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Emberto Uco non conosce Umberto Eco e né io

INTRODUZIONE

Di Emberto Uco

Conosco Vincenzo da una vita e da una vita cerco di spiegargli che sarebbe più opportuno, e per lui più proficuo, se trovasse una buona volta la forza di mettere fine a quella sua prodigiosa curiosità che lo porta a essere dispersivo.

Archeologia, vino, cibo, letteratura, poesia, musica, pittura: troppa roba per un uomo solo!

Ma non c’è verso: io sono così, mi dice e se non ti piaccio hai soltanto da frequentare altre corti.

Il punto non è però questo, benedetto uomo: uscire dagli schemi, e per i libri uscire dai generi, è pericoloso perché poi il lettore si ritrova spaesato, disorientato.

In ogni campo gli uomini hanno bisogno di riferimenti e se non li trovano vanno in confusione, è un fatto ovvio; e in tempi come quelli che stiamo vivendo la gente cerca, sempre di più, rifugi angusti, aree limitate, settori specializzati in cui sentirsi a proprio agio, anche come evidente reazione a quella globalizzazione – pessimo neologismo – che tende a rendere tutto incerto, relativo, effimero.

Vincenzo va esattamente verso la direzione opposta: il mio modello, dice, è Alberto Savinio; i miei esempi inarrivabili sono i grandi dell’Umanesimo e del Rinascimento, quando gli scenari si estendevano a tutto tondo intorno a intelligenze aperte e flessibili, per le quali parlare di categorie e di generi era impensabile e cita gente come Pietro Aretino, Ficino, Pico, Bembo o lo stesso Piero della Francesca, grande pittore e insigne matematico. Per pudore non nomina Leonardo….

Caro il mio Vincenzo… i tempi sono altri da quelli che a lui piacciono e son tempi grami: forse non è sbagliato pensare all’approccio olistico nel considerare le faccende che succedono e che ci circondano, ma bisogna mai dimenticare che il linguaggio che si sceglie per comunicare con gli altri, agli altri chiaro dev’essere; così come chiaro dovrebbe essere il messaggio che il linguaggio ha da traghettare.

In conclusione di questa mia premessa, che vuol essere anche una piccola tiratina d’orecchi e uno stimolo per il mio grande amico Vincenzo, è chiaro che il volume che si va a leggere è ben ripieno di molti di quei contenuti che a lui stanno a cuore e che i lettori che hanno avuta la ventura di leggere il suo volume precedente ben conoscono; ma c’è una prima parte, insolita per lui, che va considerata con molta attenzione.

Sotto la forma apparente di racconti, ma egli non è né vuol essere un narratore, si celano dei piccoli saggi che sono in verità punti di vista non propriamente soliti, direi desueti e di particolare interesse, rivolti verso questioni che nella norma vengono osservate e considerate in maniera affatto differente. Il lettore esperto e interessato faccia attenzione a quanto appena precisato: è probabile che riesca a meglio usufruire degli scritti, a volte in apparenza scombiccherati, del mio amico Vincenzo.

Buona lettura.

 

Quisquilie & Pinzillacchere, Introduzione di Emberto Uco


INTRODUZIONE

Di Emberto Uco

Conosco Vincenzo da una vita e da una vita cerco di spiegargli che sarebbe più opportuno, e per lui più proficuo, se trovasse una buona volta la forza di mettere fine a quella sua prodigiosa curiosità che lo porta a essere dispersivo.

Archeologia, vino, cibo, letteratura, poesia, musica, pittura: troppa roba per un uomo solo!

Ma non c’è verso: io sono così, mi dice e se non ti piaccio hai soltanto da frequentare altre corti.

Il punto non è però questo, benedetto uomo: uscire dagli schemi, e per i libri uscire dai generi, è pericoloso perché poi il lettore si ritrova spaesato, disorientato.

In ogni campo gli uomini hanno bisogno di riferimenti e se non li trovano vanno in confusione, è un fatto ovvio; e in tempi come quelli che stiamo vivendo la gente cerca, sempre di più, rifugi angusti, aree limitate, settori specializzati in cui sentirsi a proprio agio, anche come evidente reazione a quella globalizzazione – pessimo neologismo – che tende a rendere tutto incerto, relativo, effimero.

Vincenzo va esattamente verso la direzione opposta: il mio modello, dice, è Alberto Savinio; i miei esempi inarrivabili sono i grandi dell’Umanesimo e del Rinascimento, quando gli scenari si estendevano a tutto tondo intorno a intelligenze aperte e flessibili, per le quali parlare di categorie e di generi era impensabile e cita gente come Pietro Aretino, Ficino, Pico, Bembo o lo stesso Piero della Francesca, grande pittore e insigne matematico. Per pudore non nomina Leonardo….

Caro il mio Vincenzo… i tempi sono altri da quelli che a lui piacciono e son tempi grami: forse non è sbagliato pensare all’approccio olistico nel considerare le faccende che succedono e che ci circondano, ma bisogna mai dimenticare che il linguaggio che si sceglie per comunicare con gli altri, agli altri chiaro dev’essere; così come chiaro dovrebbe essere il messaggio che il linguaggio ha da traghettare.

In conclusione di questa mia premessa, che vuol essere anche una piccola tiratina d’orecchi e uno stimolo per il mio grande amico Vincenzo, è chiaro che il volume che si va a leggere è ben ripieno di molti di quei contenuti che a lui stanno a cuore e che i lettori che hanno avuta la ventura di leggere il suo volume precedente ben conoscono; ma c’è una prima parte, insolita per lui, che va considerata con molta attenzione.

Sotto la forma apparente di racconti, ma egli non è né vuol essere un narratore, si celano dei piccoli saggi che sono in verità punti di vista non propriamente soliti, direi desueti e di particolare interesse, rivolti verso questioni che nella norma vengono osservate e considerate in maniera affatto differente. Il lettore esperto e interessato faccia attenzione a quanto appena precisato: è probabile che riesca a meglio usufruire degli scritti, a volte in apparenza scombiccherati, del mio amico Vincenzo.

Buona lettura.