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Pacal il Grande

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La lastra che ricopre il sarcofago di Pacal («scudo») il Grande è un monolito di 220×380 cm., pesa 5 tonnellate ed è interamente scolpito in bassorilievo.

Fu scoperta nel 1952 da Alberto Ruz Lhuillier, archeologo messicano di origini francesi, che non sapeva ancora chi fosse il sovrano di Palenque (nome spagnolo che significa «palizzata») che giaceva, coperto da una splendida maschera di giada, nel sarcofago sottostante, all’interno del Tempio delle Iscrizioni.

Occorsero decine di anni per decifrare le iscrizioni che narravano le gesta di questo grande personaggio nato nel 603 d.C. e morto a 80 anni, dopo 68 anni di regno.

Le immagini incise mostrano la complessa cosmogonia maya che simboleggia il passaggio dalla vita alla morte. Chissà cosa avrebbe pensato Pacal se avesse potuto prevedere che gli uomini del XX secolo ne avrebbero fatto l’archetipo di un astronauta: forse gli sarebbe piaciuto. In fondo, i Maya vivevano quasi in simbiosi con il cielo stellato e nei misteri delle luci del cosmo erano certi di decifrare precisi messaggi che gli dèi inviavano loro. Dèi crudeli che i sacrifici li richiedevano innanzi tutto agli uomini di rango più elevato. Erano, infatti, sovrani, dignitari e sacerdoti che si pungevano la lingua e il pene per offrire il loro sangue prezioso alle crudeli divinità. Presso i Maya i sacrifici si richiedevano innanzitutto ai potenti, forse consapevoli che i più umili e i più deboli i sacrifici già li compivano ogni giorno….

 

 

ϕ,phi, 1,6180339887

ϕ: questa è la ventunesima lettera dell’alfabeto greco, consonante fricativa bilabiale sorda, si pronuncia, più o meno, phi. In matematica è il simbolo del numero d’oro, o numero aureo teorizzato da Euclide d’Alessandria (325-265 a.C.) nel suo fondamentale Elementi di Geometria, VI libro (di XIII).

AureaIl numero esprime la medesima proporzione che lega una retta e i suoi due segmenti disuguali: quando la lunghezza totale della retta e il suo segmento maggiore hanno la stessa proporzione del segmento maggiore rispetto al segmento minore si ha un rapporto aureo: 1,618…periodico (numero irrazionale, ovvero i decimali proseguono all’infinito senza alcuna regola).

Pare impossibile ma questo numero è una delle costanti dell’Universo e c’entra con la Natura e l’Arte.

Intorno al 1202 un matematico toscano (Leonardo Pisano, nato a Pisa nel 1170, meglio noto come Fibonacci, ovvero figlio di Bonacci) pubblicò un libro fondamentale dal titolo Liber Abaci. In questo libro innanzi tutto s’introducono in maniera definitiva i numeri arabi, zero compreso, ignoto in occidente e teorizzato per primo dal matematico indiano Brahmagupta nel suo Brahmasphutasiddhanta, nel 628 d.C. da cui lo presero gli arabi. Ricordando che i Maya lo zero lo usavano già qualche secolo prima di Cristo. Nello stesso libro Fibonacci risolve il celebre problema dei….conigli! Ovvero: quante coppie di conigli avremo a fine anno se ogni mese una coppia genera una coppia di conigli che a loro volta genereranno dopo un mese un’altra coppia, ecc?

La soluzione è rappresentata  dalla famosa Successione di Fibonacci: 1,1,2,3,5,8,13.21,34,55,89,144…. Aurea 1Ecco, alla fine dei dodici mesi si avranno 144 coppie di conigli, ma soprattutto Fibonacci avrà scoperto una sequenza “magica” di numeri legata dal fatto che ogni numero è la somma dei due numeri che lo precedono: quando i numeri cominciano a diventare abbastanza grandi, il rapporto che lega due numeri successivi si avvicina sempre più           al rapporto aureo: 1,61803398874989484820458683…..

