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Cena storica peruviana, dal Siwichi al Seco de Ternera.

La sera di giovedì 19 aprile 2018, si è svolta nel ristorante torinese Vale un Perù (http://www.valeunperu.eu) una cena storica con quattro differenti ricette assemblate con i prodotti riferibili a quel preciso periodo. La cena è stata curata da Martìn Rios e da Miguel Bustinza. I fatti sono stati accompagnati da quattro vini dell’Azienda Marrone di La Morra (http://www.agricolamarrone.com/getcontent.aspx?nID=39&l=it), illustrati da Patricia Trujillo Villar e da Denise Marrone. Qui di seguito alcuni appunti storici e enogastronomici relativi alla serata.                                                                                                                                                                        Il classico piatto peruviano (che ha, come tutti i piatti tradizionali, innumerevoli versioni) è a base di pesce marinato crudo con diversi tipi di frutti. In genere si usano corvine e ricciole (carangide che può superare il quintale anche nei nostri mari). Sono pesci pregiati e solo di cattura. Spesse volte sono sostituiti dal persico, assai più economico. Soltanto un fine intenditore può distinguere il diverso sapore di questi pesci.                                                                                                                     Qualcuno oggi in Italia usa l’Ombrina (Umbrina cirrosa, nome scientifico), ma questo  è un pesce che vive esclusivamente nell’oceano Atlantico orientale, in Mediterraneo, Mar Nero e Mar Rosso. Quindi Moche e Quechua non potevano conoscere questo pesce. Magari oggi è usata l’ombrina, ma noi stiamo parlando di un piatto filologicamente corretto e dunque pesci dell’oceano Pacifico. Cebiche e/o Ceviche sono termini derivati dalla parola Quechua Siwichi che significa, più o meno, pesce fresco.                                                                                                                                                                 Il tumbo è un frutto delle valli andine. Gli ajies sono peperoncini (di varia piccantezza) originari del Perù. I sarandaja (o zarandaja) sono una specie di fagioli.                                                                           Infine, la chicha de jora è una bevanda di mais fermentato che bevevano, e continuano a bere, le popolazioni Quechua e Aymara. Questi prodotti indigeni accompagneranno il raffinato Siwichi di epoca classica (Mochica)                                                                                                                                       La cultura inca, partendo dall’originaria Cuzco nel XIII secolo (Manco Càpac si chiamava il primo, mitico sovrano), arrivò a dominare un impero che si estendeva per oltre 2 milioni di Kmq tra la Colombia e il Cile.                                                                                                                                                   Il mais (Zea Mays, originario del Messico nord-occidentale) era il loro alimento di base. Sara, mais in Quechua, e Lawa, zuppa: ecco il piatto d’epoca inca scelto per la nostra cena storica. Il mais più usato in Perù si chiama Choclo, con chicchi più grandi del normale. La zuppa viene insaporita con le erbe andine huacatay e muña (Minthostachys mollis): questa è una pianta aromatica che appartiene alla famiglia delle Laminacee, la stessa della menta, dell’origano e del rosmarino. Queste erbe, tra le innumerevoli usate da Quechua e Aymara, sono innanzi tutto medicinali e poi anche usate come infusi e per insaporire zuppe e stufati.                                                                                             A Cajamarca, nel nord-ovest del Perù a circa 2.500 mslm, fu catturato con l’inganno l’Inca Atahualpa il 16 novembre 1532.                                                                                                                   Compresa l’avidità degli spagnoli, il sovrano promise loro di riempire d’oro e d’argento la stanza in cui era prigioniero fino al punto in cui arrivava il suo braccio teso. La stanza fu riempita come promesso, ma Atahualpa fu ignobilmente giustiziato (garrota) il 29 agosto 1533.                            Quella stanza, El cuarto del rescate, esiste ancora oggi a Cajamarca (anche se non ci sono prove storiche inconfutabili in proposito). Da questo fatto ebbe origine la perifrasi: “Vale un Perù”.                                                                                     Francisco Pizarro nacque a Trujillo, in Estremadura, intorno al 1475. Era figlio illegittimo di un ufficiale del Tercio che aveva combattuto in Italia. Suo padre lo riconobbe ma non lo volle tra i piedi e così il futuro Conquistador del Perù crebbe analfabeta (sapeva appena scrivere la sua firma) e poverissimo. Guardiano di porci, forse in seguito alla perdita o al furto di una bestia fuggì alla volta del Nuovo Mondo. Fu con V. N. De Balboa nel 1513 a scoprire l’Oceano Pacifico e a sentire parlare di un favoloso e ricchissimo regno nel sud.                                                                                                         Dopo diversi tentativi, nel novembre del 1532 riuscì a catturare l’Inca Atahualpa che giustiziò nell’agosto dell’anno successivo.
Pizarro morì assassinato dagli uomini di un suo rivale (Almagro) nel 1541 a Lima, città ch’egli stesso aveva fondato. Nel settembre del 1572 fu decapitato Tùpac Amaru, l’ultimo Inca.
I maiali, a parte i riferimenti con Pizarro, furono (cavalli a parte) i primi animali che i nativi conobbero, apprezzarono e allevarono. In breve i suini costituirono un alimento fondamentale nella dieta degli amerindi. Pecore, capre, polli e manzi si diffusero un po’ più tardi.                                                                                                                   Sus scrofa domesticus è il nome scientifico del maiale, unico animale allevato soltanto per essere mangiato, tutto, senza scartare neanche le zampe. Oggi nel mondo si allevano oltre 1 miliardo di maiali (1,4 mld di vacche, 12 mld di pollame vario) che rappresentano il 37% di carne consumata, contro il 35% di pollame e il 22% di vacche.
Fu domesticato in Cina e subito dopo in Mesopotamia (8/6.000 anni a.C.). Colombo ne portò, assieme a molti altri animali, alcuni esemplari nel secondo viaggio del 1493. Ma il maiale, com’è ovvio, si diffuse immediatamente presso tutte le popolazioni americane.
Parlando di numeri demografici, ecco quelli relativi alle popolazioni. Nel 1500 nel mondo vivevano circa 460 mln di uomini, 90 in Europa e una quarantina in America (si stima in 15/20 mln la popolazione dell’impero Inca). Un secolo dopo la popolazione degli americani era scesa a meno di 10 mln di individui (in Europa si superavano i 110 mln.).
Dopo lo sterminio, dovuto per la quasi totalità alle malattie, si dovette aspettare la seconda metà del XIX secolo per tornare ai numeri del 1500.                                                                                                      Il chicharron è una specialità tipica sudamericana e spagnola. Equivale più o meno ai nostri ciccioli, ma è in pratica la cotica con residui di carne magra e grasso. Chancho, come cerdo, puerco, marrano e cochino sono i termini spagnoli per maiale.
In Quechua si chiama kuchi.
Il mote (mut’i in quechua) è un particolare mais bianco.
La patata, che gli spagnoli chiamano papa (parola quecha), è un tubero endemico andino. Le popolazioni indigene hanno molti nomi per indicare le differenti cultivar di patata (molte centinaia). In Europa, pur conosciuta, si diffuse in maniera intensiva non prima della fine del XVIII secolo e contribuì, col mais, a sfamare popolazioni colpite da terribili carestie e devastanti guerre. Con l’introduzione massiccia di questi alimenti, dopo le campagne napoleoniche, nessuno morì più di fame.                                                                                                                                                                Simón José Antonio de la Santísima Trinidad Bolívar y Palacios de Aguirre, Ponte-Andrade y Blanco, ossia Simòn Bolìvar, venezuelano (1783/1830) e José Francisco de San Martín y Matorras, ossia José de San Martin, argentino (1778/1850). Sono gli eroi dell’indipendenza delle repubbliche sudamericane. Entrambi massoni, entrambi affascinati dalle rivoluzioni americane e francese (Bolìvar conobbe personalmente Napoleone durante il suo esilio francese), entrambi di origine spagnola lottarono contro la Spagna per l’indipendenza delle colonie.
Il generale argentino José de San Martin conquistò Lima il 28 luglio 1821 e proclamò l’indipendenza del Perù: il 28 luglio è festa nazionale.
La sua statua a cavallo campeggia meritatamente a Lima.
Per la verità, dopo l’indipendenza dei paesi ex colonie spagnole, cominciò fra di questi una serie di guerre che ancora oggi pesano nel retaggio di quei popoli sfortunati.                                                                                                                         «I primi buoi che ho veduto aggiogati all’aratro erano intenti ad arare la valle del Cozco, correva l’anno 1550…Andai a vederli con un vero e proprio esercito di indiani, che accorrevano da tutte le parti, attoniti e sgomenti di fronte a uno spettacolo così incredibile e nuovo…E ben me ne ricordo, perché la curiosità per i buoi mi costò due dozzine frustate…».
Inca Garcilaso de La Vega, Commentari reali degli Incas, 1609.
Ho riportato questa citazione perché rende l’idea di com’era considerati i bovini ancora nel 1550 e di come servivano soprattutto da soma.
Il consumo alimentare di carne bovina, in Sudamerica come in Europa, si diffuse in maniera massiccia soprattutto nella seconda metà del secolo scorso.
Res in spagnolo significa manzo. Il piatto presentato per la nostra cena storica è uno stracotto di manzo, appunto.
Il coriandolo (coriandrum sativum), conosciuto anche come prezzemolo indiano e Cilantro in spagnolo, insaporisce questa ricetta.                                                                                                                   La lucuma (Pouteria lucuma, da non confondersi con il lucumo cileno, Pouteria splendens) è un albero originario delle Ande peruviane. Può arrivare a oltre 15 mt di altezza e fruttificare fino ai 3.000 mslm, anche se 500 mslm sono l’altitudine a cui rende il massimo. Il suo frutto, giallo e lungo fino a 10/15 cm, si può dire sia il frutto nazionale del Perù. Già testimoniato, e assai usato, in epoca Moche, costituisce la base di molti dolci e gelati. Sarà accompagnato dall’eccellente Moscato d’Asti dell’Azienda Marrone che da quattro generazioni (fine XIX secolo) produce vini di qualità in località Annunziata di La Morra. Il Moscato, come tutti gli altri vini, sarà presentato da Denise Marrone e Patricia Trujillo Villar.

