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Cena storica peruviana, dal Siwichi al Seco de Ternera.

La sera di giovedì 19 aprile 2018, si è svolta nel ristorante torinese Vale un Perù (http://www.valeunperu.eu) una cena storica con quattro differenti ricette assemblate con i prodotti riferibili a quel preciso periodo. La cena è stata curata da Martìn Rios e da Miguel Bustinza. I fatti sono stati accompagnati da quattro vini dell’Azienda Marrone di La Morra (http://www.agricolamarrone.com/getcontent.aspx?nID=39&l=it), illustrati da Patricia Trujillo Villar e da Denise Marrone. Qui di seguito alcuni appunti storici e enogastronomici relativi alla serata.                                                                                                                                                                        Il classico piatto peruviano (che ha, come tutti i piatti tradizionali, innumerevoli versioni) è a base di pesce marinato crudo con diversi tipi di frutti. In genere si usano corvine e ricciole (carangide che può superare il quintale anche nei nostri mari). Sono pesci pregiati e solo di cattura. Spesse volte sono sostituiti dal persico, assai più economico. Soltanto un fine intenditore può distinguere il diverso sapore di questi pesci.                                                                                                                     Qualcuno oggi in Italia usa l’Ombrina (Umbrina cirrosa, nome scientifico), ma questo  è un pesce che vive esclusivamente nell’oceano Atlantico orientale, in Mediterraneo, Mar Nero e Mar Rosso. Quindi Moche e Quechua non potevano conoscere questo pesce. Magari oggi è usata l’ombrina, ma noi stiamo parlando di un piatto filologicamente corretto e dunque pesci dell’oceano Pacifico. Cebiche e/o Ceviche sono termini derivati dalla parola Quechua Siwichi che significa, più o meno, pesce fresco.                                                                                                                                                                 Il tumbo è un frutto delle valli andine. Gli ajies sono peperoncini (di varia piccantezza) originari del Perù. I sarandaja (o zarandaja) sono una specie di fagioli.                                                                           Infine, la chicha de jora è una bevanda di mais fermentato che bevevano, e continuano a bere, le popolazioni Quechua e Aymara. Questi prodotti indigeni accompagneranno il raffinato Siwichi di epoca classica (Mochica)                                                                                                                                       La cultura inca, partendo dall’originaria Cuzco nel XIII secolo (Manco Càpac si chiamava il primo, mitico sovrano), arrivò a dominare un impero che si estendeva per oltre 2 milioni di Kmq tra la Colombia e il Cile.                                                                                                                                                   Il mais (Zea Mays, originario del Messico nord-occidentale) era il loro alimento di base. Sara, mais in Quechua, e Lawa, zuppa: ecco il piatto d’epoca inca scelto per la nostra cena storica. Il mais più usato in Perù si chiama Choclo, con chicchi più grandi del normale. La zuppa viene insaporita con le erbe andine huacatay e muña (Minthostachys mollis): questa è una pianta aromatica che appartiene alla famiglia delle Laminacee, la stessa della menta, dell’origano e del rosmarino. Queste erbe, tra le innumerevoli usate da Quechua e Aymara, sono innanzi tutto medicinali e poi anche usate come infusi e per insaporire zuppe e stufati.                                                                                             