Il francescano Luca Pacioli (Borgo Sansepolcro 1445/1517), matematico allievo del concittadino pittore e matematico Piero della Francesca, scrive a Milano un’opera fondamentale: De Divina Proportione, illustrata da Leonardo da Vinci e pubblicata nel 1509 a Venezia. Questo lavoro diventa fondamentale per comprendere tutta l’arte rinascimentale e poi tutta l’arte occidentale che al rapporto aureo, per dritto o per traverso, fanno riferimento.

Tutto questo e tanto assai d’altro ho avuto modo di leggere in questo librino La sezione aurea – Il linguaggio matematico della bellezza, pagato 1,99 € in edicola: mai fatto un investimento migliore.

Personalmente non ne avevo bisogno, ma leggendo questo librino si comprende quanto matematica, arte, poesia, architettura, algebra, natura, scienza, letteratura siano strettamente legate….Al contrario di quanto nelle scuole occidentali da secoli si insegna: la poesia è matematica e la matematica è poesia!

UXMAL
Uxmal, sulla piramide dell'Indovino, foto presa dalla signorina di Los Angeles, quel giorno dell'aprile del 1988

Uxmal, sulla piramide dell’Indovino. Foto scattata dalla bionda signorina di Los Angeles. Aprile 1988

A Uxmal

Questo è un raccontino tratto da un mio lavoro, inedito, del 1992 – “Topializtli, ovvero citando Borges” – che racconta di come arrivai a scoprire la figura di Gonzalo Guerrero, marinaio spagnolo rinnegato che per primo si fece maya e morì, nel 1536, per mano di un compatriota mentre lottava per difendere il suo nuovo popolo dalla conquista spagnola.

L’episodio racconta un fatto che mi accadde nell’aprile del 1988, durante il mio primo viaggio in Mexico, alla ricerca del sogno.

“ (….) A Uxmàl, al contrario, è la concezione maya che risplende nei volumi equilibrati del Palazzo del Governatore con l’inconfondibile facciata quasi barocca, le false volte, l’ossessionante ripetersi della maschera schematizzata del dio Chac, il dio della pioggia, lo stesso dio che i messicani chiamano Tlalòc e glizapotechi Cocìjo.

Capitai, ahimé, in un orrendo spettacolo notturno, “Luz y sonido”, confezionato apposta per turisti nordamericani tra le straordinarie rovine dell’edificio chiamato impropriamente “Quadrilatero delle Monache”; avevo vicina una californiana di Los Angeles piacente, trentenne, con il viso solcato da più rughe di quanto dovesse disegnarne l’età, costei era venuta a Uxmàl, insieme a me e a un altro paio di vecchi tangheri in pensione, con una guida dallo stesso hotel di Mèrida.

Lo spettacolo, ancorché confezionato a uso e consumo di turisti imbecilli, aveva un certo fascino: tra quelle rovine magiche, di notte, con le luci colorate che pareva animassero gli antichi mascheroni e quelle voci che quasi parlavano da un altro mondo, da un altro tempo…

Insomma, la californiana si fece prendere dal momento magico e tutta quella coinvolgente atmosfera andò a toccare fili assai meno magici ma forse più eccitabili e eccitanti.

L’italiano, che coraggiosamente l’aveva aiutata a salire e, ancor più difficile, a scendere i ripidissimi gradini della Piramide dell’Indovino, non era poi tanto male e la sciagurata, posseduta da chissà quale dio di nefandezze, s’era messa in testa di passare la notte sulla vertiginosa piramide a fare porcherie con me.

La mia testa era in tutt’altre faccende affaccendata e durai non poca fatica a convincere la bella di Los Angeles che non era il caso, proprio lì, di mettersi a mostrare la rinomata e alta scuola californiana: la convinsi a aspettare almeno che arrivassimo in albergo, con l’aria condizionata, un bel letto, la doccia e tutte le altre comodità della nostra bella cultura.

Ma non a Uxmàl, sulla Piramide dell’Indovino: che diamine! Un po’ di rispetto.

Chissà cosa avrà mai capito la californiana di Uxmàl, dei Maya, di me …

Eppoi: la tanto rinomata scuola californiana avrebbe molto da imparare dalla nostra grande tradizione emiliana e non solo…..”

