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Incontro con l’Av. Bruno Segre

Dopo aver recensito la biografia “Non mi sono mai arreso” scritta dal mio caro amico Nico Ivaldi, questi mi ha portato finalmente a conoscere di persona Bruno Segre. Siamo andati a trovare questo magnifico 93enne – che i suoi anni li porta in maniera spettacolare, nel fisico, nella mente e nello spirito – presso il suo studio di via della Consolata, situato in un austero palazzo secentesco, quasi di fronte alla cattedrale barocca tanto cara ai torinesi.

Il personaggio è di un interesse straordinario: una lucidità e un’umanità che in maniera disarmante effonde intorno a sé; eppoi, una memoria storica depositata negli strati resi ormai compatti da una lunga vita in cui non ha sprecato un attimo del suo tempo.

Sentir raccontare, sempre con lucidità e semplicità quasi disarmanti, del monocolo di Paolo Monelli o delle vicende che lo videro per anni a stretto contatto con “Napoleone” Giulio De Benedetti, inarrivabile direttore de La Stampa (ideatore, tra l’altro, della rubrica Specchio dei Tempi), è stata per noi un’esperienza quasi mistica.

Alcuni aneddoti sono esilaranti: indimenticabile quello del cronista un poco tardo che, sollecitato dal grande direttore a essere un poco più lirico nelle sue cronache, arrivò il giorno appresso con un fatto di “nera” messo in versi! E quando il direttore, sconsolato, cercò di spiegargli che intendeva semplicemente che la sua prosa dovesse essere un poco più scorrevole, più musicale, se ne arrivò con un violino….La carriera giornalistica del povero cronista durò poco: fu paracadutato a dirigere un negozio!

Rimando alla lettura del volume di Nico Ivaldi, di cui riporto il link del mio articolo. E quanto a Bruno Segre: che il signore, o chi per lui, gli conservi (a lungo) la vista, come si dice da noi.

http://www.vincenzoreda.it/nico-ivaldi-non-mi-sono-mai-arreso-intervista-allavvocato-bruno-segre/

Paolo Massobrio presenta il libro Il Peperone di Vincenzo Reda

Di grande soddisfazione la presentazione del mio libro curata da Paolo Massobrio, domenica 30 agosto 2015 in occasione della 66° Sagra del peperone di Carmagnola.

Sul palco c’erano: Walter Martiny (Editore delle Edizione del Capricorno di Torino), Francesco Carena (memoria storica di Carmagnola), Domenico Tuninetti (Presidente del Consorzio del Peperone), Igor Macchia (Chef stellato del ristorante La Credenza) e Sara Cordara (nutrizionista).

Ricordo che il mio libro, oltre che in edicola (fino al 23 settembre 2015) si può acquistare on line sul sito de La Stampa, il cui link è qui appresso:

http://www3.lastampa.it/shop/product_info.php?cPath=80&products_id=6150

66° Sagra del peperone di Carmagnola

Edizione – inaugurata giovedì 28 agosto scorso (chiuderà i battenti domenica 6 settembre prossimo) – di straordinario successo: le immagini qui sopra non hanno bisogno di alcun commento.

Il mio libro è in vendita con il quotidiano La Stampa in tutte le edicole di Val d’Aosta, Piemonte e Liguria. Per chi non lo trovasse (sta andando letteralmente a ruba) o risiedesse fuori da queste regioni, il link per acquistarlo on line è:

http://www3.lastampa.it/shop/product_info.php?cPath=80&products_id=6150

Il Peperone by Vincenzo Reda per La Stampa

Questo lavoro mi è stato commissionato nel dicembre del 2014 dalle Edizioni del Capricorno di Torino, con più precisione dall’editore Walter Martiny, persona che conosco assai bene e di cui sono orgoglioso della stima che mi ha sempre dimostrato.

Ho cominciato a scriverlo nel gennaio di quest’anno, frequentando Carmagnola con assiduità: è importante mettere in rilievo la appassionata, preziosa, insostituibile collaborazione delle istituzioni carmagnolesi e di numerosi personaggi depositari di notizie, storie, saperi che ho cercato di mettere in rilievo nel mio lavoro. Ho avuto la disponibilità di un paio di fotografi di Carmagnola per le immagini storiche e di repertorio. Quasi tutte le altre, esclusa la copertina e alcune immagini di chef non operanti in Italia, sono mie.