 

 

 

 

Gian Piero Marrone, i vini

«Un paio di giorni fa un giornalista monegasco mi ha detto: “Raccontami in breve qualcosa sulla tua famiglia, sul tuo lavoro e su cosa significa essere donna nel mondo del vino”.

In breve…ma come posso essere breve quando io e le mie sorelle stiamo vivendo la nostra esistenza in un mondo prettamente maschile, quando stiamo affermando pian piano la nostra personalità e il nostro gusto tra i nostri colleghi e amici uomini?

Sono Denise Marrone, titolare con la mia famiglia dell’Azienda Agricola Gian Piero Marrone, una piccola cantina di La Morra, nel cuore dell’area di produzione del Barolo, e nessuno mi fa pesare il fatto di essere donna, né che l’azienda sia in mano a tre sorelle, ma non è sempre stato semplice…

Mia nonna si chiama Rita, oggi ha 86 anni e una grinta d’altri tempi. Io e lei abbiamo trascorso insieme le nostre estati da quando avevo 13 anni: queste erano le mie vacanze. Conosco dal di dentro tutte le fasi della vita di una vigna, perché lei me le ha spiegate, nei lunghissimi e caldissimi giorni che abbiamo passato insieme. Un lavoro pesante, che però gli uomini non facevano, perché impegnati in faccende più importanti, come i trattori, che mio papà mi ha insegnato a guidare.

Uomo di larghe vedute ancora oggi che ha 60 anni: è stato il primo a dire che non c’era nessuna differenza tra maschi e femmine. Ricordo le domeniche passate con lui a far legna nei nostri boschi, io sul trattore e lui a terra…e lo ricordo con orgoglio, perché facevo un lavoro che a nessuna ragazzina della mia età era permesso fare. con la mia caparbietà ho aperto le porte a mia sorella Serena, che oggi è l’anima delle vendite all’estero della nostra cantina; anche in mercati come il Giappone, dove il fatto che siamo tutte donne non è visto di buon occhio: il nostro importatore ha contrattato fino alla fine con lei, ma ha firmato il contratto con mio papà…

Ma chi di noi ha la vita meno semplice è mia sorella Valentina, l’enologa: il lavoro di produrre il vino è faticoso, pesante fisicamente, ma di enorme soddisfazione per lei, perché sono suoi i complimenti sulla qualità del vino.

Siamo una famiglia di donne: orgogliose di esserlo perché stiamo guadagnando il rispetto e la stima dei nostri colleghi maschi, e sempre più donne hanno ruoli di rilievo nelle cantine. Io ho una figlia femmina: spero che Martina vorrà portare avanti il nostro amore per la nostra Terra e le nostre tradizioni, per la nostra cultura contadina e il buon vino. Con tanta passione e quel tocco di sensibilità in più tipico di noi donne».

Dell’Azienda Gian Piero Marrone ho trattato con dovizia nell’articolo di cui al link qui sotto. A parte l’intervento qui riportato di Denise Marrone – che quell’articolo intende completare riportandone le parole interessanti scritte in prima persona – mi preme parlare, entrando nei meriti tecnici, di alcuni loro vini.

Non tratterò del magnifico Dolcetto d’Alba DOC che bene conosco e che arriva dalla zona che iddio ha benedetto per coltivare questo vitigno: Madonna di Como, due passi da Alba. Dolcetto di giusta gradazione (12,5%vol.), franco, di pronta beva ma complesso al naso e in bocca: certo fra i 5/6 migliori che abbia bevuto (e di Dolcetto ne ho bevuti proprio tanti e con tanti, visti i magnifici antociani, ci ho dipinto).

Se il Dolcetto è tra i vini miei prediletti, altrettanto non posso dire dell’Arneis che mi piace poco per davvero. Ne producono due etichette: ho assaggiato, come già scritto, il “Tre fie“, e anche qui devo dire che fra i 5/6 Arneis che ritengo degni di essere bevuti, questo forse è il migliore (o il meno peggio, come dovrei dire); con un certo “tocco” personale che ho ritrovato in tutti, proprio tutti i vini Marrone.

Dei tre vini di cui intendo invece scrivere, comincio dallo Chardonnay DOC “Memundis” 2011. Qui questo vitigno, buono per ogni clima e terreno, dimostra la sua estrema capacità di sapere interpretare al meglio il territorio e la tecnica di cantina. Ne producono 7.500 bottiglie (15,20 €, prezzo in cantina): è un gran bianco, invecchiato 15 mesi in barrique austriache di Klaus Pauscha (doghe piegate a vapore) in primo passaggio, dove avviene anche la fermentazione malo-lattica. Chardonnay complesso, di bel colore giallo, al naso meno floreale e più erbaceo dei soliti: poi, miele e fichi hanno il sopravvento sulla vaniglia. 13,5%vol. per un vino che in bocca è piacevole, lungo e con un bel finale amarognolo. Davvero eccellente per un vino che mi piacerebbe valutare in verticale, certo che troverei una bella evoluzione almeno fino ai 5/7 anni.

Altro gran vino è la Barbera d’Alba DOC Superiore 2009 “La Pantalera”. Non ripeto l’etimologia del nome, ma preciso che le uve da cui si spreme sono prodotte da vigne di quaranta anni (zona di Alba), e si sente. 14%vol., 6.000 bottiglie (16,10 €, in cantina) con passaggio di 12 mesi in barrique già usate per lo Chardonnay. Bel colore rosso rubino, naso fruttato, in bocca ha una rara eleganza e grande armonia: chiaro che il finale è lunghissimo con una nota quasi abboccata che si spegne in quel tipico, leggero amarognolo che è la firma di questo produttore.

E infine SAR (leggi come: Sua Altezza Reale) il Barolo DOCG “Pichemej” 2009. Cru Annunziata e, direi, fotografia di questa zona: colore tipico ma un po’ meno scarico dei cru classici di Barolo (Cannubi, Brunate, Sarmassa…); al naso meno pepe e più note balsamiche con grandi sentori di frutta rossa matura che comincia (con i terziari) a virare verso caffè e tabacco. In bocca i tannini sono ancora ben evidenti ma già di elegante armonia. Il finale è quello di un Barolo di rango. 14,5%vol., per 10.000 bottiglie (39,60 €, ben investiti nel farsi una gran coccola in degna compagnia…).

Che dire, per finire: salute!

