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Osvaldo Soriano, Fùtbol

«[...] el Mìster Peregrino Fernàndez ricordò senz’ombra di pentimento che più di una volta aveva messo in campo dodici giocatore, e nessuno l’aveva scoperto. E tredici, nello  Standard di Melbourne, mi confessò: – Nessuno se n’è accorto e abbiamo vinto per sei a due. Certo, giocavamo in casa -. C’è stato un tempo in cui el Mìster ha fatto scuola con il calcio superoffensivo e ha guadagnato un sacco di soldi. Inventava mille cose: la punta fantasma, lo stopper a quattro zampe, il libero gentile, il marcatore assente; schierava la squadra così avanti che le rimesse lunghe ci mettevano cacciavano nei guai e le partite finivano in goleada. Giunse a tale sfrontatezza, a Melbourne, che mise un omosessuale dichiarato al numero otto, libero sulla destra. –  Un tecnico deve saper sfruttare tutto il potenziale dei giocatori. Quando ero in Australia, andavano di moda gli africani, la gente non veniva allo stadio se non mettevi in squadra due o tre negri che sgambettavano. Be’, siccome il club non aveva soldi per comprarne uno, ho chiamato un nigeriano senza documenti che dormiva in strada, davanti a casa mia, e gli ho detto: questa è la tua occasione, va’ e fai vedere quello che sai fare. Ha segnato qualche goal, Mìster?  - Nemmeno uno. Per il goal c’è un angelo particolare. Un non so che. O ce l’hai o non ce l’hai. Tu l’hai visto: ci sono un sacco di attaccanti che non segnano più di cinque goal a campionato, non è serio! - Nel San Lorenzo c’è stato uno che è rimasto quasi tre anni senza metterla dentro.- Lo vedi? Invece tu eri come Scotta: ogni pallone era goal, o stendevi un cane. – Cercavo di fare del mio meglio, è vero. – Hai segnato un goal a Barda del Medio dov’era proibito farlo, e siamo finiti tutti in galera.- Me lo ricordo, Mìster. Chiedo scusa. – E ti sei lesionato laggiù, nel culo del mondo…Cazzo, che merda che è la vita. Guarda me: con un piede nello spogliatoio e l’altro nel forno crematorio, io che ho inventato l’attaccante elettronico. – Questo non ha giocato con me, però, Mìster- No, è stato in Francia. Gli abbiamo messo un circuito stampato e dei dissipatori nei tacchi delle scarpe. Quando correva mandava scintille come un petardo di Natale e nessuno gli si avvicinava…Sai qual era la fregatura? Non segnava. Portami fino al laghetto, ti va? Se mi compri un altro gelato ti racconto quella del portiere senza mani. In una finale a Barcellona ho messo in campo un portiere senza braccia. Che ti sembra?».

Chi ama il calcio, e sa leggere, non può non conoscere l’agentino El Gordo Osvaldo Soriano, mitico centravanti mancino che o segnava o stordiva qualche cane in tribuna. E poi, infortunatosi gravemente, diventato suo malgrado portentoso scrittore.

Osvaldo Soriano, Fùtbol – 217 pp., Lire 16.000 – Einaudi Tascabili, Torino 1998.

Volvér

“Volver… con la frente marchita, 
Las nieves del tiempo platearon mi sien…
Sentir… que es un soplo la vida,
 Que veinte anos no es nada,
 Que febril la mirada, errante en las sombras,
 Te busca y te nombra.
 Vivir… con el alma aferrada
 A un dulce recuerdo
 Que lloro otra vez…”

(Ritornare…con la fronte appassita,
 le nevi del tempo che argentarono la mia tempia…
Sentire…che è un attimo la vita,
 che 20 anni non sono niente
che febbrile lo sguardo,  errante nelle ombre,
 ti cerca e ti nomina
 Vivere…con l’anima aggrappata
a un dolce ricordo
che piango un’altra volta…).

Carlos Gardel – El morocho del Abasto – è uno dei grandi Miti dell’Argentina: gli altri sono Evita, El Pibe, El Che.