A Cajamarca, nel nord-ovest del Perù a circa 2.500 mslm, fu catturato con l’inganno l’Inca Atahualpa il 16 novembre 1532.                                                                                                                   Compresa l’avidità degli spagnoli, il sovrano promise loro di riempire d’oro e d’argento la stanza in cui era prigioniero fino al punto in cui arrivava il suo braccio teso. La stanza fu riempita come promesso, ma Atahualpa fu ignobilmente giustiziato (garrota) il 29 agosto 1533.                            Quella stanza, El cuarto del rescate, esiste ancora oggi a Cajamarca (anche se non ci sono prove storiche inconfutabili in proposito). Da questo fatto ebbe origine la perifrasi: “Vale un Perù”.                                                                                     Francisco Pizarro nacque a Trujillo, in Estremadura, intorno al 1475. Era figlio illegittimo di un ufficiale del Tercio che aveva combattuto in Italia. Suo padre lo riconobbe ma non lo volle tra i piedi e così il futuro Conquistador del Perù crebbe analfabeta (sapeva appena scrivere la sua firma) e poverissimo. Guardiano di porci, forse in seguito alla perdita o al furto di una bestia fuggì alla volta del Nuovo Mondo. Fu con V. N. De Balboa nel 1513 a scoprire l’Oceano Pacifico e a sentire parlare di un favoloso e ricchissimo regno nel sud.                                                                                                         Dopo diversi tentativi, nel novembre del 1532 riuscì a catturare l’Inca Atahualpa che giustiziò nell’agosto dell’anno successivo.
Pizarro morì assassinato dagli uomini di un suo rivale (Almagro) nel 1541 a Lima, città ch’egli stesso aveva fondato. Nel settembre del 1572 fu decapitato Tùpac Amaru, l’ultimo Inca.
I maiali, a parte i riferimenti con Pizarro, furono (cavalli a parte) i primi animali che i nativi conobbero, apprezzarono e allevarono. In breve i suini costituirono un alimento fondamentale nella dieta degli amerindi. Pecore, capre, polli e manzi si diffusero un po’ più tardi.                                                                                                                   Sus scrofa domesticus è il nome scientifico del maiale, unico animale allevato soltanto per essere mangiato, tutto, senza scartare neanche le zampe. Oggi nel mondo si allevano oltre 1 miliardo di maiali (1,4 mld di vacche, 12 mld di pollame vario) che rappresentano il 37% di carne consumata, contro il 35% di pollame e il 22% di vacche.
Fu domesticato in Cina e subito dopo in Mesopotamia (8/6.000 anni a.C.). Colombo ne portò, assieme a molti altri animali, alcuni esemplari nel secondo viaggio del 1493. Ma il maiale, com’è ovvio, si diffuse immediatamente presso tutte le popolazioni americane.
Parlando di numeri demografici, ecco quelli relativi alle popolazioni. Nel 1500 nel mondo vivevano circa 460 mln di uomini, 90 in Europa e una quarantina in America (si stima in 15/20 mln la popolazione dell’impero Inca). Un secolo dopo la popolazione degli americani era scesa a meno di 10 mln di individui (in Europa si superavano i 110 mln.).
Dopo lo sterminio, dovuto per la quasi totalità alle malattie, si dovette aspettare la seconda metà del XIX secolo per tornare ai numeri del 1500.                                                                                                      Il chicharron è una specialità tipica sudamericana e spagnola. Equivale più o meno ai nostri ciccioli, ma è in pratica la cotica con residui di carne magra e grasso. Chancho, come cerdo, puerco, marrano e cochino sono i termini spagnoli per maiale.
