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Collisioni: i miei millanta mah….

Scendevo domenica 19 luglio, verso le 19, dalla frescura di La Morra per la strada che taglia l’Annunziata e incrocia la provinciale 3 che unisce Alba a Barolo: andavo a incontrare l’amico Claudio Rosso con cui avevamo fissato una chiacchierata rilassante ai 700 metri di Albaretto della Torre, ospiti di Filippo Giaccone, della sua cucina, dei suoi vini, della sua calda amicizia, del suo riservo.

Subito dopo la cantina di Piero Ratti, addossate alle vigne di prezioso Nebbiolo in incipiente invaiatura, notavo file di automobili appiccicate l’una a l’altra, senza soluzione di continuità. Automobili di ogni tipo quasi a assediare i filari che parevano ritrarsi orripilati da queste presenze invadenti che li costringevano in una stretta mortale. E da queste automobili sciamavano verso Barolo, distante qualche chilometro, genti d’ogni tipo: giovani perloppiù e, data l’afa, poco o punto vestiti.

Ripensavo a quanto si diceva, neanche tanto tempo fa, da queste parti: «Abbiamo bisogno di quelli che vengono qui con le Mercedes, ma specialmente quelle con le ruote larghe…». E cercavo d’indovinare cos’avrebbe detto quel mio amico, antico lombardo, filosofo, giocatore di calcio, buon intenditore di musica classica, che usava e conosceva il Battaglia; che sapeva di vino e tanto ne scriveva e ne beveva e, soprattutto, che sapeva di uomini e era un gran conoscitore di anime semplici. Cosa ne avrebbe detto il Gran Gino di ‘sta roba qui?

Partecipai a Collisioni 2012, la prima a Barolo, dopo i tre anni di Novello. La prima edizione si tenne il 2 e il 3 maggio 2009, con Jovanotti e pochi altri; l’anno dopo ci fu Lucio Dalla con Capossela e Gino Paoli il 4 giugno; quello successivo – 27, 28 e 29 maggio –  vide la partecipazione di Salman Rushdie, Caparezza, Ligabue e Michael Cimino.

Il 2012 fu la consacrazione – 13, 14, 15 e 16 luglio – con la scelta di Barolo e il grande concerto di Bob Dylan. Io, su invito di Francesca Tablino, tenni una lectio magistralis su vino e letteratura, con una piccola mostra dei miei quadri. Ne fui entusiasta.

L’anno successivo fui affiancato a Lorenzo Tablino per una massacrante maratona di gustazioni: quell’anno ci fu il flop di Elton John, ma anche le presenze di Gianna Nannini, Elio e le storie tese, Fabri Fibra. E comunque il successo fu discreto.

Lo scorso anno ero responsabile dell’ufficio stampa di Made in Piedmont e lavorai come un asino, rimettendoci quasi la salute. Fu l’anno in cui si toccarono, nei quattro giorni, le 100.000 presenze: un’enormità per la realtà di Barolo. Malgrado un terribile acquazzone non ci furono eccessivi disguidi e i due concerti principali – Deep Purple e Neil Young – andarono esauriti.

Alla resa dei conti si ebbe la netta sensazione che l’evento andava ripensato.

Invece non c’è stato alcun ripensamento: più convegni, più cantine e consorzi che cacciano soldi – non pochi – e che sono presentati a cottimo dentro le sale esauste del Castello davanti a un pubblico scarso e poco interessato; concerti d’ogni tipo a mescolare diavolo e acquasanta; ospiti disputati, a volte in maniera imbarazzante, dai vari grandi produttori di Barolo (evito di fare nomi). E un muro di pubblico accaldato e consumatore soprattutto di acqua e birra – pare ovvio – che cerca i selfie con i numerosissimi vip ambulanti. E poi un sacco di ragazzi che lavorano gratis: perché lavorare a Collisioni è comunque tanta roba…

No, non mi piace più Collisioni così com’è diventata. E non mi piace ancor più perché quest’anno, non essendo stato coinvolto, ho potuto effettuare le mie osservazioni con distanza dialettica. Tutto subito mi ero anche arrabbiato per non essere stato chiamato e la faccenda mi aveva dato non poco fastidio; poi, invece, sono stato contento di non aver partecipato e me ne sono tenuto accuratamente distante anche come giornalista o semplice fruitore.

Così com’è Collisioni non rappresenta un valore aggiunto per Barolo: non è dei grandi numeri che qui si sente il bisogno. Barolo, ricordo, è un paesino di 700 anime, un solo albergo, qualche B&B e 5 o 6 ristoranti. Qui necessita la qualità, necessitano i tempi giusti, necessitano gli incontri di alto livello che, pare ovvio, non possono consumarsi tra i selfie, le birre, le caudane e i sudori rumorosi e fastidiosi di folle barbare. E nessuno pensi che queste faccende sono investimenti sui consumatori di domani. Non così, non tracannando qualsiasi vino in calici di plastica a 36°!

Qualità, cultura – cultura del territorio che sanno i patriarchi di qui, non i Master of Wine di Hong Kong, che sono utili, certo, ma non utilizzati in questo modo – tradizione, sensibilità, curiosità.

E qui mi fermo. Basta e avanza, sperando che Collisioni – idea comunque magnifica – lasci le autostrade a 8 corsie e riprenda certi magnifici sentieri che sono unici e impagabili (e che il provincialismo debordante sappia essere orgoglioso di questi nostri sentieri).

Salute.

Ps: intanto, nel mio prossimo volume di racconti (Racconti Alticci) ci sarà una storia straordinaria ispirata da Collisioni. A modo mio, pare ovvio.