Ps: dimentico sempre di ricordare che il logo Marrone fu creato anni fa da un signore che si chiama Giorgetto Giugiaro.

http://www.vincenzoreda.it/marrone/

http://www.agricolamarrone.com/getcontent.aspx?nID=39&l=it

 

I cru di Barolo sotto La Morra

Cerequio, Brunate, Cannubi, Liste: eccole qui le vigne che dànno i migliori Barolo. Si estendono tra La Morra, in alto e Barolo, più in basso. Sono terre preziose (in tutti i sensi, qui un solo ettaro vale uno sproposito, ammesso che chi lo possiede voglia venderlo) che offrono uno dei vini più eleganti del mondo. Sono fotografate nel momento in cui i grappoli sono ancora verdi e gli acini non più grandi di pochissimi millimetri. Praticamente in fasce…

Melaverde: Vincenzo Reda

http://www.video.mediaset.it/video/mela_verde/pillole/504768/un-artista-particolare.html

Andato in onda domenica 28 dicembre 2014 alle ore 12.00, il servizio fu registrato presso la barricaia delle Cantine Gianni Gagliardo il 6 novembre 2014. Mi buttarono giù dal letto presto la stessa mattina dicendomi che quelli di Canale 5 avevano visto le mie immagini del libro di Gianni Gagliardo (Sulle ali del Barolo) e che gli erano piaciute e volevano fare un servizio su di me per Melaverde, la trasmissione dedicata ai prodotti della terra che va in onda tutte le domeniche mattina su Canale 5, condotta da Edoardo Raspelli con Ellen Hidding.

Misi in macchina l’occorrente e mi precipitai a La Morra (ci va circa un’ora, dal centro di Torino).

Raspelli fu di grande disponibilità e io da parte mia m’impegnai in un lavoro in diretta, cosa che mi è ostica come un riccio dentro agli slip. Ma credo sia venuto bene, ne è valsa la pena e Edoardo Raspelli è stato comprensivo e non invasivo: gli dissi che io non volevo fare del folklore….

Grazie anche all’autore della trasmissione: Giacomo Tiraboschi. E grazie, pare ovvio, A Giaani Gagliardo e ai suoi tre  splendidi figlioli: Stefano, Alberto e Paolo.

A note of Barolo wine for Bob Dylan

Ricevo tre bottiglie di Barolo Oddero 2007 che mi servono per officiare uno dei miei riti astrusi.

Una la bevo con calma, per qualche giorno. E’ questo un Barolo prodotto dalle Cantine Oddero in La Morra: azienda storica che produce grande vino fin dal 1878. La tipologia del vino che bevo è peculiare: è il risultato di una cuvée di uve provenienti in parte dal cru Santa Maria, Bricco Chiesa (La Morra),  e in parte dal cru Bricco Fiasco (Castiglione Falletto). Dopo un’accurata raccolta manuale, le uve fermentano in maniera separata in acciaio (sulle bucce per circa tre settimane) e affinano in legno grande fino all’imbottigliamento. Il vino viene offerto ai sensi dei bevitori (sperando siano tutti meritevoli) dopo almeno sei mesi di ulteriore affinamento in bottiglia. E’ un Barolo ancora giovane, elegante, dal bel rosso granato scarico. I sentori al naso sono i caratteristici odori di spezie che evolvono verso fiori secchi e liquirizia. In bocca esplodono i tannini importanti che costituiscono la cifra di questo vino, austero, asciutto, persistente. Vino che è figlio di vigne venerande di 30/40 anni di età che hanno imparato a produrre poco e bene. Magnifico!

Gustato il vino, apro la seconda bottiglia e il suo contenuto prezioso lo stendo sopra un foglio di nobile carta Archer da 600 gr.: è una carta prodotta in maniera artigianale dalla macerazione di stracci di cotone. Praticamente eterna. Dispongo il liquido a comporre una nota: una sola nota dedicata a chi di note tante me ne ha regalate. Ma è una nota di Barolo. Come sono uso, il tutto avviene di notte, nel silenzio e assaporando ogni tanto un sorso di quel colore. Dura circa un mese la fase di rifinitura e asciugatura del vino che ha così il tempo d’impregnare le fibre di carta. Il lavoro è pronto: soltanto vino e pazienza, ascoltando i classici di Bob Dylan.

La terza bottiglia è privata della sua etichetta: ne dipingo una apposta. Il formato è, come sempre, in proporzione aurea secondo i numeri di Fibonacci (8×13 cm.), con una carta un poco meno pesante. Questa bottiglia contiene il colore del quadro che Bob Dylan potrà bere.

Il quadro e la bottiglia sono stati consegnati all’artista, direttamente nel suo camerino, il pomeriggio del 16 luglio, prima del suo concerto  a Barolo in occasione di Collisioni 2012. Non so cosa gli hanno raccontato. Spero abbia apprezzato: per parte mia ho fatto quel che dovevo fare, senza nulla pretendere – come ho imparato dalla Bhagavadgita. Così sia.

Postcards from Langa, on March 2016
Il lungo travaglio di un murale

Avevo dipinto la silloge di Von Hutten sotto i portici di piazza Vittorio Veneto per i miei amici del Caffè Elena nel 2010.

Avevo usato il Laccento di Montalbera, Ruchè modaiolo e stucchevole.

E d’aver usato quel vino m’ero poi pentito, pur se il murale nel frattempo era entrato in migliaia di fotografie e pubblicato su L’Espresso.

Nel 2013 i miei amici avevano ceduto, ahimè, lo storico caffè e chi lo aveva rilevato non era stato capace di opporsi all’ordine di cancellare quel murale, non riuscendo a spiegare che quella era un’opera d’arte e non un sgorbio qualsiasi.

E m’ero imbufalito!

Nell’agosto del 2014 quegli stessi amici rilevarono il centralissimo ristorante L’Osto Duca Bianco in La Morra e mi chiesero di rifare il murale.

Purtroppo, c’era un’immagine precedente fissata in affresco sopra una superficie ruvida e con delle dimensioni che non permettevano la riproduzione pari pari al lavoro torinese, oltretutto sopra un muro esposto alle intemperie.

Feci un lavoro faticoso e frettoloso, sotto la pioggia di un triste ottobre del 2014: era da poco scomparsa la cara Claudia Ferraresi, cui dedicai il lavoro effettuato con il suo Dolcetto d’Alba.

Lavoro venuto male sul quale mi ripromisi di intervenire ancora.

In questo luglio 2015, finalmente ho rimesso mano al murale, stravolgendolo. Ho finito, fissandolo per impedirne il degrado dovuto agli elementi atmosferici, venerdì 24 luglio scorso.

Adesso sono soddisfatto: il colore è dato sì dal Dolcetto delle Cantine Rocche di Costamagna, ma c’è del Barolo, della Barbera e addirittura il Sangiovese romagnolo e biodinamico di Tenuta Mara.

Ma è venuto un gran bel murale!

Collisioni: i miei millanta mah….

Scendevo domenica 19 luglio, verso le 19, dalla frescura di La Morra per la strada che taglia l’Annunziata e incrocia la provinciale 3 che unisce Alba a Barolo: andavo a incontrare l’amico Claudio Rosso con cui avevamo fissato una chiacchierata rilassante ai 700 metri di Albaretto della Torre, ospiti di Filippo Giaccone, della sua cucina, dei suoi vini, della sua calda amicizia, del suo riservo.

Subito dopo la cantina di Piero Ratti, addossate alle vigne di prezioso Nebbiolo in incipiente invaiatura, notavo file di automobili appiccicate l’una a l’altra, senza soluzione di continuità. Automobili di ogni tipo quasi a assediare i filari che parevano ritrarsi orripilati da queste presenze invadenti che li costringevano in una stretta mortale. E da queste automobili sciamavano verso Barolo, distante qualche chilometro, genti d’ogni tipo: giovani perloppiù e, data l’afa, poco o punto vestiti.

Ripensavo a quanto si diceva, neanche tanto tempo fa, da queste parti: «Abbiamo bisogno di quelli che vengono qui con le Mercedes, ma specialmente quelle con le ruote larghe…». E cercavo d’indovinare cos’avrebbe detto quel mio amico, antico lombardo, filosofo, giocatore di calcio, buon intenditore di musica classica, che usava e conosceva il Battaglia; che sapeva di vino e tanto ne scriveva e ne beveva e, soprattutto, che sapeva di uomini e era un gran conoscitore di anime semplici. Cosa ne avrebbe detto il Gran Gino di ‘sta roba qui?

Partecipai a Collisioni 2012, la prima a Barolo, dopo i tre anni di Novello. La prima edizione si tenne il 2 e il 3 maggio 2009, con Jovanotti e pochi altri; l’anno dopo ci fu Lucio Dalla con Capossela e Gino Paoli il 4 giugno; quello successivo – 27, 28 e 29 maggio –  vide la partecipazione di Salman Rushdie, Caparezza, Ligabue e Michael Cimino.

Il 2012 fu la consacrazione – 13, 14, 15 e 16 luglio – con la scelta di Barolo e il grande concerto di Bob Dylan. Io, su invito di Francesca Tablino, tenni una lectio magistralis su vino e letteratura, con una piccola mostra dei miei quadri. Ne fui entusiasta.

L’anno successivo fui affiancato a Lorenzo Tablino per una massacrante maratona di gustazioni: quell’anno ci fu il flop di Elton John, ma anche le presenze di Gianna Nannini, Elio e le storie tese, Fabri Fibra. E comunque il successo fu discreto.