In Quechua si chiama kuchi.
Il mote (mut’i in quechua) è un particolare mais bianco.
La patata, che gli spagnoli chiamano papa (parola quecha), è un tubero endemico andino. Le popolazioni indigene hanno molti nomi per indicare le differenti cultivar di patata (molte centinaia). In Europa, pur conosciuta, si diffuse in maniera intensiva non prima della fine del XVIII secolo e contribuì, col mais, a sfamare popolazioni colpite da terribili carestie e devastanti guerre. Con l’introduzione massiccia di questi alimenti, dopo le campagne napoleoniche, nessuno morì più di fame.                                                                                                                                                                Simón José Antonio de la Santísima Trinidad Bolívar y Palacios de Aguirre, Ponte-Andrade y Blanco, ossia Simòn Bolìvar, venezuelano (1783/1830) e José Francisco de San Martín y Matorras, ossia José de San Martin, argentino (1778/1850). Sono gli eroi dell’indipendenza delle repubbliche sudamericane. Entrambi massoni, entrambi affascinati dalle rivoluzioni americane e francese (Bolìvar conobbe personalmente Napoleone durante il suo esilio francese), entrambi di origine spagnola lottarono contro la Spagna per l’indipendenza delle colonie.
Il generale argentino José de San Martin conquistò Lima il 28 luglio 1821 e proclamò l’indipendenza del Perù: il 28 luglio è festa nazionale.
La sua statua a cavallo campeggia meritatamente a Lima.
Per la verità, dopo l’indipendenza dei paesi ex colonie spagnole, cominciò fra di questi una serie di guerre che ancora oggi pesano nel retaggio di quei popoli sfortunati.                                                                                                                         «I primi buoi che ho veduto aggiogati all’aratro erano intenti ad arare la valle del Cozco, correva l’anno 1550…Andai a vederli con un vero e proprio esercito di indiani, che accorrevano da tutte le parti, attoniti e sgomenti di fronte a uno spettacolo così incredibile e nuovo…E ben me ne ricordo, perché la curiosità per i buoi mi costò due dozzine frustate…».
Inca Garcilaso de La Vega, Commentari reali degli Incas, 1609.
Ho riportato questa citazione perché rende l’idea di com’era considerati i bovini ancora nel 1550 e di come servivano soprattutto da soma.
Il consumo alimentare di carne bovina, in Sudamerica come in Europa, si diffuse in maniera massiccia soprattutto nella seconda metà del secolo scorso.
Res in spagnolo significa manzo. Il piatto presentato per la nostra cena storica è uno stracotto di manzo, appunto.
Il coriandolo (coriandrum sativum), conosciuto anche come prezzemolo indiano e Cilantro in spagnolo, insaporisce questa ricetta.                                                                                                                   La lucuma (Pouteria lucuma, da non confondersi con il lucumo cileno, Pouteria splendens) è un albero originario delle Ande peruviane. Può arrivare a oltre 15 mt di altezza e fruttificare fino ai 3.000 mslm, anche se 500 mslm sono l’altitudine a cui rende il massimo. Il suo frutto, giallo e lungo fino a 10/15 cm, si può dire sia il frutto nazionale del Perù. Già testimoniato, e assai usato, in epoca Moche, costituisce la base di molti dolci e gelati. Sarà accompagnato dall’eccellente Moscato d’Asti dell’Azienda Marrone che da quattro generazioni (fine XIX secolo) produce vini di qualità in località Annunziata di La Morra. Il Moscato, come tutti gli altri vini, sarà presentato da Denise Marrone e Patricia Trujillo Villar.

