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Blas Valera: F. Pizarro conquista il Perù col vino avvelenato


Silvio era una persona distinta, colta, elegante. Alto, pareva un Cary Grant di casa nostra: abito sempre blu, di buon taglio, viso regolare dai lineamenti netti, marcati; bella capigliatura tenuta non cortissima ma sempre in ordine; eppure….

Era un uomo perdente, sfortunato: con espressione di oggi, brutta ma efficace, uno sfigato; anzi, la sfiga fatta uomo.

Era riuscito a farsi rubare una Nsu Prinz, di quelle verde oliva che si vedevano in quegli anni; era riuscito a sposare, in età non più fresca, una donna che immediatamente l’aveva abbandonato; era perfino riuscito a perdere una scommessa con me – io non vinco mai scommesse – su Novella Calligaris che avevo pronosticato in medaglia alle Olimpiadi di  Monaco… Gli avevo vinto un libro di Peter Farb, Mondadori, di argomento precolombiano.

Silvio era il nostro rappresentante di libri: trattava la rateale dell’Einaudi, me lo aveva presentato Nicola Silvano il Dauno. Minuscolo e bruttarello si accompagnava con Silvio in grandi battute di pesca alla mosca: ovviamente le trote le prendeva sempre Silvano mentre l’altro smoccolava con eleganza e rassegnato distacco.

E le trote come le donne: uno era un tanghero stortignaccolo sempre sicuro e a proprio agio, l’altro un elegante perdente sempre in difficoltà.

Nicola Silvano il Dauno mi ha insegnato l’archeologia, la paletnologia, l’antropologia, l’uso delle mani – iddio gli aveva baciate le sue; a Silvio devo l’amore per i libri e il principio della mia, oggi di grande importanza per qualità e quantità, biblioteca.

Uno dei primi acquisti fu la prima edizione, 1970, del cofanetto in due volumi della collana “I Millenni” di Einaudi delle opere di William Hickling Prescott sulle conquiste di Messico e Perù. Costava 18.000 lire in anni in cui uno stipendio medio ammontava a poco più di centomila lire: un sacrificio per me importante, allora che studiavo di sera e lavoravo nella boita di Silvano, che era pure spilorcio e poco mi pagava.

Avevo 18 anni e sognavo di andare in Messico a scavare nelle foreste e sugli altopiani del Centroamerica piramidi maya e azteche.

Divoravo saggi di archeologia e storia e antropologia precolombiana, compravo National Geografic e Life, litigavo con Peter Kolosimo che faceva soldi con strampalate teorie di astronauti extraterrestri e astroporti peruviani…. E sognavo il Messico.

Sbranai in un amen le vicende di Cortèz narrate dal quasi cieco avvocato mancato di Salem, il povero Prescott che pubblicò tra il 1843 e il 1847 i due straordinari resoconti delle conquiste di Messico e Perù. Con il secondo volume, le storie di Francisco Pizarro e degni compari in Sudamerica, ci andai un poco più piano: a quel tempo il mio orizzonte comprendeva quasi esclusivamente il Messico.

Da allora ho letto e riletto e consumato quei due volumi Einaudi, composti ancora in linotype e le cui pagine continuano a darmi l’emozione del tatto: uno dei fatti ormai sedimentati della mia cultura era costituito dagli avvenimenti tragici di Cajamarca.

Il povero guardiano di porci spagnolo, analfabeta e assetato d’oro e di gloria, alla testa di 177 assatanati come e peggio di lui, aveva massacrato, con colpo di mano tanto assurdo quanto eroico, il fior fiore della nobiltà inca, catturato il crudele Atahualpa e fatto suo l’immenso impero andino: era il crepuscolo di un sabato, il 16 novembre 1532.

L’eroico, inconsulto azzardo di un pazzo al comando di pochi altri pazzi come lui che in un amen s’erano conquistati un impero con la disperazione e la determinazione di chi non ha nulla da perdere: una delle mie certezze, fino a giugno 2007.

