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Idda by Angelo Gaja

Finalmente mi sono arrivati il Carricante e il Nerello Mascalese, i primi vini spremuti dalle vigne etnee che il mio grande amico Angelo Gaja produce con Alberto Graci.
Scopro con immenso piacere che parte delle vigne sono a Belpasso, paese che ho nel cuore (con tutta quella zona inenarrabile) fin da quando feci una mostra memorabile nel 2001, grazie soprattutto a Luciano Signorello.                                                                                                                                                                                    Frequento le pendici di Idda (Lei, l’Etna, divinità femminile) fin dal 1977 e ne bevevo i vini quando fuori della Sicilia non li conosceva nessuno.
Comincio con l’Idda rosso:14,5 %vol, meraviglioso colore rubino scarico con riflessi caldi; all’olfatto, appena mesciuto nel grande calice – un Riedel firmato Angelo Gaja sbreccato, io uso soltanto questo per i grandi vini: è un calice che ha una storia – esala profumi di ciliegia matura per aprirsi successivamente con sentori d’erbe di macchia mediterranea (salvia e timo, soprattutto) e una leggera speziatura di pepe bianco. Al palato è largo, sensuale, armonioso con tannini eleganti e lunga persistenza, più sulla lingua che in gola.
L’ho bevuto con un piatto tipico calabrese (pipi – friggitelli – e patate) e con la tradizionale sazizza piccante.
Che dire? Come al solito Angelo Gaja ha messo al mondo l’ennesimo grande vino che vorrei gustare tra un paio d’anni, quando senza dubbio avrà raggiunto la piena maturità (e il 2017 non fu per l’Etna una grande annata…)

E dopo l’Idda rosso, ampiamente gustato e valutato (e apprezzato) per almeno tre giorni, mi dedico all’Idda bianco 2018, un Catarricante che già dai primi assaggi mi si è presentato con promesse e premesse entusiasmanti, forse anche più del Nerello Mascalese.                                                                                                                        Ho cominciato con un assaggio aperitivo prima di a pranzo a gustarlo e valutarlo.                                                     A cena l’ho accompagnato con anelli di calamaretti cucinati in bianco e in umido; per il pranzo successivo ho scelto di ritornare sull’Etna, a Nicolosi precisamente, dove nella metà degli anni Novanta avevo scoperto le sensazionali penne saltate con pistacchi di Bronte. Un vino che saprà nei prossimi anni diventare davvero importante: le premesse e le promesse sono sorprendenti.
Abbiate cura di bere i bianchi, a maggior ragione se sono vini di grande personalità, non troppo freddi.
Dunque, 13% vol, questo Carricante dona alla vista un bianco paglierino pieno e saturo. Il primo impatto al naso è un delicato sentore di foglia di limone che evolve poi con profumi di fiori bianchi (tiglio tra gli altri) e successivamente accenni di erbe di macchia mediterranea. Al palato tutto subito inganna con una sensazione abboccata che però vira immediatamente verso spiccate note di agrumi che persistono a lungo sia in bocca sia in gola. Un vino di complessa personalità che promette di diventare grandissimo.
Ne riparliamo tra qualche tempo, per ora ringrazio Angelo per questo ennesimo regalo.

Pennette al pistacchio e grongo in umido

Assaggiai questo piatto tipico delle falde dell’Etna nel 2005, in occasione della mia ultima (ahimè) mostra in terra siciliana, precisamente a Trecastagni. Lo assaporai in un magnifico ristorante di Nicolosi di cui non ricordo il nome: magnifico perché ricavato in un vecchio frantoio di cui si conservavano gli incredibili e giganteschi ingranaggi in legno per azionare le macine di pietra. Il piatto è semplicissimo e di gusto particolare. Per quattro persone è sufficiente circa un etto edibile di pistacchi non tostati. Questi devono essere pestati in maniera non troppo fine affinché si possa poi apprezzarne in bocca la consistenza materica. Il pistacchio va poi stemperato con olio d’oliva e un poco di panna, nient’altro. In questo preparato vanno poi semplicemente saltate delle pennette rigate (prendono meglio il sugo). Una spolverata di pepe nero non gli fa male. Un piatto davvero squisito. A questo primo abbiamo poi fatto seguire un’altra preparazione semplicissima e poco costosa: grongo al forno in umido. Il grongo (Conger conger) è un pesce osseo del mediterraneo che somiglia a una grossa anguilla (può raggiungere i 3 metri di lunghezza e i 70 kg. di peso, ma la dimensione più normale non oltrepassa il metro e le femmine sono più grosse dei maschi). Questo è un pesce poco stimato, a torto: la sua carne un poco grassa è molto saporita e, infatti, viene assai apprezzato nei caciucchi e nelle zuppe da chi di pesce s’intende per davvero. In umido è ottimo.