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I vini di Papa Paolo III Farnese raccontati da Sante Lancerio

Tallone pubblicò questo librino ( in 32° con il preziosissimo Garamond corpo 9, fuso a Parigi da Deberny & Peignod) in 470 esemplari nel 1991. Bisogna ricordare, pur se il ricordo è un ben brutto ricordo, il giorno della presentazione in stamperia a Alpignano: un giorno maledetto….senza-titolo-11

L’introduzione è di Luigi Veronelli : “Mai quanto alla vista delle bozze di questo libro ho meglio avvertito la validità d’una mia affermazione: il vino è un valore reale perché ci dà l’irreale…..”. Il manoscritto originale fu ritrovato nella Biblioteca Ariostea di Ferrara e pubblicato a cura di Giuseppe Ferraro nel 1876, che lo accompagna con una prefazione assai interessante: “Paolo III fu uno dei papi più robusti, e uno dei vecchi tra i più vecchi. Forte per natura, aiutato, nella ricerca dei vini, da un Bottigliere di quella fatta, com’era Sante Lancerio, malgrado i pensieri dei figliuoli e dello Stato, visse fino a 82 anni. Segno e prova certa, che i giudizi, dati da lui e dal suo cantiniere, intorno ai vini d’Italia, erano fondati sul sodo. quindi io invito gli intendenti della materia a tenere conto di questa operetta del Lancerio, che ha tre titoli all’attenzione degli enologi italiani. Tratta dei vini nostrani, è antica di 3 secoli, ed ha la prova di un Sacro Bottigliere e di un Papa, gli anni del quale auguro a me ed ai miei lettori.”.

Poco o nulla si sa di Sante Lancerio, mentre molto si conosce di Papa Paolo III della schiatta nobilissima e potentissima dei Farnese: fu un personaggio di notevole statura politica che ebbe la capacità di pacificare, soltanto per poco, Francesco I e Carlo V; benedisse la nascita dei Gesuiti, avviò il Concilio di Trento…..

Un piccolo omaggio a Sante Lancerio: Il Vino di Montepulciano. E’ perfettissimo tanto il verno quanto la state, et meglio è il rosso la state, io ne sono certo. Tali vini hanno odore, colore et sapore, et volentieri S.S. ne beveva, non tanto in Roma dove gli erano portati in fiaschi, ma ancora in Perugia. Marcello Cervino, poi papa et domandato Marcello II, che non regnò se non 20 giorni, et  Tarugio Tarugi, Senatore Romano, faceano a concorrenza di chi di loro donava meglio. Volendo conoscere la bontà di questo vino, vuole essere odorifero, polputo, non agrestino, né carico di colore. Volendolo per la state alli caldi grandi, sia crudo, et di vigna vecchia…”. Formidabile il vino polputo e non agrestino….

Due Maestri per il mio Peperone

Sono stato assai fortunato a conoscere e frequentare per qualche anno (97/2005) Luigi Veronelli che ho stimato assai più come persona (immenso, indescrivibile, di straordinaria sensibilità, cultura, semplicità) che in quanto esperto di vini e cucina.

Non conosco personalmente, purtroppo, Gualtiero Marchesi che considero comunque il cuoco italiano più importante di sempre (a parte Cesare Giaccone che più che un cuoco è un artista, di quelli veri).

Per il mio libro ho scelto due ricette, altrove già pubblicate, di questi due personaggi straordinari: due ricette semplici, di tradizione. Semplicità e Tradizione sono, per quanto mi riguarda, le due caratteristiche irrinunciabili per un grande piatto. Poi viene tutto il resto.

L’Ombra – di vino – spiegata da Giuseppe Comisso

Un esempio di ebra incertezza è dato dal volere spiegare l’origine della parola ombra che nel Veneto IMG_5757viene usata quando si vuole chiedere un bicchiere di vino. Qualcuno dice che siccome le osterie un tempo erano frequentate in grande parte da pittori qualcuno di questi ebbe l’ispirazione di sostituire l’idea oggettiva formata dal bicchiere con quella pittorica dell’ombra che il vino determina sulla tavola, quando si riempie il bicchiere.

Altri dicono che il chiamare ombra un bicchiere di vino fu per un euforismo in una epoca in cui si giudicava volgare bere vino.

