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William Blake, Il Sorriso – The Smile
Barolo Cannubi 2003 by Brezza

Barolo Cannubi 2003 by Brezza

C’è un Sorriso d’Amore,

E c’è un Sorriso d’Inganno,

E c’è un Sorriso dei Sorrisi

In cui questi due Sorrisi si incontrano.

 

E c’è uno Sguardo d’Odio,

E c’è uno Sguardo di Disprezzo,

E c’è uno Sguardo degli Sguardi

Che tentate di scordare in vano;

 

Perché si pianta nel profondo del Cuore,

E si pianta nel profondo della Schiena

E nessun Sorriso che mai fu sorriso,

Ma un solo Sorriso soltanto,

 

Che fra la Culla & la Tomba

Si può Sorridere soltanto una volta;

Ma, quando è Sorriso una volta,

C’è una fine a tutta l’Angoscia.

 

(There is a Smile of Love,/And there is a Smile of Deceit,/And there is a Smile of Smiles/In which these two Smiles meet.//And there is a Frown of Hate,/And there is a Frown of Disdain,/And there is a Frown of Frowns/Which you strive to forget in vain;//For it sticks in the Hart’s deep Core/And it sticks in the deep Back bone,/And no Smile that ever was smil’d,/But only one Smile alone,//That betwixt the Cradle & Grave/It only once Smil’d can be;/But, when il once is Smil’d,/There’s an end to all Misery.).

 

Questa poesia è tratta da “Pickering Manuscript”, tradotta (non benissimo) da Giacomo Conserva per Newton Compton. Per esempio, l’ultimo verso della terza quartina:”But only one Smile alone” io lo avrei tradotto: “Ma soltanto un Sorriso solingo”.

 

William Blake, poeta e pittore romantico e visionario, nacque a Londra il 28 novembre del 1757 e ivi morì il agosto 1827.

101 Storie Maya che dovresti conoscere…(a prescindere dalla bufala della fine del mondo)

Fino a ieri il popolo maya era considerato un popolo pacifico di osservatori del cielo, oggi invece sempre più spesso vengono descritti come una civiltà di feroci guerrieri, ossessionata da una concezione ciclica del tempo, unica nella storia. È nota a tutti l’oscura profezia che condannerebbe il mondo che conosciamo a scomparire il 21 dicembre 2012… I 101 racconti qui presentati intendono fare chiarezza su questa ricca cultura, fiorita tra selve inestricabili e altipiani tormentati da terremoti ed eruzioni, e rivelarne tutti gli aspetti ancora poco noti. A cominciare dalla verità sui sacrifici umani e sui riti, che includevano il cannibalismo, in cui i sacerdoti strappavano i cuori ancora palpitanti dai petti dei prigionieri. E ancora: racconti di piramidi altissime scoperte da avventurieri, sovrani costretti a donare il proprio sangue, eserciti di moderni “conquistadores” che scavano tra le rovine con la dinamite.

Dalla preistoria al colonialismo, un racconto in parte inedito che espone le scoperte archeologiche recenti, ma anche le teorie della New Age e della fantarcheologia: la vicenda dei Maya finalmente narrata a tutto tondo e che tocca anche il teatro e la poesia maya di cui quasi nessuno, fino a oggi, s’era mai occupato.

Dettagli prodotto

  • Brossura: 311 pagine
  • Editore: Newton Compton (10 novembre 2011)
  • Collana: 101
  • ISBN-10: 885413323X
  • ISBN-13: 978-8854133235
  • Prezzo:  € 12,90

Un grande ringraziamento a Marco Casareto, direttore di Focus Storia e Geo, e a Andrea Frediani, scrittore e editor (occasionale, ma assai gradito) del libro che è dedicato alla memoria del mio grande maestro dauno: Nicola Silvano Borrelli. Qui sotto i link della Casa Editrice e quello di amzon.it dove il volume si può acquistare on-line.

http://www.amazon.it/storie-dovresti-conoscere-prima-della/dp/885413323X/ref=pd_rhf_ee_p_t_3

http://www.newtoncompton.com/libro/978-88-541-3323-5/101-storie-maya-che-dovresti-conoscere-prima-della-fine-del-mondo

http://www.newtoncompton.com/collane/centouno 

101 Storie Maya Gruner-Mondadori

La faccenda curiosa è che non ho potuto firmare completamente lo speciale dedicato ai Maya su Focus Storia: non pareva elegante che a firmare il lavoro fosse l’autore del libro scelto come abbinamento al numero di Focus Storia di novembre 2012. Nessun problema, ci mancherebbe….

Altra faccenda curiosa: la scelta della copertina è caduta su una illustrazione ricavata dal Codice Cospi che è Mixteco e non Maya. Soprattutto per una questione grafica: ho dato ascolto al consiglio “fresco” di mia figlia Geeta. E mi pare di non aver sbagliato.

Inutile sottolineare che uscire con i tipi di Gruner-Mondadori è per me un grande orgoglio. Senza nulla togliere a Newton-Compton, uscire con questo marchio costituisce un’attestazione di qualità peculiare per il campo specifico che per me vale come il massimo possibile riconoscimento verso tanti anni di studio e di lavoro appassionati e davvero disinteressati.