Il libro è dedicato a Renato Dominici, mio amico e grande chef di Carmagnola.

Ho consegnato il manoscritto alla fine di maggio, come concordato.

Roberto Marro si è occupato della redazione, Giulio Steve della grafica.

Il lavoro mi pare sia venuto assai bene: La Stampa, bisogna riconoscerlo, sta spingendo il volume con molta pubblicità, sia locale sia nazionale.

Il libro verrà presentato da Paolo Massobrio domenica 30 agosto, tardo pomeriggio, in occasione della 66° Sagra del Peperone di Carmagnola, che sarà inaugurata due giorni prima.

Spero che i lettori siano numerosi e che possano apprezzare un lavoro unico nel suo genere.

Il Peperone, Vincenzo Reda, 128 pp. – Edizioni del CapricornoAbbinato a La Stampa a 9,90 €. dal 26 agosto 2015 in tutte le edicole di Piemonte, Val d’Aosta e Liguria (si può richiedere in qualsiasi libreria, direttamente all’Editore e a La Stampa, sui rispettivi siti commerciali).

 

L’ombra delle Colline, Giovanni Arpino

Giovanni Arpino nasce a Pola (ancora italiana) il 27 gennaio 1927 da padre napoletano, ufficiale di carriera, e madre piemontese. Scompare a Torino il 10 dicembre 1987.Giovanni_Arpino_01

Scrittore che amo come pochi altri, si laureò con una tesi sul poeta russo S. Esenin nel 1951. Scrisse di sport su La Stampa e suo è il miglior libro di letteratura sportiva italiana: Azzurro tenebra (1977). Ci fece conoscere quel portento di Osvaldo Soriano

L’ombra delle colline vinse il Premio Strega nel 1964 (la mia copia è di quell’anno).

Qui sotto cito le ultime parole di questo libro portentoso, costruito con una scrittura straordinaria.

Queste parole mi lasciano, semplicemente, privo di fiato.

Arpino

 

«Tutto è ancora qui, tutto è ancora presente, un minuto o un giorno o un anno possono confondere la nostra storia, un minuto o un giorno o un anno possono restituirci l’animo di ritrovarla, renderla nuovamente piena di noi… Non esiste ricordo da abbandonare come fosse una fredda, stanca cenere cui più non somigliamo: ogni vero ricordo è ancora un richiamo, una verità che ci lavora nelle ossa, un febbrile atto di sfida al buio di domani… Forse ci toccherà soggiacere a un’eterna rassegnazione, e dovremo saper sorridere, mitemente, con dolore educato, entro le spire dell’obbligo quotidiano. O forse un nuovo slancio, un benefico fulmine, ancora ci attendono, più in là, per rapirci in una più ricca, misteriosa ondata, per renderci esperti d’una salvezza umana che ancora abbisogna del nostro intervento…Forse laggiù dove s’annida il pericolo. Noi, proprio noi!, risorgeremo salvatori…

Per ora, già chiaro risulta questo vantaggio: non ci sarà condanna per l’impresa che risultò impossibile, per la qualità raggiunta; saremo condannati solo se rifiuteremo d’esprimere il bene segreto che ci attende nell’umile alba di ogni giorno…».

Se fossi Farinetti m’incazzerei

L1150251Oggi su La Stampa (meglio nota tra i torinesi come La Busiarda), a pagina 21, si trova una sorta di recensione dell’ultimo libro di Oscar Farinetti: Storie di coraggio – Mondadori Electa (proprietà Berlusconi), 252 pp., 16,90€) – a firma Piero Negri.

L’articolo, a tutta pagina, è ben fatto. Una di quelle classiche marchette, come si chiamano in gergo, abbastanza ben scritte per rendere omaggio a un grande cliente: non è un mistero che Eataly sia tra i maggiori inserzionisti de La Stampa, ma questo fatto non è né sconvolgente né esecrabile: funziona così, punto e basta. E non sono certo io a fare idioti commenti a carattere falsamente etico, almeno in questo caso. E, ripeto, Piero Negri (che non conosco) ha fatto il suo più che onesto lavoro.