 

 

 

 

La Flor de la Canela di Gloria Carpinelli D’Onofrio

Allorché il sovrano prigioniero realizzò quanto grande fosse la cupidigia di quegli alieni riguardo, soprattutto, all’oro e all’argento, chiese di parlare con il comandante, un ignorante, figlio illegittimo – pur riconosciuto – di un ufficiale del Tercio e che da ragazzo aveva svolto la nobile professione di guardiano di maiali.

Aveva 36 anni, lo sguardo fiero, di corporatura robusta e statura media; fissò quell’uomo foderato d’acciaio, con la barba, il volto segnato da mille avventure, più vecchio di lui di quasi 25 anni. Si avvicinò alla parete della stanza della sua prigionia, stese in alto il suo braccio e fece capire a quel corvo, barbuto e torvo, che fin dove arrivava la sua mano avrebbe colmato quella stanza d’oro e d’argento, in cambio della sua libertà.

L’Inca Atahualpa mantenne la parola, Francisco Pizarro no: il sovrano venne garrotato pochi mesi più tardi, nella primavera del 1533.

168 spagnoli, messo da parte il quinto del bottino che spettava all’imperatore, si spartirono quell’incredibile tesoro e vergarono un documento – ancora oggi esistente - che testimonia di quel fatto.

A Cajamarca oggi si può visitare una casupola nota come “El quarto del rescate” che viene indicata – non è certo – come il luogo dove si svolsero i fatti sopra narrati.

L’espressione: “Vale un Perù” nasce, pare ovvio, da quell’episodio storico.

Ma l’Inca Atahualpa quella stanza avrebbe potuto riempirla con altri mille tesori di cui Viracocha, la Pachamama, il buon Dio, o chi per loro, ha reso il Perù un paese ricco, meraviglioso, generoso.

Vasto quasi 1,3 mln di chilometri quadrati (quattro volte l’Italia, e terzo per estensione del Sudamerica dopo Brasile e Argentina), questo paese ha una morfologia che comprende tipologie climatiche e di suoli che ha pochissimi eguali al mondo. Situato tra l’Equatore e il Tropico del Capricorno, è bagnato dalle fredde acque del Pacifico (l’influsso della corrente antartica di Humboldt è fondamentale) con ampie zone costiere desertiche, delimitate e protette dalla cordigliera andina che arrampica fino a quasi 7.000 mslm. Le Ande peruviane, oltre alle altissime cime, si sviluppano con estesi altipiani, valli, fiumi e laghi – il più grande, quasi quanto la Corsica, è il Titicaca, spartito con la Bolivia – che presentano climi, flora e fauna assai differenti. Verso l’interno le Ande cedono gradatamente il posto alla foresta pluviale amazzonica: il Perù genera con la confluenza dell’Ucayali e del rio Marañon il Rio delle Amazzoni, ovvero il più grande bacino fluviale del nostro pianeta.

Ovvio che con la sua straordinaria varietà di climi questo paese offre, in fatto di flora e fauna, una biodiversità difficile da reperire altrove.

La cucina tradizionale di ogni popolo testimonia in maniera sintetica ed emblematica della sua storia e del suo territorio.

E la cucina peruviana è l’espressione di un territorio ineguagliabile e di una storia che ha conosciuto, in fasi successive, la commistione di popoli i più diversi: agli originari quechua e aymara si sono mescolati spagnoli, neri africani, francesi, italiani, cinesi e giapponesi. Ognuna di queste etnie ha portato con sé le proprie tradizioni cucinarie, trovando un paese ospitale e generoso in cui le loro materie prime potevano essere coltivate e allevate con risultati sempre eccellenti.

Questa lunga introduzione merita il volume di Gloria Carpinelli D’Onofrio Il Fiore della Cannella, pubblicato da poco per i tipi dell’Editrice Il Punto – Piemonte in Bancarella di Torino.

È un bel cartonato – come si deve: con risguardie e capitelli – di formato quadrato 21,5×21,5; carta patinata opaca di almeno 130/150 gr, per 300 pagine ricchissime di fotografie a colori che presentano con efficacia le circa 90 ricette, sempre dettagliate e ricche di indicazioni, e curiosità.

Costa 23,00 €: un prezzo più che conveniente per quanto viene offerto.

È il primo libro pubblicato in Italia che si occupa della straordinaria cucina peruviana.

Cucina considerata oggi tra le prime tre o quattro del mondo, cucina fusion per davvero: i prodotti e le tradizioni andine si mescolano con le materie prime mediterranee e orientali, così come le preparazioni e le rispettive tecniche cucinarie.

«“È un pericolo, un enigma. È razza su razza in una miscela perfetta di cinque sapori di base. Bisogna prendere sul serio il cebiche. Un buon cebiche può far passare il cattivo umore. Può far sì che qualcuno s’innamori e finisca sposato, e anche che si dimentichi di una nottata e prenda per mano di nuovo la chitarra e il cajón. C’è da aver paura del cebiche. Può sprigionare ormoni e slegare quanto legato. Può rivoltare il mondo e farlo ritornare al suo posto. Un cebiche è il primordiale fatto piatto, il primario convertito in armonia. Un cebiche è un pericolo, provoca dipendenza”. Javier Wong (Javier Wong & el mejor cebiche del mundo)».

