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La donna Marina di Angelo Morino

donna-marinaDonna Marina si chiamava Tenépatl o Malinalli, visse 25/30 anni tra il 1500 e il 1526/27. Agli spagnoli fu donata tre giorni più tardi, insieme a una ventina di sue compagne, dai Cacicchi maya sconfitti nel Tabasco dopo la battaglia cruentissima di Ceutla del 12 marzo 1519. Cortés era nelle terre dei Maya e ricevette da questi, in segno di sottomissione, il dono più prezioso: una persona che sapeva parlare il maya e il nàhuatl, lingua degli aztechi: la Marina era di origine nàhuatl, venduta o rapita per essere data in schiavitù a genti maya. La descrivono come una donna di bell’aspetto e di notevole personalità. Durante i primi giorni della Conquista,  Cortés liberò un chierico spagnolo prigioniero per diversi anni di popolazioni maya di cui imparò la lingua: Jerònimo de Aguilàr. Dunque, la Malinche traduceva le parole degli aztechi in maya per Aguilar che li traduceva in spagnolo a Cortés e viceversa. Fino a quando Donna Marina (così battezzata per poter avere “rapporti” con gli spagnoli) non imparò velocemente lo spagnolo e si fece amante del Capitano. A questi dette almeno 4 figli e figlie di cui il più noto, il primogenito, fu chiamato Martìn, come il padre di Hernàn. A Conquista conclusa Marina venne data in moglie a uno degli uomini di fiducia di Cortés, Juan Jaramillo con cui stette un paio d’anni; sappiamo che passò a miglior vita tra il 1526 e l’anno successivo: è probabile che fu vittima di una delle numerose epidemie di peste o di vaiolo. Fu la Lengua di H. Cortés, tramite la quale egli fu in grado di interloquire con i popoli americani che poi egli annientò. Sempre a suo fianco, presto il Conquistador fu soprannominato egli stesso dagli aztechi: Malinche, il nome della donna india da cui mai si separava (da Malintzin, ovvero il signor Malinalli).                                                                                                                          La Malinche è diventata una figura emblematica, simbolo ormai mitopoietico, oggi da quasi tutti additata come traditrice del suo popolo.                                                                                                                                          Io la penso diversamente: ceduta come schiava agli spagnoli, ella soltanto obbedì, come aveva obbedito a chi l’aveva rapita e venduta. E poi, semplicemente, s’innamorò del suo Signore a cui donò sé stessa. La Storia, prima di essere mitizzata, è soltanto la somma dei comportamenti degli Uomini: odio, amore, invidia, ambizione….                                                                                                                                                                Il librino di A. Morino raccoglie tutte le scarse testimonianze che le fonti originali dedicarono a Donna Marina. Fu pubblicato nel 1984 e ristampato nel 1992 da Sellerio. Oggi è introvabile.

Gonzalo Guerrero, lo spagnolo che si fece maya e per i Maya morì

http://www.vincenzoreda.it/101-storie-maya-che-dovresti-conoscere-a-prescindere-dalla-bufala-della-fine-del-mondo/

Lo scritto qui di seguito è un vecchio articolo: sul mio ultimo libro c’è un capitolo assai più documentato e approfondito, si intitola: “L’archibugiere rinnegato“, è la storia n. 32.

“Tutto quel che possiedo come documentazione diretta della vicenda di Gonzalo Guerrero è riportato fedelmente nel capitolo precedente.

Se io fossi uno scrittore, se poi fossi  anche uno scrittore di successo, potrei scrivere uno di quei magnifici romanzi, più o meno, storici sulla vicenda; non so se dire purtroppo: non solo non sono uno scrittore, ma meno che mai potrei ardire al successo. Dunque, niente romanzo storico.

Gonzalo me lo figuro uno dei tanti marinai di Palos e dintorni, un po’ affascinati dai racconti di quelli che tornavano da occidente, un po’ perché quello era il loro mestiere e forse perché le diarie più invitanti erano offerte da quei capitani e hidalgos che salpavano alla volta delle ricchezze e della gloria, verso le Indie occidentali.

Probabilmente Gonzalo era un popolano molto realista e pragmatico, ma con qualche caratteristica bizzarra: da Cabeza de Vaca a Hans Staden (si leggano sia le avventure di Cabeza, sia “La mia prigionia fra i cannibali-1553/1555″ del tedesco), non pochi europei ebbero la ventura di passare periodi di tempo più o meno lunghi tra le popolazioni americane, eppure nessuno, almeno per quanto è dato sapere (io sono certo che nelle pieghe del passato si nasconde qualche altra storia analoga a quella di Gonzalo), ebbe l’ardire di dimenticare prima, rifiutare poi, infine combattere e morire contro il proprio popolo.

