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Barolo & Co – 4/2014 – La Collina Torinese

La Collina torinese e le alture del Monferrato astigiano spuntarono come isole nel basso mare che sarebbe diventato la pianura Padana: accadde tra il Langhiano e il Messiniano (15/5 mln. di anni fa). Le Alpi erano al loro posto già da qualche milione di anni.

Una curiosità: il Po fino a qualche decina di migliaia di anni fa scorreva a sud-est della Collina!

Poi, 20.000 anni fa, da queste parti arrivarono i nostri antenati Sapiens che rimasero tali – sapiens, voglio dire – fino a quando non cominciarono a modificare l’ambiente invece che adattarsi a esso…

L’interazione, spesse volte scriteriata, dell’uomo con l’ambiente si chiama Antropizzazione: per le nostre colline cominciò assai tardi, dopo che Torino divenne, con Emanuele Filiberto, la capitale del Ducato di Savoia, verso la fine del  XVI secolo.

Ma, prima di ritornare alla Storia – e soprattutto alle straordinarie storie che la Collina racconta – vediamo di definire con i numeri questo magnifico angolo di  Piemonte su cui Torino ha la fortuna di insistere: sono circa 350 Kmq che comprendono 27 comuni la cui popolazione, con la porzione dell’oltrepò torinese, supera le 300.000 anime. Oltre 700 km. di strade ne costituiscono la complessa viabilità. Il Colle della Maddalena con i suoi 715 mslm. è il suo culmine.                                                            La nobiltà torinese scoprì la Collina durante il XVII secolo: presero a costruire delle magnifiche ville nelle quali era costume andare a villeggiare. Queste ville erano letteralmente circondate da orti e vigne: durante l’assedio del 1706 le truppe francesi saccheggiarono e distrussero almeno 150 appezzamenti coltivati a vigneto con vitigni autoctoni oggi scomparsi o rarissimi.                                      Tracce di quei vigneti si conservano a Villa Abegg e nei giardini di Vigna Chinet, come testimonia il suo attuale proprietario Giuseppe Crosetto, secondo cui ancora 20-30 anni fa l’uva era coltivata regolarmente e racconta anche di una certa Vigna di Mongreno, proprietà di un tizio che distillava acquavite.

E qui bisogna raccontare forse la più bella tra le storie che la Collina torinese custodisce: riguarda Villa della Regina. Risalendo la monumentale via Po – progettata dal Castellamonte e inaugurata nel 1674 – si arriva in piazza Vittorio Veneto (per i torinesi, semplicemente piazza Vittorio).                                                                                                                                                  Lo scenario è davvero formidabile: oltre il ponte, la cupola – ricorda il Pantheon – della Gran Madre di Dio; sopra quell’edificio neoclassico si compone lo scenario variegato dei verdi che la Collina torinese sa dipingere con le sfumature diverse per ogni ora e ogni stagione. E, tra quei verdi, a mezza costa, si staglia una serie di edifici compresi tra una vigna e splendidi giardini: è il complesso di Villa della Regina, oggi magnificamente restaurato, Vigna della Regina compresa.                                          Ecco la storia: questo formidabile insieme barocco di edifici, fontane e giardini fu voluto dal Cardinale Maurizio di Savoia (1593/1657), uomo coltissimo, fratello di Vittorio Amedeo I. Il progetto pare sia di Ascanio Vitozzi e la prima pietra fu posata nel 1617. Nel 1642 il Cardinale tornò da Roma, depose la porpora e sposò la tredicenne nipote Luisa Cristina (detta Ludovica, 1629/1692), figlia della cognata reggente, Maria Cristina d’Orleans, Madama Reale: quel matrimonio sancì finalmente la fine della guerra civile nel Ducato di Savoia.                                                                                                                                                         Ma si verificò un fatto straordinario: quello fu un matrimonio d’amore e la Villa della Regina fu il dono di un appassionato e innamorato cinquantenne alla sua giovanissima sposa Ludovica!                                                                                                            Oggi che il restauro è completo vale la pena di visitare questo luogo dal fascino unico: a parte la bellezza di tutto il complesso barocco, si gode un panorama su Torino che è ineguagliabile, soprattutto quando la giornata è tersa, magari all’alba (con le Alpi tinte di un pallido rosa) o al tramonto, in autunno, quando il sole va a nascondersi dietro la piramide perfetta del Monviso.                                                                                                                                                                                                                            Va detto che la Vigna della Regina – magnifica la sua Freisa di Chieri – è gemellata, proprio da quest’anno, con la celeberrima Vigna di Montmartre, a Parigi.