Vincenzo Reda 1992

101 Storie Maya con Focus Storia

E’ in edicola Focus Storia di novembre 2012: in allegato il mio libro 101 Storie Maya che dovresti conoscere prima della fine del mondo. Lo speciale sui Maya l’ho curato interamente in prima persona, pur se l’articolo lungo è firmato a quattro mani con il caporedattore Aldo Carioli (con cui ho lavorato benissimo), gli altri pezzi non firmati, a parte quello su Gonzalo Guerrero (firmato V.R.) e il pezzo dedicato al Tempo Maya (firmato con lo pseudonimo Enzo Giurlani, che è il cognome vero di Aldo Palazzeschi…..).

Sono orgoglioso di questo lavoro durato oltre un mese. E sono orgoglioso del fatto che il mio libro sia stato scelto da Focus Storia: è l’attestazione della qualità dei miei quaranta anni di studio e di dedizione verso la storia e l’archeologia della Mesoamerica.

Come ho già scritto nella dedica sul mio libro, il mio grazie infinito va a Nicola Silvano Borrelli che nel 1971 seppe riconoscere e incoraggiare in un adolescente di 17 anni una passione straordinaria e inspiegabile. Insieme a Nicola silvano, un grazie particolare a Marco Casareto, ex direttore di Focus Storia che mi ha incaricato di questo lavoro, poi confermato dal nuovo direttore Jacopo Loredan.

Torino: Cioccolatò

Malgrado il cioccolato abbia nobili origini maya, essendo il cacao originario di quel territorio, personalmente non ne sono ghiotto: mi piace, certo, ma soltanto ogni tanto. Cioccolatò è una bella manifestazione che coinvolge Torino di questi tempi e Torino è una delle capitali riconosciute del cioccolato, ospitando marchi nobilissimi e celebri in tutto il mondo. Io preferirei però che le poco nobili strutture di questa manifestazione andassero a decorare altre piazze, meno belle e più bisognose di manifestazioni, che non piazza Vittorio o le altre piazze storiche della nostra Città. Ma questo è un messaggio duro da essere recepito dai nostri politici….

Quiriguà, dove il tempo è pietra

Ho preso queste fotografie nell’ottobre del 2008, durante il mio magnifico viaggio archeologico in Guatemala. Quiriguà è il sito maya che possiede più stele: sono tutte monumenti di pietra dedicati al tempo. In quel sito maya c’è anche la famosa stele C, quella su cui è impressa la data del 21 dicembre 2012: la fine di un’era, l’inizio di un’altro segmento di tempo circolare che durerà ancora 5125,37 anni…

Restituire la memoria, gli atti finalmente pubblicati da Giunti

Sono molto orgoglioso del fatto che in questa splendida pubblicazione dell’editore Giunti di Firenze, in un contesto di interventi di grandi accademici internazionali, compaia un mio scritto: «In viaggio tra i Maya». Già tutto il convegno, di cui ho curato l’intera organizzazione – in collaborazione con la D.ssa Maria Cristina Ronc e lo staff di Archeologia Viva – era stato un vero successo.

La pubblicazione, per davvero splendida, rimane come testimonianza di un lavoro eccellente sotto tutti i punti di vista. Mi è doveroso ringraziare l’assessore alla Cultura della Regione Valle d’Aosta, Laurent Vierin; Maria Cristina Ronc, direttrice del Museo Regionale di Archeologia; Piero Pruneti, direttore di Archeologia Viva; e, ultimo ma soltanto in ordine di elencazione, Enzo Brilli e tutta l’INGUAT (e la guida, l’epigrafista maya Antonio Cuxil) per il mio indimenticabile viaggio nelle foreste e sugli altipiani del Guatemala.

Matyox Yalan (grazie)

 

Roberto Giacobbo, 2012 – La fine del mondo?

Roberto Giacobbo è un bravo cristo che, con molta intelligenza, ha trovato un bel puledro da cavalcare in maniera piuttosto proficua.