E’ lecito pensare che sulle prime il buon marinaio abbia agito più pensando a salvare la pelle che a altro; più oltre avrà pensato che su quella terra sconosciuta, tra quella gente che usava cucinare i nemici, occorresse adattarsi, perché chissà tra quanto tempo gli spagnoli, ammesso che ci fossero riusciti, sarebbero arrivati fin lì.

E poi egli non era un prete come Aguilar, dunque se qualcuno gli chiedeva qualcosa che  sapesse fare e se da ciò ne fosse venuto un qualsiasi favore, ebbene non c’era proprio ragione di rifiutare.

Io credo che di favore in favore, Gonzalo abbia cominciato a non star troppo male e gli alieni personaggi intorno a lui a scoprire che quell’essere estraneo di cose utili ne conosceva parecchie: che meritasse la pena  non trattarlo male; anzi, era conveniente cercare di farlo star bene, ché c’era forse da trarne buon utile.

Eppoi gli anni passano: vince il quotidiano se uno è un marinaio senza patria e attaccato più alle cose di questa terra che alle favole dei preti.

Volevano che si tatuasse, va bene: in fondo che male c’era a tatuarsi come loro! Tutti i marinai erano tatuati.

Quella vita dopotutto dovette cominciare a piacergli: i frutti tropicali, le tortillas, qualche gallina ogni tanto, un bel clima, la gente in fondo pulita e gentile; c’era, a volte ma non troppo spesso, da sopportare qualche disgusto come i sacrifici e l’odioso costume del cannibalismo rituale, ma tra i maya tutto ciò era assai meno frequente che tra i mèxica.

Forse la cosa che dovette inizialmente recargli maggior fastidio dovette essere l’ossessione maya per l’autosacrificio rituale, ma anche quella col tempo fu assimilata.

E poi venne il premio più grande di tutti: una donna, una donna maya, dolce, fedele, sottomessa, gentile, pulita e devota!

E i figli: il marinaio aveva finalmente trovato la sua patria e per quella sarebbe morto!

Ridicolo Aguilar che viene a proporgli di tornare tra gli spagnoli a fare dopo tutto lo schiavo di un padrone inflessibile che gli avrebbe solo riservato lunghe marce, fame, massacri, sporcizia di corpo e d’animo in cambio di qualche soldo.

Meglio i maya, molto meglio i maya.

E così Gonzalo sceglie, ma aveva già scelto da anni, forse da subito: semplicemente, non sollevando lo scudo dell’ostilità e della diffidenza verso il diverso, cercando di adattarsi e di capire senza nessun pregiudizio, qualità che solo un uomo semplice, dotato di sano buonsenso popolare, può, meglio d’altri, possedere: egli comunque non ha nulla da perdere.

Nel 1511 avrà avuto tra i venti e i trenta anni e probabilmente niente d’importante da ricordare in Spagna, forse neanche i genitori.

Arrivano i compatrioti, ma è tardi, ormai, per Gonzalo.

Ho ragione di crederlo impegnato in tutta la regione dello Yucatàn, che pure è molto estesa, tra il 1517 e il 1536, quando viene ucciso, a combattere, direttamente o indirettamente, contro gli spagnoli: certamente non dev’essere casuale che i Maya riuscirono a resistere quasi vent’anni alla conquista.

Ci dev’essere stata parecchia dell’opera del buonsenso, e della tradizione occidentale millenaria della guerra,  del Guerrero Gonzalo in molte tra le sconfitte degli spagnoli.”

I Maya continuarono a rivoltarsi fino a questo secolo contro gli spagnoli prima, contro il potere creolo poi: figure come Lempira, Tecùn Umàn e Canek sono esempi che oggi i Maya  hanno in  considerazione al pari di eroi, ma nessuno ricorda Gonzalo Guerrero.

Forse perché tutto sommato è un rinnegato, come la Malinche; forse perché comunque uno spagnolo venuto, anche se più o meno suo malgrado, a ficcare il naso in faccende non sue: io trovo profondamente e storicamente ingiusto tutto ciò, a maggior ragione da parte di un popolo che è oggi il risultato, e non si può discutere se la storia sia giusta o sbagliata, dell’unione, violenta quanto si vuole, ma pur sempre unione, di due culture.

I tre figlioletti di cui parla Bernal Dìaz sono i primi meticci di cui conosciamo con certezza l’esistenza, e sono meticci frutto d’amore, non di violenza: qualcuno oggi nello Yucatàn porta per certo un po’ di sangue di Gonzalo; allo stesso modo, qualche traccia del rude Droctulft sarà rimasta nei secoli nei dintorni di Ravenna.