Se lo sguardo, magari passeggiando lungo i Murazzi, si sposta verso la sinistra, seguendo le ondulazioni delle colline oltre il fiume, a un certo punto si incrocia in lontananza una cupola: è la Basilica di Superga. Il 2 settembre 1706 il granduca Vittorio Amedeo II e suo cugino Eugenio di Savoia, da uno dei colli più alti della collina torinese, osservavano i movimenti delle truppe francesi che assediavano Torino. Lo sfortunato artigliere Pietro Micca era saltato per aria pochi giorni prima, il 29 agosto. Vittorio fece un voto alla Madonna: se avesse sconfitto i Francesi, Le avrebbe dedicato una chiesa edificata proprio su quell’altura. Il 7 settembre, tra Lucento e Madonna di Campagna, gli eserciti piemontese e austriaco sconfissero i francesi in quella che venne chiamata la Battaglia di Torino. Vittorio sciolse il voto e incaricò Filippo Juvarra di edificare la Basilica su quel colle, posto a 672 mslm. La prima pietra venne posta nel 1717 e la Chiesa fu inaugurata il 1° novembre 1731: Vittorio Amedeo II, primo re dei Savoia, era morente, fu suo figlio Carlo Emanuele III a inaugurare la Basilica di Superga.

Attraversando il Po più o meno dove il fiume riceve la Dora Riparia e salendo verso Pino Torinese – oggi paese residenziale di una ricca borghesia subalpina e sede di un osservatorio astronomico di fama europea – s’imbocca sulla sinistra, proprio prima del centro urbano, una strada: è la Panoramica. Unisce Pino Torinese alla Basilica di Superga: è una di quelle strade che rimangono impresse per sempre nella memoria. Pur tralasciando il panorama mozzafiato sulla Città e sulla corona delle Alpi che chiudono la vista in lontananza e che costituiscono uno spettacolo cangiante a ogni ora e in ogni stagione, la strada si dipana dolce, con curve lunghe e riposanti che sembrano intagliate dentro i boschi di querce, faggi, castagni, pini silvestri a cui l’opera dell’uomo ha aggiunto le specie esotiche di magnolie, cedri, platani, eucalipti e l’infestante, americana robinia (acacia, gaggìa…) che dalle nostre parti è arrivata dopo il 1750.                                                                                                             Arrivare a Superga percorrendo la Panoramica, magari in autunno, è forse il mio suggerimento più prezioso. E Superga è luogo delle mille storie: le tombe dei Savoia, la faccenda del cuore del Principe Eugenio (c’è o non c’è: mistero) e poi quel brutto giorno che fu il 4 maggio 1949…la Collina, complice una nebbia assassina, inghiotte in un solo, tragico boccone la più bella favola del nostro sport: il Grande Torino di Capitan Valentino. Senza dimenticare la Dentiera: circa 3 chilometri di un trenino che s’inerpica su per i ripidi pendii sopra una dentiera d’acciaio: fu inaugurata nel 1884 e rese la Collina più facilmente accessibile a tutti i torinesi.

Altra storia, Mario Soldati, Le due Città: «[…] Dunque, ci dicono Fontana dei Francesi, perché quando, una volta, Torino era assediata dai francesi, be’…i soldati piemontesi la difendevano, si capisce: e la linea del fronte era proprio qui. Sopra, c’erano i francesi. Sotto, i nostri. Ma non c’è acqua, si capisce, su in cresta. E guarda un po’ che, per bere, i francesi dovevano scendere fino qui. Venivano giù di notte. E i nostri li aspettavano e ci tiravano. Questa, almeno è la leggenda. A me, me l’ha contata mio papà, quando ero piccolo: venivamo sempre qui per Pasquetta.».

