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Da “Vino al vino”, Mario Soldati

«…Un bicchiere d’acqua quando il nostro corpo ha sete è come un bicchiere di vino quando ha sete la nostra anima. Ecco perché un pasto senza vino mi fa pensare a un bambino incapace di ridere».

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«… Concludendo, il vino lo si giudica proprio da questo: che aiuta, nel ricordo o nella speranza, nella riconoscenza o nel desiderio, a sognare. E non si può descrivere il gusto di un vino se non si ricorre in qualche modo al sogno».

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Barolo & Co – 4/2014 – La Collina Torinese

La Collina torinese e le alture del Monferrato astigiano spuntarono come isole nel basso mare che sarebbe diventato la pianura Padana: accadde tra il Langhiano e il Messiniano (15/5 mln. di anni fa). Le Alpi erano al loro posto già da qualche milione di anni.

Una curiosità: il Po fino a qualche decina di migliaia di anni fa scorreva a sud-est della Collina!

Poi, 20.000 anni fa, da queste parti arrivarono i nostri antenati Sapiens che rimasero tali – sapiens, voglio dire – fino a quando non cominciarono a modificare l’ambiente invece che adattarsi a esso…

L’interazione, spesse volte scriteriata, dell’uomo con l’ambiente si chiama Antropizzazione: per le nostre colline cominciò assai tardi, dopo che Torino divenne, con Emanuele Filiberto, la capitale del Ducato di Savoia, verso la fine del  XVI secolo.

Ma, prima di ritornare alla Storia – e soprattutto alle straordinarie storie che la Collina racconta – vediamo di definire con i numeri questo magnifico angolo di  Piemonte su cui Torino ha la fortuna di insistere: sono circa 350 Kmq che comprendono 27 comuni la cui popolazione, con la porzione dell’oltrepò torinese, supera le 300.000 anime. Oltre 700 km. di strade ne costituiscono la complessa viabilità. Il Colle della Maddalena con i suoi 715 mslm. è il suo culmine.                                                            La nobiltà torinese scoprì la Collina durante il XVII secolo: presero a costruire delle magnifiche ville nelle quali era costume andare a villeggiare. Queste ville erano letteralmente circondate da orti e vigne: durante l’assedio del 1706 le truppe francesi saccheggiarono e distrussero almeno 150 appezzamenti coltivati a vigneto con vitigni autoctoni oggi scomparsi o rarissimi.                                      Tracce di quei vigneti si conservano a Villa Abegg e nei giardini di Vigna Chinet, come testimonia il suo attuale proprietario Giuseppe Crosetto, secondo cui ancora 20-30 anni fa l’uva era coltivata regolarmente e racconta anche di una certa Vigna di Mongreno, proprietà di un tizio che distillava acquavite.

E qui bisogna raccontare forse la più bella tra le storie che la Collina torinese custodisce: riguarda Villa della Regina. Risalendo la monumentale via Po – progettata dal Castellamonte e inaugurata nel 1674 – si arriva in piazza Vittorio Veneto (per i torinesi, semplicemente piazza Vittorio).                                                                                                                                                  Lo scenario è davvero formidabile: oltre il ponte, la cupola – ricorda il Pantheon – della Gran Madre di Dio; sopra quell’edificio neoclassico si compone lo scenario variegato dei verdi che la Collina torinese sa dipingere con le sfumature diverse per ogni ora e ogni stagione. E, tra quei verdi, a mezza costa, si staglia una serie di edifici compresi tra una vigna e splendidi giardini: è il complesso di Villa della Regina, oggi magnificamente restaurato, Vigna della Regina compresa.                                          Ecco la storia: questo formidabile insieme barocco di edifici, fontane e giardini fu voluto dal Cardinale Maurizio di Savoia (1593/1657), uomo coltissimo, fratello di Vittorio Amedeo I. Il progetto pare sia di Ascanio Vitozzi e la prima pietra fu posata nel 1617. Nel 1642 il Cardinale tornò da Roma, depose la porpora e sposò la tredicenne nipote Luisa Cristina (detta Ludovica, 1629/1692), figlia della cognata reggente, Maria Cristina d’Orleans, Madama Reale: quel matrimonio sancì finalmente la fine della guerra civile nel Ducato di Savoia.                                                                                                                                                         Ma si verificò un fatto straordinario: quello fu un matrimonio d’amore e la Villa della Regina fu il dono di un appassionato e innamorato cinquantenne alla sua giovanissima sposa Ludovica!                                                                                                            Oggi che il restauro è completo vale la pena di visitare questo luogo dal fascino unico: a parte la bellezza di tutto il complesso barocco, si gode un panorama su Torino che è ineguagliabile, soprattutto quando la giornata è tersa, magari all’alba (con le Alpi tinte di un pallido rosa) o al tramonto, in autunno, quando il sole va a nascondersi dietro la piramide perfetta del Monviso.                                                                                                                                                                                                                            Va detto che la Vigna della Regina – magnifica la sua Freisa di Chieri – è gemellata, proprio da quest’anno, con la celeberrima Vigna di Montmartre, a Parigi.