Riprendendo tutti gli ingredienti che una serie di furbacchioni prima di lui aveva ben identificato, ha costruito un macchinario fantastico in cui può essere probabile tutto e il contrario di tutto.

Gli ingredienti sono: le piramidi di Giza, le “profezie” dei Maya, i Templari, le macchie solari, Atlantide, Mu, gli extraterrestri, “l’astroporto” di Nazca, l’isola di Pasqua e via dicendo.

Il filone è quello della fantarcheologia: con un poco di fantasia, e mescolando per bene gli ingredienti di cui sopra, si possono tirare conclusioni di ogni tipo. La furbizia di Giacobbo è quella di lasciare aperto, sempre, lo spiraglio del dubbio.(“Ma tutto questo, dopo la pubblicità….)

Peccato che il libro qui a fianco, come tutte le sue trasmissioni, contenga una serie di inesattezze imbarazzanti. Una per tutte: la data esatta dell’inizio del Grande Ciclo maya di 13 baktun, 5.125,37 anni, corrisponde all’11 agosto del 3114 a.C. e non il 3113 come egli, con superficialità sostiene. Questo non è opinabile se si segue la cosiddetta correlazione Goodman-Martinez-Thompson e si tiene conto del numero di giorni giuliani (NGG) che gli astronomi computano da una data di riferimento precisa. Invece, Giacobbo, come tanti altri superficialmente, citano testi imprecisi che non tengono in conto il fatto che il calendario giuliano, e poi quello gregoriano (corretto nel 1580) non prevedono l’anno zero, essendo lo zero una scoperta indiana a noi giunta per tramite degli arabi durante il medioevo.

I Maya invece lo zero lo conoscevano: era simboleggiato da una conchiglia o da un fiore.

Ma i Maya non facevano profezie, si occupavano di correlare eventi storici o mitici del passato e, soprattutto, di capire se determinati giorni fossero da considerare fausti o infausti.

La storia del 21 dicembre 2012, quando termina il Grande Ciclo maya, è una bufala. O meglio, è una buona scusa per fare business. Per curiosità, il primo a occuparsene è stato José Arguelles, artista e docente di belle arti americano, nel 1987. Ma Arguelles, oltre a essere un pittore geniale, amante della New Age e di tutta la fuffa che lì intorno attecchisce, era anche un grande estimatore dell’LSD e dei funghi alucinogeni. Comunque, l’americano è scomparso il 23 marzo di quest’anno: gli dei maya non gli hanno permesso di vedere come andrà a finire la storia della fine del mondo….

I colori della laguna di Petexbatun, Petén (Guatemala)

La Laguna di Petexbatun, qui dopo un’alluvione che ne ha innalzato il livello di molti metri (autunno 2008), si trova a sud-ovest di Flores, nella foresta tropicale del Petén in Guatemala e confina con il Chiapas meridionale messicano. E’ un posto di straordinaria bellezza: animali e piante esotiche sono custodi di innumerevoli siti maya, molti ancora inesplorati. La laguna è una diretta conseguenza delle golene del Rio de la Pasion, autentica autostrada dei Maya per oltre un millennio e mezzo.

I Maya del Petén

Ogni anno, più o meno verso la metà di novembre, si tiene a Paestum la Borsa mediterranea del turismo archeologico. È un momento sempre affascinante in cui in quattro giorni si confronta e si verifica tutto il mondo, letteralmente, dell’archeologia.

Presso il centro espositivo dell’hotel Ariston, centinaia di addetti ai lavori e migliaia di visitatori, studenti e semplici appassionati, si incontrano nelle sale dei convegni e nei numerosi stand.

Ebbene, tutti gli anni lo stand, pure di modeste dimensioni, più affollato è sempre il solito: quello del Guatemala, dove l’impareggiabile Enzo Brilli, responsabile Inguat per l’Italia, intrattiene giovani e meno giovani con i suoi braccialetti maya e le trovate che ogni anno rendono sempre simpatica e interessante una visita al piccolo spazio espositivo del Guatemala.