Infine qualche altro vuole spiegare questa espressione come per indicare l’effetto che un bicchiere di vino può dare a un cervello, cioè un poco di ombra sulle idee chiare talvolta tristi e dolorose. Ma siccome la filologia può anche servire a spiegare la storia dei popoli si dice che l’essere venuti a chiamare ombra un bicchiere di vino nel Veneto è stato determinato da un avvenimento storico. Nel secolo passato i vini veneti erano generalmente bianchi e leggeri e se venivano lasciati in un bicchiere rotondo retto da un gambo più o meno snello sotto non davano ombra.L1180302

Questa ombra apparve nella seconda metà dell’Ottocento quando anche i vigneti veneti subirono il flagello delle malattie che avevano invaso l’Europa e s’importarono specialmente dalle vigne delle Puglie vini rossi e densi i quali a differenza degli altri davano ombra sul tavolo.

Fu questo il tempo in cui per chiedere un bicchiere di vino in una qualsiasi osteria del Veneto si cominciò a dire: « Mi dia un’ombra ».”

Questo breve scritto è di Giuseppe Comisso (1895-1969) ed è tratto dall’introduzione al capitolo dedicato ai vini di Veneto  e Venezia Giulia di I vini d’Italia di Luigi Veronelli (Canesi editore, Roma 1961): il primo libro del grande Gino e forse il più bel libro mai scritto sul vino.

Si fa presto a dire Prosecco

http://www.bisol.it/

«Prima di passare alle schede tecniche, mi concedo un ricordo personale che testimonia di come il Prosecco sia uno di quei vini che possono risolvere, con semplicità e eleganza, qualsiasi situazione: uno di quegli amici sicuri che c’è quando ti occorre; una di quelle donne, amiche o amanti, la cui compagnia è un balsamo privo di controindicazioni.

La piramide dell’isola di Montecristo si ergeva al nostro traverso indorata da un sole basso che pareva un’arancia. Il mare latteo ristava senza un’onda e le vele erano silenziose e mosce: lo sconforto di una bonaccia, il peggio per una barca a vela. Ma avevamo appena pescato un tonnetto che era stato immediatamente stufato. Ci bevemmo in abbondanza un Cartizze, anonimo, che uno di noi aveva portato in cambusa. E chi se lo dimentica più quel Cartizze bevuto al tramonto davanti a Montecristo!».

In questa maniera concludevo un articolo pubblicato sul n.59 (settembre 2011) del mensile Horeca Magazine: si trattava di un articolo dedicato a una delle più importanti case produttrici di Prosecco DOCG Conegliano-Valdobbiadene.

Prosecco oggi significa oltre 300 mln. di bottiglie, una gran parte delle quali esportate in tutto il mondo (nel 2013 per numero di bottiglie esportate ha superato Sua Altezza Reale lo Champagne), oltre 8.000 produttori che operano in circa 600 comuni di 9 province tra Veneto (5) e Friuli 4).

Il Prosecco ottenne la DOC nel 2009, stesso anno in cui Conegliano-Valdobbiadene guadagnò la DOCG; due anni più tardi fu riconosciuta la DOCG Asolo.

Valdobbiadene è oggi un comune, addossato sulla riva sinistra del Piave, di circa 11.000 abitanti; nel suo territorio 107 ha. di vigne costituiscono il Sancta Sanctorum del Prosecco: Cartizze, distribuito nelle frazioni di Santo Stefano, San Pietro di Barbozza e Saccol. La denominazione esatta è: “Prosecco di Valdobbiadene Superiore di Cartizze”, oltre 100 diversi vignaioli ne producono 1,4 milioni di bottiglie. Vale la pena ricordare che oggi un ettaro di vigna in Cartizze è forse il terreno agricolo più costoso del nostro Paese (si arriva anche a 2,5 mln. di euro!).

Ho avuto la fortuna di camminare le vigne di Cartizze accompagnato da Desiderio Bisol, enologo diplomato al celebre Istituto G.B. Cerletti di Conegliano, prima scuola enologica italiana fondata dal chimico Antonio Carpené, nel 1876.