Volver – che significa ritornare, ma anche ricordare, rincasare, ecc. – è un tango che Gardel scrisse nel 1934, un anno prima di morire in Colombia causa un assurdo incidente aereo; era nato nel 1887, o forse nel ’90 in Francia, o forse in Uruguay: in fondo, per la costruzione di un mito, concorrono anche le origini incerte. Certo Gardel era un vero porteño del quartiere di Abasto, Buenos Aires.

Penso a Gardel quando entro nel ristorante argentino Volver in via Botero angolo via Barbaroux – pieno Quadrilatero, così viene definita la zona del castro romano da cui ebbe origine Torino. Penso a Gardel, ma mi torna in mente la voce straordinaria di Mercedes Sosa e ritorno con la memoria al film Sur di Fernando Ezequiel Solanas (1988, vincitore a Cannes) con il bandoneon magico di Astor Piazzolla…

Siamo fatti così, noi sognatori: corsari di suggestioni, bucanieri di sensazioni, pirati di emozioni. Argentina è un posto che amo da prima delle Patagonie di Bruce Chatwin e Paul Theroux; ancor prima delle meravigliose storie sconclusionate del mio grande Soriano; prima della scoperta di Cortàzar. Leggevo da adolescente le poesie giovanili di Borges (Fervor de Buenos Aires) e scoprivo da giovane la Patagonia di Darwin in uno dei più importanti libri della mia vita: Viaggio di un naturalista intorno al mondo.

Con in testa tutte le mie brave suggestioni, mi siedo con mia moglie a un tavolino - angusto, di quelli che si trovano in tanti ristoranti francesi – per due: avevo promesso allo chef, Martin Alejandro Lopez da Bariloche, giovane trentenne argentino, che sarei venuto a mangiare la carne dei manzi argentini che mi piace pensare allevati, bradi, a brucare erbe patagoniche sferzate dai venti australi.

Il locale è ampio, arredato per dare al cliente, in maniera anche dozzinale, l’idea del grande paese: dalle pareti lo sguardo utopico dell’Ernesto mi tiene compagnia, insieme a pelli di vacca e finimenti non so quanto originali.

Scelgo un Malbec San Felipe del 2007 (Mendoza, 13° di volume alcolico, passato al 50% in barrique nuove per 7 mesi): è un ottimo compagno, grasso, sensuale, non troppo acido e con tannini equilibrati. Mia moglie è astemia, le viene portata dell’acqua naturale filtrata, come finalmente oggi in molti ristoranti usa.

Partiamo dall’Empanada di carne, che è una semplice sfoglia fritta ripiena di carne e di spezie, saporita e leggera.

Poi, ecco la carne: filetto e controfiletto di manzo alla griglia. Il controfiletto è lardellato con pancetta, si chiama Lomo bridado, il filetto viene definito semplicemente Bife. Le aspettative sono pienamente soddisfatte: la carne è per davvero ottima, pur se risente delle tipiche caratteristiche di surgelazione (non oso pensare a come devono essere i sapori ). Sono un appassionato di carnazza: ho nei ricordi giornate di assaggi dedicate alle carni chianine, stracotti e bolliti delle nostre razze piemontesi, spezzatini di sottopancia dei vitelloni bianchi marchigiani….

Si sta bene, si mangia bene, serviti da efficienti camerieri tutti argentini; il locale è tranquillo e anche ben frequentato.

Panqueque con dulce è il dessert che viene servito a mia moglie: un gigantesco involtino, che è poi una crêpe ripiena di cioccolata non troppo leggera, a fine pasto.

Finisco con un bicchiere di Legui, liquore abbastanza delicato di erbe.

Il prezzo è giusto per una cena soddisfacente. Posso prendermi la responsabilità di consigliarlo.

Martin Alejandro Lopez è soddisfatto della mia visita: sta partendo per  Volver al suo paese dopo quasi quattro anni di Torino. Nel frattempo ha sposato una fanciulla napoletana che sedici mesi fa gli ha regalato Giulia. Che iddio, o chi per lui, li protegga.

Artistas, locos y criminales: Obdulio Varela by El Gordo Soriano

Quasi tutti quelli che conoscono Soriano hanno letto di Obdulio Varela su Futbol, l’antologia pubblicata postuma nel 1998; per la verità, l’intervista (del 16 luglio 1972, pubblicata sul quotidiano La Opinión) al campione uruguagio fu inserita nel volume del 1983, Artistas, locos y criminales ( Artisti, pazzi e criminali, pubblicato in Italia, da Einaudi, nel 1996 e la mia copia che riporto a fianco è quella prima edizione).

