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Lo Zemi del Museo di Antropologia ed Etnografia dell’Università di Torino

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Il Museo

Il Museo di Antropologia e Etnografia dell’Università di Torino fu concepito negli anni Venti dal Prof. Giovanni Marro, nominato docente di Antropologia presso l’ateneo torinese. Figlio dell’insigne psichiatra e antropologo Antonio e nipote di Andrea, Giovanni Marro mise a disposizione del pubblico le già cospicue collezioni di famiglia, cui aggiunse una ricca testimonianza di reperti provenienti dalle ricerche condotte, in qualità di antropologo, con il Prof. Ernesto Schiaparelli in Egitto, tra il 1911 e il 1936. Le collezioni erano ospitate in alcune sale di Palazzo Carignano.

Nel 1936 furono spostate nella sede attuale di Palazzo San Giovanni in Via accademia Albertina, 17 dove tuttora sono in deposito.

La prima esposizione ufficiale al pubblico si tenne tra il 10 e il 25 ottobre del 1956 a cura della D.ssa Savina Fumagalli che dal 1952, anno della sua scomparsa, aveva sostituito, in qualità di allieva prediletta, il Prof. Marro.

Negli anni Sessanta il Prof. Brunetto Chiarelli riordinò le collezioni secondo un più moderno concetto espositivo e nel 1973 venne inaugurato ufficialmente il nuovo Museo, con l’intento di realizzare un vero e proprio “Museo dell’Uomo”.
Purtroppo, nel 1984 il Museo dovette essere chiuso causa la non adeguatezza delle strutture a una corretta e sicura fruibilità da parte del pubblico.

Oggi si sta attendendo il trasferimento, ci si augura in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia nel 2011, in quello che sarà finalmente il “Museo dell’Uomo” nella sede di corso Massimo d’Azeglio, 52 , a completare i Musei Cesare Lombroso di Antropolia Criminale e Luigi Rolando di Anatomia Umana.

L’attuale direttrice del Museo è la Prof.ssa Emma Rabino Massa.

Lo Zemi

Il manufatto definito Zemi è un oggetto di forma antropomorfa, e di sesso chiaramente maschile, lungo circa 75 cm, coperto con un tessuto di cotone intrecciato e occhi (uno chiaro e l’altro scuro) decorati con pietre e conchiglie; all’interno è inglobato un cranio umano quasi completo (ne mancano alcune parti occipitali, parietali e temporali). E’ in buona sostanza sconosciuta la sequenza di fatti che portarono lo Zemi a Torino: da tracce certe della sua presenza in una grotta di Santo Domingo verso la fine del XIX, pare che già nei primi anni del secolo successivo fosse scomparso dall’isola caraibica con destinazione Europa, al seguito di un certo sig. Cambiaso; neppure l’anno esatto dell’acquisizione è conosciuto con certezza: tra il 1935 e il 1941.

Com’è ovvio, poco o nulla si conosce dei riti, senza dubbio cultuali, connessi all’idolo Taino. Si sa per certo che gli Zemi erano fabbricati anche in legno – un esemplare di circa 40 cm. di altezza è di proprietà del Museo – ma pare, dalla morfologia, che questi fossero idoli fabbricati per portare offerte votive.

Poco si conosce anche in merito alle popolazioni Taino: originarie del Sudamerica, avevano popolato, con altre genti di etnia Arawak, le isole dei Caraibi nei primi anni della nostra era. Il culmine della loro cultura si situa intorno a 3 secoli prima dell’arrivo di Colombo.

Con certezza il loro sviluppo fu influenzato in maniera importante dalle culture coeve di Messico e Guatemala: non bisogna dimenticare l’incontro di Colombo, luglio del 1502, con una grande canoa maya in mare aperto.

Si sa per certo che i Taino erano monoteisti: adoravano, secondo attendibili testimonianze di prima mano, un unico essere superiore e trascendente - Yocahu Bagua Maorocoti o Yocahu Guama: “Spirito della yucca del mare, Ente senza antenato maschile”.

Si conoscono anche dei riti pubblici collettivi - cohoba e areyto – cui partecipavano uomini e donne, in cui sacerdoti sotto l’effetto di droghe andavano in trance e si mettevano in comunicazione con la divinità per tramite degli Zemi.

Purtoppo, i Taino furono sterminati molto presto e di loro non v’è più traccia: è per questo motivo che lo Zemi di Torino rappresenta un valore di straordinaria importanza. E’ la memoria di un popolo, di una cultura, di una Storia che abbiamo annichilito. Come chissà quante altre.

Vincenzo Reda