Orti, Carmi priapei e l’ùortu di Peppinu

«…Priapo, in area ellenistica e poi a Roma e in Italia, è un portafortuna universale. Le sue statue si ergono trai campi e i frutteti, all’aperto o in tempietti a lui dedicati, negli atri dei palazzi cittadini o delle ville di campagna e persino sulle tombe (per difendere la pace dei morti), mentre sue minuscole effigi sono appese al collo dei bambini. L’immagine classica del Priapo ormai romano è quella fornitaci da Orazio nell’ottava satira del libro I: rozzo idolo di legno dal membro enorme, una falce in mano e sul capo un manipolo ondeggiante di canne destinato a tener lontani gli uccelli, in volta protettore della generazione (dei campi e degli uomini), terrore dei ladri, esorcizzatore della jettatura e spaventapasseri.  Il Priapo romano, almeno agli inizi, è schiettamente contadino (anche “politicamente2 contadino, come si vedrà) e assai più ruvido di quello ellenistico, ma ben presto si ingentilirà e levigherà, sarà fatto non più di solo legno ma di terracotta, di marmo, di metallo. Il Priapo contadino, osceno ma non lubrico simbolo della forza procreatrice, confuso spesso con Pan e con il culto delle Ninfe, diventa rapidamente una caricatura lasciva. I Priapea ci danno entrambe le facce della medaglia.».

Questa raccolta anonima di 80 canti (Carmina priapea)  fu compilata in maniera probabilmente antologica in età augustea (seconda metà del primo secolo a.C.). Fu attribuita via via a Virgilio, Ovidio, Tibullo e ancora a Marziale e a Petronio. Per la verità, qualcuno di questi può aver scritto delle composizioni della raccolta, ma la sua scarsa caratura letteraria, per non dire rozzezza tecnica, impedisce ai filologi di accettare la tesi di unica creazione  di qualcuno di questi grandi. Priapo è una divinità originaria di Lampsaco, Ellesponto, in età ellenistica: entra a far parte del pantheon greco dopo il III secolo a.C. I romani lo sostituiscono più tardi al culto di Mutunus Tutunus, equivalente autoctono.

Ho scelto due composizioni che ritengo emblematiche. Vogliono essere una dedica a mio padre Giuseppe (Peppinu), nel cui orto – ùortu, in calabrese – egli non aveva un idolo protettivo come Priapo, ma nella sua antica e grande cultura ne aveva la percezione intuitiva. Oggi, 19 marzo, ho rivisitato quel posto in cui egli trascorse felice i suoi ultimi anni e dove morì un mattino di ottobre mentre raccoglieva i suoi fagioli. Morì improvvisamente, credo felice di posare le sue membra, ancora vigorose, su quella Terra che gli era stata compagna e amica.

XI

Cerca ch’io non ti prenda! Se ti prendo/non ti bastonerò né con la curva/falce ti farò male, ma trafitto/da questo palo mio sesquipedale/t’allargherai talmente/che ti parrà che il tuo buco del culo/non abbia più una grinza.

(Ne prendare cave, prenso nec fuste nocebo,/saeva nec incurva volnera falce dabo:/traiectus conto sic extendere pedali, ut culum rugam non habuisse putes.)

XX

Giove è armato del fulmine, Nettuno/della fiocina, Marte della spada/Minerva della lancia, mentre Bacco/dà battaglia col tirso, Apollo, dicono,/lancia frecce e la mano dell’invitto/Ercole stringe la clava. Terribile/ io sono invece per la gonfia fava.

(Fulmina sub Iove sunt; Neptuni fuscina telum [est];/ense potens Mars est; hasta Minerva, tua est;/sutilibus Liber committit proelia thyrsis;/fertur Apollinea missa sagitta manu;/Herculis armata est invicti dextera clava:/at me terribilem mentula tenta facit.).

 

Andrea Frediani, 101 segreti che hanno fatto grande l’Impero Romano

Andrea Frediani è uno scrittore di divulgazione storica assai bravo e apprezzato. Romano, laureato in Storia medievale è anche collaboratore di Focus Storia e Medioevo. Questo libro, edito da Newton Compton nella collana 101 (280 pp. per 9 €), è una bella lettura: leggera, fresca e fuori da certe pesantezze tipiche della saggistica storica italiana. Un bel consiglio per l’estate. Ne riporto parte della voce n.55 che si intitola: «Senza salsa non c’è gusto».

Ah, stavo per dimenticarmelo: Andrea è anche il redattore (editor è il termine inglese che va più di moda, ma io sono uno fuori moda) che sta lavorando sulle bozze del libro che ho appena finito di scrivere e che sarà pubblicato nella medesima collana per fine anno. Il titolo? Non lo dico ancora, per scaramanzia.