Se lo sguardo, magari passeggiando lungo i Murazzi, si sposta verso la sinistra, seguendo le ondulazioni delle colline oltre il fiume, a un certo punto si incrocia in lontananza una cupola: è la Basilica di Superga. Il 2 settembre 1706 il granduca Vittorio Amedeo II e suo cugino Eugenio di Savoia, da uno dei colli più alti della collina torinese, osservavano i movimenti delle truppe francesi che assediavano Torino. Lo sfortunato artigliere Pietro Micca era saltato per aria pochi giorni prima, il 29 agosto. Vittorio fece un voto alla Madonna: se avesse sconfitto i Francesi, Le avrebbe dedicato una chiesa edificata proprio su quell’altura. Il 7 settembre, tra Lucento e Madonna di Campagna, gli eserciti piemontese e austriaco sconfissero i francesi in quella che venne chiamata la Battaglia di Torino. Vittorio sciolse il voto e incaricò Filippo Juvarra di edificare la Basilica su quel colle, posto a 672 mslm. La prima pietra venne posta nel 1717 e la Chiesa fu inaugurata il 1° novembre 1731: Vittorio Amedeo II, primo re dei Savoia, era morente, fu suo figlio Carlo Emanuele III a inaugurare la Basilica di Superga.

Attraversando il Po più o meno dove il fiume riceve la Dora Riparia e salendo verso Pino Torinese – oggi paese residenziale di una ricca borghesia subalpina e sede di un osservatorio astronomico di fama europea – s’imbocca sulla sinistra, proprio prima del centro urbano, una strada: è la Panoramica. Unisce Pino Torinese alla Basilica di Superga: è una di quelle strade che rimangono impresse per sempre nella memoria. Pur tralasciando il panorama mozzafiato sulla Città e sulla corona delle Alpi che chiudono la vista in lontananza e che costituiscono uno spettacolo cangiante a ogni ora e in ogni stagione, la strada si dipana dolce, con curve lunghe e riposanti che sembrano intagliate dentro i boschi di querce, faggi, castagni, pini silvestri a cui l’opera dell’uomo ha aggiunto le specie esotiche di magnolie, cedri, platani, eucalipti e l’infestante, americana robinia (acacia, gaggìa…) che dalle nostre parti è arrivata dopo il 1750.                                                                                                             Arrivare a Superga percorrendo la Panoramica, magari in autunno, è forse il mio suggerimento più prezioso. E Superga è luogo delle mille storie: le tombe dei Savoia, la faccenda del cuore del Principe Eugenio (c’è o non c’è: mistero) e poi quel brutto giorno che fu il 4 maggio 1949…la Collina, complice una nebbia assassina, inghiotte in un solo, tragico boccone la più bella favola del nostro sport: il Grande Torino di Capitan Valentino. Senza dimenticare la Dentiera: circa 3 chilometri di un trenino che s’inerpica su per i ripidi pendii sopra una dentiera d’acciaio: fu inaugurata nel 1884 e rese la Collina più facilmente accessibile a tutti i torinesi.