E di qui principia un’altra storia, questa, che spunta improvvisa di tra le nebbie incerte di uno dei tanti passati ancora da venire. Passati che nascondono futuri: il tempo s’annoda, come un quipu….Altra certezza svanita in un pomeriggio di giugno: la cultura inca, un orizzonte ricco e prospero privo di scrittura, capace solamente di produrre cordicelle annodate per far di conto….

Ero a Rimini per questioni professionali, decido di partecipare a un convegno sulle scritture precolombiane e assisto alla lezione di Laura Laurencich Minelli sui documenti Miccinelli: un terremoto, uno squasso che mi spalanca una prospettiva inimmaginabile fino a poco prima.

La storia.

Padre Blas Valera, gesuita, nato nel 1545 da una violenza di Alonso Valera, rozzo conquistador, perpetrata ai danni della giovinetta Urpay (nome quechua che significa tortora), figlia di un mago-medico, viene dichiarato morto dalla Compagnia nel 1597. In realtà, i padri superiori intendono chiudere la bocca di un confratello scomodo che sa troppe cose sulla conquista del Perù e cose che non si possono dire.

Padre Valera non è morto: viene esiliato in Spagna, morto giuridicamente ma ben vivo e desideroso di lottare per la sua utopia, un Perù governato non da vicerè spagnoli e rapaci, ma dai suoi figli, pur in accordo con i sovrani d’oltre oceano.

Padre Valera era stato allevato dallo zio Luis, anch’egli conquistador ma d’animo buono: a tredici anni aveva visto il padre brutale assassinare la Tortora gentile che non voleva piegarsi all’ennesima violenza.

Aveva scelto deliberatamente la giovane Compagnia per avere l’occasione di lottare per il suo popolo; aveva cominciato a conoscere fatti e accumulare testimonianze sulla Conquista e aveva cominciato a scrivere.

Un gesuita scomodo, da ridurre al silenzio.

Dall’esilio spagnolo e dalla morte giuridica riesce a fuggire con l’aiuto di alcuni confratelli che, come lui, hanno una visione diversa delle cose americane, e torna in patria a continuare la sua lotta. E scrive, ma non con il suo nome: egli è ufficialmente morto.

Trova un indio, Guaman Poma che presta il suo nome, in cambio di un carretto e di un cavallo,  per l’opera che costituirà il fondamento della storia della Conquista; i suoi scritti sono la fonte cui attinge anche l’Inca Garcilaso de la Vega, distorcendo i fatti alla propria convenienza e tacendo sulle vicende più turpi,  per i suoi Commentarii che oggi costituiscono l’altra fonte acclarata di ogni sapere in merito alla storia della cultura Inca e della Conquista.

Padre Blas Valera muore nel 1619, dimenticato: il Generale della Compagnia, Padre Muzio Vitelleschi, di idee più aperte dei Padri Generali suoi predecessori, che ben sapeva delle vicende del suo confratello e la cui sorte aveva in qualche modo a cuore, brucia nel 1617, senza testimoni, una gran parte dell’archivio della Compagnia.

Ma il passato ha una voce che non tace e, misteriosamente, da una storia che è ben più affascinante di qualsiasi invenzione di un Dan Brown qualsiasi, spuntano fuori i documenti della proprietà di Clara Miccinelli, signora napoletana erede di un ufficiale cui Amedeo di Savoia, per gratitudine, aveva donati i preziosi codici.

Tali documenti sono costituiti essenzialmente da due testi segreti: Exsul Immeritus Blas Valera Populo Suo e Historia et Rudimenta Linguae Piruanorum.

Tralascio il secondo, compilato da padri gesuiti italiani successivamente alla morte di Blas Valera e che rappresenta una testimonianza che smentisce il fatto fino a oggi acclarato che la cultura Inca non possedesse una scrittura, e parlo del primo: a firma di Padre Blas Valera, datato 1618, che include la lettera di Francisco de Chavez e che interessa in modo specifico il nostro ambito.

