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Le sigarette de “Il partigiano Johnny”

fenoglio«Johnny uscì, cascò seduto sull’ultimo gradino della farmacia ed accese la sigaretta, con cura leziosa, badando ad irrorare di esatto fuoco la prima rondellina della sigaretta. Fumava a lunghe e lente inspirazioni  ed il fumo espirato affogava rapdamente nella nebbia. Ma a metà sigaretta era già surfeited del fumo, per troppa vacuità di testa e di intestino. Fu così un mozzicone piuttosto lungo quello che getto, alzandosi per il ritorno.»                                                                                                                                                 «[…] prese ad arrotolarsi una sigaretta. Da essa trasse poi strane, verdastre boccate, con un sapore involuto e medicinale. Fumava con greve ripugnanza e con un gusto invincibile, e Johnny tanto era fisso, a lui e al suo fumo erboso che Costantino sospirò e ne arrotolò un’altra per Johnny dalla sua magra borsetta del tabacco. Era una miscela di tabacco razionato e d’un’erba di recente invenzione e scuotevano la cenere in una vecchia conchiglia di mare. Poi il rullo del tamburo di Drake suonò nella casa d’alta collina e si espanse in uno dei più selvaggi e tetri angoli di langa».                                                                                                                                                                              Ho appena finito di leggere “Il partigiano Johnny” – Einaudi Super ET, 510 pp., 14 € – e il bellissimo saggio di Dante Isella sulla lingua usata da Beppe Fenoglio in questo lavoro non finito e pubblicato postumo nel 1968.                                                                                                                                                                                                I passi riportati sopra li ho scelti tra le numerose situazioni nelle quali Fenoglio si sofferma a descrivere fenoglio-1l’atto di fumare una sigaretta nei momenti i più vari. Nessuno come Fenoglio ha saputo rendere con tanta accurata passione il gusto di fumare una sigaretta. Egli era un fumatore più che accanito e di questo ne morì il 18 febbraio 1963 a neanche 41 anni, cancro ai bronchi. Era nato in Alba il 1° marzo 1922.                                                                                                                                Di Fenoglio ho letto diversi altri libri, i più importanti, ma questo mi è rimasto nell’immaginazione.
Lettura ardua, all’inizio faticosa; lingua lontana dai miei stilemi di armonia e estetica.
Quando ho capito che mi ero gettato dentro un gerbido o un rittano, ho cominciato a apprezzare quella scrittura orpellosa, barocchevole quando non goticheggiante, angolare, arzigogolata. Il freddo, le nebbie, il fango, il bosco, la fame, il fumo di una sigaretta. Quelle sue primordiali essenze mi hanno riportato a J. London dei Racconti del grande nord.
Eppoi l’immensa lezione storica.
Mi sono conservato Beppe Fenoglio dopo i miei 60, e bene ho fatto.

Jack London

Mia madre aveva alcune idee preconcette…. Le razze latine, dallo sguardo cupo, sono eccessivamente suscettibili, traditrici e sanguinarie…..Questo italiano, questo Pietro, aveva proprio i terribili occhi neri di cui mia madre mi aveva parlato…Come avrei potuto, io, ragazzo di sette anni, analizzare la fiamma che li animava? Guardandoli, ebbi la visione di una morte violenta e rifiutai timidamente il vino….non ho mai avuto tanta paura come in quel momento. Portai il bicchiere alle labbra, e lo sguardo di Pietro subito si addolcì.

Compresi che non mi avrebbe ucciso. Questo pensiero mi sollevò, ma non posso dire altrettanto della bevanda. Era del vino nuovo e a buon mercato, aspro ed amaro, ed aveva un sapore ancora più cattivo della birra…Ecco come bevvi quel vino: buttai la testa indietro e ne trangugiai una sorsata…Chiamò Domenico……. non aveva mai visto un simile eroismo in un marmocchio. Per due volte riempì il bicchiere fino all’orlo e mi guardò vuotarlo….Quanto ne ho bevuto? Non lo so. Quel che mi ricordo è…. di avere visto innumerevoli bicchieri di vino rosso attraversare la tavola, per inabissarsi nella mia gola in fiamme……Poi tutto ripiombò nell’ombra….