Altra storia, Mario Soldati, Le due Città: «[…] Dunque, ci dicono Fontana dei Francesi, perché quando, una volta, Torino era assediata dai francesi, be’…i soldati piemontesi la difendevano, si capisce: e la linea del fronte era proprio qui. Sopra, c’erano i francesi. Sotto, i nostri. Ma non c’è acqua, si capisce, su in cresta. E guarda un po’ che, per bere, i francesi dovevano scendere fino qui. Venivano giù di notte. E i nostri li aspettavano e ci tiravano. Questa, almeno è la leggenda. A me, me l’ha contata mio papà, quando ero piccolo: venivamo sempre qui per Pasquetta.».

Mario Soldati frequentava il ristorante Fontana dei Francesi del mitico cavalier Guerino Franzin, tra i primi sommelier italiani. Situato in posizione panoramica (strada Pecetto), tra gli anni Sessanta e Settanta questo locale fu uno dei più in voga a Torino: celebre per le frequentazioni di Cesare Pavese e poi di tutta la congrega di intellettuali einaudiani, il Principe in testa. Pavese lo cita più volte in alcuni dei suoi romanzi e racconti.                                                                                                Purtroppo, chiuse i battenti nel 1998, con la scomparsa del cavalier Guerino: ma il pozzo, alimentato dalla famosa Fontana, c’è ancora nelle cantine dell’edificio che ospitava il ristorante.                                                                                                                    Villa Somis: un’altra storia che vale la pena di conoscere. I conti Somis acquistarono verso la fine del XVII secolo una stupenda dimora situata in strada Val Pattonera (sulla sinistra, salendo verso Cavoretto). Lorenzo Francesco (1662-1736), musicista e medico di corte, fu il capostipite di una famiglia di valenti musicisti: i figli Giovanni Battista (1686-1763) e Lorenzo Giovanni (1688-1775) furono violinisti virtuosi, direttori e compositori noti in Italia e in Europa.  Più tardi Villa Somis venne venduta e dopo alterne vicende ospitò un famoso albergo con ristorante annesso. Dopo un periodo di chiusura abbastanza lungo, Villa Somis è stata rilevata dalla famiglia Chiodi Latini e oggi Stefano la sta riportando agli antichi fasti: che merita un luogo di bellezza fuori del comune.                                                                                                                                                                                             Ci sarebbero ancora tante storie da raccontare: Il Monte dei Cappuccini e il Museo della Montagna, Cavoretto e il Parco Europa, l’Eremo con il Faro della Vittoria e il Parco della Rimembranza; e ancora, il Cari: vino ciularino di Cavour, l’Abbazia di Vezzolano…..

Purtroppo, lo spazio è limitato, dunque concludo con il consiglio più ovvio: il mio invito a zonzolare per le strade della Collina Torinese, una qualche emozione è li, dietro una curva, che vi attende.

 

Cirò Du Cropio

«[…] Quindici sono i nomi delle ditte che non devo visitare a Cirò. Mi ero chiesto dove sarei andato a sbattere. E avevo risolto il problema nel modo più semplice: telefonando all’Ispettorato agrario di Cirò Marina, e avvertendo della mia visita. Mi presento adesso all’Ispettore. E lui si presenta a me: “Giovanni Ippolito, dottore in agraria…”.

“Ippolito?! Un momento, scusi.” E consulto febbrilmente il mio taccuino. Dopo di che osservo: “Scusi. Ma, Ippolito, c’è anche una ditta di vini, o sbaglio?”.

“Lontano parente. A Cirò gli Ippolito non si contano.”