“… Don Francisco Pizarro e i tre religiosi trascorrevano a bordo molto tempo assieme, e non certo per parlare della cura dell’anima del suddetto Capitano; e in quel viaggio accadde, invero, come ora sostengo, che il giorno dopo la partenza, io entrai nel suo alloggio e ascoltai distintamente il discorso fra i detti quattro, e dicendo Don Francisco che gli indios molto gradivano il vino nostro, siccome non lo avevano, bevendo essi un liquore non fatto di uva che si chiama chicha con un sapore diverso, la qual cosa il Capitano aveva annotato nei viaggi precedenti, e trovato come mezzo per fare amicizia  con gli indios, e sconfiggere i nemici che aveva saputo essere numerosi, ferocissimi, ben armati e addestrati; il detto Don Francisco chiese a Frate Yepes se avesse diluito l’oropimento secondo la bisogna, e questo religioso replicò che aveva già provveduto secondo i patti, per assecondare i suoi diabolici pensieri, a riempire e a sigillare 4 barili di moscato con una dose di conseguenza tanto copiosa e potente da piangere già il nemico fra le corna del toro e che così, Dio volendo, non si poteva fallire dal conquistare nuove terre al re e nuove anime al cielo, ma soprattutto molte ricchezze alle loro borse e molti onori ai loro nomi; e tutto ciò senza scontro né battaglia, poiché non c’era frode in questo, disse Valverde, ma solamente un po’ di saggezza e di alchimia, che aiutati e il Cielo t’aiuta.

Francisco de Chavez è un cavaliere originario di Trujillo, come lui altri otto che misteriosamente non vengono citati nell’elenco ufficiale di quanti parteciparono al massacro di Cajamarca e che si presume fossero in disaccordo con i metodi criminali di Francisco Pizarro e dei suoi Domenicani; egli scrive questa lettera indirizzata a Carlo V il 5 agosto 1533, pochi giorni dopo  l’esecuzione, per garrotamento, di Atahualpa ( 26 luglio 1533).

Il cavaliere descrive la carneficina seguita alla morte per avvelenamento da arsenico dei comandanti e dei dignitari Inca, mentre  Atahualpa  era stato semplicemente reso ebbro con vino non avvelenato: l’Inca stonato e i nobili che cadevano come foglie morte senza spiegazione avevano lasciato l’esercito indio, pure forte di 10.000 unità, in balia di poco meno che duecento energumeni i quali in un amen, per tramite di veleno, balestre, archibugi e alabarde avevano fatto tremila vittime, cento più cento meno, come testimonia letteralmente il buon Francisco de Chavez, indignato di cotanto codardo scempio.

La lettera non arrivò mai in Spagna: Pizarro mise a morte Frate Yepes e esercitò una censura inflessibile su quel fatto.

Chavez venne ucciso pochi anni più tardi, Pizarro morì assassinato dai suoi compagni nel 1541: certo qualcuno sapeva, ma non si poteva correre il rischio che non venisse riconosciuta come legittima una conquista effettuata per tramite dell’inganno.

La voce meticcia di Padre Blas Valera ci giunge di lontano come un grido di giustizia e utopia che rivendica per il suo popolo sfortunato la verità della Storia.

Vincenzo Reda

La prof. Laura Laurencich-Minnelli illustra un quipu a Rimini 2007

La prof. Laura Laurencich-Minelli illustra un quipu a Rimini 2007

 

 

 

La citazione è tratta dal volume: “Exsul Immeritus Blas Valera Populo Suo e Historia et Rudimenta Linguae Piruanorum – Indios, gesuiti e spagnoli in due documenti segreti sul Perù del XVII secolo” a cura di Laura Laurencich Minelli

Ed. Clueb, Bologna 2005     € 40,00

 

Nota: gli studi della Prof.ssa Lurencich sui documenti Miccinelli sono stati, e ancora lo sono, assai osteggiati come frutto di speculazione su falsi storici: inutile dover constatare la difficoltà, a fronte di fatti inoppugnabili seppur scomodi, di sovvertire assunti storici consolidati. E’ un meccanismo balordo che funziona sempre.

Programma Convegno Internazionale di Archeologia, Aosta 4/6 giugno 2010