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Pietro Aretino, Sonetti lussuriosi

I.

 

Fottiamci, anima mia, fottiamci presto,

poiché tutti per fotter nati siamo;

e se tu’l cazzo adori, io la potta amo,

e saria ‘l mondo un cazzo senza questo.

 

E se post mortem fotter fosse honesto,

direi: Tanto fottiam, che ci moiamo;

e di là fotterem Eva e Adamo,

che trovarno il morir sì disonesto.

 

- Veramente egli è ver, che se i furfanti

non mangiavan quel frutto traditore,

io so che si sfoiavano gli amanti.

 

Ma lasciam’ir le ciancie, e sino al core

ficcami il cazzo, e fà che mi si schianti

l’anima, ch’in sul cazzo hor nasce hor muore;

 

e se possibil fore,

non mi tener della potta anche i coglioni,

d’ogni piacer fortuni testimoni.

Il Manganello, Pietro Aretino

L’attribuzione di questo raro testo (pubblicato pochissimo) a Pietro Aretino è condivisa ma non certissima. Il volume fu pubblicato a Venezia nel 1530 presso lo stampatore Zoppino, l’edizione in mio possesso è dell’editore romano Manilo Basaia, 1984 (editore che credo non sia più attivo).

Si tratta di un poema satirico contro il sesso femminile, svolto in terza rima e in tredici canti o capitoli abbastanza indipendenti.

Il poemetto è tanto colto quanto di oscenità sublime: tutto il peggio che una mente fertile possa immaginare è messo in versi che costituiscono un esempio linguistico straordinario per l’evoluzione colta del volgare nel XVI secolo.

E quanto Messalina fusse casta,

che moglier di Claudio imperatore,

a cui un lupanar non par che basta.

Questa, per satisfar al suo furore,

usciva de la casa imperiale,

et andava al bordel con quell’ardore

che fa la lupa a ciascun’animale,

di notte a tempo con una compagna,

ch’ardeva più di lei o d’altra tale.

Quivi si stava la bramosa cagna,

fin che ‘l bordel si serrava, e dapoi

lorda tornava a la casa più magna.

Chiamava ogni poltron:«Vieni qui da noi,

che ti farem onor e cortesia»,

per soddisfar gli appettiti suoi;

e stava stravestita su la via,

pigliando ogni huom che per la strada andava,

e ne la sua bottega il conducia;

qui si partiva la puttana prava,

quand’havea ben merdosa la morfea,

e da l’imperador si ritornava.

….

Venite puttanaccie da Ferrara,

a presentarvi tutte a questa mostra,

che chi fotter non sa da voi s’impara.

Io mi ricordo una vicina nostra,

che ne la sacrestia di San Francesco

servì quaranta frati in una giostra;

et eragli fra gli altri un fra thedesco

che nome aveva Messer frate Nicollo,

ch’haveva un cazzo com’un pié d’un desco.

Costui se la fottette a gamb’in collo,

perch’ella aveva una potta spacata,

dentro con li coglion tutto cacciollo;

….

Anoia a me, quand’ella si procaccia,

ch’ella si forbe ‘l cul con la camisa,

e non cura trovar un’altra straccia.

Anoia a me, quand’ella rugge e strisa

In forma d’una volpe e d’una gatta,

quand’ella chiama l’huomo a bella guisa.

Anoia a me, ch’ell’è cattiva e matta;

anoia a me, ch’ell’è malvagia e ria;

anoia a me, perch’ell’è mentecatta.

….

Però, Silvestro, fuggi sua brigata,

non t’impacciar di sua mala ventura.

Lasciala andar, ch’ella sia scortegata.

….

Fuggi, Silvestro, il maledetto vermo,

e non esser nel numero de i pazzi

che del mio dir si faran forse schermo.

Fuggi al postutto tutti i lor sollazzi,

perché son venendosi e pien di noia,

di spine, di soghetti et altri lazzi,

tanto che spesso avien che l’huom ne muoia.

E chi ne vol ne pigli: tu nol fare;

lascia da parte questa mala troia,

Piglia ‘l consiglio mio, non lo schiffare,

che tu ne viverai gran tempo sano,

allegro e bello, come si de’ stare.

Come appare ovvio, di satira si tratta e molto probabilmente l’autore intendeva vendicare un qualche amore tradito: in fondo la conclusione, come succedeva sempre a quei tempi, è di sommo moralismo.