati col sistema taglia e brucia (swedden o shifting agriculture) alla foresta: terreni coltivati uno o due anni e poi abbandonati o riutilizzati a rotazione per i fagioli neri, buul , a cui gli steli delle piante di mais possono servire da sostegno.

Per capire l’importanza della tortilla nel mondo maya, soprattutto nelle terre basse del Petén e del Chiàpas, riporto una storia raccontata da un viaggiatore italiano in un suo volume dei primi anni sessanta e successa nei dintorni di Rio Dulce, dipartimento di Izabal, in Guatemala.

“(…) Mi accorsi, infine, che la padrona della miserrima bottega era pronta a darmi tutto ciò che chiedessi, con la sola eccezione delle tortillas. Le chiedemmo nuovamente e, ancora una volta, la risposta fu: « no hay». Solo quando cavammo di tasca il denaro per pagare ciò che ci era stato fornito, la donna, dopo aver confabulato in kekchì con il marito, si decise a mettere sul banco una montagna di tortillas caldissime, che divorammo unitamente a un locale tipo di formaggio, che trovai eccellente, ma che fece storcere la bocca agli altri. E poi si chiarì il mistero di quel « no hay » ripetuto con tanta ostinazione.

La tortilla gode di un tabù penale accettato da tutti senza discussioni: se cioè uno entra in una bottega o in una casa e chiede delle tortillas, le mangia e poi dice di non avere il denaro per pagarle, ma pagherà quando potrà, nessuno può fare storie, nessuno potrà muovere accusa. La legge tradizionale della foresta vuole che una tortilla non si rifiuti mai a un affamato. Ma il mais è scarso e la fame molta; non tutti sono disposti a un dono del genere e meno che meno le botteghe. Così la consuetudine vuole che quando uno sconosciuto si presenti e chieda tortillas, la bottegaia, se non vede il denaro sul banco, risponda no hay, eufemismo per chiedereil denaro. Noi non conoscevamo questo uso e così fu solamente quando mettemmo sul banco una banconota da 5 quetzales per pagare ciò che avevamo comperato che la donna ci pose davanti le tortillas.

Per altre merci, di qualunque specie, il tabù non esiste. E questo significa che chi comandi qualsiasi cosa, salvo le tortillas, e poi non paghi, allora deve sottostare alla legge della foresta, che contempla anche la uccisione del ladro. E tali sono considerati anche il truffatore e l’imbroglione.”.

La storia mi piace di citarla per sottolineare quanto davvero la cultura maya tiene in considerazione il mais e la tortilla, suo comune denominatore: si pensi al nostro pane o ai vari tabù legati al sale (merce una volta preziosissima).

Con la tortilla si può mangiare di tutto: imbottita e arrotolata diventa il famoso taco, che si può considerare come il nostro panino imbottito; può servire anche da base su cui vengono stese, a mo’ di piccola pizza, le preparazioni, a base di carni o di verdure, più disparate. Com’è ovvio, viene spesso consumata come il nostro pane o preparata come zuppa (con pomodori e chili). La cucina guatemalteca non è piccante come quella messicana: chili e pimienta (il pepe), sono usati con molta più parsimonia. Con la conquista occidentale il modo di nutrirsi delle popolazioni locali è cambiato: così come a noi sono stati regalati mais, pomodori, zucche, tacchini, cacao e peperoncino, gli amerindi hanno da subito apprezzato il maiale, il pollo, il manzo, il grano, il riso, l’uva, le banane e il caffé (originario dell’Etiopia, ma di cui in Guatemala sono diventati i migliori produttori del mondo, con i colombiani).

La cucina guatemalteca è varia e molto ricca: ne parleremo più diffusamente in un prossimo articolo, con un’avvertenza: oggi, purtroppo, tranne alcune zone ancora inesplorate e dunque intatte – la foresta del Petén è considerata foresta pluviale vergine come Amazzonia, centro Africa e pochissime altre aree del mondo – anche il Guatemala è sempre più colonizzato dalla cultura occidentale degradata e degradante; fino agli anni settanta c’era la United Fruit Co. americana (successivamente rilevata dalla Del Monte, vedi foto) con la Cia, oggi ci sono le sette evangeliche, i fast food e le catene di cibo take away, pure declinate alla guatemalteca (vedi foto con guardie armate di fucili a pompa calibro 12 e motorette dai colori che si possono vedere solamente da quelle parti)….