Desiderio è il fratello più giovane di Gianluca, che si occupa di gestione e amministrazione: è ancora in gran forma il papà Antonio, figlio di quel Desiderio Bisol che nel dopoguerra trasformò una storica famiglia di vignaioli – presenti sul territorio fin dal XVI secolo – in una moderna azienda che esporta i suoi vini in tutto il mondo e che può essere considerata al vertice qualitativo del Prosecco, e non soltanto. Oggi la famiglia Bisol, con diversi marchi, produce oltre 1,5 mln. di bottiglie di cui circa 400.000 commercializzate con il marchio Bisol, ovvero l’apice della piramide della qualità.

Ma desidero ritornare alle vigne, a camminare le vigne, come soleva scrivere Gino Veronelli. Perché camminando per le sue vigne ti accorgi che cosa significa una certa bottiglia di vino, quale che sia.

Gustare un calice di Cartizze, vinificato con il metodo classico, dopo aver visitato – una mattina luminosissima di fine ottobre – queste vigne piantate su pendii impossibili (le famose Rive) che permettono soltanto faticose lavorazioni manuali, accompagnato da chi conosce le sue viti una per una,  significa che quel calice di Cartizze avrà tutt’altro gusto, tutt’altro valore.

Delle faccende organolettiche dei vini Bisol tratterò a parte, qui mi preme spiegare quanto il lavoro in vigna che si fa da queste parti non viene abbastanza raccontato, quando del Prosecco si ha un’immagine di vino industriale, facile, che tutto sommato vale poco.

Desiderio lavora con un agronomo, con un botanico e, addirittura, con un entomologo e non sproloquia sul bio o sul biodinamico: la serietà, la competenza, la ricerca, l’impegno non seguono slogan modaioli. Poi, alla resa dei conti, i vini sanno raccontare le storie giuste. A chi queste storie sa prestare orecchio.

A chi, in fondo, se le merita.

http://www.vincenzoreda.it/si-fa-presto-a-dire-prosecco-2/

 

Eataly: a cena onorando il Grande Gino

APERITIVO
Insalata d’astice agli agrumi; gelato di anguilla, caviale Oscietra, pasta alla rosa canina e battuto di erbe dell’orto
(Fam. Iaccarino)
Bagna caoda da bere
(Fam. Vicina)

PORTATE
Salsiccia di pezzogna, pistacchi, mozzarella, tartufo nero e salsa candida
(Fam. Iaccarino)
Agnolotti vecchia Eporedia pizzicati a mano al sugo d’arrosto
(Fam. Vicina)
Coscia d’anatra, caramello all’aceto ai lamponi, salsa di cavolo cappuccio e mia confettura di mirtilli
(Moreno Cedroni)
Re Mida: confettura di mela Pink Lady, gelato al curry, gelatine di whisky, ananas ed infuso al lemongrass
(Moreno Cedroni)

PICCOLA PASTICCERIA
Vulcani attivi
(Moreno Cedroni)
Marrons glacés, alchechengi, tartufini
(Fam. Vicina)

 Questo sopra lo strepitoso menu curato dagli chef Moreno Cedroni, Livia e Alfonso Iaccarino, Claudio e Anna Vicina per la cena in onore di Luigi Veronelli, Gino per gli amici, tenutasi a Eataly Torino, giovedì 7 novembre 2013 e con la presenza di Gian Arturo Rota e Nichi Stefi a presentare il loro libro dedicato al Grande Gino.
Preparazioni cucinarie tutte, sottolineo tutte, strepitose: non entro nel merito perché mi è davvero difficile scegliere quale di queste ho più gradito.
Per certo, Gino Veronelli ne sarebbe stato felice, magari un poco meno per i vini (i rossi proposti erano una Barbera e un Barolo corretti ma non entusiasmanti), a parte il mio caro Marin 2009, bianco di Fontanafredda (Nascetta e Rieseling al 50%), sempre eccellente.
Che dire: peccato per chi non c’era…
Luigi Veronelli

Nicola Silvano se n’era andato nel giugno di quello stesso anno, il 2004.

Gli insondabili meccanismi che regolano le esistenze, l’Esistenza Stessa, decisero che il 29 novembre Luigi Veronelli dovesse abbandonare questo nostro mondo.