Quando ripresi i sensi era notte. Mi avevano portato per quattro miglia, e messo a letto.”

John Griffith nacque a S. Francisco il 12 gennaio 1876, figlio di una sconclusionata e di un astrologo ambulante che non lo volle mai riconoscere e che, anzi, abbandonò la sciagurata per il semplice fatto ch’ella non aveva voluto abortire. Pochi mesi più tardi, la povera donna sposò un tale John London, uomo che nel proprio dna aveva il segno del fallimento, e che diede al piccolo il proprio nome, pur se fu  da sempre chiamato Jack.

Il brano sopra citato è tratto dall’autobiografia che Jack London scrisse nel 1913, tre anni prima di morire, “John Barleycorn”: è un’opera di feroce introspezione in cui rivive la sua vita sotto il segno dell’innata propensione a gettarsi tra le braccia dell’alcol, liquido che naturalmente disdegna, causa l’attrazione fatale verso i riti della virilità, dell’avventura, della socializzazione brutale tra esseri semplici e, tutto sommato, di un’insopprimibile talento verso quello che oggi noi chiamiamo il “farsi”.

Drogarsi per sballare, per uscire, per stendere un velo di ottundimento sopra una sensibilità e  una voglia di vivere che in alcuni momenti diventano insopportabili.

Jack London non amava l’alcol, ne aveva schifo: del vino più che della birra e del whisky; ciononostante “John Barleycorn” è una trama di sbronze epocali sopportate per dovere sociale o per bisogno cerebrale.

Jack amava le caramelle e i dolci ed era felice quando poteva isolarsi a sgranocchiare delle leccornie in solitudine e in santa pace.

John Barleycorn è il nomignolo che gli americani usano per definire l’alcol in genere, più propriamente la birra e il whisky, quando vogliono significare l’alcol come vizio, come abuso, come signore e padrone: Giovanni Chiccodigrano.

 

“Frank da un’enorme damigiana, versò un bicchiere di vino rosso per sugellare il nostro contratto. Mi ricordai il vino rosso del ranch italiano, e fui percorso da un fremito. Il whisky e la birra mi ripugnavano meno. Ma la Regina delle ostriche mi guardava, tenendo in mano un bicchiere mezzo pieno. Io avevo il mio orgoglio. Anche solo con i miei quindici anni, potevo almeno dimostrarmi uomo quanto lei. Inoltre, vedevo sua sorella e la signora , e il giovane pirata di ostriche ed Hadley e tutti, con il bicchiere in mano. Dovevo far la figura di un pulcino nella stoppa? No, mille volte no! Piuttosto bere mille bicchieri! Trangugiai il bicchiere pieno fino all’orlo….

Ragionavo così: essi bevono per passatempo questo immondo liquore. Tanto peggio per loro! Io non ci tengo affatto a contrariare i loro gusti. La mia qualità di uomo esige, secondo le loro singolari convinzioni, di mostrare che io amo il vino. Perciò procurerò di far bella figura, ma ne berrò il meno possibile.”

Quest’anno cade il centenario della pubblicazione di uno dei grandi libri dell’umanità: “The call of the wild”, da noi felicemente tradotto: “Il richiamo della foresta”; fu pubblicato a puntate tra  giugno e  luglio del 1903 sul giornale Saturday Evening Post. London lo scrisse in pochissimo tempo, appena tornato da Londra, dove aveva realizzato un incredibile reportage sui quartieri poveri e malfamati di quella metropoli, travestendosi e vivendo come un vagabondo per due mesi ( “Il popolo degli abissi” si intitola il libro che raccoglie quell’esperienza).

La critica letteraria, soprattutto quella di lingua inglese, non ha mai dimostrato di apprezzare l’opera di Jack London, relegandola spesso a letteratura per ragazzi o comunque a genere popolare: certo la lingua di London non è quella, magnifica, di Stevenson, ma la potenza di certi temi, i bisogni primordiali, la legge della sopravvivenza, la lotta dell’individuo contro tutto e tutti in London raggiungono vette di straordinario effetto, effetto che si protrae intatto nel tempo.