Vincenzo Reda novembre 2008  (Pubblicato sul numero di dicembre di Barolo & Co)

Carne di maiale essiccata al peperoncino piccante

In Cina e specialmente in Tailandia si trova facilmente carne magra di maiale essiccata all’aria ma trattata con sale. Sono in genere lonza o arista. In Guatemala non l’avevo mai mangiata: me l’ha portata Enzo Brilli dal suo ultimo viaggio laggiù e, assicuro, è una delle migliori carni di maiale mai mangiate. Non so esattamente da quale parte del Guatemala arrivi, penso che con tutta probabilità sia un uso degli altipiani. Non so nemmeno come si prepara perché Enzo non me lo ha saputo spiegare. A buon senso credo che le sottili strisce di carne magrissima (non v’è traccia di grasso), vengano strofinate con abbondante peperoncino macinato non troppo fine (la carne presenta evidenti tracce dei semini gialli) e poi messa ad essiccare al sole. Sono striscioline non più spesse di un paio di centimetri e lunghe una trentina. Sono di sapore davvero straordinario!

Quiriguà, dove il tempo è pietra

Ho preso queste fotografie nell’ottobre del 2008, durante il mio magnifico viaggio archeologico in Guatemala. Quiriguà è il sito maya che possiede più stele: sono tutte monumenti di pietra dedicati al tempo. In quel sito maya c’è anche la famosa stele C, quella su cui è impressa la data del 21 dicembre 2012: la fine di un’era, l’inizio di un’altro segmento di tempo circolare che durerà ancora 5125,37 anni…

Restituire la memoria, gli atti finalmente pubblicati da Giunti

Sono molto orgoglioso del fatto che in questa splendida pubblicazione dell’editore Giunti di Firenze, in un contesto di interventi di grandi accademici internazionali, compaia un mio scritto: «In viaggio tra i Maya». Già tutto il convegno, di cui ho curato l’intera organizzazione – in collaborazione con la D.ssa Maria Cristina Ronc e lo staff di Archeologia Viva – era stato un vero successo.

La pubblicazione, per davvero splendida, rimane come testimonianza di un lavoro eccellente sotto tutti i punti di vista. Mi è doveroso ringraziare l’assessore alla Cultura della Regione Valle d’Aosta, Laurent Vierin; Maria Cristina Ronc, direttrice del Museo Regionale di Archeologia; Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva; e, ultimo ma soltanto in ordine di elencazione, Enzo Brilli e tutta l’INGUAT (e la guida, l’epigrafista maya Antonio Cuxil) per il mio indimenticabile viaggio nelle foreste e sugli altipiani del Guatemala.

Matyox Yalan (grazie)

 

Programma Convegno Internazionale di Archeologia, Aosta 4/6 giugno 2010
BMTA Paestum 19/22 novembre 2009

Alcuni momenti dell’ultima edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico. Come tutti gli anni, un grande momento di confronto e verifica, con alcuni convegni e incontri di interesse notevole. Ugo Picarelli e il suo staff hanno ancora una volta lavorato con grande professionalità. La nazione ospite era quest’anno il Portogallo.

Café Yaxha, Café «archeològico»
Cosa succede se due ragazze, giovani e carine, s’innamorano di un posto e decidono di fermarsi lì e aprire uno dei più incredibili locali del mondo: il Café Archeològico Yaxha.
Ci sono capitato perché incuriosito da una citazione della guida di Lonely Planet.
Ci ho mangiato, benissimo, yerba negra e camarones.
Ci sono tornato con la mia guida guatemalteca, l’epigrafista cakchiquel Antonio Cuxil e Giuditta per bere l’ennesimo margarita – o forse era l’ennesima cerveza Gallo? – del viaggio.
Se capiti a Flores – Petén, Guatemala – amico, vai al Café Archeològico Yaxha e dì che ti mando io: starai bene.
E poi visita Yaxha.
I colori della laguna di Petexbatun, Petén (Guatemala)