Quanto sopra mi serve per introdurre il viaggio nella Terra dei Maya effettuato alla fine di ottobre 2008: l’idea di questo viaggio nasce appunto nello stand di Paestum, chiacchierando con Enzo Brilli; dopo due anni di attesa, finalmente siamo riusciti a organizzare questo evento che per me si è rivelato, a conferma delle aspettative, più che memorabile.

Parlare di Guatemala significa parlare di Maya, ma bisogna precisare che il territorio in cui fiorì, in varie epoche, la cultura maya abbraccia 350/400 mila chilometri quadrati situati tra gli stati di Messico, Guatemala, Belize, Honduras e Salvador.

Lo stesso territorio è abitato ancora oggi in maniera importante dalle varie nazioni maya: però occorre precisare che se negli altri stati ci sono anche i Maya, in Guatemala non si parla di Maya, ma di Quiché, Cakchiquel, Mam, Kekchí…., ossia delle varie etnie, e relative lingue – che sono quasi una trentina – maya.

Il Guatemala è un paese grande un terzo circa dell’Italia (108.000 Kmq) con 13 milioni di abitanti: quasi la terza parte del paese si estende nella regione del Petèn, il che significa foresta vergine pluviale. Il resto del territorio è montagnoso e ricco di vulcani attivi con una storia rovinosa di terremoti ed eruzioni.

“Nessun’altra nazione ha mai dedicato al tempo un interesse così intenso; e anzi nessun’altra civiltà ha prodotto una specifica concezione di un tema, parrebbe, così poco popolare[…] Per i Maya il tempo era l’oggetto di un interesse assorbente. Ogni loro stele ed altare aveva lo scopo di indicare il flusso del tempo, di celebrare la chiusura di un periodo[…] Per i Maya i giorni non erano in rapporto con gli dei, ma erano dei; e lo sono tuttora per gli abitanti di remoti villaggi di montagna nel Guatemala dove vige ancora il calendario degli antichi Maya”.

Così J. Eric S. Thompson, grande archeologo americano, sintetizza l’essenza della cultura maya nel testo che è fondamentale per chiunque voglia approcciare seriamente la conoscenza di questa tappa della storia umana: La civiltà maya, Einaudi.

Parlare di cultura maya significa essenzialmente capire quel che Thompson sintetizza in poche righe: l’ossessione del tempo.

I Maya non erano, come si crede, grandi astronomi: erano invece grandi astrologi, ovvero le osservazioni astronomiche al servizio di vaticini e profezie.

A partire da due, forse due millenni e mezzo, prima dell’era volgare, primitivi agglomerati urbani che lottavano con la foresta pluviale tra il Petèn, il Chiapas e il Veracruz (Thompson riteneva che la cultura Olmeca fosse stata probabilmente elaborata da genti maya) erano capaci di mantenere caste privilegiate di sciamani evoluti che osservavano i complicati cieli tropicali ed erano in grado di predire noviluni, pleniluni, eclissi, periodi secchi, alluvioni.

Gli sciamani divennero sacerdoti e le loro parole si trasformarono in religione che regolamentava sviluppi urbani, dimensioni e proporzioni degli edifici, primitive scritture, decorazioni ceramiche, pitture murali, stele.

Sempre in lotta perenne con la foresta pluviale, generosa con frutta, radici, foglie e animali di  ogni tipo e crudele nel riappropriarsi dei terreni appena appena lasciati incolti.

Fino a pochi anni fa si pensava che il culmine della cultura maya fiorisse nel classico (250-900 d.C.), oggi vi sono tracce del raggiungimento di uno sviluppo almeno simile nel precedente periodo preclassico medio e tardo (400 a.C.-200 d.C.): le recenti campagne di scavo a El Mirador e le scoperte dei murales di San Bartólo fanno arretrare appunto a questa epoca il raggiungimento di traguardi che si pensavano di molti secoli più tardi.

È soprattutto per verificare personalmente questa straordinaria nuova frontiera della conoscenza della cultura maya che ho affrontato con grande entusiasmo il viaggio in Guatemala: per poter successivamente rendere conto ai lettori di Archeo di quanto oggi stiano progredendo queste conoscenze. E, avendo conosciuto bene il Messico e lo Yucatán, rendere completa la soddisfazione del sogno di un adolescente.