Lo scorso anno ero responsabile dell’ufficio stampa di Made in Piedmont e lavorai come un asino, rimettendoci quasi la salute. Fu l’anno in cui si toccarono, nei quattro giorni, le 100.000 presenze: un’enormità per la realtà di Barolo. Malgrado un terribile acquazzone non ci furono eccessivi disguidi e i due concerti principali – Deep Purple e Neil Young – andarono esauriti.

Alla resa dei conti si ebbe la netta sensazione che l’evento andava ripensato.

Invece non c’è stato alcun ripensamento: più convegni, più cantine e consorzi che cacciano soldi – non pochi – e che sono presentati a cottimo dentro le sale esauste del Castello davanti a un pubblico scarso e poco interessato; concerti d’ogni tipo a mescolare diavolo e acquasanta; ospiti disputati, a volte in maniera imbarazzante, dai vari grandi produttori di Barolo (evito di fare nomi). E un muro di pubblico accaldato e consumatore soprattutto di acqua e birra – pare ovvio – che cerca i selfie con i numerosissimi vip ambulanti. E poi un sacco di ragazzi che lavorano gratis: perché lavorare a Collisioni è comunque tanta roba…

No, non mi piace più Collisioni così com’è diventata. E non mi piace ancor più perché quest’anno, non essendo stato coinvolto, ho potuto effettuare le mie osservazioni con distanza dialettica. Tutto subito mi ero anche arrabbiato per non essere stato chiamato e la faccenda mi aveva dato non poco fastidio; poi, invece, sono stato contento di non aver partecipato e me ne sono tenuto accuratamente distante anche come giornalista o semplice fruitore.

Così com’è Collisioni non rappresenta un valore aggiunto per Barolo: non è dei grandi numeri che qui si sente il bisogno. Barolo, ricordo, è un paesino di 700 anime, un solo albergo, qualche B&B e 5 o 6 ristoranti. Qui necessita la qualità, necessitano i tempi giusti, necessitano gli incontri di alto livello che, pare ovvio, non possono consumarsi tra i selfie, le birre, le caudane e i sudori rumorosi e fastidiosi di folle barbare. E nessuno pensi che queste faccende sono investimenti sui consumatori di domani. Non così, non tracannando qualsiasi vino in calici di plastica a 36°!

Qualità, cultura – cultura del territorio che sanno i patriarchi di qui, non i Master of Wine di Hong Kong, che sono utili, certo, ma non utilizzati in questo modo – tradizione, sensibilità, curiosità.

E qui mi fermo. Basta e avanza, sperando che Collisioni – idea comunque magnifica – lasci le autostrade a 8 corsie e riprenda certi magnifici sentieri che sono unici e impagabili (e che il provincialismo debordante sappia essere orgoglioso di questi nostri sentieri).

Salute.

Ps: intanto, nel mio prossimo volume di racconti (Racconti Alticci) ci sarà una storia straordinaria ispirata da Collisioni. A modo mio, pare ovvio.

 

 

Sylla Sebaste, cena speciale sotto la Luna di Langa

Sabato sera, sotto una bella Luna che dominava un cielo franco e pulito sulla Langa – serata di fine maggio, freddina – invitati dall’amico Aragorn dell’agenzia Cru, abbiamo partecipato a una cena davvero particolare nella cantina di Sylla Sebaste, produttore relativamente giovane con una posizione – borgata Vergne, Barolo – che è tra le più belle della Langa: a sud est di La Morra, a fianco della famosa cappelletta del XIV secolo, domina un panorama unico al mondo.

L’occasione era data da due eventi contemporanei: un addio al celibato e un addio al nubilato, insieme. Roba divertente e di grande simpatia.

Il giovane chef – si è formato a Londra – Matteo Morra ha proposto alcune specialità tradizionali accompagnate da gelati: strepitosa la battuta di fassone con il gelato alle olive taggiasche e ottimo il dolce con la pera al Nebbiolo; meno azzeccate le altre due proposte. Eccellenti i cocktail (uno con polvere d’oro di grande eleganza) di Fabiano Omodeo e ottimi i vini di Sylla Sebaste: Fabrizio Merlo, titolare, mi ha fatto bere un buon rosato di Nebbiolo (Rosis), un ottimo Nebbiolo roerino del 2011 (davvero notevole) e il suo Barolo Bussia 2010 (e qui siamo dalle parti del Paradiso).

Fantastico lo spettacolo quasi circense che Aragorn ha allestito con i suoi giovani e talentuosi artisti: Fiammetta Lari, Annibal Virgilio e Elisa Mutto.

Serata fredda, ma di grande suggestione.

www.syllasebaste.com

Agenzia CRU
Via Chivasso 15 – 10152 Torino
Castellotto di Pan già Drapè
Reg. Boglioli 14050 Olmo Gentile (AT)
0144/953402 – 327/7678054 – 328/4127002
Libri da gustare 2014

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PROCLAMATI I VINCITORI DELLA XVIII EDIZIONE

DI LIBRI DA GUSTARE 2014

  

A Torino la premiazione, nel ricordo di CLAUDIA FERRARESI, “la gentildonna del Barolo” fondatrice della Ca dj’ Amis, della Biblioteca enogastronomica e di territorio, ideatrice e promotrice del concorso. Tra i vincitori, il cuoco attore Andy Luotto.

Sono stati proclamati ieri 15 dicembre al Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino i vincitori della XVIII edizione di Libri da Gustare, manifestazione dedicata all’editoria enogastronomica e di territorio. Ad accogliere i numerosi ospiti della serata, a cui sono intervenuti, tra gli altri, Barbara Ronchi della Rocca, Mario Zucca e Roberto Antonetto, Alessandro Locatelli, figlio di Claudia Ferraresi, della cantina Rocche Costamagna.

Suddivisi nelle quattro categorie, sono stati premiati:

CULTURA DEL CIBO: Padella story. Le mie cucine. Andy Luotto. Reverdito
CULTURA DEL VINO E DEL BERE: L’acino fuggente. Sulle strade del vino tra Monferrato Langhe e Roero. Enrico Remmert e Luca Ragagnin. Laterza editori  
IL CIBO IN LETTERATURA: La cucina dell’anima. 99 ricette sapienziali. Giuseppe Conte e Maria Rosa Teodori. Ponte alle Grazie  
PRIME PAGINE PER BAMBINI E RAGAZZI: Chiara pasticcera. 54 ricette da preparare senza l’aiuto degli adulti, senza utilizzare elettrodomestici, forno e fornelli. Alessandro Corallo. Falzea editore  

FOTO_AndyLuotto_BarbaraRonchidellaRocca_AlessandroLocatelliPromosso dall’Associazione Culturale Ca dj’ Amisil Premio letterario nazionale Libri da Gustare è parte di un progetto integrato che comprende anche il Salone del Libro Enogastronomico e di Territorio e la Biblioteca Enogastronomica. Ogni anno i venti titoli più gustosi dell’editoria nazionale per la capacità distintiva di trattare e rappresentare il tema dell’enogastronomia e del territorio – selezionati da una commissione formata da giornalisti, librerie, biblioteche e gourmet – partecipano ad una gara dove anche il pubblico esprime le proprie preferenze in occasione degli eventi dell’Associazione o nell’apposita sezione del sito internet www.libridagustare.it. Dall’esordio ad oggi, sono stati coinvolti più di 400 tra autori e case editrici e nell’ultima edizione hanno preso parte alla fase di votazione migliaia di lettori. Prima tappa a maggio, nell’ambito del Salone Internazionale del Libro di Torino, presso lo SPAZIO RAI ERI, con la presentazione al pubblico dei venti titoli in lizza. La seconda a giugno, al Salone del Libro Enogastronomico e di Territorio organizzato a La Morra (CN), un weekend a “tutto gusto” che, dal 1997, rappresenta una delle manifestazioni più significative della Ca dj’Amis.