E mi ritrovai orfano vero: dopo aver perduto tre anni prima mio padre e pochi mesi avanti Luciano.

Tutti i miei maestri importanti: quelli con cui avevo sempre avuto profonde diversità di vedute e altrettanto profonde coincidenze dissolti nello spazio di un amen.

Nessun santo, fra questi: nemmeno dopo morti.

Fatte salve rarissime eccezioni, non mi piacciono i santi e dei fanti poco o punto mi preoccupo. E i meno santi fra loro, proprio Gino e Nicola Silvano: al funerale di quest’ultimo, cui non partecipai – non amo i funerali, vegliai in solitudine la salma – la chiesa era affollata da almeno quattro o cinque vedove e l’ultima giovanissima….

Ho finito di leggere questo libro – Giunti Editore per Slow Food, 320 pp. per 16,50 €, scritto a quattro mani da Gian Arturo Rota e Nichi Stefi – or ora e sono imbarazzato a scriverne.

Perché è complicato recensire un libro che narra – tenta di narrare, riassumere in fondo – l’esistenza intera di un uomo che ho avuto il privilegio di conoscere e che appartiene alla memoria di molti: in ognuna di quelle memorie uno spiraglio, più o meno ampio, di luce che illumina soltanto una parte di quella persona che visse, con pienezza, l’esistenza irripetibile di Luigi, Gino per gli amici, Veronelli.

Ho riempito il libro di orecchie e di appunti: io sono uno che i libri, quelli che gli servono, li ara, li stropiccia, li annota. Non li rispetta, nel senso formale del termine.

Desideravo entrare nel merito tecnico delle scelte editoriali, delle scelte estetiche; riportare qualche frase, qualche brano memorabile, almeno nelle mie valutazioni.

Al contrario, ho deciso di  risparmiarmi l’esegesi e di citare un bel nulla: il libro è già dolorosa scelta degli autori tra ciò, poco, che viene testimoniato e l’immenso giacimento che resta nell’oblio (si fa per dire, trattando di un uomo che ha lasciato un mare oceano di scritti).

Non mi dovevo piegare a una misera scelta ulteriore, né a un giudizio estetico privo di alcun valore.

Dunque, seguendo il metodo di Veronelli: leggi, mio raro lettore, questo libro. Ci troverai del buono, che tu abbia avuto – com’io l’ebbi per buona ventura – il privilegio di conoscerlo, Veronelli Gino (per gli amici), o meno.

Ci troverai comunque del buono.

E spesso ti soprenderai a interrogarti: non esagerare (con le elucubrazioni) e bevici sopra un vino; qualunque, pur che sia quello giusto.

Salute.

Ode a Luigi (Gino per gli amici) Veronelli

Il Vero nel Gino

Soltanto vuol dire le

Glorie nel Vino

E Luigi si stringe agli amici Luigino

Per baciare la semplice rima

Di Gino con Vino.

Perenne Bambino

Che il mondo rovista

Chiare agitando le placide gore

Sicure di sguardi puntuti insolenti

Rispettosi pur sempre.

Offuscati  e infine insultati

Dal beffardo ossidare del Tempo

Inerte però incapace

A fronte dell’ostinato estenuante Bambino

Perdurando a baciare quella semplice rima

In eterno con Vino.

Vero Gino

Retrogusto che permane nei sensi

Di noi che ti abbiamo assaggiato

Sorseggiato e gustato

Come fossi tu quoque Gran Vino.

 

Vincenzo Reda

Torino, 11 novembre 2012

29 novembre 2012 Luigi Veronelli torna a Barolo

Il brindisi in suo onore lo abbiamo fatto con due Chianti Classico Gallo Nero oggi non più prodotti: Castello di Uzzano 1977 e Vigna Vecchia 1969. Bottiglie selezionate da Gian Arturo Rota fra quelle della straordinaria cantina che Luigi Veronelli aveva curato con amore per tutta la sua irripetibile esistenza. Chianti ancora ottimi, anche se ogni bottiglia presentava un vino diverso, come succede con bottiglie così vecchie.

Poche decine di persone presenti nella bella sala del Castello di Barolo per la presentazione del libro scritto da Gian Arturo Rota e Nichi Stefi: molti produttori, alcuni amici, qualche giornalista per onorare la memoria di questo grande uomo, grande non soltanto per le sue attività in campo enogastronomico.