La Laguna di Petexbatun, qui dopo un’alluvione che ne ha innalzato il livello di molti metri (autunno 2008), si trova a sud-ovest di Flores, nella foresta tropicale del Petén in Guatemala e confina con il Chiapas meridionale messicano. E’ un posto di straordinaria bellezza: animali e piante esotiche sono custodi di innumerevoli siti maya, molti ancora inesplorati. La laguna è una diretta conseguenza delle golene del Rio de la Pasion, autentica autostrada dei Maya per oltre un millennio e mezzo.

I Maya del Petén

Ogni anno, più o meno verso la metà di novembre, si tiene a Paestum la Borsa mediterranea del turismo archeologico. È un momento sempre affascinante in cui in quattro giorni si confronta e si verifica tutto il mondo, letteralmente, dell’archeologia.

Presso il centro espositivo dell’hotel Ariston, centinaia di addetti ai lavori e migliaia di visitatori, studenti e semplici appassionati, si incontrano nelle sale dei convegni e nei numerosi stand.

Ebbene, tutti gli anni lo stand, pure di modeste dimensioni, più affollato è sempre il solito: quello del Guatemala, dove l’impareggiabile Enzo Brilli, responsabile Inguat per l’Italia, intrattiene giovani e meno giovani con i suoi braccialetti maya e le trovate che ogni anno rendono sempre simpatica e interessante una visita al piccolo spazio espositivo del Guatemala.

Quanto sopra mi serve per introdurre il viaggio nella Terra dei Maya effettuato alla fine di ottobre 2008: l’idea di questo viaggio nasce appunto nello stand di Paestum, chiacchierando con Enzo Brilli; dopo due anni di attesa, finalmente siamo riusciti a organizzare questo evento che per me si è rivelato, a conferma delle aspettative, più che memorabile.

Parlare di Guatemala significa parlare di Maya, ma bisogna precisare che il territorio in cui fiorì, in varie epoche, la cultura maya abbraccia 350/400 mila chilometri quadrati situati tra gli stati di Messico, Guatemala, Belize, Honduras e Salvador.

Lo stesso territorio è abitato ancora oggi in maniera importante dalle varie nazioni maya: però occorre precisare che se negli altri stati ci sono anche i Maya, in Guatemala non si parla di Maya, ma di Quiché, Cakchiquel, Mam, Kekchí…., ossia delle varie etnie, e relative lingue – che sono quasi una trentina – maya.

Il Guatemala è un paese grande un terzo circa dell’Italia (108.000 Kmq) con 13 milioni di abitanti: quasi la terza parte del paese si estende nella regione del Petèn, il che significa foresta vergine pluviale. Il resto del territorio è montagnoso e ricco di vulcani attivi con una storia rovinosa di terremoti ed eruzioni.

“Nessun’altra nazione ha mai dedicato al tempo un interesse così intenso; e anzi nessun’altra civiltà ha prodotto una specifica concezione di un tema, parrebbe, così poco popolare[…] Per i Maya il tempo era l’oggetto di un interesse assorbente. Ogni loro stele ed altare aveva lo scopo di indicare il flusso del tempo, di celebrare la chiusura di un periodo[…] Per i Maya i giorni non erano in rapporto con gli dei, ma erano dei; e lo sono tuttora per gli abitanti di remoti villaggi di montagna nel Guatemala dove vige ancora il calendario degli antichi Maya”.

Così J. Eric S. Thompson, grande archeologo americano, sintetizza l’essenza della cultura maya nel testo che è fondamentale per chiunque voglia approcciare seriamente la conoscenza di questa tappa della storia umana: La civiltà maya, Einaudi.

Parlare di cultura maya significa essenzialmente capire quel che Thompson sintetizza in poche righe: l’ossessione del tempo.

I Maya non erano, come si crede, grandi astronomi: erano invece grandi astrologi, ovvero le osservazioni astronomiche al servizio di vaticini e profezie.