Mario Soldati frequentava il ristorante Fontana dei Francesi del mitico cavalier Guerino Franzin, tra i primi sommelier italiani. Situato in posizione panoramica (strada Pecetto), tra gli anni Sessanta e Settanta questo locale fu uno dei più in voga a Torino: celebre per le frequentazioni di Cesare Pavese e poi di tutta la congrega di intellettuali einaudiani, il Principe in testa. Pavese lo cita più volte in alcuni dei suoi romanzi e racconti.                                                                                                Purtroppo, chiuse i battenti nel 1998, con la scomparsa del cavalier Guerino: ma il pozzo, alimentato dalla famosa Fontana, c’è ancora nelle cantine dell’edificio che ospitava il ristorante.                                                                                                                    Villa Somis: un’altra storia che vale la pena di conoscere. I conti Somis acquistarono verso la fine del XVII secolo una stupenda dimora situata in strada Val Pattonera (sulla sinistra, salendo verso Cavoretto). Lorenzo Francesco (1662-1736), musicista e medico di corte, fu il capostipite di una famiglia di valenti musicisti: i figli Giovanni Battista (1686-1763) e Lorenzo Giovanni (1688-1775) furono violinisti virtuosi, direttori e compositori noti in Italia e in Europa.  Più tardi Villa Somis venne venduta e dopo alterne vicende ospitò un famoso albergo con ristorante annesso. Dopo un periodo di chiusura abbastanza lungo, Villa Somis è stata rilevata dalla famiglia Chiodi Latini e oggi Stefano la sta riportando agli antichi fasti: che merita un luogo di bellezza fuori del comune.                                                                                                                                                                                             Ci sarebbero ancora tante storie da raccontare: Il Monte dei Cappuccini e il Museo della Montagna, Cavoretto e il Parco Europa, l’Eremo con il Faro della Vittoria e il Parco della Rimembranza; e ancora, il Cari: vino ciularino di Cavour, l’Abbazia di Vezzolano…..

Purtroppo, lo spazio è limitato, dunque concludo con il consiglio più ovvio: il mio invito a zonzolare per le strade della Collina Torinese, una qualche emozione è li, dietro una curva, che vi attende.

 

Vini friulani ospiti al Ristorante del Circolo dei Lettori

Premesso che sedere ai tavoli del Ristorante del Circolo dei Lettori (Via Bogino, 9 a Torino) è per me sempre un piacere innanzi tutto estetico; che lo chef è il mio amico Stefano Fanti, non abbastanza stimato per quanto vale; che il luogo è non lontanissimo da casa mia e quindi per raggiungerlo mi faccio sempre una gradevole passeggiata. Fatte queste debite premesse, mi occorre precisare che il ristorante – dopo Il Cambio, è senza dubbio il più bello di Torino – è uno scrigno riposto dentro il glorioso Palazzo Graneri della Roccia, costruito verso la fine del XVII secolo dall’architetto Gianfrancesco Baroncelli. L’atrio e lo scalone sono di Guarino Guarini. Questo edificio ospitò il 7 settembre 1706 la festa indetta da Vittorio Amedeo II per salutare la fine dell’assedio della Città da parte dei francesi (durante il quale si ebbe il celebre atto eroico dell’artigliere Pietro Micca).E’ diventato la sede del Circolo dei Lettori dal 2006.

Avevo ricevuto tempo addietro un invito da parte di Mario Busso della guida Vini buoni d’Italia (Touring Club Editore), la cui edizione del 2010 fu illustrata con alcuni miei lavori. Mario è una persona competente e onesta che realizza una delle pochissime guide – che oltretutto tratta soltanto di vini autoctoni – degne di essere prese in considerazione. E poi tutto sommato di vini friulani mi sono sempre occupato poco, anche se uno dei racconti del mio libro Più o meno di vino (Il topino di via del Babuino) tratta proprio di una bottiglia di Schioppettino. Ho accettato l’invito con entusiasmo, conoscendo Mario, apprezzando la cucina di Stefano, e amando il fascino del posto. E’ stata una serata assai gradevole: oltre a tutte le piacevolezze di cui sopra ho parlato, ho avuto modo di conoscere due produttori friulani di grande qualità, comunque peculiari. Sebbene di caratteristiche assai differenti – una piccola realtà dalla qualità eccelsa e una cantina di dimensioni medio-grandi con prodotti comunque eccellenti – ho scoperto vini davvero interessanti, di cui tratterò nel dettaglio in altri articoli destinati sia al mensile HoReCa, sia a questo sito. Cito comunque il Friulano 2010 e il sensazionale Schioppettino di Prepotto 2008 di Denis Pizzulin, la Ribolla Gialla 2010, il Picolit 2009 e il Verduzzo 2009 di Terre Rosazza. La serata è stata organizzata dall‘Ersa del Friuli Venezia Giulia, con la presenza della D.ssa Giovanna Barbieri; occorre, in conclusione, precisare che i vini appartengono alla Doc Colli Orientali del Friuli.

www.pizzulin.com                                       www.terrerosazza.com                                        www.vinibuoni.it

 

Porta Palazzo, il mercato più grande d’Europa

Fiat.