Cebiche (o ceviche: b e v in spagnolo hanno quasi lo stesso suono e dunque le trascrizioni sono relative e opinabili): in sostanza, pesce crudo marinato.

Piatto nazionale peruviano (se ne celebra la Giornata il 28 giugno): sintesi di una antica tradizione della cultura rivierasca mochica (periodo classico, V/X sec. d. C.) con l’innesto di prodotti mediterranei e tradizioni mediorientali e giapponesi.

Il termine forse deriva dalla parola quechua siwichi, che significa: “pesce tenero e fresco”.

Piatto che si può preparare con infinite variazioni, grandi o piccole, ma sempre di stupefacente gradevolezza. Gloria ne presenta diverse varianti.

Dovrei parlare di mais, di patate (papas), di yuca (manioca), di quìnoa (Chenopodium quinoa: non un cereale ma una chenopodiacea, come spinaci e barbabietole), di lùcuma, di camote, degli innumerabili arroz (il nostro riso che in Perù è usato come la pasta), e ancora: butifarras, empanadas, chupes

Dovrei poi parlare del Pisco: un distillato di mosto che è una delizia. Un intero capitolo con storia, caratteristiche, variabili e cocktail è dedicato a questa bevanda che i si identifica il Perù almeno quanto il cebiche.

Insomma, un universo che invito i miei lettori a conoscere: sarà una scoperta sensazionale; oltretutto, esistono in Italia ottimi ristoranti peruviani (vedi link) che sono l’espressione di una comunità di gente operosa e generosa.

Gloria Carpinelli D’Onofrio è una italo-peruviana residente a Torino, laureata in Lingue e Letterature Moderne con una tesi dedicata alla sua patria di nascita.

Questo suo primo lavoro non è soltanto il classico libro di ricette: comprende i contributi di celebri chef, una breve presentazione delle caratteristiche storiche, geografiche e culturali del Perù; comprende, inoltre, le esperienze dirette di Gloria, abile e appassionata cuoca; reca, infine, anche preziosi suggerimenti sul reperimento delle materie prime.

Il libro è intitolato – un vero omaggio – come la più famosa canzone popolare peruviana: La flor de la Canela della cantante Chabuca Granda (1920-1983, vedi link).

https://www.youtube.com/watch?v=PK8yy-S5lds#t=54

http://www.vincenzoreda.it/vale-un-peru-per-davvero/

Laura Laurencich Minelli: LA MEMORIA DELL’ IMPERO DEGLI INCA APPESA AD UN FILO

Con malcelato orgoglio, ho ricevuto il permesso di pubblicare sul mio sito un estratto dell’intervento, nel recente convegno di Aosta – Restituire la memoria – della Prof.ssa Laura Laurencich Minelli: si tratta delle sconvolgenti novità che riguardano la conquista del Perù, legate alla scoperta di documenti redatti nel ‘600 dal gesuita Blas Valera.

(Lo scritto della Prof.ssa Laurencich sarà pubblicato nella versione completa sul volume “Restituire la memoria” che Giunti Editore pubblicherà in autunno a cura di Piero Pruneti e che costituirà la raccolta degli atti del convegno di Aosta).

 

Laura Laurencich Minelli (Università di Bologna): LA MEMORIA DELL’ IMPERO DEGLI INCA APPESA AD UN FILO

 

 

“Il recente ritrovamento di due documenti gesuitici del primo ‘600, Exsul Immeritus Blas Valera populo suo del gesuita meticcio Blas Valera e Historia et Rudimenta linguae Piruanorum, dei gesuiti italiani Anello Oliva e Antonio Cumis ci sta restituendo il filo della memoria sia dell’ Impero degli Inca, distrutto dalla conquista iniziata dagli spagnoli nel 1532 al comando di Francisco Pizarro, sia della vita e degli scritti del  cronista meticcio detto il gesuita fantasma perché di lui si conosceva l’ esistenza ma le  cui  opere erano inspiegabilmente sparite.