Obdulio era nato il 20 settembre 1917, aveva cominciato a giocare nella massima serie uruguagia nel 1934 e giocò fino al 1955. Non era gigantesco, come dicono le cronache: non arrivava infatti al metro e ottanta; morì il 2 agosto 1996 a Montevideo, la sua città natale. Osvaldo Soriano (nato a Mar del Plata il giorno dell’Epifania del 1943) scomparve pochi mesi dopo a Buenos Ayres, il 29 gennaio del 1997: El Gordo fu portato via da un cancro ai polmoni, inevitabile data la quantità immane di sigarette che aveva fumato.

Domani, 16 luglio 2010, sono 60 anni da quella fatidica finale, la citazione è d’obbligo: ma rispetto a tutti gli altri che ogni tanto citano questo scritto di Soriano, a me piace riportare il dopo partita: quello sì per davvero memorabile.

Questa intervista mi fu suggerita da Hermenegildo Sábat, il quale illustrò sul quotidiano quasi tutti i testi, poi raccolti nel volume Artisti, pazzi e criminali.

Il 16 luglio 1950, nello stadio Maracaná di Rio de Janeiro, nacque una delle ultime leggende del calcio rioplatense; quel giorno, l’imponente centromediano uruguayano Obdulio Varela mise a tacere centocinquantamila tifosi che inneggiavano al goal brasiliano durante la finale della Coppa del Mondo, segnato dall’attaccante Friaca. Al sesto minuto del secondo tempo, il Brasile aprì le marcature incoraggiato dalle tribune zeppe del Maracaná, inaugurato proprio per questa partita. Allora, tutta Rio de Janeiro fu un’esplosione di giubilo; i petardi e i fuochi d’artificio si accesero nello stesso tempo. Obdulio, un ragazzone tagliato con l’accetta, raggiunse la sua porta già violata, prese il pallone in silenzio e lo strinse fra il braccio destro e il corpo. I brasiliani ardevano di giubilo e chiedevano altri goal. Quella modesta squadra uruguayana, seppure temibile, era una buona preda per conquistare il titolo mondiale. Forse l’unico che seppe capire la drammaticità di quell’istante, di ponderarla freddamente, fu il grande Obdulio, capitano – e molto di più – di quella squadra giovane che cominciava a disperarsi.

Sicché piantò gli occhi grigi, neri, bianchi, rilucenti, contro tutta quella luce, gonfiò il petto massiccio, e si avviò muovendo appena i piedi, provocatore, senza rivolgere una parola a nessuno, e la gente dovette aspettare tre minuti prima che arrivasse in mezzo al campo e rivolgesse all’arbitro dieci parole in uno spagnolo incomprensibile. Non ebbe orecchi per i brasiliani che lo insultavano perché avevano capito la sua manovra geniale: Obdulio raffreddava gli animi, metteva distanza fra il goal e la ripresa di modo che, da quel momento, la partita e l’avversario di ritrovassero diversi.Varela

Quella sera sono andato col mio massaggiatore a fare un giro nei locali per berci qualche birra e siamo capitati in quello di un amico. Non avevamo neanche un cruzeiro e ci siamo fatti fare credito. Ci siamo ficcati in un angolo a bere e di là guardavamo la gente. Tutti stavano piangendo. Sembrava una bugia; la gente aveva le lacrime agli occhi. D’improvviso vedo entrare un tizio grande e grosso che sembrava disperato. Piangeva come un bambino e diceva: «Obdulio ci ha fottuti» e piangeva sempre di più. Io lo guardavo e mi faceva pena. Loro avevano preparato il carnevale più grosso del mondo per quella sera e se l’erano rovinato. A sentire quel tizio, gliel’avevo rovinato io. Mi sentivo male. Mi sono accorto che ero amareggiato quanto lui. Sarebbe stato bello vedere quel carnevale, vedere come la gente se la spassava con una cosa così semplice. Noi avevamo rovinato tutto e non avevamo ottenuto niente. Avevamo un titolo, ma cosa importava  confronto a tutta quella tristezza? Ho pensato all’Uruguay. Là la gente doveva essere felice. Ma io ero a Rio de Janeiro, in mezzo a tutte quelle persone sconsolate. Mi sono ricordato del mio odio quando ci avevano segnato il gol, della mia rabbia, che adesso non era più mia ma mi faceva male lo stesso.

