Posts Tagged ‘Libarna’
Storia dei mercati di Torino

I MERCATI DI TORINO: UNA VOCAZIONE STORICA

Sopra quella piana alluvionale che vede la confluenza di tre torrenti nel placido Po, a sorvegliare lo strategico imbocco dello Valle di Susa, le tribù celto-liguri dei Taurini, già qualche secolo prima di Cristo, abitavano diversi villaggi.                                   Gente bellicosa e imprudente: nel 218 a. C. si misero a questionare con Annibale che in due o tre giorni si liberò di loro in quattro e quattr’otto, radendo al suolo quegli insediamenti.                                                                                                     Nel 58 a.C. passò da quelle parti Giulio Cesare che, con tutta probabilità, lasciò un accampamento fortificato a presidiare quell’area strategica. Poco più tardi, nel 49, i Taurini ottennero la cittadinanza romana. Si legge ovunque che Torino fu fondata nel 28 o nel 27 a.C.: sono date arbitrarie, non sorrette da alcuna testimonianza storica né archeologica. Secondo serie e accurate analisi storiche, la nascita di Iulia Augusta Taurinorum si può ipotizzare avvenuta tra il 25 e il 14 a.C.                    L’insediamento romano non conobbe particolare interesse né sviluppo a fronte di centri assai più importanti come Susa, Pollenzo, Libarna, ecc. Nell’alto medioevo divenne sede vescovile (celebre la figura di San Massimo, intorno al IV secolo) ma continuò a essere poco importante nell’area piemontese.                                               Una data certa e fondamentale è il 30 giugno 1149: presso il notaio Oggero si redige un documento che attesta l’elezione dei consoli rappresentanti della popolazione del centro, è l’atto che sancisce la nascita del comune di Torino.                                     «Da tempo non precisabile, anteriore al 1034, metà del mercato torinese era nelle mani del grande monastero modenese di Nonantola, il quale possedeva inoltre “prope eodem mercato” case, orti, cortili e una cappella. Il fatto che quest’ultima – come sapremo da documenti successivi – fosse dedicata a San Silvestro, significa che, con tutta probabilità, era stata fondata almeno un secolo prima e perciò sin d’allora il monastero doveva essere giunto quasi a monopolizzare l’attività commerciale cittadina. Nel 1034 beni e diritti appartenenti a Nonantola passarono ai conti di Pombia e da essi, verisimilmente, alla famiglia marchionale torinese, la quale peraltro già in precedenza aveva manifestato interesse per l’area del mercato urbano […] Un altro importante monastero di recente fondazione, San Benigno di Fruttuaria, sin dal 1014 possiede beni non meglio precisati “in Taurino civitate, intus et foris” donatigli da illustri membri della famiglia arduinica: una porzione di essi doveva essere ubicata intorno al mercato, dove Fruttuaria apparirà in seguito in possesso della chiesa di San Benigno, già esistente nel 1080; nelle vicinanze, presso la chiesa di San Gregorio, nel 1096 possedeva beni immobili anche l’abate di San Solutore, e, da parte sua, il monastero femminile di Santa Maria di Brione, almeno dall’anno 1200, aveva una casa “in Taurinum in mercato”. Sono tessere sparse di un mosaico tutt’altro che completo, sufficiente tuttavia a dimostrare l’assiduo interessamento manifestato da grandi signori ed enti monastici (cioè, in sostanza, dai maggiori produttori di derrate alimentari) per il mercato cittadino sul quale smerciare le loro eccedenze: un segno di indiscussa vivacità commerciale e, per conseguenza, di sviluppo demografico ed economico cui, almeno dall’xi secolo, la città partecipava, non diversamente da quanto avveniva, nel medesimo periodo, nei più importanti centri dell’Italia settentrionale […] Proprio la posizione delle chiese, rimasta pressoché inalterata, permette di accertare che il mercato cittadino aveva la sua sede nell’attuale piazza Palazzo di Città, da dove si espandeva nelle piazze minori ad essa adiacenti e sui principali assi di attraversamento del centro urbano. La documentazione fornisce, per la seconda metà del XIII secolo, particolari che, almeno in parte, sono certamente retrodatabili a età anteriore. Nell’ultimo decennio del secolo davanti alle case private che delimitano la “platea fori comunis Taurini” sono sorti indebitamente “plura ruzolia” cioè veri e propri portici in muratura; a cose fatte il comune ne accetta