No, non era la marca dell’automobile, che del resto la mia famiglia non possedeva, e ci volle qualche anno, fu una 500, di mia madre, perché mio padre non riuscì mai a prendere la patente e questo fu sempre motivo di malumori familiari; Fiat era la marca del frigorifero.

Un frigorifero smaltato di bianco, di quelli con gli angoli tutti arrotondati, fine anni ’50; Fiat perché lo slogan allora era:”Terra mare cielo”.

La Fabbrica totale, ovunque, a generare e soddisfare prima di tutto i bisogni dei propri dipendenti, secondo il vecchio modello fordiano; e quanto ho invidiato qualcuno dei miei amichetti il cui papà lavorava alla Fiat e che abitava le bellissime Casefiat e a Natale la Fiat gli regalava anche i giocattoli.

Il frigorifero Fiat – forse il primo dei nostri elettrodomestici, perché anche il televisore arrivò qualche anno più tardi, quando mio padre smise di portarci dai vicini o al bar a guardare “Campanile sera” o “Mare contro mare”- si apriva ogni tanto con un tanfo per me insopportabile: pecorino sardo!

Significava che mio padre era riuscito a trovare a Porta Palazzo una maledetta forma di quel formaggio che per me era come la Kriptonite per Nembo Kid  che ci mise qualche anno a farsi chiamare, più correttamente, Superman.

Altre volte, e ne ero più che felice, arrivava a casa con la mortadella che bisognava mangiare subito, perché il giorno dopo aveva un sapore e un odore strano e poco gradevole, non come oggi, ché la mortadella riesce a stare in frigo 4 o 5 giorni e nitrati e polifosfati la mantengono quasi come nuova.

Anche la mortadella arrivava da Porta Palazzo, per me, bambino, un luogo della fantasia dove si poteva trovare ogni meraviglia e ogni  porcheria di questo mondo.

Qualche anno più tardi, era precisamente l’autunno del 1968, mi spedirono a frequentare la prima liceo scientifico in quella sede che allora era la succursale del Galileo Ferraris, oggi è un commissariato di polizia, un palazzo brutto e tetro dirimpetto alle Porte Palatine, 50 metri dal grande mercato di Porta Palazzo ( non posso non ricordare che facevamo ginnastica in un locale posto sotto il Duomo, e il nostro professore, calabrese con qualche stranezza di linguaggio e di comportamento, era il papà di Roberto Gervaso).

La fermata del tram numero 10, che mi riportava a S. Rita, dove abitavamo, era situata in corso Regina, davanti al cinema-teatro Alcione: all’uscita di scuola mi toccava attraversare tutto il mercato dalla parte delle bancarelle di frutta e verdura, passare in mezzo ai banchetti dell’abbigliamento, davanti al mercato del pesce, e infine attraversare il corso.

C’era una specie di rosticceria dove mi fermavo spesso a mangiare una fumante e saporosissima farinata: nel ricordo quel sapore e quell’odore sono associati a alcune canzoni di Fabrizio De Andrè e alla pubblicità di una marca di orzo con la cui canzoncina martellante la radio mi svegliava tutte le mattine.

Com’è ovvio, in quei giorni poco mi curavo dello spettacolo che il mercato offriva: ero stanco, distratto dalle fantasie galoppanti di ogni adolescente e le mie, di fantasie, erano vere fuoriclasse nell’arte del galoppo; come tutti gli adolescenti, in preda a dubbi, preoccupazioni, sogni.

Certo, non mi sfuggiva Maurizio, l’alzatore di pietre gigantesche, catanese che rompeva le catene, o meglio il sottile fil di ferro tra una maglia e l’altra, gonfiando l’immenso torace di omaccione-orco.

Qualche anno più tardi lo conobbi meglio in un famoso bar di via Po in cui ho pascolato per ogni sera di tanti anni; narra la leggenda, in parte vera, che Pasolini lo volle in un suo film, alla prima del quale egli invitò l’intera corte dei miracoli di Porta Pila e dintorni, salvo poi non trovare neanche una sua pur insignificante apparizione: il buon Pierpaolo non aveva montato neanche una delle inquadrature che lo riguardavano.