La serata è stata dedicata al ricordo di Claudia Ferraresi, fondatrice e anima della Ca dj’Amis, ideatrice e promotrice dell’evento, recentemente scomparsa con un percorso attraverso i suoi quadri, le sue poesie, il suo amore profondo per le Langhe: la “gentildonna del Barolo” si è sempre impegnata con passione Copertina_PadellaStorynell’incentivare la cultura dell’enogastronomia anche nei suoi aspetti editoriali. Come testimonia la creazione della prima “Biblioteca enogastronomica e di territorio” in Italia, inserita nel Sistema Bibliotecario regionale. Inaugurata nel 2005 presso la sede della Ca’ dj’ Amis a La Morra (CN), raccoglie circa 4.000 volumi
tra testi più recenti, libri rari, numerati, edizioni limitate, pubblicazioni di enti e associazioni, guide.
Personalità eclettica e versatile, Claudia Ferraresi è stata pittrice e critico d’arte, imprenditrice agricola, “Donna del vino” e testimonial pluripremiata, per oltre vent’anni, dell’enogastronomia piemontese e della cultura del cibo in senso universale. Con questo spirito, nel 1976 ha creato nella sua casa-museo di La Morra la Ca’ dj’ Amis, un’associazione culturale per proporre una lettura del Piemonte nei suoi diversi aspetti: dall’arte locale alla piccola storia, dalle minoranze e alla cultura enogastronomica della Langa e del recupero delle “eccellenze” come risorsa turistica e culturale.

Per maggiori informazioni:
www.libridagustare.it

 

 

Von Hutten a La Morra

Non è stato semplice, domenica 12 ottobre a La Morra, cancellare quell’orrrribbbile gelato (dipinto assai bene e con gran tecnica) con dosi intense di cartavetro e olio di gomito (aiutato da uno dei ragazzi del Duca Bianco).

E non è stato semplice preparare il muro con il Dolcetto 2012 Rocche di Costamagna (ottimo) ridotto in percentuali differenti e aggiunto con uno speciale collante che non influisce sul colore del vino.

Nel frattempo ci si è messa di mezzo anche una sottile pioggerellina di quelle ce sono state inventate per rompere i…, ma no: per creare fastidio, insieme con i passanti che fanno osservazioni sempre fuori luogo o insulse (quasi sempre in buona fede, intendiamoci).

E allora ho dovuto affrettarmi a dare una prima forma di opera finita: ma non è così. Dovrò tornarci, magari più volte, e rifinirla come dico io! Così com’è non va ancora bene, come successe per quella fatta in piazza Vittorio: ci ritornai sopra almeno tre o quattro volte.

Però sono riuscito a scriverci la dedica: per Claudia Ferraresi, con il suo vino.

Vincenzo Reda al Duca Bianco di La Morra

http://www.vincenzoreda.it/la-mia-personale-al-duca-bianco-di-la-morra/

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Il 30 settembre prossimo, intorno alle 19.30 sarò con  i miei amici – passati presenti futuri (purché veri) – quelli che vorranno o potranno esserci (meglio se non tantissimi), al Duca Bianco di La Morra (Via Umberto I, 25 – Tel. 0173 500368) per inaugurare la mia mostra personale che sarà permanente. E’ importante questa data: il giorno appresso compio gli anni e non mi ricordo se sono 41, 49 o addirittura di più, boh (ma poi che importa)!

Berremo vini, faremo chiacchiere e metteremo sotto i denti qualcosa. Se poi qualcuno vuole restare per la cena, sarà gradito (ma la cena se la paga, magari a prezzo conveniente: giusto per essere chiari!).

Il Duca Bianco, essendo stato rilevato da un mio vecchio amico, sarà il mio riferimento in Langa: mi troverete spesso a bere, a dipingere il murale che era in piazza Vittorio (e non c’è più: lo rifarò al posto di quel gelato, dipingendolo con il vino di qualche amico, vedremo), a dipingere sugli specchi, a leggere i tarocchi, a sproloquiare….

Vi aspetto.

Salute.

 

 

La mia personale al Duca Bianco di La Morra

http://www.ostoilducabianco.com/

http://www.vincenzoreda.it/gian-piero-marrone-i-vini/

Da oggi, 6 settembre 2014, presso il ristorante di La Morra Il Duca Bianco, si potranno vedere – magari anche ammirare, chissà… – 10 dei miei quadri di vini (uno dei quali assai particolare per vedere il quale bisogna rivolgersi direttamente al titolare).

Seguirà a breve una serata ufficiale di inaugurazione in cui farò un po’ di cose mie (tarocchi, letture, storie…).

Per intanto godetevi la cucina tradizionalissima di Paolo, i vini (specialmente quelli dei miei amici Marrone: li bevo io e mi piacciono), e la piacevolezza del locale da pochissimo rilevato da un mio grande amico.

Ah: dite che vi mando io, magari può servire (ma trattano bene tutti, non c’è bisogno di essere raccomandati…).

Salute!

 

Massimo Camia

E’ stato il mio vecchio amico Giovanni Leopardi a insegnarmi  che per capire un cuoco – chef è un termine che comincia a darmi sui nervi – bisogna stare con lui in cucina, e non soltanto. Su nel New England, tra Vermont e New Hampshire ho imparato a osservare un cuoco nel suo ambiente naturale. E poi a far spesa nelle fattorie bio lungo il Connecticut e poi ancora al Radisson di New Delhi e in quelle sterminate cucine indiane con immensi forni tandoori (che significa, appunto, forno…) a cuocere chapati per centinaia di ricchi hindi belli floridi e così tanto colorati.

A Giovanni, che oggi lavora a Baltimora, devo questa passione: stare in cucina con i cuochi e osservare la loro manualità, la precisione, le piccole ossessioni (ognuno di questi ne ha più di una!).

Di cuochi, dunque, ne ho conosciuti, osservati e fotografati tanti e alcuni tra quelli più bravi: a nessuno mai avevo sentito rivolgersi ai sottoposti, in cucina, con: “Per favore….”.
Di Massimo Camia, persona vera prima che grande cuoco, sono rimasto per davvero impressionato. Prima che dalle sue indiscutibili caratteristiche cucinarie, dal suo essere persona gentile, disponibile.

Gli ho richiesto delle preparazioni tradizionali, non tanto perché Massimo è considerato il meglio in questo genere di piatti, quanto perché di questi sono particolarmente appassionato e, soprattutto, intenditore: da come mi viene preparato e presentato un vitello tonnato o un piatto di tajarin capisco di quale livello è il cuoco. Inutile dire che i piatti che mi ha preparato Massimo sono stati più che eccellentI: gusti distinti, sapori combinati come si deve, preparazioni impeccabili, tocchi di genialità nel segno della semplicità. Raccomando l’agnello alla piastra (più che un’emozione) e il vitello tonnato rivisitato (la sua salsa tonnata è qualcosa di indescrivibile). Ma gli agnolotti del plin con il ripieno di vitello sono il meglio; così come le due fettine di fassona ripiene di insalata primavera e rifiniti con il tartufo nero estivo. E l’entrèe, e il pane, e i dolci…

 

Ma di tutte queste cose molti hanno parlato, io non aggiungo nulla di speciale se non la mia personale ammirazione e la raccomandazione, convinta, a frequentare (con calma e con tutti i sensi accesi) questo magnifico ristorante.

A me interessano le storie, e la storia di Massimo è un’altra bella storia. Nato a Dogliani – segno zodiacale della Vergine – e cresciuto a Monforte, mezzo monfortino (papà) e mezzo calabrese (mamma di Gioiosa Jonica, ma romana d’adozione). Alberghiero a Ceres, in giro per ristoranti di hotel, sempre in cucina. In proprio a 26 anni in quel di Mondovì e poi alla Locanda del Borgo Antico di Barolo dove prende la famigerata stella Michelin nel 2001. Intanto aveva conosciuto Luciana, che sposa nel 1989 e che gli regala Iacopo (oggi appena diplomato e fresco iscritto a Architettura a Torino) e Elisabetta che lo ha appena reso felice con la sua decisione di frequentare un istituto alberghiero dopo la licenza media – gli occhi di Massimo, quando racconta questa faccenda, sono gli specchi di un papà raggiante.

La famiglia Damilano era da molto tempo che lo tentava: finalmente, all’inizio del 2013, Massimo e Luciana capitolano e, dopo 7 mesi di lavori importanti, trasformano un angolo del capannone della sede Damilano in un ristorante accogliente e particolare. Inaugurano nel settembre del 2013, la posizione – lochescion è un rumore barbaro – è straordinaria: al primo piano dell’edificio (la strada sottostante è invisibile) le ampie finestre si aprono sui Cannubi e più in alto sui campanili di La Morra. Sono 40/50 coperti a cui se ne aggiungeranno altri 25 con una struttura coperta verso l’interno. In cucina si avvale di 6 collaboratori (con qualche ragazzo, anche straniero, a stage) e in sala c’è Luciana con  Francesco e un altro supporto.

Strepitosa la cantina, soprattutto di Barolo (ricarichi di particolare onestà) e Champagne. Non ho parlato di vini perché di Damilano ho ampiamente scritto (segnalo la sempre eccellente Barbera La Blu 2011) e il Cannubi di Scavino non ha bisogno di commenti.