Uomo difficile: una commistione unica di cultura, sensibilità, idee politiche, aperture al nuovo, perenne curiosità adolescenziale, sport, arte….

Ha presentato da par suo Sergio Miravalle, testimone diretto di molte imprese veronelliane. Di notevole interesse i brevi filmati presentati: un paio assai emozionanti.

Del libro ho già trattato su questo sito: libro affascinante da leggere e rileggere; da custodire nella propria biblioteca con cura. Nelle persone che mi interessano tre sono le faccende che indago sempre: le loro biblioteche, discoteche e enoteche. Da come sono composte, assemblate e curate riesco a discernere le differenti personalità nelle sfumature più affascinanti che ognuno spesso nasconde con pudore.

Colonnara

«Ricordi quanto scriveva l’anno scorso Daniela Sorana, responsabile marketing della Colonnara? “Era il 1805 quando il grande musicista Gaspare Spontini assaporava nella sua dimora di Maiolati le prime bottiglie di spumante marchigiano. Bollicina d’annata che, ad occhio e croce, hanno quasi cinquant’anni di storia in più rispetto a quelle maggiormente celebrate dai fratelli Gancia, datate 1851…”. Le chiedevo la conferma di un documento.

“Il monaco benedettino Francesco Scacchi dà documentazioni certe nel suo ‘Del Bere Sano’, Napoli 1623”. È vero: l’antica spumantistica marchigiana precede Don (sic) Perignon. (L.V.)».

Queste sono le parole di Luigi Veronelli a chiosare la recensione dei vini della cooperativa Colonnara nell’edizione 2004 della sua guida (purtroppo, soltanto un anno appresso Gino toglieva il disturbo…).

In questo torrido giugno, di ritorno dal Sud, visito finalmente questa cooperativa di circa 110 soci per oltre un milione di bottiglie di vini, spremuti da 120 ettari poggiati sui dolci declivi della destra orografica dell’Esino.

Questa mia visita è stata resa possibile per due motivi importanti: la conoscenza di Agostino Pisani, grazie a Kirsten e Thomas Weydemann della Fattoria Serra San Martino e, soprattutto, per le parole di grande apprezzamento che avevo sentite qualche tempo fa pronunciare da Franco Ziliani. Devo precisare che non ho rapporti di particolare simpatia con Ziliani, ma ne ho grande stima per la competenza professionale e, di più, per l’onestà e la coerenza intellettuale.

Cupramontana è un paese posto a 500 mslm in provincia di Ancona, quasi equidistante dalle calde brezze dell’Adriatico e i venti freddi dell’Appennino marchigiano. Il luogo vanta storia antichissima e altrettanto antica tradizione vinifera: sono le terre del Verdicchio dei Castelli di Jesi, bianco grande come pochi altri.

Mi hanno accolto con grande gentilezza e disponibilità Daniela Sorana (di cui sopra) e Agostino Pisani, responsabile di produzione della cooperativa che mi ha guidato tra le vigne, in cantina e durante le gustazioni dei loro vini.

Ho avuto modo di gustare una favolosa verticale di Verdicchio Cuprese 1991, 2001 e 2011: ai vertici dei bianchi, non soltanto italiani e il millesimo più vecchio – con la dovuta pazienza, perché i vegliardi tanta ne richiedono – è risultato forse quello più interessante. Ho gustato i loro spumanti nelle varie tipologie per toccare il top con l’Ubaldo Rosi 2006 metodo classico: anche qui siamo all’eccellenza. Ho bevuto un’ottimo Lacrima di Morro e, infine, mi è stato permesso di bere il loro succo d’uva, preparato apposta per i mercati mediorentali con zero alcol, IceMary. Dedicherò in seguito un articolo più tecnico a questa notevole realtà marchigiana: lo merita la loro qualità e la gentilezza e disponibilità di Daniela Sorana, Agostino Pisani e Giovanni Morettini. Salute.