[…] Giovanni Ippolito è un tipo che va bene: franco, pratico, spicciativo, generoso. Sul vino Cirò sa tutto: ma non per questo si dimostra avaro del proprio sapere. […]

“Il Cirò ha bassa acidità fissa, quindi invecchia poco. Ma è ricco di tannino. Ultimamente si preferiva vinificarlo lasciandolo poco o niente sulle bucce, ossia si tendeva al rosato. Oggi, grazie al cielo, si sta tornando all’originale, tradizionale rubino intenso. Secco, ma di corpo, e parecchia glicerina. L’ideale dell’invecchiamento, per berlo, va da uno a tre anni.”.

[…] Il dottor Ippolito, intanto, mentre parlavo, non mi aveva approvato completamente, però mi aveva capito. E subito dopo  mi domandò: “Sa come mi chiamano qui? Il medico deu cròpio. Siamo una provincia della Magna Grecia. Il Crimissa è il nome greco di un torrente che si getta nel mare qui vicino e che oggi si chiama Lipuda. Crimissa era anche il nome di uno dei più famosi vini dell’antichità: era il vino offerto agli atleti che tornavano vittoriosi dai Giochi Olimpici. Ebbene, in greco, il letame si dice cropìa, e per metatesi, nel nostro dialetto, ancora oggi, cropìa e cropìo. Dunque, il medico deu cròpio è il medico del letame: un termine scherzoso con cui cirotàni e marinòti, ossia quelli di Cirò Superiore e quelli di Cirò Marina, definiscono il dottore in agraria. Come medico deu cròpio sono vicino, vicinissimo alla terra […]”».

Il brano qui sopra riprodotto è tratto da “Vino al vino” di Mario Soldati (I ed. Grandi Classici Oscar Mondadori, Milano 2006). Il viaggio del buon Mario a Cirò ebbe luogo nell’ottobre del 1975, nel corso del suo ultimo e terzo itinerario: “Alla ricerca dei vini genuini”. Mario Soldati era ossessionato da questa sua mania e proprio non riusciva a capire che il vino non è soltanto suggestione, mito, poesia. Il vino è anche prodotto, ricerca, marketing, innovazione e, soprattutto, regole. So bene che mi faccio dei nemici, ma su Mario Soldati, di cui apprezzo tantissime sue qualità, la penso come Paolo Monelli: non è che di vino, alla fine dei conti, ne capisse moltissimo (cfr. “O.P. ossia il Vero Bevitore”, ed. Longanesi).

Questa mia lunga premessa mi serve per raccontare la visita alle Cantine Du Cropio di Cirò Marina e la conoscenza di Giuseppe Ippolito, figlio del grande agronomo Giovanni (il secondo in Italia iscritto all’Albo, laurea a Perugia nel 1952), autore del disciplinare della DOC Cirò (1969, prima DOC del Sud, di recente modificata abbassando la percentuale di uve Gaglioppo dal 95 all’80%: non entro nel merito….).

Dovendo recarmi a Cirò per visitare alcuni miei parenti stretti, a cui sono assai legato, mi ero riproposto di visitare almeno una delle Aziende suggeritemi dall’amico enologo piemontese Vincenzo Munì, un esperto di vini bio. Dopo alcune telefonate necessarie per questioni organizzative, Giuseppe viene a prendermi con la sua auto a casa di mio cugino Antonio, dirimpetto al porto di Cirò. Antonio Martino appartiene a una famiglia storica del paese ed è assai conosciuto (meglio noto come “Tom Jones”, ma la storia sarebbe lunga), dunque scopro che i due si conoscono bene. Si parte per una visita alle vigne e con noi c’è anche Stefano, figlio di Antonio. Le vigne sono poste a un’altezza compresa fra i 250 e i 350 mslm, tra Cirò Superiore e Cirò Marina, proprio dirimpetto al mare con esposizione sud, sud-est. E sono vigne tenute a cordone speronato e viti abbinate come ne avevo viste forse soltanto un’altra volta: sesti d’impianto tra i 7.000 e i 10.000 ceppi per ettaro, con produzione di non oltre un chilo di frutta a pianta!!. Concimazione naturale, pochi trattamenti e cura delle viti ossessiva. Sono circa 25 ettari da cui Giuseppe ottiene 150/200.000 bottiglie destinate per la maggior parte all’esportazione (Usa e Germania, soprattutto). E infatti l’Azienda Du Cropio non è conosciuta in Italia come Librandi, Caparra & Siciliani, Ippolito 1945, Iuzzolino,, ecc.