Non fosse per la fotografia in controluce!

Quel ditino mignolo alzato…

Quel ditino mignolo alzato: che racconta cattivo gusto, provincialismo, supponenza…

Fossi Oscar Farinetti, per davvero, m’incazzerei.

E non poco.

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Decalogo dell’imperfetto torinese

Della Fiat e di Marchionne non m’interessa una cippa: meglio se vanno  a far danni altrove.

Compro La Stampa tutti i santi giorni, soltanto per leggere i necrologi (e godere ogni tanto).

Amo Torino come nessun’altra, ma è un amore non ricambiato (e me lo merito).

Massimo Gramellini piace soltanto ai cretini (la rima non è casuale, ma i cretini sono tantissimi).

Luciana Littizzetto è apprezzabile soltanto come macchina da soldi e di scurrilità (cazzi suoi).

Piero Chiambretti non è granata: è verde (inteso non come leghista…).

Torino è una città bellissima, anche perché qui Berlusconi ci starà sempre sui…(rima baciata).

Torino è una città tristissima, anche perché siamo felici di avere un altro sindaco …ino.

Torino è una provincia sterminata, non finisce mai.

Torino mi piace tanto, anche perché ci sono le donne con i culi più belli del mondo (ma stronze, perché se glielo dici s’incazzano!).

E per finire, curiosità: fu il Conte Verde, Amedeo VI di Savoia (nato a Chambery il 4 gennaio 1334, ma morto di peste nientedimeno che a Campobasso! nel 1383) a volere come motto FERT (Foeminae Erunt Ruinam Tuam, ma vorrà proprio significare ciò il misterioso acronimo?)!!

L’ospedale pediatrico di Hargesia (Somalia) a Antropos

La trasmissione Antropos, ideata e curata da Giorgio Diaferia, da anni in onda su Quartarete Tv (canale 11 del digitale terrestre ha ospitato il Prof. Piero Abbruzzese, chirurgo pediatrico, che ha illustrato la bellissima iniziativa che vede un gruppo di persone illuminate impegnato nella costruzione di un ospedale pediatrico a Hargesia in Somalia, uno dei paesi più poveri del mondo. Questa straordinaria iniziativa è supportata da Specchio dei Tempi, rubrica storica del quotidiano La Stampa (ideata a suo tempo dal vulcanico direttore Giulio De Benedetti) con in testa Angelo Conti e da un gruppo diretto dall’imprenditore Marco Berry.

Pur essendo ormai in fase di ultimazione, l’iniziativa necessita ancora di molto supporto economico: se si vuol fare del bene in maniera disinteressata e sapere con certezza e trasparenza come vengon utilizzati i propri quattrini così destinati, io consiglio di appoggiare questa formidabile iniziativa.

Piero Abbruzzese, intervistato da Antonella Frontani, ha illustrato da par suo l’iniziativa che ha come obiettivo primario l’assistenza ai bambini somali. La trasmissione sarà in onda il 19 dicembre alle 20.00 sul canale 11 del digitale terrestre.

Per informazioni, rivolgersi a Specchio dei Tempi, La Stampa (Torino).

I Maya e il 2012: attenzione alle bufale

Mi vien fatto di scrivere questo articolo provando non poco imbarazzo. Per due motivi: primo, perché esprimo delle valutazioni intorno a un libro che tratta più o meno di argomenti sopra i quali io stesso ho da poco pubblicato un volume; secondo, perché le mie valutazioni non sono positive – malgrado mi aspettassi il contrario – e questo fatto non mi è consono: in genere, non tratto di cose che non mi piacciono. Ma stavolta, pur con le premesse di cui sopra, non posso proprio esimermi.

Ma vengo al dunque.

Lo stimato Pierluigi Baima Bollone – professore emerito di Medicina Legale dell’Università di Torino e assai noto per i suoi approfonditi studi sulla Sindone – ha da poco pubblicato per i tipi dell’Editore Priuli & Verlucca (Ivrea) il volume 21/12/2012 – Alle origini della profezia maya, distribuito in edicola con il quotidiano La Stampa di Torino.