Il proprietario del bar si è avvicinato a noi insieme a quel tizio grande e grosso che piangeva. Gli ha detto: «Lo sa chi è questo qui? E’ Obdulio». Io ho pensato che quel tizio mi avrebbe ammazzato. Ma mi ha guardato, mi ha abbracciato e ha continuato a piangere. Subito dopo mi ha detto: «Obdulio, accetta di venire a bere un bicchiere con noi? Vogliamo dimenticare, capisce?». Come potevo dirgli di no! Abbiamo passato tutta la notte a sbevazzare da un bar all’altro. Io ho pensato: “Se devo morire questa notte, così sia”. Però eccomi qui.

Se adesso dovessi giocare di nuovo quella finale, mi segnerei un gol contro, sissignore. No, non si stupisca. L’unica cosa che abbiamo ottenuto vincendo quel titolo è stato dar lustro ai dirigenti dell’Associazione Uruguayana di Calcio. Loro si sono fatti consegnare le medaglie d’oro e ai giocatori ne hanno date altre d’argento. Lei crede che si siano mai ricordati di festeggiare i titoli del 1924, del 1928, del 1930 e del 1950? Mai. Noi giocatori che abbiamo partecipato a quei campionati ci riuniamo adesso per conto nostro ogni anno il 18 luglio, che è la festa nazionale. Festeggiamo per conto nostro. Non vogliamo neanche ricordarci dei dirigenti.

L’ombra delle Colline, Giovanni Arpino

Giovanni Arpino nasce a Pola (ancora italiana) il 27 gennaio 1927 da padre napoletano, ufficiale di carriera, e madre piemontese. Scompare a Torino il 10 dicembre 1987.Giovanni_Arpino_01

Scrittore che amo come pochi altri, si laureò con una tesi sul poeta russo S. Esenin nel 1951. Scrisse di sport su La Stampa e suo è il miglior libro di letteratura sportiva italiana: Azzurro tenebra (1977). Ci fece conoscere quel portento di Osvaldo Soriano

L’ombra delle colline vinse il Premio Strega nel 1964 (la mia copia è di quell’anno).

Qui sotto cito le ultime parole di questo libro portentoso, costruito con una scrittura straordinaria.

Queste parole mi lasciano, semplicemente, privo di fiato.

Arpino

 

«Tutto è ancora qui, tutto è ancora presente, un minuto o un giorno o un anno possono confondere la nostra storia, un minuto o un giorno o un anno possono restituirci l’animo di ritrovarla, renderla nuovamente piena di noi… Non esiste ricordo da abbandonare come fosse una fredda, stanca cenere cui più non somigliamo: ogni vero ricordo è ancora un richiamo, una verità che ci lavora nelle ossa, un febbrile atto di sfida al buio di domani… Forse ci toccherà soggiacere a un’eterna rassegnazione, e dovremo saper sorridere, mitemente, con dolore educato, entro le spire dell’obbligo quotidiano. O forse un nuovo slancio, un benefico fulmine, ancora ci attendono, più in là, per rapirci in una più ricca, misteriosa ondata, per renderci esperti d’una salvezza umana che ancora abbisogna del nostro intervento…Forse laggiù dove s’annida il pericolo. Noi, proprio noi!, risorgeremo salvatori…

Per ora, già chiaro risulta questo vantaggio: non ci sarà condanna per l’impresa che risultò impossibile, per la qualità raggiunta; saremo condannati solo se rifiuteremo d’esprimere il bene segreto che ci attende nell’umile alba di ogni giorno…».

Un regalo: la più bella pagina di tutti i tempi scritta sul calcio

Io non ho molte certezze, ma su quanto segue non nutro il benché minimo dubbio: Osvaldo Soriano ha scritto la più bella pagina di tutti i tempi dedicata al calcio. In queste parole c’è l’essenza del calcio, c’è tutto quello che è il calcio vero.

1274471002350betdnDi Soriano ho letto tutto, e come per Fante, ho un amore svergognato: li accomuna il rapporto straordinario con i rispettivi padri.