La nuova scoperta rivela fatti inauditi circa l’ impegno che ebbe il gesuita meticcio assieme ai due gesuiti italiani nel contestare la conquista del Perù e  la distruzione dei nativi e, come conseguenza, nel tentare di creare in seno alla colonia spagnola,  uno stato neo-inca ma cristiano: il che spiega la ragione che avrebbe portato alla distruzione degli scritti di Blas Valera.  Infatti  i due nuovi documenti narrano che il P. generale Acquaviva avrebbe imposto al P. meticcio Blas Valera o di uscire dall’ Ordine o l’ esilio in modo da tappargli la bocca dato che aveva creato seri problemi alla Compagnia presso l’ Inquisizione con il suo aperto indigenismo e con le sue dichiarazioni che la conquista era nulla dato che era stata realizzata con l’ inganno del vino avvelenato propinato da Pizarro allo stato maggiore dell’ Inca Atahualpa[i]: ciò sulla base della Relazione di denuncia  che lo stesso conquistador Francisco de Chaves aveva scritto al Re nel 1533 ma, pur bloccata dalla censura di Pizarro, era rimasta nelle mani prima dello zio di P. Blas, il conquistador Luis Valera che l’ avrebbe passata quindi al nipote che, nonostante le  traversie subite, l’allega al manoscritto  Exsul Immeritus [ii].  Entrambi i documenti riferiscono inoltre che P. Blas non solo non aveva accettato di abbandonare la veste ma, pur dall’ esilio in terra di Spagna, continuava ancora a parlare: pertanto, nel 1597, il Padre Generale Acquaviva  gli impose morte fittizia in modo da tappargli definitivamente la bocca. Fatto ancor più inaudito è che i due documenti rivelino che il P. Valera, dopo la sua finta morte e grazie alla complicità di alcuni gesuiti, fra cui l’ italiano P. Vitelleschi, nel 1598 avrebbe raggiunto nuovamente il Perù dove, aiutato da un gruppetto di confratelli e dalla mano del meticcio F. Gonzalo Ruiz in qualità di scriba e disegnatore, avrebbero composto una sorta di lunga lettera illustrata al Re di Spagna in cui lamenta la distruzione anche culturale che aveva subito il mondo indigeno a causa della conquista e gli propone la costituzione, all’ interno del Viceregno del Perù, di uno stato neo-inca ma cristiano. Lettera che si intitola Nueva Coronica y Buen Gobierno,  in cui Blas Valera, dato che era ufficialmente morto, cioè bandito dal mondo, si nasconde dietro al nome dell’ indio Guaman Poma de Ayala che vi funge anche da informatore principale[iii]. Fatti che oggi sarebbero ritenuti già correnti se Exsul Immeritus e Historia et Rudimenta avessero visto la luce prima del 1937 quando la Nueva Coronica venne pubblicata e il suo contenuto acquisito dagli studiosi ma che hanno creato un certo qual sconcerto essendo stati dati alle stampe  settantanni dopo, cioè nel 2007[iv].

Allo stesso tempo i due nuovi documenti e in particolare Exsul Immeritus che è un documento biculturale scritto in latino per il mondo colto europeo e in quechua ma con fili e tessuti per i discendenti degli Inca, scoperchia la pentola di come funzionava il sistema di scrittura per mezzo di fili e di  cordicelle annodate dette quipu che rendeva  coeso l’ Impero degli Inca.

