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Massimo Camia e le sue Lasagne al ragout di coniglio con peperoni

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Massimo Camia (Stella Michelin) a Barolo: la sua ricetta d’autore per il mio libro in 20 fotografie che raccontano la preparazione di questa ricetta d’Autore.

Dal tirare la sfoglia (26 tuorli per chilogrammo di farina 00), a disossare il coniglio grigio; soffriggerlo con il peperone già arrostito, sbollentare la sfoglia e poi preparare gli strati successivi delle lasagne con ragout e besciamella.

Infine i dettagli per il rifinimento dell’impiattamento, la presentazione e il vino che lo accompagnerà con grande affinità.

Lasagne al ragout di coniglio grigio con peperoni: piatto di preparazione semplice e veloce (non più di una mezz’oretta) ma il risultato è sensazionale. Gusti distinti ma armonizzati con disarmante maestria, da rimanere di stucco (anzi: di sale).

Accompagnato da un Cannubi Damilano 2011 (14,5%vol.) che già adesso non soltanto promette ma è di complessità quantomeno sorprendente, pensando che è appena stato messo in bottiglia: cercatelo e gustatelo fin da ora (al solito: suggerimento disinteressato, ma so che qualcuno mi ringrazierà, almeno in cuor suo: A me basta e avanza).

Buon appetito e salute!!

I Barolo di Damilano 2012 en primeur da Massimo Camia

Sono due Barolo sempre eccelsi; il primo è un assemblaggio di uve provenienti da cinque vigne poste nei territori di Barolo (due), Novello, Grinzane Cavour e Monforte; il secondo è un classico che arriva da uno dei cru reali del Barolo, e di cui Damilano è indiscusso e tra i più importanti interpreti. Sono vini curati da Beppe Caviola che sceglie sempre processi di evoluzione in botti grandi e poi in bottiglia.

L’annata 2012 si presentò come assai calda con poche precipitazioni e la produzione fu  di quantità abbastanza scarsa, ma la qualità del vino, confermata dalle mie valutazioni, si dimostra di grande attenzione, anche rispetto alle due ottime annate precedenti. Millesimo che sarà eccellente: già pronti entrambi (per il Cannubi un po’ di pazienza in più); i tannini sono morbidissimi e l’armonia regna sovrana con una certa eleganza. Più sentori balsamici che spezie e frutti rossi che riempiono il palato. In bottiglia raggiungeranno a breve punteggi elevatissimi. Del Dolcetto 2015, quello dei miei auguri di quest’anno, ho già parlato: uno dei migliori gustati negli ultimi anni!

Valutazioni fatte il giorno di San Valentino e accompagnate ad alcuni piatti di Massimo (tra l’altro, gli ho portato bene: il Suo Toro ha anche vinto in trasferta, finalmente).Tra questi abbiamo gustato  i  suoi formidabili classici (agnello alla piastra con cottura secondo il gusto del commensale; risotto al Barolo, tagliata di Fassone) e poi un paio di preparazioni che non conoscevo ma che tanto mi sono piaciute: la crema di bietole e uno strepitoso fegato con gamberone sopra un bel letto di patate.
Un giorno mi piacerebbe tanto scrivere un libro sull’estetica del cibo: bicchieri, tovagliati, posate, contenitori, impiattamenti, colori…

I miei dodici cuochi per Il Peperone

Qui sopra le pagine d’introduzione ai 12 cuochi che ho scelto per le ricette “d’Autore”, con il peperone di Carmagnola come ingrediente irrinunciabile.

Sono dodici persone che conosco bene, che stimo sia come cuochi sia, soprattutto, come persone.

Di ognuno mi sono occupato su questo sito con ampie trattazioni, come meritano tutti. Molti lavorano in Piemonte, un paio in altre regioni d’Italia e tre di loro sono impegnati in altri paesi. Tutti, comunque, veri fuoriclasse: per come intendo io questa espressione.

Con alcuni di questi sono legato da antica amicizia (Gianni Leopardi, Gegè Mangano), con altri (Stefano Fanti, Stefano Malvardi, Riccardo Ferrero, Igor Macchia, Massimo Camia) la conoscenza è vecchia di qualche anno. Alcuni sono scoperte e frequentazioni più recenti  (Manolo Murroni, Stefano Polato, Stefano Chiodi Latini).

