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Le Rime del Vino

GIACOMO LEOPARDI (1798/1837)

Diapositiva1In casa Leopardi era cosa consueta e antica il culto del vino. Tant’è che nella biblioteca di famiglia vi è un libretto illustrato di M. Bidet, tradotto dal francese da un accademico etrusco e georgofilo, stampato a Venezia nel 1757, riguardante la coltivazione della vite e il modo di fare i vini. Da un appunto di Monaldo si apprende che era appartenuto al conte Vito, nonno di Giacomo.

Ritorniamo al poeta, che, da quel che era, pallido, malaticcio, pessimista per eccellenza e depresso, non avrebbe potuto amare il vino, che invece è vita, gioia, sogno e vigore. Ebbe più di un detrattore a riguardo. Il primo fu Mariano Luigi Patrizi, fisiologo lombrosiano. Stilò un saggio psico-antropologico sul Leopardi prendendo spunto da una lettera di costui al cugino Melchiorri, scritta da Recanati il 20 ottobre 1822, in cui confidava che “era solito mangiar poco e non beveva vino”. Altri due detrattori furono l’amico del poeta, il letterato liberale napoletano Antonio Ranieri (1806-1888), autore tra l’altro di una storia, sulla loro settennale amicizia (1830-1837), pettegola e inattendibile, Sette anni di sodalizio con G. Leopardi del 1880, e sua sorella Paolina.Leopardi,_Giacomo_(1798-1837)_-_ritr._A_Ferrazzi,_Recanati,_casa_Leopardi

Si possono ritenere, le considerazioni di questi detrattori, come delle vere e proprie tesi precostituite e fuorvianti.

Chi ha confutato queste tesi, è stata la contessa Anna Leopardi, affermando in una conferenza che se Giacomo Leopardi fosse stato astemio, dalla sua famiglia ciò sarebbe stato considerato se non un’anomalia, quanto meno una stranezza. Ha potuto fare questo leggendo attentamente l’Epistolario e Lo Zibaldone. In quest’ultimo vi sono riflessioni sugli effetti del vino e, nel 1823, Leopardi annotava: “come ho provato più volte per esperienza” e ancora “come ho pure osservato in me stesso più volte”. Quindi, queste considerazioni scritte tolgono ogni dubbio e fanno del Leopardi un normale degustatore di vino. Se ancora qualche dubbio persistesse, basterebbe leggere una delle prime note in versi de Lo Zibaldone, scritta il 14 novembre 1820, che così recita: Il vino è il più certo, e / (senza paragone) il più / efficace consolatore. / Dunque il vigore; / dunque la natura. Essa si lega molto bene con l’ultima nota in versi del 17 luglio 1827: Il piacere del vino…/ Non è corporale / semplicemente. / Anzi consiste / principalmente / nello spirito ec. ec.

JORGE LUIS BORGES (Buenos Aires, 1899 – 1986)

SONETTO AL VINO

In quale regno o secolo e sotto quale tacita congiunzione di astri, in che giorno segreto non segnato dal marmo, nacque la fortunata e singolare idea di inventare l’allegria? Con autunni dorati fu inventata. Ed il vino fluisce rosso lungo mille generazioni come il fiume del tempo e nell’arduo cammino ci fa dono di musica, di fuoco e di leoni. Nella notte del giubilo e nell’infausto giorno esalta l’allegria o attenua la paura, e questo ditirambo nuovo che oggi gli canto lo intonarono un giorno l’arabo e il persiano. Vino, insegnami come vedere la mia storia quasi fosse già fatta cenere di memoria.

ALDA MERINI (Milano, 1931 -2009 )

SETE PERENNE

Vino, gagliardo come la dea ragione. In te l’idea si fa suono e si colora il Mito. Appaiono vestali tinte di giada, il periplo del canto si snoda in veli che ricordano l’anima. O vino che canti il mio dolore, vino che sei il precipizio estremo, vino che dai l’illusione della morte e fai solo dormire fino al nuovo dolore.