Il volume appare assai ben confezionato: un cartonato con sopracopertina, grafica pulita ed elegante, carta interna usomano avoriata, carattere di facile lettura.

Il contenuto, al contrario, evidenzia un progetto editoriale raffazzonato (si veda il sommario), una scrittura frettolosa, una insufficiente revisione redazionale e numerose sviste che non sono accettabili da chi, pur svolgendo opera di divulgazione, dovrebbe avere con la materia un approccio storico e scientifico inappuntabile.

Il problemi cominciano dalla premessa. A pagina 9 si legge che il Computo Lungo comincia il 13 agosto 3114 a.C., mentre nelle successive pagine si parla, giustamente, sempre dell’11 agosto, data accettata da quasi tutti gli studiosi che seguono il metodo GMT. A pagina 22 si legge che: «..per i Maya Aztl significa acqua». Il vocabolo corretto è Atl e appartiene alla lingua nahua, parlata dagli Aztechi. Nello stesso capitolo si tratta con dovizia di particolari di Rigoberta Menchù Tum, Nobel per la pace nel 1992: chi bene conosce il Guatemala sa che questo personaggio, assai stimato in Occidente, non gode in patria di grandi favori presso le stesse popolazioni indigene.

Il III capitolo che si intitola: «America, Mesoamerica ed Olmechi»(!) offre un panorama imbarazzante di affermazioni quantomeno superficiali e azzardate.

«L’antropizzazione [del Nuovo Mondo] inizia 14.000 anni fa quando gruppi di cacciatori-raccoglitori attraversano via terra l’attuale stretto di Bering tra la Siberia e l’Alaska»: sono decenni che gli studiosi si azzuffano circa il periodo in cui iniziò questa migrazione preistorica! E’ certo che comunque ci sono diversi siti, datati con precisione, assai anteriori a quanto afferma categoricamente il professore Baima Bollone. Poi, non avendo una specifica cultura paleontologica, dimentica di citare le estinzioni di massa dei grandi mammiferi avvenuta tra il X e il V millennio prima della nostra era: è un fatto importante perché si estinguono gli antenati dei cavalli e di molti altri erbivori che condizioneranno successivamente lo sviluppo delle culture amerinde. Evito di entrare nei meriti della descrizione della cultura Olmeca (i risultati delle ultime scoperte stanno rivoluzionando completamente tutto quanto sembrava assodato fino agli anni Ottanta dello scorso secolo); evito altresì di porre in evidenza le confusioni tra concetti di etnie e di civiltà (Nahua/Aztechi-Toltechi o Quechua/Inca…) Mi limito a citare alcune sviste per davvero inaccettabili da parte di un autore che vanta attività accademica, se pure in altro ambito.

A pagina 129 si legge:«..Chiapa de Carro, nello stato messicano del Chapas…», a parte il refuso che ci può stare (Chapas per Chiapas), il sito archeologico – importantissimo – si chiama Chiapa de Corzo, dove tra l’altro sta scavando il nostro Davide Domenici dell’Università di Bologna.

A pagina 194, nel capitolo in cui si tratta dei calendari maya – argomento per davvero ostico – regna una gran confusione, dovuta anche al cattivo lavoro di redazione. Il vocabolo uinal è scritto per due volte uninal; ki per kin; nessun studioso serio ha mai trascritto bantu per baktun (che a pagina 196 è oggetto dell’ennesimo refuso e scritto: baktum).

E’ meglio che qui finisca, pur se potrei andare avanti per molte pagine, soprattutto su affermazioni categoriche che sono gratuite o basate su documentazione non di carattere accademico.

Con franchezza: che delusione professore Baima Bollone!

Comunque, per chi volesse acquistarlo, il libro costa 9,90 € per circa 220 pp.

Lo si trova in tutte le edicole distribuito con il quotidiano La Stampa di Torino.

 

 

I Murazzi: quando forse l’impegno civile può servire…..