Tutti marchi eccellenti che però io non amo più di tanto, essendo il mio Cirò favorito quello prodotto da Francesco Siciliani, Fattoria San Francesco (Donna Madda e Ronco dei Quattro Venti): anche per motivi familiari, essendo stato mio zio Stefano, per tanti anni, l’uomo di fiducia in vigna di questa storica cantina.

Sono rimasto sbalordito dagli assaggi dei vini di Giuseppe Ippolito: Dom Giuvà (Dom, da Dominus…), Serra Sanguigna e soprattutto dal Damis 2005: Gaglioppo in purezza raccolto la prima settimana di ottobre. 30 giorni di macerazione in acciaio a temperatura controllata, stabilizzazione in botte grande e almeno 6 mesi di bottiglia. Nessuna chiarifica, nessuna filtrazione per un vino elegante, con tannini dolci, di un bel rosso rubino con tenui riflessi aranciati. Tanta frutta al naso e in bocca, con note erbacee e un lungo, lunghissimo retrogusto minerale. Eccellente, davvero. Difficile da trovarsi in Italia (basta rivolgersi al produttore…), prezzo a scaffale intorno ai 18/20 €.

Ci sarebbe tanto da dire ancora su questo produttore di qualità: in futuro mi occuperò ancora di Giuseppe Ippolito e dei suoi straordinari Cirò.

Vini Du Cropio 
Azienda Vitivinicola “Du Cropio”
Via Sele n° 5—Cirò Marina (kr) – Italia
tel. (+39) 0962/31322
tel. Mobile (+39) 347/5744934
E-mail : ducropiovinery@gmail.com

http://www.viniducropio.it/home.html

Paolo Monelli: “O.P. ossia Il vero Bevitore”

Un capolavoro che nessuno, al quale in qualche modo l’argomento del vino e del bere più in generale interessa, può permettersi il sacrilegio di ignorare. Questa è l’edizione originale del 1963, cartonata, molto….Longanesi.

Paolo Monelli, giornalista di Fiorano Modenese (1891/1984), è assai più famoso per il celebre “Il ghiottone errante”, pubblicato prima a puntate su “La Gazzetta del Popolo” e  poi in volume da Treves nel 1935: è la cronaca di un viaggio nei santuari italiani di vino e cibo, realizzato da un bevitore e da un astemio e inappetente (il pittore e illustratore – per 30 anni a “La Gazzetta del Popolo” e poi a “La Stampa” – Giuseppe Novello, 1897/1988).

Questo volume, introvabile – non so quale sia l’ultima edizione disponibile – non è soltanto un lavoro importante dedicato al vino: è di O.P. che si tratta. O.P. è un artificio letterario, un acronimo, che sta sia per Optimus Potor – latino che identifica chi beve bene – sia per  Oino-Pòtes – termine greco con cui Anacreonte identifica il savio cultore del vino. Dunque è un libro dedicato ai bevitori: libro eretico, politicamente non corretto, denso di citazioni, di spunti, di suggestioni. Sono circa 300 pagine dense in cui si tratta di vino in maniera importante e unica, ma anche di birra, di whisky, di whiskey, di cognac, di gin, di cocktail…

E’ una miniera di aneddoti (quello su Mario Soldati, la sua scarsa propensione ai gusti raffinati e i suoi Gattinara e Carema vale da solo il libro intero), di notizie, di opinioni quantomai insolite. Paolo Monelli era un grande appassionato dei vini di Valtellina che considerava i migliori; com’è ovvio, non tutto quanto scrive è condivisibile, spesso anche assai datato: ma, mi si dia retta, è sempre di straordinario interesse e di valore letterario notevole. In assoluto, forse, meglio di Veronelli e di Soldati. E cerco di non esagerare.