A partire da due, forse due millenni e mezzo, prima dell’era volgare, primitivi agglomerati urbani che lottavano con la foresta pluviale tra il Petèn, il Chiapas e il Veracruz (Thompson riteneva che la cultura Olmeca fosse stata probabilmente elaborata da genti maya) erano capaci di mantenere caste privilegiate di sciamani evoluti che osservavano i complicati cieli tropicali ed erano in grado di predire noviluni, pleniluni, eclissi, periodi secchi, alluvioni.

Gli sciamani divennero sacerdoti e le loro parole si trasformarono in religione che regolamentava sviluppi urbani, dimensioni e proporzioni degli edifici, primitive scritture, decorazioni ceramiche, pitture murali, stele.

Sempre in lotta perenne con la foresta pluviale, generosa con frutta, radici, foglie e animali di  ogni tipo e crudele nel riappropriarsi dei terreni appena appena lasciati incolti.

Fino a pochi anni fa si pensava che il culmine della cultura maya fiorisse nel classico (250-900 d.C.), oggi vi sono tracce del raggiungimento di uno sviluppo almeno simile nel precedente periodo preclassico medio e tardo (400 a.C.-200 d.C.): le recenti campagne di scavo a El Mirador e le scoperte dei murales di San Bartólo fanno arretrare appunto a questa epoca il raggiungimento di traguardi che si pensavano di molti secoli più tardi.

È soprattutto per verificare personalmente questa straordinaria nuova frontiera della conoscenza della cultura maya che ho affrontato con grande entusiasmo il viaggio in Guatemala: per poter successivamente rendere conto ai lettori di Archeo di quanto oggi stiano progredendo queste conoscenze. E, avendo conosciuto bene il Messico e lo Yucatán, rendere completa la soddisfazione del sogno di un adolescente.

RIGOBERTA, I MAYA E IL MONDO. Rigoberta Menchù Tum Giunti, 1997

R. Menchù-1


“Cabeza clara, corazón combativo y puño solidario de los trabajadores del campo”


“(Il premio Nobel) effettivamente mi ha cambiato la vita. Da un altro punto di vista, però i cambiamenti non sono stati molti: la mia faccia da povera, la mia faccia da india, la mia faccia di donna india, difficilmente avrebbe potuto cambiarmela, e questa la porto ancora con me, la porterò con me per tutta la vita. Il premio Nobel vale per tutta la vita, ma anche le mie convinzioni e le mie origini valgono per tutta una vita. Ragion per cui, il premio Nobel dovrà rassegnarsi a convivere con me così come sono, per tutta la vita.”.

Rigoberta Menchù Tum, maya Quiché (o, meglio: K’iche’), nata nel villaggio di Chifel nel 1959, ha ricevuto il premio Nobel per la pace nel 1992. Nel 2007 è stata la prima donna del suo paese a essere candidata alle elezioni presidenziali. La sua vicenda umana è la storia dello sterminio della sua famiglia da parte dei militari al servizio dei poteri forti nel Guatemala della guerra civile, finita nel 1996. Il suo primo libro, Mi chiamo Rigoberta Menchù, del 1987 (Giunti, per l’Italia) è ormai diventato un testo di culto.

“I nostri mayores e anziani sono il risultato di una lunga esperienza, di una lunga vita. E dunque la nostra educazione si basa su altri punti di riferimento: comincia dalla necessità di rispettare i processi naturali, anche un piccolo e anonimo fiore. «Figli», diceva sempre mio nonno, «c’è per tutti noi il tempo per essere bambini, il tempo per essere adolescenti, il tempo per essere giovani, il tempo per essere adulti e il tempo per essere anziani». C’è un tempo per morire e un tempo per rinascere. A ciascuna età corrisponde una tappa, e in ciascuna di queste tappe noi siamo protagonisti di qualche cosa. Credo che nella nostra vita quotidiana avvenga la stessa cosa.

Noi ci siamo sempre considerati come una pannocchia: se alla pannocchia manca un chicco, quell’assenza si nota, si vede uno spazio vuoto, perché quel chicco aveva un suo posto, un posto particolare. Siamo, allo stesso tempo, individui e attori collettivi.”