Colonnara – Via Mandriole, 6 – 60034 Cupramontana (AN)

Tel. +39 0731 780273  Fax. +039 0731 7896 10

info@colonnara.it    www.colonnara.it

Az. Agricola Anselma Giacomo di Serralunga

Proprio non lo sapevo, ma Gino Veronelli nel 2002 gli aveva assegnato il suo “Sole” nell’edizione di quell’anno della sua guida. Chi conosce le vicende legate a Luigi Veronelli sa cosa significa. La faccenda mi accende di entusiasmo perché di questa storia vengo a sapere dopo aver bevuto alcuni Barolo che mi sono sembrati eccezionali per davvero e di caratteristiche abbastanza uniche: allora, ho pensato tra me e me, vuol proprio dire che c’è sempre stato e sempre ci sarà un filo conduttore unico nel giudicare i vini. Ogni qual volta mi vien fatto di constatarlo, ne sono felice come un bambino.

Fino a pochissimi anni fa tutta la produzione ( che non supera comunque le 20.000 bottiglie) era venduta all’estero o consumata nel ristorante storico di famiglia, dunque il marchio in Italia era pressoché sconosciuto. Tutt’altro che sconosciuto era invece Giacomo Anselma, il figlio di Felice che aveva fondato l’azienda nei primi anni del Novecento e aveva inaugurato il ristorante Italia, trasformando una sorta di piccolo stabilimento termale in cui ci si poteva curare con l’uva, come predicavano i Romani (vedi Plinio e Sammonico) e più tardi la Scuola Salernitana. Giacomo – Giacolin – ha finito i suoi gloriosi giorni nel 2004, quasi novantenne, un anno prima del suo amico Gino. Chi lo ha conosciuto parla di un uomo di acuminata intelligenza, grande umanità e notevole ironia; un uomo di modi semplici ma di grande carisma che a Serralunga veniva considerato con rispetto e consultato ogni qualvolta c’era da prendere decisioni importanti, soprattutto per quel che riguardava le uve e le vigne che conosceva come nessun altro. Non per nulla per il suo vino aveva scelto i cru migliori: Rionda (che Veronelli nomina già nel 1961 e che chiama “Rotonda”) e Collaretto, esposti magnificamente a sud-ovest. Oggi l’azienda è curata dal figlio Franco, enologo (ha studiato nel prestigioso istituto di Alba) e dalla moglie Maria Maier, una donna energica, appassionata e attiva, figlia di padre tedesco e mamma romena. Il ristorante – che ospita più di un centinaio di coperti – è condotto da Grazia Anselma, sorella di Franco. Al piano superiore ci sono 8 belle camere in cui è possibile riposare dopo la cena che consiglio sapendo di non sbagliare: qui si parla di tradizione di Langa proposta come si deve e a prezzi che sono umani. Non posso non citare una strepitosa battuta di carne cruda di fassone, condita con olio ligure, che di rado ho gustato a questo livello (accompagnata da un Barolo riserva Rionda del 2004 di eccellenza assoluta).

Dei vini parlo in questo articolo:

http://www.vincenzoreda.it/i-barolo-di-giacomo-anselma/

Le mie prime mostre (My first art shows)

Questi sono i depliant originali di alcune delle mie prime mostre, tra il 1998 e il 2001. Dalla prima, a Capoliveri (Isola d’Elba), dove conobbi Vittorio Fiore (mio primo collezionista), a quella di Monte S. Angelo, voluta dal mio grande amico chef Gegé Mangano, a quella di Camigliano con molti artisti provenienti da mezza Europa. Certo, il depliant che mi è più caro è quello che riguarda la mostra al ristorante La Marianna di Mirco Panattoni a Bergamo alta. Ne fu promotore Luigi Veronelli che intervenne: lo scritto, il primo in assoluto a me dedicato, è di Gigi Brozzoni. Indimenticabile.

Sperss: un sogno di “Nostalgia” ovvero…I have a dream

Il periodo era quello tra le due guerre. La severa valsusina Clodilde (Tildìn, in famiglia) mandava il figliolo Giovanni a vendemmiare i Nebbiolo in quel di Serralunga, ovviamente dopo la vendemmia delle vigne di proprietà in Barbaresco. E lì Giovanni si divertiva, gli piaceva lavorare senza il pesante assillo degli occhi di famiglia: e gli davano anche qualche soldo. E ancora: vendemmiare uve che sarebbero diventate Barolo costituiva una sorta di valore aggiunto per chi dai grappoli Nebbiolo spremeva da sempre Barbaresco. (continua…)

Luigi (Gino per gli amici, tanti) Veronelli: “Farla mia come una vergine”

Mi permetto di citare un testo di Gino Veronelli ritrovato da Gian Arturo Rota.