Oggi è apparso un articolo sulle pagine della cronaca locale de La Stampa. Lo scritto mette in rilievo la battaglia civile cominciata da Manuela Rampi e sposata dal consigliere Alberto Musy di cui sul mio sito ho ampiamente trattato (vedi link). Di seguito riporto l’articolo de La Stampa, il comunicato stampa a firma Musy/Rampi, e un paio di fotografie che sono allegate al comunicato (le mie sono assai meglio, ma questo è un altro paio di maniche).

http://www.vincenzoreda.it/i-murazzi-fotostoria-di-un-degrado/

Quando il brutto è anche incomprensibile

Con Manuela Rampi – consigliera della lista civica Alleanza per la Città, che riferisce al consigliere Alberto Musy, per la I circoscrizione (Centro-Crocetta) – e Giorgio Diaferia – Ecograffi.it e Antropos – stiamo da tempo svolgendo un’intensa e appassionata attività di denuncia sullo scempio che si sta consumando ai danni delle piazze e delle vie auliche di Torino. Negli ultimi tempi, oltre alle brutture di cui s’è già ampiamente parlato, si sono aggiunti dei misteriosi e orrendi cubi di legno la cui funzione è affatto incomprensibile. Proprio non si capisce cosa vogliano significare, comunicare, simboleggiare: boh! Oltre a occupare spazio prezioso dentro magnifiche piazze, sono davvero brutti. Si pensa che siano anche costati denaro pubblico: quanto non è dato sapere. Qui di seguito pubblico le fotografie di quello (ma ce ne sono altri simili in altre piazze storiche di Torino) che è spuntato in piazzetta Corpus Domini, a pochi passi dal Municipio e davanti alllo storico ristorante libanese El Mir. C’è anche un articoletto assai opportuno di un giornalista de La Stampa e l’interrogazione che Manuela Rampi ha portato all’ordine del giorno della giunta della Circoscrizione 1: speriamo che tutto questo impegno porti a svelare l’arcano e scoprire chi è il responsabile di questi obbrobri e, soprattutto, quanto costa il tutto e a cosa diamine possa servire…..

SOHANA ALI JAVAID, il baratro dell’orrore

Nessun Gramellini, nessun moralista patentato di quelli che usano frequentare facebook o le lettere indignate ai direttori: nessuna voce ho udito levarsi sorda e attonita di fronte a questo fatto inaudito.

E’ atroce la violenza sui deboli, sugli indifesi; la violenza sui vecchi, sulle donne, sui bambini; l’accanimento privo di ogni decenza sugli inermi. Ma misere, squallide, remote giustificazioni quali la malattia, lo squilibrio mentale, la guerra, le condizioni estreme possono giustificare alcuni comportamenti dell’uomo: abominevoli, orrendi, inqualificabili….

Ma questo no! Questo no!! E nessuno, dopo i titoli dei giornali – titoli dovuti, data la notizia – nessuno che abbia avuto la necessità di gridare all’orrore, devastante, terrificante, che quasi toglie il fiato come il dolore infinito che fa piangere lacrime mute.

Una bambina inerme, figlia di una famiglia miserrima, presa e drogata e imbottita di esplosivo per essere spappolata e spappolare anch’ella gente inerme. Il tutto progettato e messo in atto con lucido calcolo, con efferato sprezzo di ogni umano comportamento da esseri che sono peggio che il Male assoluto…..

Non ci ho dormito per giorni, assordato dai silenzi di moltitudini che all’orrore pare siano ormai abituati. Oppure, peggio: si dichiarano sgomenti a fronte di storielle squallide di sesso, ladrocini, corruzioni che sono semplicemente parte delle nostre caratteristiche di piccoli uomini. Non questo, non questo: che iddio, o chi per lui, abbia il coraggio e la forza di non perdonare.

 

 

Oscar Farinetti inaugura a Serralunga la Fondazione Emanuele di Mirafiore

Pubblico di seguito il comunicato stampa:

Fondazione E. di Mirafiore

La Fondazione E. di Mirafiore ha sede in un edificio storico all’interno della tenuta di Fontanafredda, a Serralunga d’Alba (CN), nel cuore della Langa del Barolo.

La dicitura E. di Mirafiore sta per ‘Emanuele di Mirafiore’, figlio naturale di Vittorio Emanuele II e della “Bela Rosin”, fondatore nel 1878 dell’azienda vitivinicola Casa E. di Mirafiore, personaggio eclettico, estroso e illuminato.

