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I Macchiaioli, Telemaco Signorini e Silvestro Lega

Fu in occasione della mostra a Palazzo Bricherasio, Torino – inaugurata nel maggio del 2007 – che m’innamorai perdutamente della pittura dei Macchialioli e, soprattutto dei quadri di Telemaco Signorini (Firenze, 1835-1901) e di Silvestro Lega (1826-1895). Certo era una faccenda che conoscevo, ma pensavo fosse una di quelle correnti artistiche provinciali e defilate che non avesse prodotto nulla d’interessante, a parte i grandi quadri a tema bellico e paesaggistico di Giovanni Fattori, verso cui non provavo particolare predilezione. Invece scoprii questi due pittori straordinari e mi resi conto che costoro, stimolati dai critici Diego Martelli e Adriano Cecioni a partire dalla metà degli anni Cinquanta del XIX secolo in Firenze, avevano anticipato gli Impressionisti francesi di quasi due decenni. Si ritrovavano nello storico Caffè Michelangelo e sviluppavano temi pittorici che spingevano l’arte pittorica verso gli orizzonti dell’avanguardia, stimolati dalla recente invenzione della fotografia. Le donne di Silvestro Lega e alcuni quadri (l’alzaia e il manicomio femminile) di Telemaco Signorini mi sono rimasti nel cuore.

 

AKHENATON, Torino (27 febbraio/14 giugno 2009), Palazzo Bricherasio

Questo è un articolo di qualche tempo fa. Desidero rendere omaggio a quei cittadini egiziani che hanno difeso il Museo Egizio del Cairo, difendendo non soltanto le proprie tradizioni, ma difendendo un patrimonio che appartiene a tutte le genti del mondo.

Francesco Tiradritti

MOSTRA

Il grande inno di Aton (1345 a.C., circa)

[...]Quante sono le tue opere!
 Esse sono misteriose agli occhi degli uomini.                                                             Oh unico, incomparabile dio onnipotente,
                                                                                                                                tu hai creato la terra in solitudine
come desidera il tuo cuore,
                                                                                          gli uomini tu hai creato, e le bestie grandi e piccole,
                                                                                                      tutto ciò che è sulla terra,
e tutto ciò che cammina,
                                                                                                         tutto ciò che fende l’aria suprema,
                                                                                                                                            tu hai creato strani paesi, Khor e Kush
e anche la terra d’Egitto,
                                                                                     tu metti ogni uomo al posto giusto
con cibo e possedimenti 
e giorni che sono contati.                                               Gli uomini parlano molte lingue,
sono diversi nel corpo e nella pelle,
                                                                            perché tu hai distinto popolo da popolo.[...]”

“All’inizio del Novecento Akhenaton non è più soltanto una figura della storia egizia; egli è divenuto, per via del suo rapporto con la religione, un personaggio che si vuole collegare alla tradizione occidentale. L’apice di questa ‘cooptazione’ del faraone verrà raggiunto da Sigmund Freud. Nel suo ultimo saggio,L’uomo Mosè e la religione monoteista, l’inventore della psicanalisi corona la propria riflessione sulla religione e più specificamente sul monoteismo e le sue conseguenze. Prima di essre riunite sotto un unico titolo, le diverse parti dell’Uomo Mosè… apparvero sulla rivista ‘Imago’ tra il 1937 e il 1938.

[…] Mosè viene descritto come un egizio che avrebbe trasmesso agli ebrei la religione di Akhenaton, il culto di Aton, il dio unico. Una religione che per Freud fu storicamente il primo tentativo di ‘rigoroso monoteismo’ e che allo stesso tempo rese possibile la nascita dell’‘intolleranza religiosa’, altrimenti estranea, secondo lo psichiatra, al mondo antico. Come fonte di questo ‘monoteismo egizio’ viene indicata una ‘corrente’ assai antica, interna alla ‘scuola sacerdotale del Sole di On (Eliopoli)’, sostenitrice della fede in un dio unico. Freud ipotizza che Mosè fosse un parente di Akhenaton e un convinto sostenitore della nuova religione e che, dopo la morte del faraone, ambisse a fondare un nuovo regno cui far adorare il dio intransigente che l’Egitto disdegnava. Egli avrebbe acquisito autorità sugli Ebrei schiavi in Egitto, insegnato loro la nuova fede e condotto l’esodo dal paese (tra il 1358 e il 1350 a.C., prima del regno di Horemheb, secondo Freud). Questo strato, il nucleo più antico di quella che sarebbe divenuta la religione ebraica, sarebbe stato dimenticato dopo le vicissitudini sinaitiche che videro da un lato la morte di Mosè….e dall’altro l’incontro con altri semiti adoratori di Jahvè, dio dei vulcani. Le due religioni (quella di Aton e quella di Jahvè) si fusero dopo che un ‘secondo Mosè, la cui memoria si confuse col primo, divenne capo del popolo ebreo’. Un racconto bizzarro si converrà, ma in grado di dar corpo all’ipotesi che il monoteismo ebraico derivasse dall’episodio monoteista egizio.”.