Gargano, 1989

Dal libro “Citando Borges”

Doveva vorticosamente irrompere nella mia vita il 1989 (che fa tre volte nove, ossia ventisette che è ancora una volta nove, che nei tarocchi magici è la carta affascinante del vecchio eremita che sonda l’ignoto con la sua lanterna): in quell’estate, vagolando attonito tra gli ulivi antichi, contorti e spaccati, della piccola piana di Mattinatella, Gargano, arrostita dal sole inclemente di agosto, scoprivo tra le pagine di un’edizione apparentemente insignificante, scovata in qualche libreria remainder o nei mucchi affascinanti di supplicanti e consunti volumi usati o resi di qualche bancarella, di un saggio pubblicato dalla SugarCo Edizioni (Milano, novembre 1980) di un etnologo tedesco, Wilfried Westphal, la chiave che mi permetteva di accedere direttamente dentro quell’edificio di cui, fino a allora, avevo avute visioni soltanto parziali attraverso fenditure occasionali, finestre, spiragli, crepe.

Steso dentro un’amàca tessuta dal mio amico Nicola Silvano, l’antico dauno, tesata fra due ulivi centenari, leggevo questo saggio molto di parte dell’etnologo tedesco: I Maya, antichi e moderni schiavi, fumando innumerevoli mezzi antichi toscani e deliziandomi con il gusto intenso e franco di un magnifico e contadino bianco del sud, “il bianco forte che fa assaggiare l’infinito a tutta la gente di bocca buona”, come canta Guccini che di vino se ne intende.

Lì dentro, acquattata, c’era la storia di Gonzalo Guerriero, altro Droctulft….”

RIGOBERTA, I MAYA E IL MONDO. Rigoberta Menchù Tum Giunti, 1997

R. Menchù-1


“Cabeza clara, corazón combativo y puño solidario de los trabajadores del campo”


“(Il premio Nobel) effettivamente mi ha cambiato la vita. Da un altro punto di vista, però i cambiamenti non sono stati molti: la mia faccia da povera, la mia faccia da india, la mia faccia di donna india, difficilmente avrebbe potuto cambiarmela, e questa la porto ancora con me, la porterò con me per tutta la vita. Il premio Nobel vale per tutta la vita, ma anche le mie convinzioni e le mie origini valgono per tutta una vita. Ragion per cui, il premio Nobel dovrà rassegnarsi a convivere con me così come sono, per tutta la vita.”.

Rigoberta Menchù Tum, maya Quiché (o, meglio: K’iche’), nata nel villaggio di Chifel nel 1959, ha ricevuto il premio Nobel per la pace nel 1992. Nel 2007 è stata la prima donna del suo paese a essere candidata alle elezioni presidenziali. La sua vicenda umana è la storia dello sterminio della sua famiglia da parte dei militari al servizio dei poteri forti nel Guatemala della guerra civile, finita nel 1996. Il suo primo libro, Mi chiamo Rigoberta Menchù, del 1987 (Giunti, per l’Italia) è ormai diventato un testo di culto.

“I nostri mayores e anziani sono il risultato di una lunga esperienza, di una lunga vita. E dunque la nostra educazione si basa su altri punti di riferimento: comincia dalla necessità di rispettare i processi naturali, anche un piccolo e anonimo fiore. «Figli», diceva sempre mio nonno, «c’è per tutti noi il tempo per essere bambini, il tempo per essere adolescenti, il tempo per essere giovani, il tempo per essere adulti e il tempo per essere anziani». C’è un tempo per morire e un tempo per rinascere. A ciascuna età corrisponde una tappa, e in ciascuna di queste tappe noi siamo protagonisti di qualche cosa. Credo che nella nostra vita quotidiana avvenga la stessa cosa.

Noi ci siamo sempre considerati come una pannocchia: se alla pannocchia manca un chicco, quell’assenza si nota, si vede uno spazio vuoto, perché quel chicco aveva un suo posto, un posto particolare. Siamo, allo stesso tempo, individui e attori collettivi.”