l’esistenza purché “non possano essere chiusi”, non insistano sul suolo pubblico per uno spazio superiore a due “rasi” e mezzo (cioè circa 150 centimetri), siano sostenuti da pilastri in muratura, con un primo piano di tre “alne” (cioè circa 3 metri e 60 centimetri) e siano alti quanto basta per potervi cavalcare sotto o farvi passare un carro a pieno carico. La piazza del mercato appare pavimentata, percorsa da un canaletto (roeria) e con il perimetro segnato da una grossa trave (bordonale); una “via publica” metteva in comunicazione il “forum solatum” e la “curia grani”, cioè la vicina piazza di San Silvestro riservata al mercato delle granaglie. Un lato della via, sovrastato da archivolto, era vigilato da una torre, forse la stessa chiamata sin dal 1254 “turris de mercato”; lungo i muri, in corrispondenza di essa, stavano allineati banchi di vendita larghi due “rasi” e mezzo. Il complesso costituito dal “forum solatum” e dalla “curia grani” ha come appendice spazi riservati alla vendita della carne macellata (becharia) e delle calzature (caligaria). Quest’ultima era già divenuta insufficiente nel 1230 allorché il comune dispone l’allargamento della “via publica” o strata, “che si snoda accanto al mercato delle calzature ovvero dei negozianti di Torino”, espropriando e rimovendo i banchi di vendita (stationes) ivi disordinatamente tenuti da un gran numero di persone della città; costoro vengono indennizzati per il danno subito e hanno il permesso di ricostruire i banchi di vendita fissi raggruppandoli in un unico blocco. Essi devono essere coperti da un tetto, sostenuto dai necessari pilastri tanto alti e distanziati da consentire il passaggio di un uomo a cavallo, e la facile circolazione intorno ad essi. I negozianti possono disporne gratuitamente solo nei giorni di fiera e di mercato. Da analoghe strutture era costituita la beccheria della quale conosciamo soltanto particolari isolati. Nel 1214 viene lasciato in eredità un banco per la vendita di carne “in strata Taurino”, cioè lungo la strada centrale corrispondente all’odierna via Garibaldi; esso è costituito da un piccolo magazzino coperto (tale il significato da attribuire qui a receolum) davanti al quale è collocato il banco sovrastato da un tetto sostenuto da quattro pilastri. Simile doveva essere la banca “in becharia Taurini” di cui si ha notizia nel 1244. Al XIII secolo possono riferirsi le disposizioni statutarie che si preoccupano dell’igiene della “platea mercati rerum venalium”: a spese dei vicini essa deve essere ripulita dal letame e dal fango una volta al mese d’inverno e ogni quindici giorni d’estate; non deve essere ingombrata con carri e altri materiali, regole valevoli anche per la “strada che va da porta Segusina a porta Fibellona”. Grano e legumi, fieno, paglia e legname potevano essere esposti solo nell’apposita “piazza del grano” dove tali merci “si sono usate vendere fin dai tempi antichi”».                                                                              La lunga e preziosa citazione qui sopra è tratta dal volume: Storia di Torino – Dalla preistoria al comune medievale (a cura di Giuseppe Sergi, Einaudi, 1997).               Torino era allora un agglomerato di povere abitazioni costruite in legno con tetti di paglia, pochissime le costruzioni in muratura; si estendeva per poco meno di un chilometro quadrato e la sua popolazione non oltrepassava le 5.000 anime, assai meno di centri più importanti come Asti, Chieri e Vercelli.                                      Le vicende del centro cominciarono a mutare quando nel 1280 divenne proprietà dei conti di Savoia che ne affidarono il controllo ai cugini del ramo degli Acaia. Pur se il centro più importante era Pinerolo, Torino conobbe un periodo di crescita importante: l’ultimo dei principi d’Acaia, Ludovico (1366-1418), fondò l’Università nel 1404. Con l’estinzione degli Acaia il “Conte RossoAmedeo VIII riprese il controllo dei territori piemontesi che divennero parte integrante del neonato ducato (1416).                        