Uno dei piatti con cui Trimalcione, nel Satyricon di Petronio, stupisce i commensali, è una lepre presentata a imitazione di Pegaso. La fa portare al centro di un enorme vassoio; ai quattro angoli, dagli otri di quattro statuine esce salsa di garum in quantità tale da far sembrare vivi i pesci disposti nel canaletto che corre lungo il bordo del piatto. Oggi c’è qualcuno che non saprebbe mangiare un secondo, o un contorno, senza kechup. Ai tempi dei romani, allo stesso modo, erano davvero pochi coloro che rinunciavano a condire qualunque piatto con una salsa detta garum.

Nessuna classe sociale ne faceva a meno. C’era il garum per  ricchi, elaborato, e quello per i poveri, più scarno. Entrambi avevano un gusto che, a giudicare dagli ingredienti, renderebbe sgradevole l’alito di chiunque, al nostro moderno olfatto; l’idea che offre è quella di una poltiglia maleodorante di pesce putrido. Ma forse eraa qualcosa di simile alla pasta d’acciughe.

La ricetta del garum – altrimenti detto liquamen – descritta da Gargilio Marziale, autore del III secolo d.C., prevede l’utilizzo di pesci crudi di piccola taglia, come sardine e sgombri, oltre a interiora di altri pesci nella misura di un terzo (ma altri autori aggiungono triglie, acciughe, menole e bavose). I pesci vanno stesi in una vasca della capienza di almeno trenta litri, su uno strato di erbe aromatiche secche: aneto, menta, finocchio, sedano, mentuccia, origano, ruta. A essi va sovrapposto uno strato di sale spesso due dita.

L’operazione va ripetuta, alternando i tre strati, finché non si raggiunge l’orlo della vasca. Dopodiché, si mette un coperchio e si lascia a macerare per una settimana. Altri venti giorni sono richiesti per rimestare e amalgamare, lasciando la vasca sotto il sole. Infine, si raccoglie la brodaglia facendola filtrare attraverso un setaccio, ed ecco pronta la salsa che ha deliziato il palato di milioni di romani nel corso dei secoli. Ciò che rimaneva nel setaccio era comunque messo in commercio, col nome di alec; si trattava di un garum meno puro, ma alla portata dei ceti meno abbienti e dei palati meno raffinati.

[...] Plinio definiva il garum ‘brodaglia di roba putrescente’, ma sena disprezzarla. Anzi, magnificava le doti del garum proveniente dalla Spagna, dove sembra fosse prodotto il tipo più rinomato, tanto da costare quanto un profuno. In Italia, invece, il più ricercato era quello di Pompei.” .

Oggi la salsa più simile al garum è la colatura di alici di Cetara, una vera leccornia.

BMTA Paestum: presentazione del mio libro sui Maya

In occasione della XIV edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico che si è svolta a Paestum (SA) dal 17 al 20 novembre, sabato 19 alle ore 10.00 nella Sala Velia dell’Hotel Ariston di Capaccio, insieme con Marco Casareto – direttore dei mensili Focus Storia e Geo (Gruner-Mondadori) – ho presentato il mio ultimo lavoro: 101 storie Maya che dovresti conoscere prima della fine del mondo, edizioni Newton Compton. La presenza di Marco Casareto ha contribuito a rendere l’incontro assai piacevole con una intensa partecipazione del pubblico che ha avuto modo di interagire con noi. E’ stato un momento di grande soddisfazione personale per il quale ringrazio Ugo Picarelli, la Leader e, ovviamente, l’amico Marco, persona di grande spessore e competenza.

XXIV Salone del libro di Torino, Lingotto 12-16 maggio 2011

Prime immagini del Salone del 150°.

1989 Fontana delle Rose, come eravamo….4

Da sin. io, Leonardo e Cristiano

Questa fotografia è stata ripresa nell’agosto del 1989, più o meno dove oggi sorge il ristorante di Tonino (allora era situato dove oggi c’è quello del fratello Raffaele). Si vede in alto a sinistra il rudere della caserma della Guardia di Finanza, meglio di oggi con lo scempio che qualcuno ha compiuto.

Io correvo ancora le maratone (in meno di 3 h!), pesavo 8/9 kg di meno ed ero Vicepresidente dei Giovani Industriali della Confindustria a Torino. Ero ancora perdutamente innamorato di Paola che mi aveva appena lasciato (che fortuna ho avuto: io l’avrei sposata e mi sarei fatto un gran male).

Allora non era ancora scoppiata la moda dei tatuaggi e io ero uno dei pochi ad averne uno di significato vero e non per scimmiottare – da tamarri – i calciatori, come usa oggi. Leonardo, 24 anni era appena sposato e l’ing. Borrelli non lavorava ancora a Monaco, non era ancora un top manager internazionale e stava ancora con Margherita (che scattò la foto): anche a lui è andata alla grande, la lasciò per sposare Brigitte!

Chissà dove avevo trovato quell’incredibile paio di occhiali! E chissà se, pur avendo già pubblicato un libro, avrei potuto immaginare quello che sta accadendomi oggi, alla vigilia – dopo altri tre libri – dell’uscita con Newton Compton del lavoro che questo grande editore mi ha commissionato e che ho finito a giugno: titolo e argomento sono ancora riservati!