Un discorso a parte meritano Cesare Giaccone e Luigi Ferraro. Cesare è un vero Maestro, un fuoriclasse ma, allo stesso tempo, un personaggio unico e un cuoco indescrivibile: non è possibile raccontare Cesare e la sua cucina in sintesi. Cesare è un fenomeno abbastanza unico nel panorama della cucina italiana d’autore: chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo, si prenda la briga di prenotare da lui (lavora soltanto su prenotazione) in quel magnifico borgo dell’Alta Langa che si chiama Albaretto della Torre. Posso garantire che sarà un’emozione irripetibile, a patto che gli siate simpatici…

Luigi Ferraro è un mio compaesano, un calabrese di Cassano Ionico che lavora in uno dei migliori ristoranti di Mosca: un altro fenomeno e un’altra persona (come tutti quelli che ho scelto per il libro) di grande disponibilità, semplicità, competenza.

Che squadra, signori! E ne sono orgoglioso, per davvero.

Nip e Vip collidono a Barolo

Qui c’è proprio di tutto: persone, personaggi, grandi piccoli medi insignificanti. Simpatici, antipatici, ricchi e famosi, poveri ma belli. C’è quel simpaticone di Travaglio, c’è Dario Fo con Guccini e De Gregori. Lerner e Riotta… Ma ci sono i miei amici Charles (MW di New York), Oreste (Brezza), Federico (Curtaz, Ceretto, Scarzello: i  Federico vanno forte e sono tutti straordinari), Luca Gardini.

E poi c’è una bottiglia vuota di Barolo Preve 2010 di Gianni Gagliardo: attenzione, parlo del vino di un amico! Negli ultimi mesi di Barolo 2010 (mica soltanto questo millesimo, pare ovvio….) ne ho bevuti molte decine: nessuno come questo. Punto e basta: e non c’entra che sia proprio il Preve…..

Massimo Camia a Collisioni 2014: un omaggio personale

Un mio omaggio personale. Senza parole e senza didascalie: le mie parole le ho già scritte nell’articolo che si può leggere al link qui sotto. Grazie di cuore, Massimo. Per tutto, non soltanto per i tuoi piatti e per quel posto impareggiabile di suggestioni e d’incontri.

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Massimo Camia

E’ stato il mio vecchio amico Giovanni Leopardi a insegnarmi  che per capire un cuoco – chef è un termine che comincia a darmi sui nervi – bisogna stare con lui in cucina, e non soltanto. Su nel New England, tra Vermont e New Hampshire ho imparato a osservare un cuoco nel suo ambiente naturale. E poi a far spesa nelle fattorie bio lungo il Connecticut e poi ancora al Radisson di New Delhi e in quelle sterminate cucine indiane con immensi forni tandoori (che significa, appunto, forno…) a cuocere chapati per centinaia di ricchi hindi belli floridi e così tanto colorati.

A Giovanni, che oggi lavora a Baltimora, devo questa passione: stare in cucina con i cuochi e osservare la loro manualità, la precisione, le piccole ossessioni (ognuno di questi ne ha più di una!).

Di cuochi, dunque, ne ho conosciuti, osservati e fotografati tanti e alcuni tra quelli più bravi: a nessuno mai avevo sentito rivolgersi ai sottoposti, in cucina, con: “Per favore….”.
Di Massimo Camia, persona vera prima che grande cuoco, sono rimasto per davvero impressionato. Prima che dalle sue indiscutibili caratteristiche cucinarie, dal suo essere persona gentile, disponibile.

Gli ho richiesto delle preparazioni tradizionali, non tanto perché Massimo è considerato il meglio in questo genere di piatti, quanto perché di questi sono particolarmente appassionato e, soprattutto, intenditore: da come mi viene preparato e presentato un vitello tonnato o un piatto di tajarin capisco di quale livello è il cuoco. Inutile dire che i piatti che mi ha preparato Massimo sono stati più che eccellentI: gusti distinti, sapori combinati come si deve, preparazioni impeccabili, tocchi di genialità nel segno della semplicità. Raccomando l’agnello alla piastra (più che un’emozione) e il vitello tonnato rivisitato (la sua salsa tonnata è qualcosa di indescrivibile). Ma gli agnolotti del plin con il ripieno di vitello sono il meglio; così come le due fettine di fassona ripiene di insalata primavera e rifiniti con il tartufo nero estivo. E l’entrèe, e il pane, e i dolci…

 

Ma di tutte queste cose molti hanno parlato, io non aggiungo nulla di speciale se non la mia personale ammirazione e la raccomandazione, convinta, a frequentare (con calma e con tutti i sensi accesi) questo magnifico ristorante.