Dunque, tutto ok? Sì, certo e con la considerazione che se si parla di stelle – a me piacciono soprattutto quelle dei cieli notturni – qui ne manca una.

Poi, qualche appunto lo avrei anche, ma c’entra poco con la cucina e il servizio. E  gli appunti i galantuomini se li comunicano in privato…..

http://www.locandanelborgo.com/index1.php

 

Fallegro: è qui la festa!

http://www.gagliardo.it/home.html

«La Festa dell’Allegria della Maison Gagliardo quest’anno celebra la 40° vendemmia della Favorita di casa, che al tempo portava in etichetta il nome ‘ Favorita Allegra’ e che poi divenne una sola parola: Fallegro.

Al tempo di uva Favorita non ce n’era praticamente più, la poca era coltivata sulle esposizioni minori, non adatte a varietà considerate più nobili, e si lasciava tutta la produzione sulla pianta, senza diradare, ed era tanta. Si otteneva quindi il risultato che è facile immaginare.

L’approccio di Gianni Gagliardo fu invece diverso, di totale rispetto e cura per questa varietà che già si ipotizzava essere un clone di Vermentino.

La prova scientifica a questa teoria venne negli anni successivi. Si trattava proprio di un sottotipo di Vermentino, uno dei più diffusi vitigni a bacca bianca del Mediterraneo e questo spiegava molte cose sul successo del Fallegro nel mondo. Non in ultimo si trattava dell’unico esempio di questo vitigno coltivato in un clima continentale, senza l’influenza del mare. Questo aspetto lo rendeva particolare, diverso, alternativo.

La diffusione di Favorita nei vigneti del Roero e sulle tavole di tutto il mondo oggi è anche merito di Gagliardo che ha caparbiamente svolto questo lavoro di recupero e di promozione.

Oggi Fallegro è l’ unico bianco prodotto dalla Famiglia Gagliardo, che continua ad investire sia in vigneto che in cantina per migliorarlo sempre. Esportato in 15 paesi del Mondo, oggi Fallegro continua a sorprendere e conquistare nuovi consumatori. Ogni estate la Festa dell’Allegria riceve ottocento persone a La Morra. Tante ne può contenere la terrazza panoramica dei Poderi Gianni Gagliardo, per festeggiarlo».

About Piedmont in Unesco World Heritage Sites

Ricordo assai bene quel 18 maggio 2012 a La Morra: ero in compagnia di Angelo Gaja – che fece uno dei suoi proverbiali interventi incisivi - per assistere a questo convegno, durante il quale alcuni architetti del territorio fornivano suggerimenti per riformulare la domanda di ammissione dei paesaggi vitivincoli piemontesi all’elenco dell’Unesco World Heritage Sites. Avevano appena comunicato che la precedente domanda era stata ritenuta non completamente valida.

In buona sostanza: ci avevano rimandati.

Il tempo è trascorso non invano e, alla buon’ora, da oggi siamo a pieno titolo, con non dissimulato orgoglio, parte di questa sorta di diadema di gioielli mondiali.

Ora, a proposito di questa bella faccenda, propongo un bel brindisi a modo mio (il fiocco rosa del Giro d’Italia in Barolo, a maggio 2014) e una considerazione.
Al di là di tutte le vuote parole di circostanza che sentiremo e leggeremo, quest’atto – che è sostanzialmente formale ma che può innescare virtuosi meccanismi di prospettiva – deve semplicemente rappresentare un punto d’inizio e un pungolo che serva a lavorare sempre meglio, a imparare a comunicare verso il Mondo, a imparare ad accogliere sempre più persone (non semplici turisti, di quelli non c’è bisogno) a cui, oltre al resto, saper anche raccontare le Storie importanti delle nostre Terre, dei nostri Prodotti, della nostra Gente.
Salute, amici miei.

Marrone

In una giornata dal caldo secco che morde con le mascelle di giaguaro scendo da La Morra verso la direttrice che unisce Alba a Barolo. Dopo qualche ripido tornante si trova un bivio: a sinistra si va verso Santa Maria e Serra dei Turchi, a destra s’imbocca la strada che porta in frazione Annunziata, nome che è garanzia di grandi vini.

Vado a incontrare Serena Marrone, nella sede di questa particolare azienda che poco, a dire il vero, conosco.

Si tratta di azienda dalle solide tradizioni di Langa, fondata dal bisnonno Pietro (proveniente da Madonna di Como, due passi da Alba e grande cru di Dolcetto): quasi 200.ooo bottiglie che finiscono per il 90% all’esportazione e per il resto vendute nell’accogliente cantina da poco rimessa a nuovo.

E’ Gian Piero oggi che guida questa realtà virata al femminile: mamma Giovanna con le figlie Denise (commerciale), Serena (amministrazione) e Valentina (enologa formatasi a Alba). C’è già una nipotina e un’altra – il progetto si chiamerà Sofia, attesa per la prossima vendemmia – è in lavorazione dentro il pancino di Serena (i migliori auspici, pare ovvio).

Avevo conosciuto qualche anno fa il Dolcetto (ottimo, un Dolcetto d’Alba di quelli che non sono stati concepiti per fare a cazzotti con le Barbera…), ma niente di più: oltretutto i prodotti della famiglia Marrone sono poco o punto recensiti e non sono, se non in qualche raro caso, distribuiti sul mercato nazionale.

Serena è stata assai cortese e disponile. E’ appassionata, pare giusto: come mi ha descritto l’origine del nome “Pantalera” (una specie di palla a pugno ridotta) per la loro Barbera mi ha fatto capire molto dei legami familiari.

In un ambiente da poco ristrutturato e assai piacevole (ordine e pulizia regnano sovrani) ho avuto modo di bere e valutare un Arneis (Tre Fie, appropriato…), un eccellente Chardonnay, l’insolito rosato di Dolcetto, la Barbera e il Barolo Pichemej 2009.

Non entro in dettagli che saranno oggetto di una più approfondita e successiva valutazione (che farò, come al solito, nella calma e nella rigogliosa solitudine di casa mia in cui l’unica distrazione è costituita dalle migliaia di volumi della mia biblioteca che mi controllano con malcelata severità): certo ho bevuto vini ottimi, alcuni eccellenti, che hanno tutti – proprio tutti! – la stessa firma. Fantastico e sorprendente.

Quando mi trovo a valutare questi vini, sono facile preda dell’entusiasmo e mi piace perfino l’Arneis!! Ne parlerò: ne berrò e ne parlerò con dovizia.

Considerazione finale: occorre ammettere che non sono poche le aziende, oggi e specialmente in Langa, che producono vini di livello medio alto e alto.

Avanti così, pare ovvio.

http://www.agricolamarrone.com/getcontent.aspx?nID=39&l=it

Langhe Bianco 2011 di Cascina Ballarin

L’universo del vino è così vasto, così frammentato, così vario che è opera di presunzione pensare di conoscere tutto o anche soltanto di saperne abbastanza. Per la verità, ogni giorno può essere importante per venire a conoscenza di qualche cosa di nuovo e di rilevante, sopratutto considerando il fatto che il mondo enologico italiano è composto per la gran parte di aziende medio piccole e piccole: magari aziende familiari, anche di tradizioni annose, che producono vini di gran qualità in non più di poche decine di migliaia di bottiglie.

L1130578A questo proposito, ogni tanto passo da alcuni miei amici professionisti (preferisco quelli giovani e curiosi, oltre che – va da sé – appassionati) nel campo della ristorazione e mi faccio volentieri offrire un bicchiere di vino a loro scelta. Tra questi, uno di quelli che riesce sempre a sorprendermi con vini di particolare qualità e di prezzo sempre interessante è Alessandro Gioda, giovane contitolare e curatore di sala e cantina del ristorante Quanto Basta, situato nel cuore del Quadrilatero torinese.

Pochi giorni fa, di ritorno da una delle mie frequenti incursioni nel mercato prodigioso e meraviglioso di Porta Palazzo, sono passato in tarda mattinata a salutare Alessandro e Stefano, in via San Domenico, proprio di fronte al museo di arti orientali MOA. Alessandro, come al solito, mi ha offerto un bicchiere di vino bianco: Langhe Bianco DOC della Cascina Ballarin, località Annunziata di La Morra (Cuneo). L’ho trovato un vino di grande eleganza e di notevole complessità: Alessandro mi ha fornito qualche particolare. Prezzo sotto i dieci euro, produttore piccolo da me sconosciuto (pur di una zona che conosco, o penso di conoscere come le mie tasche: vedi quanto ho scritto sopra….), uvaggio di Nascetta e Chardonnay, poche bottiglie prodotte nella prima annata del 2011. Al mio interesse ha risposto offrendomene una bottiglia: gli ho ribattuto che avrei scritto al produttore chiedendo a lui direttamente una bottiglia.