 

L’ impero degli Inca detto del Tahuantinsuyu (che significa “dei quattro cantoni”) (Fig.1), è l’ ultimo degli imperi precolombiani, cioè appartenenti all’ evo antico, costretto al duro contatto  con il mondo moderno dalla conquista (1532-1534). Era un vasto impero teocratico  governato dall’ Inca, il Sole il terra, di cui i conquistatori prima e i cronisti poi narrano che non possedeva la scrittura pur rimanendo sorpresi come usasse  delle cordicelle annodate pendenti da una corda più grossa, detto quipu.

E’ un impero teocratico e ambientalista allo stesso tempo in cui l’ ambiente stesso dai grandi contrasti esprime il dualismo tra l’ Alto e il Basso che ne caratterizza la filosofia e la religione: le Ande innevate apparentemente più vicine al sole sarebbero l’ Alto ma anche il Sole stesso  le  stelle mentre il deserto costiero e nebbioso sarebbe il Basso  ma anche la Terra, Pachamama. Fig.2. Su questo ambiente  gli Andini sono sempre intervenuti con estrema delicatezza ordinandolo secondo le principali figure della loro geometria derivate dal quadrato= terra ordinata dall’ uomo, Pachamama e dal cerchio= Sole= cielo ordinato dal Sole e dagli dei  (Figg.3,4)

Non deve sorprendere  che nelle Ande, che sono la patria delle lane di alpaca,  di vigogna e dei cotoni multicolori, in epoca precolombiana si usassero i filati anche come sistema di scrittura, intendendo qui per scrittura non solo la nostra alfabetica- fonetica come facevano i cronisti ma qualsiasi forma di registrazione del pensiero: scrittura che pertanto va vista secondo un codice tridimensionale proprio dei fili, delle cordelle e delle corde. Scrittura che era considerata sacra e racchiudere in sé stessa non solo il paesaggio circostante ma anche il dio Sole  di cui  le cordelle sarebbero una rappresentazione dei suoi stessi raggi.

I cronisti che pur consideravano scrittura solamente la nostra, cioè quella fonetica alfabetica,  riferiscono che  il quipu, era basilare per registrare non solo dati numerici, ma anche poemi, leggi e cerimonie del Tahuantinsuyu. Nessuno di essi però ha saputo o potuto spiegarci  né quanti tipi di quipu esistessero né il loro funzionamento tranne il meticcio Garcilaso de La Vega (1609) che ci spiega in modo dettagliato ma confuso, solo un tipo di quipu: quello per registrare numeri. Egli però  afferma genericamente che i colori delle cordelle indicavano la qualità dei materiali contati per cui, per es. il color rosso  delle cordicelle avrebbe indicato che in quei quipu si contava tutto quanto era rosso come per es. il peperoncino e il cinabro il che è impossibile nell’ ambito di una contabilità matura quale era quella che aveva retto un grande impero (Fig.5).  All’ inizio del secolo scorso, il matematico Leeland Locke (1912) sulla base delle spiegazioni di Garcilaso, ha risolto la lettura dei numeri registrati sul quipu numerico ( che tanto per intenderci chiamo numerico di posizione) che, come la matematica degli Inca, è a base dieci (Fig.6).

Nessuno degli studiosi era ancora riuscito a venire a capo della lettura extranumerica, cioè delle qualità delle cose registrate su questo tipo di quipu ma purtroppo, presi dall’ entusiasmo per la scoperta di Locke, avevano tralasciato di ricercare come si potessero scrivere poemi, leggi, calendari testi di lettura insomma con solo quel tipo di  quipu essenzialmente numerico. Ora però i due documenti segreti Exsul Immeritus (1618) e Historia et Rudimenta, dei due gesuiti italiani Antonio Cumis e Anello Oliva (1600 ca – 1638), recentemente ritrovati chiariscono entrambi i problemi (Figg. 7,8).

