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Cucina Ligure, Barolo & Co 2/2019

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Che la nostra bella Italia sia una Nazione, prima che un Paese, di peculiari caratteristiche è un fatto per certo acquisito e si potrebbe sostenere addirittura enfatizzato, forse più del dovuto. Caratteristiche uniche, come succede sempre, grazie alla posizione geografica e, per logica conseguenza, alla sua storia. Queste ovvie considerazioni introduttive sono ancora più valide se il campo d’interesse si restringe alle nostre tradizioni alimentari. Sappiamo che una ricetta tradizionale rappresenta la sintesi del territorio che l’ha resa possibile e territorio significa, appunto, geografia e storia. L’Italia è una penisola con quasi 7.500 km di coste posta al centro del Mediterraneo, con la testa in Europa e i piedi in Africa. Malgrado questo enorme sviluppo costiero, quasi tutti i piatti tradizionali italiani sono da considerarsi continentali, con poche eccezioni. Non è un caso che su 10 ristoranti che quest’anno possono fregiarsi delle chimeriche (io direi meglio: famigerate) Trestellemichelin, soltanto uno, il più recente, si può definire un locale di tradizione costiera. E non sono moltissimi i ristoranti di mare onorati dalle oltre 360 stelle italiane della benedetta guida. Aggiungerei, inoltre, che in genere la qualità della cucina offerta sulle nostre belle coste è in genere abbastanza banale e poco rispettosa delle tradizioni delle marinerie locali. Con poche, e meno male notevolissime, eccezioni. Tra queste non troviamo, a mio avviso, la Liguria che, ossequiosa della Nazione di cui è parte importante, ha elaborato una tradizione che rappresenta il suo entroterra montagnoso meglio che i suoi oltre 300 chilometri di magnifica costa. Questa piccola regione, che disegna un arco sottile schiacciato tra mare e montagne incombenti, oggi vive una stagione turistica non proprio florida a causa di scelte storiche sbagliate (aver incoraggiato soprattutto la pessima mania delle “seconde case”): è una regione con circa 1,5 milioni di abitanti, assai vecchia come età media, con infrastrutture inadeguate che non ne valorizzano la bellezza ammaliatrice dei suoi innumerabili paesi, monumenti, paesaggi. A queste desolanti considerazioni occorre aggiungere il pessimo carattere dei suoi abitanti: i liguri, in genere, sono poco ospitali e poco disponibili verso “gli Altri”, quali che siano. Forse la loro storia travagliata li ha forgiati così non certo a caso.                                                                                     Da buon torinese, seppure d’adozione, sono innamorato della Liguria e la conosco assai bene, da Ventimiglia a Lerici; dovendo però scegliere un posto da eleggere a mio preferito, pur con difficoltà, sceglierei il Finalese. E dovendo trattare di cucina ligure tradizionale – escludendo locali costieri dediti a turisti che perlopiù sgranocchiano unti fritti misti, orate e branzini di dubbia provenienza, onnipresenti polpi sciatti e banali – ho scelto un locale situato nell’entroterra di Finale Ligure, nel suo borgo posto più in alto: San Bernardino. E l’ho scelto dopo un’accurata ricerca e, soprattutto, dopo una conversazione telefonica con la signora Tiziana: la sua inaspettata gentilezza e disponibilità mi hanno conquistato e, come di solito mi succede quando ragiono poco e mi fido dell’istinto, non ho sbagliato. Devo aggiungere che un motivo importante che mi guidato in questa scelta è dovuto al non trascurabile particolare che il ristorante offre alcune confortevoli camere per godere un dopo pasto privo di preoccupazioni varie e eventuali.                                               La ristorazione italiana più importante, e largamente più diffusa, è a base familiare per diversi motivi: storici, culturali e, fatto non trascurabile, sopravvivenza economica…