A me interessano le storie, e la storia di Massimo è un’altra bella storia. Nato a Dogliani – segno zodiacale della Vergine – e cresciuto a Monforte, mezzo monfortino (papà) e mezzo calabrese (mamma di Gioiosa Jonica, ma romana d’adozione). Alberghiero a Ceres, in giro per ristoranti di hotel, sempre in cucina. In proprio a 26 anni in quel di Mondovì e poi alla Locanda del Borgo Antico di Barolo dove prende la famigerata stella Michelin nel 2001. Intanto aveva conosciuto Luciana, che sposa nel 1989 e che gli regala Iacopo (oggi appena diplomato e fresco iscritto a Architettura a Torino) e Elisabetta che lo ha appena reso felice con la sua decisione di frequentare un istituto alberghiero dopo la licenza media – gli occhi di Massimo, quando racconta questa faccenda, sono gli specchi di un papà raggiante.

La famiglia Damilano era da molto tempo che lo tentava: finalmente, all’inizio del 2013, Massimo e Luciana capitolano e, dopo 7 mesi di lavori importanti, trasformano un angolo del capannone della sede Damilano in un ristorante accogliente e particolare. Inaugurano nel settembre del 2013, la posizione – lochescion è un rumore barbaro – è straordinaria: al primo piano dell’edificio (la strada sottostante è invisibile) le ampie finestre si aprono sui Cannubi e più in alto sui campanili di La Morra. Sono 40/50 coperti a cui se ne aggiungeranno altri 25 con una struttura coperta verso l’interno. In cucina si avvale di 6 collaboratori (con qualche ragazzo, anche straniero, a stage) e in sala c’è Luciana con  Francesco e un altro supporto.

Strepitosa la cantina, soprattutto di Barolo (ricarichi di particolare onestà) e Champagne. Non ho parlato di vini perché di Damilano ho ampiamente scritto (segnalo la sempre eccellente Barbera La Blu 2011) e il Cannubi di Scavino non ha bisogno di commenti.

Dunque, tutto ok? Sì, certo e con la considerazione che se si parla di stelle – a me piacciono soprattutto quelle dei cieli notturni – qui ne manca una.

Poi, qualche appunto lo avrei anche, ma c’entra poco con la cucina e il servizio. E  gli appunti i galantuomini se li comunicano in privato…..

http://www.locandanelborgo.com/index1.php

 

Ristorante Rural

Ci sono andato con Claudia Rosso che è la responsabile della comunicazione e del marketing della famiglia Damilano, barolisti insigni e proprietari dei marchi Sparea e Valmora, oltre che del Pastificio Defilippis in via Lagrange (di cui parlerò). E’ stato inaugurato nel gennaio del 2010, situato in corso Verona, è senza dubbio uno dei migliori ristoranti in Torino. A cominciare dall’arredamento e dall’atmosfera: luminoso, di classe ma minimale; per continuare con il servizio: cortese e efficente senza essere assillante. Per finire con la qualità dell’offerta, sia per la cucina sia per la carta dei vini. Lo chef, sotto la consulenza dello stellato Massimo Camia, è il giovane e molto promettente Alessandro Levo: meno di trent’anni, ma con un curriculum invidiabile (Cracco e Iaccarino, giusto per citare qualcuno). Mi ha proposto un correttissimo vitello tonnato, strepitosi gnocchi di patate rosse di montagna con vongole, pomodorini e basilico e un baccalà in crema di cannellini di sorprendente equilibrio e delicatezza. Ci ho bevuto l’Arneis Damilano – uno dei pochi Arneis degni di essere bevuti, nulla di eccezionale ma non si può pretendere altro da un Arneis, ancorché buono – e il rosato Damilano, discreto (Damilano ha ben altri vini, di ben altra qualità: ma dovevo bere quelli che conoscevo di meno, comunque più che onesti). In sala il bravo Marco Masera, anch’egli giovane e capace. Un posto che posso raccomandare con calore, che merita di essere meglio conosciuto di quanto lo sia finora. Un posto poco “torinese” e di gran qualità. Dalla prossima settimana tutti i lunedì propone un aperitivo degno di questo nome (non le ciofeche, carissime che si trovano in giro e meritano di chiamarsi «apericena»: un termine orrendo per un’offerta sempre scadente). Si spende una cifra onesta in un locale di un centinaio di coperti in cui si può parlare senza subire il fastidioso brusio di certi ristorantacci.