Soriano ha scritto molto di calcio, tra le altre – tutte strepitose – mi piace citare anche la pagina dedicata a Obdulio Varela, l’eroico centromediano dell’Uruguay, campione del mondo il 16 luglio del 1950 allo stadio Maracanà di Rio de Janeiro, contro il Brasile che aveva vinto anzitempo, come spesso succede nel calcio, la partita che doveva ancora giocare.

La pagina che segue è tratta dal racconto Primi amori, dal volume Pensare con i piedi – titolo originale: Cuentos de los años felices -, scritto nel 1994 e pubblicato nel 1995 da Einaudi.

Osvaldo Soriano se l’è portato via un cancro ai polmoni – come suo padre – nel 1997, a soli 53 anni. Era stato un promettente centravanti.

“Tutte le volte che comincio un viaggio lungo, ricordo alcune cose di quando ancora neppure sognavo di scrivere romanzi all’alba né di prendere aerei né di dormire in alberghi lontani. Quelle immagini vanno e vengono come un’amaca vuota: la mia prima fidanzatina e il mio primo goal. La prima fidanzatina era una ragazza dai capelli nerissimi, timida, che adesso sarà sposata e avrà figli in età da rockanrol. È stato con lei che ho fatto l’amore la prima volta, un lunedì del 1958, nell’ora della siesta, in una fila di poltrone sgangherate di un cinema vuoto.

[…] Passavamo il tempo al cinema, ad accarezzarci sotto il suo cappotto che ci copriva le gambe, e credevamo che il padre non se ne accorgesse. Forse era così: se ne stava chino, assente, masticando il sigaro spento, innervosito per il fumo e per il calore della cabina di proiezione. Ma la madre non ci perdeva di vista e in quell’infelice pomeriggio d’inverno aveva fatto irruzione nel botteghino e aveva cominciato a mollare ceffoni alla mia fidanzatina.

Seppi poi che facevamo l’amore tutti i giorni, ma allora supponevo che vi fosse un solo modo possibile e che se lei lo avesse accettato, finalmente si sarebbe verificato il momento più glorioso dell’esistenza. E quell’istante, in una vita normale, è paragonabile solo a un altro istante, quando il pallone entra davvero in una porta per la prima volta, e non c’è Dio più felice di uno che esulta a braccia aperte urlando verso il cielo.

Quel tale, trent’anni fa, sono io. Ancora oggi, in un eterno replay, corro a cercare abbracci e ascolto in sordina il rumore della tribuna. So che queste confessioni contribuiscono al mio discredito nell’alta torre degli scrittori, ma io continuo a essere lí, in agguato tra il 5 che mi spintona e Hacha Brava che mi tira per la maglia mentre stiamo pareggiando e un’ala con il ciuffo imbrillantinato tira un rasoterra centrale, nel mucchio, alla sperandio. Il respiro mi si è arrestato ma sono lucido e freddo come un killer. Il nostro centromediano ha appena pareggiato con un tremendo tiro da trenta metri che ho festeggiato senza abbracciarlo e in questo contropiede, ormai verso lo scadere del tempo, intuisco segretamente che la mia vita cambierà per sempre.

La paura di perdermi nel groviglio di gambe, nell’inferno di urla e gomitate, è ormai passata. Il 10, che è un veterano di mille battaglie, arriva in diagonale e manca la palla perché il destro gli serve solo per stare in piedi. Inesorabilmente, quel gesto fallito spiazza tutta la difesa e il pallone finisce rotolando alle spalle del 5 che si gira disperato per metterlo in corner. Allora arrivo io, come nei nostri film, con il piede morbido per non far alzare il tiro e colpisco forte, in diagonale, e anche se non sembrerà vero quell’immagine è ancora viva in me, quale che sia l’albergo in cui mi trovo.

Come l’altra, nell’ora della siesta, nella poltrona sgangherata del cinema deserto. Ci baciamo e senza volerlo, perché i ceffoni le bruciano ancora sulla faccia, la mia prima fidanzatina finalmente si abbandona e mi accoglie mentre i suoi seni che forse avevano accettato la carezza del nostro spregevole centromediano tremano e trottano, scappano e scoppiano, oggi che le nostre vite sono accanto ad altri e il mio albergo è tanto lontano dal suo.”

Gennaio 2009