Maurizio fu poi uno dei protagonisti di “Trevico-Torino…Viaggio nel Fiatnam”, pellicola d’esordio di Ettore Scola, del ’73, girata in 16 mm. e cosceneggiata dal non ancora celebre sindaco Diego Novelli.

Cito, non a caso, questo film perché costituisce, più che un grande esempio di cinema (il modello, mal copiato, era il cinema di Zavattini ), un documento certo straordinario e unico di quegli anni a Torino; tra l’altro, una delle figure di spicco della corte dei miracoli che zonzolava tra Porta Palazzo e Porta Nuova, presente nel film, era la leggendaria Maria, Regina della stazione.

Andavo in una vecchia casa di ringhiera, fatiscente, abitata dagli ultimi immigrati calabresi, siciliani, pugliesi, quelli che usavano le vasche da bagno per coltivarci l’insalata o il basilico, situata tra il mercato e la caserma dei Vigili del Fu co

( dall’insegna mancava la “o”), appresso a loschi figuri – che anch’io avevo prudentemente provveduto a copiare e a rendere il mio aspetto il meno raccomandabile possibile – a comprare le stecche di sigarette “Turmac” di contrabbando: mi piacevano perché avevano il pacchetto bianco e piatto e si distinguevano dalle “Muratti” e dalle “Malboro” che fumavano tutti i miei compagni.

Di Porta Palazzo ben poco m’importava e anche del Balon, che alcuni dei miei amici intellettuali cominciavano a frequentare in quei primi anni ’70: la maggior parte di loro era borghese, di sinistra, mentre io ero un figlio di contadini calabresi inurbati con la speranza, fortunatamente insoddisfatta, della Fabbrica, un figlio anarcoide, scontroso, controcorrente sempre, mai snob.

Marinavo spesso la scuola che mi annoiava: partivo dalle Porte Palatine e camminavo via Garibaldi e via Po, per finire, lungo il fiume, all’orto botanico, dove in pace leggevo i miei poeti o saggi di archeologia messicana….

Finisco questa lunga introduzione necessariamente autobiografica, che stabilisce la mia stretta parentela con il luogo di cui quest’articolo tratta, con due fatti importanti: per sposarmi ho scelto la chiesa di S. Domenico ( la più antica di Torino, dei primi del XIII secolo, sede più tardi dell’Inquisizione), situata all’angolo di via Milano; per vivere sono stato chiamato da una vecchia casa di ringhiera che sta di fronte alla chiesa della S. Sindone, a pochi passi da Porta Palazzo, il mercato dei miei acquisti e anche, quando posso, del mio girovagare, apparentemente a vuoto, tra i banchi.

Un poco di storia.

Il quadrilatero romano ( Torino ha origine da un castro romano intorno al 30 a.C. ) è delimitato a nord-est dall’attuale via Giulio, confine che rimase fino agli inizi del XVIII secolo: nel 1706, nei pressi della Dora, in quello che oggi è chiamato Borgo Vittoria e il nome è diretta conseguenza del fatto, Vittorio Amedeo II sconfisse le truppe francesi che posero fine al famoso assedio ( Pietro Micca fu l’involontario eroe di quell’epopea).

L’esistenza di un mercato poco fuori la Porta è testimoniata fin dal 1752, ma il progetto dell’attuale piazza, nato sotto il dominio napoleonico, si realizza tra il 1826 e il 1837 su disegno dell’architetto Gaetano Lombardi: pianta ottagonale e superficie di 51.300 mq sull’asse delle vie d’Italia ( oggi via Milano ), di S. Barbara ( verso il Po) e San Massimo ( verso le Alpi ), diventate dal 1879 corso Regina Margherita.

La piazza venne intitolata a Emanuele Filiberto, nome sostituito poi con quello attuale di piazza della Repubblica.

Tra il 1828 e il 1835 vennero trasferiti nell’area tutti i mercati torinesi, i più importanti dei quali, quello di piazza delle Erbe ( Palazzo di Città ) e quello di piazza del Corpus Domini, erano distribuiti sulla via davanti al Palazzo del Municipio: dal divieto di esporre le merci in quel posto, davanti al “Palazzo”, e di spostare tutto nella nuova piazza ha dato origine alla denominazione non ufficiale, ma da ognuno usata, di Porta Palazzo; non ho trovato una spiegazione per l’altro toponimo con cui da sempre viene denominata la piazza: Porta Pila.

