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Focus Storia Luglio 2014, Pedro de Alvarado

E’ in edicola, dal 18 luglio scorso, il numero 94 di Focus Storia, mensile per cui collaboro. Su questo numero, nel contesto di uno speciale dedicato alla conquista del Messico, si può leggere un corposo articolo che ho scritto con particolare interesse e che riguarda la figura, straordinaria quanto inquietante, di Pedro de Alvarado.

Gli aztechi (sarebbe meglio chiamarli “Mexica“) lo avevano soprannominato “Tonatiuh“: sole. Era alto, bello e biondo. Fu, senza dubbio alcuno, il più feroce tra i conquistador spagnoli, con una vicenda personale per davvero straordinaria.

Tatuaggio 1989 – Tattoo

 

Non andavano ancora di moda i tatuaggi, in quegli anni Ottanta: io, però, ne volevo uno, uno particolare che definitivamente – come dev’essere per ogni tatuaggio – mi marcasse, mi marchiasse; che mi permettesse di stabilire un punto, una linea di divisione: la vita prima e quella dopo.

Volevo un tatuaggio, un tatuaggio speciale e in quegli anni erano pochissimi capaci di fare un tatuaggio come lo volevo io: lo scovai dopo averlo cercato per qualche mese.

Costui era un personaggio ancora giovane, non doveva avere più di trentacinque o quarant’anni, ma già sufficientemente malandato. Bruno, macilento, l’occhio incavato ma profondo, la pelle non propriamente levigata né scevra di chiazze e macchie varie, l’eloquio incerto, l’andatura sbilenca: anche per tramite degli abiti, sciatti e trasandati, comunicava tutta la sua esistenza di sbandamenti più incuranti e incurabili che deliberatamente devianti.

Aveva imparato l’arte del tatuatore a New York, o almeno così andava dicendo: me lo aveva presentato, completamente ubriaco, il mio amico Coniglio, una sera, una delle tante sere gettate via in una qualche squallida birreria stracolma di figuri, straripante di storie contorte, stipate in ore impossibili dentro il ripugnante lezzo di fritto e di fumo.

Coniglio, un idealista puro e ingenuo tipico dei tempi miei, conosceva tutti: erano tutti suoi amici, anche quelli che non lo erano, anche quelli che mai avrebbero potuto diventarlo, anche quelli che mai aveva conosciuto.

Non mi ricordo il nome del tatuatore e non mi ricordo neanche che cosa mi disse; certo, Coniglio fu al solito generoso di indicazioni circa lo sghembo e strambo  personaggio; fatto ovvio che si premurò di  avvertirmi che quello, se non gli fosse piaciuto ciò che volevo farmi tatuare, non si sarebbe prestato alla bisogna, ché per lui non era una questione di soldi.

Non era ubriaco quando mi recai all’appuntamento nel luogo convenuto per procedere al lavoro, c’era con lui un ragazzino che mi toccava continuamente i muscoli con evidente, gentile piacere. Allora ero in forma fisica smagliante, ancora in attività nelle mie interminabili corse a piedi: era comprensibile che avessi una bella pelle.

Piacque al tatuatore il soggetto, anzi ne fu entusiasta, non scordando di sottolineare la facilità di lavorare su quella pelle così bella.

E non c’era nulla di morboso in tutto ciò, affatto nulla di fastidioso.

Stese la velina sul deltoide sinistro e tracciò i contorni del soggetto.

Avevo ricavato questo da una moneta d’argento di 200 pesos che mi ero portato appresso l’anno prima dal mio viaggio in Messico: era il simbolo mèxica dell’aquila posata sul cactus che stringe tra gli artigli e il becco un serpente.

La mitica aquila la cui vista avrebbe segnalato alle genti di Aztec, guidate da Huitzilopochtli crudele, il luogo promesso in cui fondare la loro capitale: Tenochtitlàn, dopo secoli di stente peregrinazioni.

Attese al lungo e delicato lavoro con cura e passione, preoccupandosi di non farmi provare dolore eccessivo; lavorava con insospettabile perizia, manovrando la pistola a aghi con disinvolta abilità.

Impiegò circa tre ore e mezza, il risultato mi parve sublime; alfine, indolenzito e non poco estenuato, mi sentii per certi versi un’altra persona: avevo cominciato in quel marzo 1989 – oggi sono più di vent’anni – un capitolo nuovo del mio me.