La sede della Fondazione comprende un teatro, una libreria, una vineria con ristoro e uno spazio di vendita dedicato ai vini di Fontanafredda e alle cose buone di Eataly.

La Fondazione E. di Mirafiore si propone i seguenti compiti:

1)    Promuovere la lettura ad alta voce dei libri, attraverso gruppi e cicli di letture.

2)    Promuovere la buona agricoltura, attraverso incontri di divulgazione tecnico – agronomica.

3)    Attualizzare l’idea di Resistenza, adattandone il significato e l’originaria portata ai nuovi rischi, alle nuove minacce e alle nuove opportunità di riscatto. A questo scopo è stato attivato un Laboratorio di Resistenza permanente.

Alcune precisazioni sul Laboratorio di Resistenza permanente.

Il Laboratorio di Resistenza permanente è composto da undici presìdi a tutela di valori in pericolo di estinzione sotto la minaccia del proprio “contrario”. Ogni presidio è coordinato da un capitano. Ecco la lista:

presidio della LEGALITÀ e della COSTITUZIONE :contro ogni deriva, per la vera giustizia

capitano: Gian Carlo Caselli, magistrato

presidio dell’INFORMAZIONE: contro il conformismo, per la curiosità

capitano: Mario Calabresi, direttore de La Stampa

presidio dell’INTEGRAZIONE: contro ogni discriminazione, per l’accoglienza

capitano: don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele

presidio della BELLEZZA: contro l’uniformità, per il caos

capitano: Gianni Vattimo, filosofo

presidio della TERRA: contro ogni abuso, per il rispetto

capitano: Carlo Petrini, fondatore di Slow Food

presidio della MEMORIA: contro l’oblio, per la reviviscenza

capitano: Antonio Scurati, scrittore

presidio del FUTURO: contro l’imbarbarimento, per i barbari

capitano: Alessandro Baricco, scrittore

presidio della POLIS: contro ogni individualismo, per la partecipazione e l’arte del governo

capitano: Sergio Chiamparino, sindaco di Torino

presidio del LAVORO e della RICERCA: contro ogni sfruttamento, per la responsabilizzazione e l’innovazione

capitano: Catia Bastioli, presidente di Novamont

presidio della SALUTE: contro  la malattia, per il benessere

capitano: Francesco Enrichens, chirurgo

presidio dell’ARMONIA: contro ogni certezza, per l’ascolto e il dubbio

capitano: Oscar Farinetti, imprenditore

Il minimo comune denominatore di tutti i “contrari” (deriva, conformismo, discriminazione, uniformità, abuso, oblio, imbarbarimento, individualismo, sfruttamento, certezza, malattia) è una parola che forse non esiste se non come contrario, ed è il contrario di Uomo.

Tutti i presìdi, in fondo, non mirano ad altro che a promuovere una nuova forma di umanesimo.

Il motore del Laboratorio di Resistenza permanente è costituito dalle lectiones magistrales dei capitani: ventidue lezioni – ossia due per ciascun presidio – dal dicembre 2010 all’aprile 2011.

Le lezioni sono gratuite, come ogni altro appuntamento organizzato dalla Fondazione E. di Mirafiore.

La base documentale del Laboratorio di Resistenza permanente è rappresentata da una libreria organizzata in modo tematico: uno scaffale per presidio.

Il ciclo di lezioni del Laboratorio di Resistenza permanente si concluderà idealmente con “l’ante-celebrazione” del 25 Aprile, in programma sabato 23 aprile nel Bosco dei Pensieri di Fontanafredda. Sarà una passeggiata scandita da letture e canti di tema resistenziale.”

Non sparare sulla croce rossa…”I 100 più grandi vini d’Italia”

Senza titolo-1Lo ha pubblicato il mio editore, Edizioni del Capricorno.

Lo ha distribuito il mio giornale (inteso come il quotidiano che io leggo da sempre).

Lo ha curato, tra gli altri, Roberto Marro, il mio editor.

Costa poco e non dice fesserie sesquipedali.

E allora va bene così, ci mancherebbe……