Blas Valera in Exsul Immeritus, rivela infatti che i cronisti parlano in modo confuso dei quipu non solo perché non li capirono ma anche perché, essendo i quipu considerati idolatri, se ne poteva parlare solo come qualcosa di infantile e approssimativo se non si voleva incorrere in serie difficoltà con il governo coloniale. Specifica quindi che esistevano vari tipi di quipu, oltre al quipu numerico di posizione: quipu che, tanto per intenderci, divido in due grandi gruppi: quipu numerici e quipu di scrittura.

La Vita di Blas Valera (nota n. 1 al testo)


Traccio per sommi capi la vita di Blas Valera quale risulta dalle fonti ufficiali in modo da permettere il confronto con quanto rivelano questi polemici documenti segreti, cioè scritti non per essere diffusi: il P. gesuita Blas Valera nasce a Chachapoyas nel 1545, figlio di Alonso Valera (come afferma Garcilaso de La Vega e lo stesso Blas Valera in ExsuI) o, secondo le fonti gesuitiche, del fratello Luis Valera (Exsul aggiunge che chi gli fece da padre fu lo zio Luis, essendo Alonso un violento e sanguinario del tutto indegno di essere chiamato padre). Nel 1570 Blas Valera pronuncia i primi voti e nel 1571 è destinato a Huarochirì, nel 1573 è a Lima e a Cuzco dove, nel 1573 è ordinato sacerdote. Durante la sua opera a Cuzco (1575-1577) vi fonda, con i PP. Barzana, Santiago e Ortiz, la confraternita Nombre de Jesus. Nel 1576 si verifica la prima accusa contro il P. Valera di aver violato la castità. Fra il 1577 e il 1578 è inviato a Juli e nel 1582 lo troviamo a Potosì da dove il P. José Acosta lo chiama a Lima per lavorare alla traduzione quechua del Catechismo del Terzo Concilio Limense. Dal 1583 la persecuzione contro il P. Valera scoppia in tutta la sua intensità ma la colpa di cui è accusato era tanto grave da non venire mai scritta nero su bianco pur riferendo che si prende come scusa l’ accusa contro la castità per farlo uscire dall’ Ordine. Nel febbraio del 1588 è invece sospeso a divinis e condannato all’ incarcerazione dal P. Generale Acquaviva pena che, nel novembre 1588, è commutata con l’ esilio in terra di Spagna. L’ 11 dicembre 1592 inizia il viaggio verso la Spagna accompagnato dal P. Diego de Torres imbarcandosi per Quito dove rimane con relativa libertà fino al 1593 quando lo imbarcano via Panama e Cartagena  ma si ammala e appena il 31 luglio 1595 giunge in Spagna, a Cadice, dove è affidato al P. provinciale Cristobal Méndez. Il 3 giugno 1596 il P. Méndez scrive al P. Generale che il P. Valera era redento tanto che gli aveva permesso di insegnare grammatica nella scuola gesuitica di Cadice. La notizia irrita il P. Acquaviva che il 29 giugno ordina che il P. Valera sia ritirato da qualsiasi insegnamento. Nel 1597 muore si dice a seguito della distruzione di Cadice per mano dei pirati inglesi. Secondo Exsul e Historia et Rudimenta, dal 1597 al 1619, anno della sua morte reale ad Alcalà de Henares, P. Blas avrebbe trascorso la sua vita da persona giuridicamente morta facendo fatto ritorno in Perù, con nome fittizio e protetto da un gruppo di gesuiti fra cui il P. Muzio Vitelleschi. Per le fonti ufficiali cfr. Egaña (1954-1981); Garcilaso de la Vega, Inca, (1963 [1609]); per la ricostruzione della vita di P. Blas secondo le fonti ufficiali cfr. Borja de Medina, 1999; per la ricostruzione della vita di Blas Valera comprendendo pure le fonti dei doc. Miccinelli e il suo vivere da persona morta, cfr. L. Laurencich-Minelli,(2001), 247-272, L.Laurencich-Minelli, Premessa ( 2007) pp.,24-25; S. Hyland (2002).

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