«Stimolato da un “antico” lettore – Mario Leone – ho recuperato un testo veronelliano di eccezionale bellezza, anche per la sua candida e maliziosa insieme ambiguità; un testo, sottolinea Leone, sull’ardito parallelismo tra l’arte dello stappare una bottiglia e il rapporto carnale e amoroso.

Ardito o non ardito non so dire. Veronelli scriveva – sapeva scrivere – di vino, di cibo, di amore, di piacere, quant’altro, con soavità ed eleganza, oltre che con onesta libertà intellettuale.
So dire invece che ardore metteva – ardore sino all’attacco senza riserve – quando scriveva per denunciare le “volgarità” di chi operava contro il bene dell’uomo e della società. (Gian Arturo Rota)

L’ho salita dalla mia cantina con attenta cura, coricata sullo stesso fianco su cui giaceva, in un cestello di vimini, senza scosse, senza sobbalzi, senza ciondolamenti, fin sulla tavola (la bottiglia vi era sicura, coricata, con la bocca più alta, poco, del centro del suo fondo).
Dal momento che l’avrò aperta mi offrirà una creatura nuova.
Così che mi ripropongo di farla mia come una vergine (deflorare può ben volere dire cogliere un fiore, e non toglierlo).
Asporto la parte superiore della capsula metallica, con un taglio di mezzo centimetro sotto l’orlo della bocca (nel punto in cui il vetro fa di solito una piega) in modo che, quando si versa, il vino non abbia a trovarvi ostacolo; pulisco la bocca soprattutto nei punti di contatto col tappo; introduco il cava-cava ben diritto nel centro e lo faccio penetrare, lento, senza violenza alcuna, a fondo; lo estraggo anche lento, senza violenza; pulisco di nuovo la bocca; annuso il tappo (se ha cattivo odore, quasi certo il contenuto avrà cattivo sapore).
Mi verso il vino.
Contro quanto si è sempre detto e si dice, va bevuto/posseduto per sé solo ossia in due soli; meglio: in quell’esser, gioioso ed indicibile, di due fatti uno.

Il solo paragone possibile è con la compagna (non con la visione dell’arte o l’audizione della musica che ci penetrano ma non sono penetrati): quando ci fai l’amore sei solo con lei, lei sola con te, di due divenuti uno, a vicenda soggetto ed oggetto (ch’è poi la ragione “enoteica”).
Il rapporto non può essere multiplo; quando lo è (avviene) – fosse pure più “goduto” – è viziato dal voyeurismo degli altri e dall’esibizionismo “di noi due”.

Degustarlo con altri mi strania e fuorvia; mi irrita; diminuisce in me la capacità di cogliere e d’essere colto.
Confrontarmi col vino per me solo, con lui solo, a tu per tu, se mi estenua nei limiti (alti) delle mie capacità fisiche, aumenta a dismisura l’emozioni e i racconti, ed eccita la voglia di esternarli (quasi certo più per confermarli “miei”, che per missione); e quindi di scrivere.
Così che, faccio esempio, ho scritto – proprio per precisa imposizione, una necessità amorosa – a Tiz soz ciel, poetessa in Panigale: “Ami certo anche vendemmiare e fare all’amore. Non inquietarti! In ogni bicchiere di vino c’è l’immagine di una giovane donna. Vedi? Ti specchi nel giallo oro di questo Semidano. Viene da Sardera, alto sul Campidano di Cagliari, eppure il suo respiro è il tuo, e profuma di miele d’acacia, di banana e di fiori di biancospino; e la sua bocca è dolce, vellutata e sensuale. Ti bevo”.