Poco cambiò in termini di popolazione e urbanizzazione nel centro sabaudo (da ricordare la costruzione della chiesa del Corpus Domini e del Duomo) almeno fino al ducato di Carlo II (1486-1553 che durante i travagliati anni del suo dominio cominciò a spostare in baricentro dei suoi domini da Chambery a Torino. Ma fu suo figlio, Emanuele Filiberto “Testa di Ferro” (1528-1580), a trasferire la capitale del ducato nel piccolo ma strategico centro sulle rive della Dora il 7 febbraio 1563. E per Torino cominciò uno sviluppo che la vide finalmente diventare capitale di regno nel 1713 (Regno di Sicilia fino al 1720, dopo di cui la Sicilia venne scambiata con la Sardegna) sotto Vittorio Amedeo II (1666-1732). Prima i duchi Carlo Emanuele I e II e poi Vittorio Amedeo provvidero ad ampliare la città verso il Po e ad arricchirla di chiese ed edifici firmati dai migliori architetti del tempo: Castellamonte, Guarini, Juvarra. Pur dovendo sopportare pesanti epidemie di peste, la popolazione arriva a toccare le 50.000 anime verso la prima metà del XVIII secolo.                               Durante questo periodo le aree mercatali occupano la piazza delle Erbe, oggi l’area antistante il municipio, e la piazza del Corpus Domini; hanno cadenza settimanale e sono organizzate e controllate dalle corporazioni.                                                      Dopo la parentesi della dominazione napoleonica, importante per la costruzione del ponte che unisce la piazza Vittorio Veneto all’area precollinare su cui venne edificata la chiesa della Gran Madre (per festeggiare la restaurazione) e importante anche per la progettazione dell’attuale piazza della Repubblica, la popolazione di Torino passa in pochi anni da 80.000 a quasi 130.000 abitanti (1849). L’architetto G. Lombardi viene incaricato della realizzazione del progetto napoleonico relativo a Porta Palazzo sulla cui area, tra il 1826 e il 1837, vennero trasferiti tutti i mercati di Torino.           La tettoia dell’orologio venne edificata nella seconda metà del secolo (e ricostruita dopo il devastante incendio del 1910).                                                           Intanto Torino era diventata la capitale del Regno d’Italia (17 marzo 1861): durò soltanto circa tre anni fino a quando, tra la fine del 1864 e l’inizio del ’65, per volere dei Francesi la capitale venne trasferita a Firenze. Ci furono sollevazioni sanguinose tra la popolazione che viveva soprattutto sui bisogni della corte: dai 220.000 abitanti del ’64 si passò ai 190.000 del 1870. Torino conobbe una gravissima crisi che durò qualche decennio, periodo durante il quale la capitale sabauda dovette elaborare una differente visione di futuro: dopo le grandi fiere universali trovò nello sviluppo industriale, soprattutto automobilistico, la sua nuova identità.                                        La città abbracciò rapidamente i nuovi orizzonti: 400.000 abitanti nel 1911, 800.000 alla metà degli anni Cinquanta, un milione nel 1961.                                                Con gli impetuosi flussi immigratori, prima dalle campagne del Piemonte, poi dal Veneto e infine dal Meridione d’Italia, Torino conobbe uno sviluppo straordinario e ampliò notevolmente i suoi confini con la nascita dei nuovi borghi operai: San Paolo, Madonna di Campagna, Mirafiori, Vallette. Nel primo e nel secondo dopoguerra, per soddisfare le esigenze di questi nuovi insediamenti si sviluppano i mercati rionali; tra i primi, negli anni Venti, quello prestigioso della Crocetta.                                 Torino raggiunge l’apice dello sviluppo demografico nel 1972: 1.200.000 abitanti. Tra gli anni Settanta e i primi anni del nuovo millennio i mercati rionali conoscono il loro periodo migliore: oltre 40 sedi distribuite in ogni quartiere per quasi 8.000 esercenti, con l’offerta dei prodotti esotici sui banchi dei recenti immigrati extracomunitari: marocchini, cinesi, albanesi, romeni.                                             Dal 2005 in poi, ma soprattutto con la crisi del 2008,  anche in virtù dell’incontrollato sorgere di super e ipermercati, gli ambulanti di Torino vedono impoverire sempre più la loro influenza sul mercato.                                                                                  Oggi gli esercenti sono poco più di 5.000 di cui quasi un terzo non italiani: è un panorama sconfortante di involuzione anche, forse soprattutto, culturale che non prevede a breve alcuna inversione di tendenza, per la quale sarebbe opportuna una precisa e forte volontà politica: salvaguardare la cultura del mercato rionale a Torino dovrebbe costituire un obiettivo fondamentale, direi strategico, a carico degli amministratori della città.