Bene o male tutti conoscono la storia di Buck, figlio di Elmo, un S. Bernardo gigantesco, e di Shep, una femmina di pastore scozzese, l’incipit è folgorante: “Buck non leggeva i giornali, altrimenti avrebbe saputo…..”.

Avrebbe saputo che era partita la corsa all’oro del Klondike cui London, tra il 1897 e il ’98 partecipò attivamente, ritornandone ammalato e senza un soldo, ma con un bagaglio di esperienze che saranno il terreno fertile dei suoi racconti sul grande nord e sulla corsa all’oro, e che costituiscono, secondo il mio modesto parere, una raccolta in cui si trovano dei veri gioielli.

Per restare sui nostri temi, consiglio di leggere: “Un distillato iperboreo” (“A hyperborean brew”, tratto dalla raccolta “The faith of  men”, La fede degli uomini, pubblicata nel 1904): è un apologo straordinario sull’incontro tra l’uomo bianco e una povera tribù artica, buggerata con l’alcol.

La vita di Jack London fu essa stessa un romanzo epico, di seguito cito un brano dalla sua autobiografia in cui egli, dopo un periodo di studi feroci, a 19 o 20 ore al giorno per un paio d’anni, sente il richiamo:

“… Tuttavia, quando il mio sguardo si posò su quelle barche di pescatori fra i giunchi della costa, senza riflettere abbandonai il timone, mi precipitai sulla tela e mi diressi verso la riva. Istantaneamente, nel più profondo del mio  cervello in delirio, seppi quel che volevo. Desideravo bere, volevo ubriacarmi……Ed ecco quel che voglio concludere: per la prima volta in vita mia, in pieno possesso della mia coscienza, per deliberaro proposito, avevo voglia di bere. Manifestazione nuova, completamente diversa del potere esercitato da John Barleycorn. Provavo per l’alcol un desiderio cerebrale. Il mio spirito, stanco ed affaticato, cercava l’oblio…..All’inizio, tutto il mio organismo si ribellava contro l’alcol che avevo assorbito, per molti anni, per puro spirito di compagnia e perché si trovava ad ogni passo in quella vita avventurosa. Ero adesso giunto al momento in cui il mio cervello reclamava non già un semplice bicchiere, ma l’ebbrezza totale.”

Con la celebrità arrivano tante cose, e London compra una immensa proprietà vicino a Oakland, a pochi chilometri da Napa Valley: diventerà, proprio lui, un vignaiolo.

“…Quando apparve il mio primo libro, fui invitato una sera da parecchi amici, cittadini dell’Alaska, al ‘Club della Bohème’ di S. Francisco, di cui erano soci…..Per la prima volta, sentii allora pronunziare il nome di quei liquori preparati con marche speciali, e non sapevo nemmeno che ‘Scotch’ volesse dire whisky.

Non conoscevo che le bevande dei poveri, -quelle della frontiera e dei porti,- la birra ed il whisky a buon mercato, che si chiamava senz’altro col suo nome. Ero così imbarazzato dalla scelta, che il cameriere parve quasi svenire, quando gli domandai un bicchiere di vino, come digestivo dopo pranzo. Figuratevi un po!”

Di Jack London potrei parlare per molte altre pagine ( i racconti di mare, lo Snark, la boxe, la devozione di personaggi come Lenin o Guevara, il suo amore per Nietzsche..) ma non mi dilungo oltre, anche perché questa mia rubrica vuol solo essere un pungolo: non sono certo un critico e il periodico che mi ospita non è un giornale letterario.

Morì nel suo ranch il 22 novembre del 1916, a poco più di quarant’anni, ormai morfinomane, eroinomane, con i reni distrutti: meglio, si suicidò lentamente, lucidamente col cibo ( amava il pesce e la carne cruda ), con l’alcol, con le droghe.

I brani citati sono tratti dal libro:

“Memorie di un Bevitore” (John Barleycorn)

Traduzione di A. Salucci, prefazione di Giorgio Celli

Franco Muzzio Editore 1992