Ho scritto a Giorgio Viberti chiedendo una bottiglia del suo Langhe Bianco 2011 con lo scopo di farne una valutazione professionale e un articolo conseguente (questo). La bottiglia mi fu gentilmente recapitata proprio presso il Quanto Basta.

L’ho gustata in un paio di giorni, come al solito, bevendone bicchieri con i più vari accompagnamenti ma soprattutto bevendone qualche bicchiere accompagnandolo soltanto con i miei pensieri (il migliore degli accompagnamenti possibili quando un vino mi piace per davvero).

12%vol. di alcol per un vino di colore giallo paglierino abbastanza carico. Naso di eleganza e complessità notevole in cui emergono note di foglia di limone e sentori erbacei di grande armonia. In bocca è un vino secco, molto secco, minerale e un poco spigoloso con acidità non molto spiccata e con grande persistenza soprattutto al palato (meno in gola). Un vino certo non di facile beva, non per quelli che amano le ridondanze di fiori e frutta. Questo millesimo è il primo risultato di un uvaggio composto da 40% di Nascetta e Chardonnay completato, direi in maniera opportuna, dal 20% di Rieseling. La vigna di Nascetta è stata piantata soltanto da circa 4 anni, mentre le altre uve sono raccolte da vigne più vecchie. La produzione non oltrepassa le 2.000 bottiglie vendute, come sopra detto, a un prezzo assai conveniente.

Devo precisare e ribadire che non conosco gli altri prodotti di questa piccola azienda: le notizie che ho ricavato dalla rete e dalle parole di Giorgio Viberti mi informano che si tratta di una realtà produttiva di 7/8 ettari situati tra La Morra e Monforte con quattro etichette di Barolo, Nebbiolo, Barbera, Dolcetto e due etichette di Langhe Bianco. E’ una vecchia azienda familiare che produce vino fin dal 1928 (Pietro Viberti fu l’avo fondatore) e, come facilmente intuibile, esporta la gran parte della produzione. Mi riservo di fare una visita, peraltro già concordata, in loco e approfondirne la conoscenza (soprattutto per quanto riguarda i Barolo).

Per concludere, io di Nascetta ne ho bevute molte: a cominciare da quella prodotta da Elvio Cogno. Ho parlato e scritto con dovizia di particolari (e entusiasmo) del Marin 2009 di Fontanafredda (50% Nascetta e Rieseling), ebbene, questo Langhe Bianco mi ha davvero entusiasmato e mi conferma che quest’uva da poco riportata agli onori delle tavole, in purezza o in uvaggio (e il Rieseling è a mio parere il compagno ideale),  può diventare importante nella crescita dei prodotti a bacca bianca piemontesi. Personalmente trovo che debba essere bevuta dopo almeno 2/3 anni di invecchiamento e può evolvere anche per qualche anno in più (copiamo pure i maestri francesi, ma con le nostre uve). La mineralità, l’eleganza, la raffinata armonia di sentori erbacei, più che floreali, che esprime il vino spremuto da quest’uva sono straordinari e in prospettiva possono ambire anche a superare i successi che stanno premiando il Timorasso (vino completamente diverso da questo: più morbido, più abboccato, più armonico ma meno elegante e complesso). E dunque prepariamoci a smentire il luogo comune che vuole il Piemonte regione di grandi vini soltanto rossi e offriamo da bere vini bianchi che sappiano essere assai più interessanti della maggioranza di stucchevoli Arneis, Favorita, Cortese (anche se tra questi si può, con qualche difficoltà, trovare qualità).

Salute.

http://www.cascinaballarin.com/

http://www.vincenzoreda.it/boca-2007-di-cascina-montalbano/

http://www.vincenzoreda.it/quanto-basta-per-star-bene-in-via-s-domenico-12b/

I vini di Michele Reverdito

Di Michele Reverdito ho già trattato su questo sito in occasione di un altro appuntamento di gustazione a La Tana del Re, circa un paio di anni fa. Nel frattempo la qualità dei suoi vini è ulteriormente cresciuta.

Durante la serata, accompagnando i cibi cilentani, sempre eccellenti (alcuni strepitosi: i salumi, i calamaretti, le minestre di fagioli di Controne), Michele ci ha fatto bere e gustare il suo particolare Pelaverga 2011, il Nebbiolo Simane 2010, la Barbera d’Alba Delia 2007 e, per chiudere con squilli di trombe, il Barolo Moncucco 2008.

Reverdito possiede circa 20 ettari situati per la gran parte tra La Morra e Verduno, con esposizione particolare che non è la classica sud-est di quelle zone. Alcuni di questi vigneti sono preziosi cru con piante di qualche decennio. Delle 80.000 bottiglie prodotte, circa la metà sono costituite da cinque differenti cru di Barolo, tutti di ottimo livello.

Di Pelaverga ne produce circa 2.000 bottiglie: un Pelaverga di personalità unica, di palato complesso: questo 2011, 14%vol., scarico di colore, presenta al naso e al palato caratteristiche organolettiche che non sono immediatamente riconoscibili come tipiche della varietà. Credo che questo vino sarà assai interessante tra almeno un anno: allora la speziatura prenderà il sopravvento su quell’impressione immediata di abboccato che a tutta prima confonde l’esperto e l’amante di questo vino particolarissimo.

Ottimo il Nebbiolo Simane 2010 (15.000 bottiglie): anche questo un vino non banale. Colore assai più carico di un normale Nebbiolo di queste parti e gran note di frutti rossi per un vino robusto, grasso.

Mi ha sinceramente stupito la Barbera d’Alba Delia 2007. Ne produce soltanto 2.000 bottiglie, ma questa appartiene a un lotto di magnum. Tra le Barbera d’Alba (che non sono la mia passione, amando assai più quelle d’Asti e del Monferrato, anche casalese) che ho bevuto ultimamente, questa è una delle due o tre che trovo davvero di qualità eccellente. Vino per davvero eccelso, 14,5%vol: qui siamo ai vertici della varietà e con tutte le caratteristiche della Barbera esaltate, sia al naso sia al palato.

Sul Barolo Moncucco 2008, 3.000 bottiglie, nulla da dire se non bere, con molta calma: delizioso, di buona eleganza, morbido, armonioso, lunghissimo. Anche questo, comunque, un Barolo non banale.

I prezzi di Michele Reverdito sono in linea con quelli di mercato (Barolo a 25/30 €), ma devo avvertire che la sua produzione prende le strade dell’esportazione per il 95%! Dunque, in Italia i suoi vini sono difficili da trovare. Basta rivolgersi direttamente alla fonte, e lo consiglio con calore.

http://www.reverdito.it/

Settembre in Langa

Andare in Langa a fine settembre, in una splendida giornata tiepida e soleggiata, significa essere pervasi da quel certo odore di succo d’uva fermentato, dolciastro, sensuale.

Significa osservare le vigne di nebbiolo gravide di grappoletti con gli acini belli maturi, pruinosi, tondi e fitti che preannunciano ottimi Nebbiolo e Barolo, dopo previsioni non buonissime.

Significa, come sempre, fissare certe immagini che sono parte, da tempi immemori, di una paesaggio unico al mondo: la mole piramidale del Monviso che vigila da ovest; il cedro secolare che coccola i cru migliori tra La Morra e Barolo.

Poco importa che siano giovani viti o piante contorte con decenni di onorato servizio: i grappoli, sotto il fitto fogliame più in alto, promettono emozioni. A chi sarà capace di sentirle appieno, di provarle con trasporto e senza null’altro a pretendere.

Michele Reverdito a La Tana del Re

Michele Reverdito è una persona dotata di grande entusiasmo e passione enorme per il vino: quando comincia a parlare si accalora e non c’è verso di fermare un vero e proprio torrente in piena. Fa piacere osservare l’autentico spirito teso verso il fare con cognizione che emana da questo ragazzo, che si percepisce franco e aperto. Cominciò nel 1991, convincendo il padre Silvano a trasformare un’azienda zootecnica in vitivinicola. Oggi hanno 20 ha di vigna distribuiti tra La Morra, Verduno e Serralunga. L’azienda rimane a conduzione familiare con la sorella Sabina e la mamma Maria che, insieme al padre, aiutano Michele. Ho bevuto un notevole Pelaverga, mia passione, tra i migliori mai assaggiati, buono quasi come quello dei Fratelli Alessandria. Ottimo il Nebbiolo, all’altezza del Roccardo del mio amico Locatelli. Ma davvero eccellente il Barolo Moncucco 2005: un’eleganza, non facilmente riscontrabile in altri Barolo, che molto racconta delle terre di La Morra. Il tutto bevuto mangiando specialità cilentane del ristorante, tra i miei quadri e in compagnia del sempre piacevole Matteo, che oggi si occupa di più del  ristorante, ma che rimane comunque uno storico. E non è poco.