Luigi Veronelli»

I Tallone, artisti e buongustai

“ In ogni caso sovvenitevi di quel Cesare Tallone che, sovrano pittore e buongustaio, beveva papaliter, centellinando, assaporando. Quando l’Ernest, il piccolo d’una famosa osteria milanese, l’Arena Vecchia gli portava la bottiglietta del scabbi, guai se imprimeva all’andatura il solito moto, a onda, dei camerieri. La bottiglia doveva essere portata con ieratica solennità. Se la ciondolava distrattamente, subito il Tallone gli urlava «Ohei, Ernest, te sonet la campana?!».

Questo è uno scritto di Gino Veronelli, tratto dal suo “I vini d’Italia” del 1961, Il Libro del Vino.

Il Cesare Tallone di cui Gino parla è il pittore e maestro all’Accademia di Brera Cesare Vittore Luigi Tallone (nato a Savona nel 1853 e morto a Milano nel 1919): furono suoi allievi Pellizza da Volpedo, Boccioni, Carrà…

Siccome buon sangue non mente, tra i suoi 9 figli ci sono Alberto, il grande tipografo e editore; Cesare Augusto, liutaio e accordatore personale di Arturo Benedetti Michelangeli; Guido, celebre pittore anch’egli.

Oggi io vado ogni tanto a parlare di tipografia e a bere un buon bicchiere con Enrico Tallone, figlio di Alberto e Bianca, Gran Dama dell’Editoria italiana di prestigio (nata in quel di Vinci): nel giardino della casa avita, in pieno centro storico di Alpignano, c’è una vigna e ci sono i treni che i tre fratelli Tallone vollero tenersi vicini.

Simboli antichi di libertà e di comunicazione: il Vino e il Treno. http://www.talloneeditore.it

Luigi Veronelli: BREVIARIO LIBERTINO

Veronelli-1Me lo regalò Gino intorno al 2000/2001, non ricordo bene. E’ un librino raro, fuori commercio, stampato in 2050 copie nel 1984 dalla Tipografia Giuntina di Firenze e impreziosito da tre acqueforti di Alberto Manfredi. E’ una raccolta di citazioni, motti, frasi che Gino riporta da Iacopone da Todi a Eugenio Montale, da Baldassarre Castiglione a Benedetto Croce e tanti altri: i più vari, i più diversi e non certo tutti riferentisi a faccende libertine. Libertino è aggettivo che il buon Gino intende in maniera del tutto personale: libertino è porsi in una visione prospettica insolita, diversa nel guardare alle cose.

Riporto qui due citazioni certo note assai.

Di Mario Soldati: “Un bicchiere d’acqua quando il corpo ha sete è come un bicchiere di vino quando ha sete l’anima. Ecco perché un pasto senza vino mi fa pensare a un bambino incapace di ridere.”. E’ tratta da Vino al vino, il volume che raccoglie gli scritti dei tre viaggi, attraverso tutta la penisola, di Soldati alla ricerca dei vini genuini. E’ una delle più belle e semplici frasi espresse a favore del vino.

La seconda, forse ancora più celebre, è una strepitosa fesseria (minchiata esprimerebbe meglio l’essere dell’idiozia di seguito riportata) di Paul Marie Verlaine: “Detesto gli uomini piccoli perché hanno il cuore vicino alla merda.”.

Va da sé che io sono un uomo piccolo, di bassa statura: non mi offende la frase di Verlaine (poeta che io stimo tra i grandi) che è semplicemente idiota, un po’ mi spiace che l’abbia riprodotta il buon Gino, che era abbastanza alto di statura: mai ho pensato di detestare gli uomini alti perché il  sangue, dato il percorso necessariamente più lungo, affluisce al loro cervello più lentamente di come succede per gli uomini piccoli….

Vinitaly 2001, ricordo di Luigi Veronelli

In questa foto, ripresa nel 2001 a Verona durante il Vinitaly presso lo stand Veronelli, in cui erano esposte alcune mie opere, oltre al grande Gino, a fianco a me sulla sinistra, ci sono Alfredo Cazzola, Beppe Bitti, Giada Michetti e Gian Arturo Rota: si stava discutendo nel nascituro Salone del vino di Torino. Essendoci Cazzola in mezzo, tutto finì malamente e il Salone del Vino di Torino è quella roba inutile che si alterna, negli anni sfigati, al Salone del Gusto. Sic transit..ecc. ecc.

Veronelli-Cazzola