Importante la bibliografia, belle le fotografie fuori testo, di grande aiuto l’indice dei nomi: anche un libro “fatto” come si conviene, alla Longanesi, un altro degli eretici che amo.

Vino al Vino di Mario Soldati, prima edizione Mondadori 1969

Questo bel cartonato in 8° con carta di 120/130 gr. avoriata di circa 200 pagine, finito di stampare nel settembre del 1969, nelle Officine Grafiche di Verona della Arnoldo Mondadori Editore, è la prima edizione di quell’opera che ormai è diventata epica: Vino al Vino; come appare ovvio a chi di queste faccende conosce qualcosa, è del primo viaggio (dei tre che compongono il soggetto dell’edizione definiva e famosa del libro di Mario Soldati), effettuato nel 1968, che in questo libro si tratta.

E’ importante notare che il volume è illustrato da immagini fotografiche fuori testo riprese dal figlio Wolfango, uno dei tre (gli altri sono Michele e Giovanni, compagno di Stefania Sandrelli) avuti dalla compagna della vita Giuliana Kellermann, attrice croata conosciuta nel 1941 (Mario Soldati sposò in prime nozze l’americana Marion Rieckelman, dalla quale ebbe Frank, Ralph e Barbara).

Riporto qui a fianco uno scorcio di vigna con lo sfondo arricchito dalla turrita San Gimignano: mi piace questa foto perché parla dei vigneti di Vernaccia di Pietrafitta (che è paese omonimo al mio, in Calabria) e, citando Pier Giovanni Garoglio, dice che questa Vernaccia ha una somiglianza «soltanto col secchissimo Erbaluce di Caluso»!

Luigi Veronelli: BREVIARIO LIBERTINO

Veronelli-1Me lo regalò Gino intorno al 2000/2001, non ricordo bene. E’ un librino raro, fuori commercio, stampato in 2050 copie nel 1984 dalla Tipografia Giuntina di Firenze e impreziosito da tre acqueforti di Alberto Manfredi. E’ una raccolta di citazioni, motti, frasi che Gino riporta da Iacopone da Todi a Eugenio Montale, da Baldassarre Castiglione a Benedetto Croce e tanti altri: i più vari, i più diversi e non certo tutti riferentisi a faccende libertine. Libertino è aggettivo che il buon Gino intende in maniera del tutto personale: libertino è porsi in una visione prospettica insolita, diversa nel guardare alle cose.

Riporto qui due citazioni certo note assai.

Di Mario Soldati: “Un bicchiere d’acqua quando il corpo ha sete è come un bicchiere di vino quando ha sete l’anima. Ecco perché un pasto senza vino mi fa pensare a un bambino incapace di ridere.”. E’ tratta da Vino al vino, il volume che raccoglie gli scritti dei tre viaggi, attraverso tutta la penisola, di Soldati alla ricerca dei vini genuini. E’ una delle più belle e semplici frasi espresse a favore del vino.

La seconda, forse ancora più celebre, è una strepitosa fesseria (minchiata esprimerebbe meglio l’essere dell’idiozia di seguito riportata) di Paul Marie Verlaine: “Detesto gli uomini piccoli perché hanno il cuore vicino alla merda.”.

Va da sé che io sono un uomo piccolo, di bassa statura: non mi offende la frase di Verlaine (poeta che io stimo tra i grandi) che è semplicemente idiota, un po’ mi spiace che l’abbia riprodotta il buon Gino, che era abbastanza alto di statura: mai ho pensato di detestare gli uomini alti perché il  sangue, dato il percorso necessariamente più lungo, affluisce al loro cervello più lentamente di come succede per gli uomini piccoli….