Barolo Gaja Dagromis 2005

Definire Angelo Gaja un vigneron, un vignaiolo, un produttore è come definire un vino, anche un suo vino, un nettare di Bacco: pure banalità.

Angelo è qualcosa di diverso: un corsaro.

Si badi bene, non un pirata un bucaniere un filibustiere: un vero corsaro, di quelli che solcavano i mari autorizzati a predare da una lettera da corsa, vergata di pugno dalla Regina, come Sir Walter Raleigh. La lettera di Angelo io so che l’ha scritta un qualche jinn malandrino, un qualche spiritello – uno di quelli di Guido – che a lui, e a noi, vuol bene.

Quest’anno mi ha reso omaggio di due bottiglie di Dagromis 2005, Barolo di La Morra dal cru Cerequio. Conoscevo di nome questo Barolo, mai avevo avuto il piacere di berlo.

Chiedo a Gaja una scheda tecnica, per documentazione. Mi fa rispondere che non esiste una scheda tecnica di questo vino; mi suggerisce di affidarmi alla mia fantasia… Saccheggio i territori selvaggi di internet e scopro che poco o punto esiste in italiano a proposito di questo vino. Scopro, però, questo documento:

“Dear Gaia,

I need a clarification. From my research on the internet, it is not clear what is the relationship between the Gromis Barolo, the Gromis Conteisa Cerequio Barolo, Conteisa Langhe and the Dagromis Barolo, and when some of the labels changed.

Dutifully Gaia responded. Here is the fascinating Gaja trivia that I learned.

In 1995 Gaja bought a propriety in La Morra. The property is 10 hectares, almost all included in the Cerequio vineyard. The winery (an obsolete building which they do not use) had a stock of older vintages. It took them a bit of time to understand what they had.

The propriety was named Gromis. The stock that was in the cellar was inspected, some vintages have not been sold because they did not like the quality, but some other vintages were very good (1970, 1982, 1989, etc) so Gaja released them with the label Barolo Gromis.

CONTESIA CEREQUIO BAROLO was the label Gaja devoted for the best Cerequio parcells (some vintages were already in the barrels at the moment of the acquisition, for example 1991 or 1993). So for those wines they took care of the last part of the ageing.

In 1996 Gaja decided to devote 4 hectars in the heart of Cerequio cru for the production of Gaja Conteisa Langhe Nebbiolo DOC which (like all of Gaja’s single vineyards …Costa Russi, Sori San Lorenzo, Sori Tildin and Sperss) is a blend of Nebbiolo and Barbera, in this case 92% Nebbiolo and 8% Barbera.

The rest of the propriety was allocated to the production of Barolo Gromis.

Over the years Gromis has changed.

1. The name has been changed to Dagromis (which in Italian means “From Gromis”).

2. Since 2001 the wine is produced not only with La Morra grapes but also with Serralunga grapes. Gaja family owns two proprieties in Barolo area – one in La Morra and one in Serralunga (from which Sperss is produced). Serralunga gives quite austere and structured personality to Nebbiolo while LaMorra gives the most gentile and elegant character. Dagromis is the expression of both.”.

(http://www.chevsky.com/ datato mercoledì 15 settembre 2010).

Una bottiglia l’ho bevuta tra il 31 dicembre e il primo gennaio 2011. Cominciamo dall’etichetta, come si conviene. Ribadisco, del vino non so nulla, se non quello che è riportato qui sopra.

L’etichetta è, al solito, geniale: una spirale che pare un cerchio raccoglie 9 macchie color mattone che potrebbero essere la rappresentazione grafica di altrettanti appezzamenti di vigna (Angelo odia le macchie, dunque credo che quelle superfici irregolari color mattone non siano semplici macchie…). Fondo nero e spirale bianca che s’ispessisce e ritorna sottile. Nome del vino, Barolo, DOCG scritta per esteso in corpo piccolo, millesimo (2005), Gaja: il tutto in negativo bianco e impaginato a epigrafe. Poi, il colpo di genio: tutte le indicazioni di legge scritte in grigio scuro - devi aver proprio voglia di leggerle, inscritte dentro un contesto nero! Il tutto di indubbia eleganza per un’etichetta che non deve urlare, confusa tra le altre, da scaffali anonimi.

Non avevo mai bevuto un Barolo simile. Colore granato scarico; naso che sa di pepe e di erbe di macchia mediterranea con un sentore di amaro particolare. In bocca risento certi sapori di rosmarino e di origano; gentile, sensibile, giovane, fresco che non ti opprime con i suoi 14° di alcol. Stupisce l’assenza della solita frutta di bosco e della stucchevole vaniglia (meno male). La persistenza è come si deve e il retrogusto, spiccato, amarognolo con ancora leggere astringenze dovute alla gioventù.

Un Barolo, certo. Ma che Barolo! E non so a quanti appassionati nostrani di Barolo possa piacere un Barolo simile. Scrivo un’enormità (lo dichiaro, attenzione!): un Barolo quasi gay, dove quel “gay” è da intendersi come un plus, per capirsi.

L’ho accompagnato con cotechino in crosta, gnocchetti di pesce (!), con vitello tonnato, con lingua al verde (qui l’accompagnamento è insuperabile). E quanto mi è piaciuto. Certo, mi rendo conto che non molti possano apprezzare un Barolo come questo: lo Sperss di Serralunga è assai più Barolo, ma questo a me è piaciuto tanto tanto.

Accidenti a quel corsaro, che ora s’è stancato – a ragione – di navigare mari tempestosi a caccia di prede. E riposa…si fa per dire, in Terra di Langa.

Barbaresco & Barolo, secondo Paolo Monelli

Barbaresco:

“…così l’oste col vino con cui ha consuetudine di mezzo secolo. «Ecco, così deve essere il barbaresco» dice. «Morbido, ma non dolce; con odor di mammola e vivace colore.». Ma io mi lascio andare alla sforzante grazia del suo nerbo; penso come gli sta bene questo nome che evoca tempi di corruccio e di sdegni, fuste brigantesche per l’assolato mediterraneo, bagliore di armi, e grato posare dopo le armi.[…] Barbaresco: chi ha detto che è un vino effeminato, arrotondato? Se mai, è guanto di velluto con dentro un pugno di ferro; ed ha la generosità dei forti, e penetra nel cuore col passo del buon guerriero. E Barbaresco, il borgo, ha una sua storia millenaria di fiere lotte. In cima al poggio la chiesa ha una mossa nei fianchi, come di bevitrice esilarata. La torre romana si stira nel sole, le si affaccia dal culmine un ciuffo di alberelli. La conserva così arzilla il fiato di questo vino; agita per saluto il ciuffo ai dondolanti colli intorno rigati dalle vigne su campi verdi e bianchi, al Tanaro sotto a perpendicolo grigiazzurro fra vaste golene, ad Alba laggiù dai tetti colori del vino.”

Barolo:

“Questo è il più gran vino del mondo: lo ha detto lo storico Cibrario, esploratore di cantine per tutte le nazioni d’Europa; e bisogna credergli. Ha il colore delle foglie autunnali, il fiato fresco della primavera, diffonde nelle vene un calore di temperata estate. Ne ho fatto il primo assaggio sopra una terrazza collocata fra i vigneti ed il borgo di Barolo, nella luce che il bevitore Carducci chiamava occidua. Barolo è stretto in una valle, le case si arrampicano su per un cocuzzolo dominato dal castello come su un albero di cuccagna in cima al quale ci sia da chiappare il sole.

Il vino barolo dà prima di tutto godimento all’occhio. Questo che bevo è di venerabile età, ha tredici anni; nel suo colore di caldo mattone rivedo le torri bolognesi ardere contro un cielo tempestoso nell’improvvisa schiarita del tramonto. Poi viene il gusto; quel suo modo suadente e pur energico di prender possesso del palato, con saporosa pienezza, con asciutto vigore. È onestissimo. Non dà alle gambe, non dà alla testa, prepara un sonno calmo e senza sogni, la mattina dopo vi svegliate chiedendo  al mondo una battaglia da vincere (è ben questo il vino che Cesare recò in anfore molte a Roma, e annotò il fatto nei suoi  Commentari). Così andai a letto alla Morra dopo aver spento il tepore del barolo con un bicchiere di facile grignolino (il che sarebbe come uscir da una reggia ed entrare nella locanda di fronte; ma una locanda linda, odorosa di spigo, con un letto enorme e fresco).”