Questa lunga citazione è tratta dal notevole saggio del Prof. Youri Volokhine, Università di Ginevra, titolato: Atonismo e monoteismo: alcune tappe di un moderno dibattito e inserito nel catalogo, curatissimo e interessante assai (Silvana Editoriale, a cura di F. Tiradritti con M. Vandenbeusch e J.L. Chappaz), della mostra AKHENATON – Faraone del Sole, ospite dal 27 febbraio e fino al 14 giugno 2009 di Palazzo Bricherasio a Torino.

“Con la successiva monografia su Akhenaton (1995) Hornung realizza senza dubbio una delle migliori sintesi della religione dell’età amarniana. Riguardo i tratti monoteisti del culto di Aton, Hornung individua tre aspetti:

- l’esclusività (affermazione del ‘dio unico [cui] non esiste alternativa’) ‘ancor più radicale di quella del Deutero-Isaia 44,6’, segno di una rigidità che, secondo Hornung, è stata superata solo da alcune correnti dell’Islam;

- la persecuzione delle antiche divinità, primo tentativo precristiano di annientare il mondo pletorico degli dei;

- un culto destinato al solo Aton.”

Con questa sintesi, citando Erik Hornung, dopo aver esaminato le pubblicazioni di autorità come Jan  Assmann, il Prof. Volokhine si avvia a chiudere il suo saggio che tante domande e riflessioni apre a fronte di un tema troppo complesso e su cui non si possono formulare ipotesi definitive.

Visito la mostra accompagnato da Antonella Galeandro, un giovane e recente acquisto della Fondazione Bricherasio che si occupa di comunicazione, assunta dopo uno stage opportuno.

Al solito, la facilità di fruizione della mostra da parte di ogni tipologia di visitatore è al centro delle attenzioni degli allestitori, costume raro e prezioso nel nostro Paese.

I 226 reperti che la compongono sono mostrati, illustrati e valorizzati per il valore unico che rappresentano: sono quasi tutti pezzi prestati da prestigiosi musei non italiani, pezzi dunque che non rivedremo facilmente.

Il Prof. Francesco Tiradritti, archeologo ed egittologo toscano di fama (scava oggi a Luxor su vestigia egizie dell’VIII e VII secolo, riva sinistra del Nilo), che ha ideato e curato l’esposizione, mi spiega che l’allestimento di Ginevra, precedente questo torinese, è stato in verità un ripiego logistico, in quanto la mostra avrebbe dovuto esordire proprio nella nostra Città.

Non sto a raccontare in dettaglio le vicende di Akhenaton, anche perché le mie competenze archeologiche hanno radici profonde in altre aree: però, una rapidissima sintesi ho da fornirla a chi mi segue, se non altro per invogliare chi ha sete di approfondimento a visitare questa interessantissima, e unica, esposizione.

Akhenaton è secondogenito di Amenofi III (1387/1350 a.C.), diventa faraone nel 1350 a.C., dopo la morte del fratello, col nome di Amenofi IV.

Intorno al IV anno del suo regno compare accanto a lui la figura, enorme, di Nefertiti. L’anno successivo vede la decisione di fondare, in quello che oggi è il sito di Tell el-Amarna (a circa metà strada tra Luxor e Il Cairo), la nuova città di Akhet-Aton (L’orizzonte dell’Aton); in quegli anni cambia nome in Akhenaton e fonda il nuovo culto per l’Aton, il disco solare, che diventa la rappresentazione del dio-falco Ra-Horathky. La città si trasforma in una sorta di laboratorio di ricerca su nuove frontiere artistiche, architettoniche (l’invenzione della talatat, un blocchetto di pietra calcarea che ha le funzioni di un mattone, delle dimensioni di cm.52x26x22 e del peso di una quarantina di kg: sarà l’unità di costruzione dei nuovi edifici a cielo aperto, concepiti per accogliere direttamente i raggi del dio) e religiose.

L’apogeo del regno di Akhenaton si pone intorno all’anno XII del regno che termina con la morte, a pochi mesi di distanza, dei due regnanti nel 1333 a.C., XVII anno di regno.

Da citare come notevolissimo il ritrovamento, intorno al 1886/7, di quelle che vengono definite le Lettere di Tell el-Amarna: circa 380 tavolette di argilla redatte in carattere cuneiforme, che testimoniano una fitta corrispondenza con i lontani regni dei Mitanni e dei Babilonesi.

Si sono formulate infinite congetture sull’influenza di Nefertiti; sulla figura della  concubina (forse di stirpe Mitanna) Kiya, a cui qualcuno fa risalire la maternità di Tutakhamon; sulla misteriosa persona, forse donna, che successe a Akhenaton; su come e quanto il culto di Aton sopravvisse al suo creatore…

L’archeologia è una scienza che ricerca prove e testimonianze: le speculazioni intellettuali, le ricostruzioni e le ricerche degli storici costituiscono altre discipline.