 

 

Le rondini – Swallows

http://www.youtube.com/watch?v=44x30fapOnI

Vorrei entrare dentro i fili di una radio 
E volare sopra i tetti delle città 
Incontrare le espressioni dialettali 
Mescolarmi con l’odore del caffè 
Fermarmi sul naso dei vecchi mentre Leggono i giornali 
E con la polvere dei sogni volare e volare 
Al fresco delle stelle,, anche più in là 

Sogni, tu sogni nel mare dei sogni. 

Vorrei girare il cielo come le rondini 
E ogni tanto fermarmi qua e là 
Aver il nido sotto i tetti al fresco dei portici 
E come loro quando è la sera chiudere gli occhi con semplicità. 
Vorrei seguire ogni battito del mio cuore 
Per capire cosa succede dentro 
e cos’è che lo muove 

Da dove viene ogni tanto questo strano dolore 
Vorrei capire insomma che cos’è l’amore 
Dov’è che si prende, dov’è che si dà 

Sogni, tu sogni nel cielo dei sogni“.

E’ una canzone meravigliosa – tra le più belle – di Lucio Dalla. E queste sono rondini del Gargano. Le ritroviamo ogni anno – diverse – nello stesso nido a essere ingrassate con libellule e altri insetti che mamma e papà cacciano con inesauribili voli sugli olivi secolari. Sono rondini che  Lucio – uomo di queste terre, secondo storie vere ma indicibili – ha conosciute e osservate con cura e amore. Ci mettono pochi giorni a volare, felici.

E a ogni persona di buona volontà auguriamo di volare. Come le rondini mie. E quelle di Lucio.

Lucio Dalla

Erano i bellissimi anni Settanta. GiovanniTinghe tanghe” scendeva con uno dei suoi tanti muli – che si sono sempre chiamati Matteo – dalla masseria posta a mezza costa sulle rocce calcaree, poco sopra le bianchissime falesie marezzate dai filoni di dura selce. Suoli che in primavera stordiscono i sensi con i profumi assassini di timo e rosmarino e in estate regalano i fiori bianchi e rosa dei capperi e i frutti delle more difesi con tigna da roveti impenetrabili e le promesse spinose dei fichi d’india.

Il mio Gargano.

E Giovanni “Tinghe tanghe” andava in giro appresso al suo mulo Matteo a narrare una storia incredibile: Lucio Dalla è mio fratello, perché mio padre, a Manfredonia, quella volta….

Non abbiamo mai creduto a Giovanni. Però Cristiano sonava la sua chitarra, un po’ così, cantando: «Quale allegria, se ti ho cercato per una vita senza trovarti….Senza allegria, a letto insieme senza pace, senza più niente da inventare….Con allegria, perché in fondo in tutto il mondo c’è gente con gli stessi tuoi problemi….Facendo finta che la gara sia arrivare in salute al Gran Finale…»

Il Gran Finale, purtroppo è arrivato.

E ancora, nella mia stupenda mansarda nel centro di Torino, giovane manager solitario e fuori posto, versavo lacrimelle secche, e pure dolorose, ascoltando: «I sassi della stazione, sono di ruggine nera, sto sotto la pensilina bianca dove sventola adagio una bandiera..Dunque lei alla vita non cede…Vorrei chiamarla, dirle: le volpi con le code incendiate…Ascolto la marea del cuore…».

Sono due canzoni, due semplici canzoni che mi evocano momenti di vita ormai lontani e quanto miei, ahimé. I dischi sono del 1975 e del 1977: dischi con pezzi straordinari in una stagione meravigliosa per la musica, per me.

Oggi, purtroppo, il Gran Finale è arrivato. Siamo in lutto perché un altro, dei nostri – sì, noi artisti – se n’è andato.

Chissà dove, chissà dove.

Personaggi

In questa galleria di immagini sono presenti alcuni tra i più significativi personaggi che hanno accompagnato molti decenni di estati trascorse sul Gargano.

C’è Giovanni detto “Tinghe-tanghe” (per via della zoppia del padre), orfano dell’ultimo dei suoi muli (si chiama Antonio e ha preso il posto di molti muli chiamati Matteo); Giovanni abita una masseria a mezza costa che funziona ancora come un secolo fa: senza corrente elettrica e con l’acqua di pozzo. Giovanni racconta una storia incredibile secondo la quale egli sarebbe il fratellastro di Lucio Dalla: la vicenda è verosimile… C’è il piccolo Matteo, il braccio armato di Antonio Vaira, oggi quasi ottantenne, che si occupa degli olivi e li cura e li conosce come pochi altri, forse, al mondo. C’è il vecchio e saggio Antonio che si ostina a guidare una Fiat Uno che, molti anni fa, probabilmente somigliava a un’auto.

E c’è Tonino: una storia. Pescatore che vendeva quarant’anni fa bibite sulla spiaggia, ha creato il piccolo mito del ristorante “Da Tonino”: a due metri dal mare, la moglie cucinava le orecchiette, le cozze e i cefali come nessuno nel raggio di decine di chilometri. Oggi non lavora quasi più: si occupa dei numerosi nipoti, tutti incredibilmente somiglianti, e sorveglia il lavoro di figli, figlie generi, nuore e nipoti. Si mangia ancora come nella tradizione di famiglia, a due passi dal mare. E si beve un ottimo vino sfuso, nero di Troia che viene da Cerignola. Da Tonino vengono a mangiare, arrivando dal mare, da tutto il Gargano. Con Tonino da sempre parliamo di polipi e cefali e spigole e saraghi e seppie e ombrine: s’informa sempre su come sono andate le mie battute di pesca.