Nella seconda metà dell’800, vennero costruite, prima in legno e poi in metallo ( la piazza fu danneggiata da un violento incendio nel 1910 ) le tettoie, tra le quali celebre è quella dell’orologio; nel 1963 fu realizzata la tettoia per il mercato dell’abbigliamento che oggi è stata demolita per un ammodernamento in corso d’opera che prevede parcheggi sotterranei e strutture adeguate alle nuove esigenze di un moderno mercato.

All’epoca, e le tracce ne sono ancora testimoni, esistevano immense ghiacciaie scavate sotto il suolo, a più piani, per la conservazione delle derrate.

E’ chiaro che l’immenso mercato è sempre stato magnifico humus di coltura di ogni possibile attività umana, lecita e non: l’aneddotica di Porta Palazzo è vastissima.

Per tutta la corte dei miracoli che vi è sempre esistita ( oggi sostituita da magrebini, neri africani, invisibili cinesi, bianchi dell’est europeo, ecc. ), cito il leggendario “Cichin”, Francesco Pignata, che intorno al 1860 aveva fondato una scuola per borseggiatori, attività proseguita dal figlio Nicolino e che addestrava i vari “Lofio”, “Ciciu”, “Forciolina” ecc. nelle arti complicate del borseggio.

Nei primi anni del ‘900 s’era anche creata la tradizione di eleggere la Regina di Porta Palazzo: la prima fu una certa Margherita Rosso.

Anche oggi, come sempre e come in ogni luogo, attività non troppo lecite vengono svolte con innegabile successo da altri “Cichin”, magari con la pelle più scura e qualche scrupolo in meno: ma non per questo il mercato di Porta Palazzo può definirsi un posto pericoloso, anzi.

Tommaso Leonetti, ormai alla terza generazione dietro un banco di verdura, si lamenta del fatto che i torinesi vengono sempre meno a comprare al Mercato: tutti gli snob e gli intellettuali girellano al Balon, pericoloso più o meno come Porta Palazzo; solo extra comunitari e gente comune vagola tra i profumi, i colori, i suoni dei banditori che mischiano consonanti calabresi, con aspirate arabe, gutturali nigeriane, sibilate orientali e, neanche troppo raramente, quei suoni poggiati, rotondi e un poco trascinati tra cui è difficile distinguere il torinese dal langarolo o dal monferrino.

Leonetti, che per me è una specie di memoria storica, mi dice che sulle 270 concessioni dei banchi di frutta e verdura ( licenze rilasciate fino agli anni ’50, epoca da cui non sono stati concessi ulteriori permessi ), sono rimasti titolari circa il 30% di piemontesi, il che poi, tutto sommato, non è poco, tenendo conto di quali flussi migratori abbia sopportato la Città.

I banchi del mercato di frutta e verdura sono i miei preferiti: è l’appagamento dei cinque sensi, certo con la vista privilegiata: gli accostamenti di colore, certe sequenze di prodotti allineati sui banchi o ammonticchiati con cura, tagliati a spicchi a fette….Il trionfo della geometria del colore.

Purtroppo, è sempre Leonetti che me lo fa notare, con la fine degli anni ’70, e la conseguente esplosione delle attività intensive delle serre ( fino ad allora le serre erano utilizzate esclusivamente per le colture floreali ), è un po’ finita la stagionalità di frutta e verdura; non solo, con l’avvento di quella che viene malamente nomata “globalizzazione”, anche la primizia ha cambiato significato, nel senso che oggi le primizie ci sono sempre, benché poi i prezzi, e i sapori, rendano giustizia al naturale corso delle stagioni.

Caratteristica unica da sempre di Porta Palazzo è il mercatino dei contadini, situato dietro la tettoia dell’orologio: poche decine di produttori che arrivano da tutto il Piemonte espongono e vendono la merce che viene direttamente dalle loro terre, e sono frutti e verdure di stagione che, non sempre a dire il vero, hanno un gusto diverso, e colori diversi, e fragranze diverse; ripeto non sempre, però, perché il solo fatto di essere contadino non certifica dell’assoluta onestà e correttezza di ognuno.

I due mercati coperti della carne e dei formaggi sono oggi un inno alle diverse tradizioni culturali e religiose che caratterizzano le cucine delle varie etnie che comprano a Porta Palazzo: trovi tutto.

Dal montone macellato secondo l’uso musulmano, alle carni affumicate di tradizione romena o slava; dalla vera soppressa calabrese al pecorino sardo, al formaggio di fossa, alla finocchiona e addirittura ai salumi spagnoli, o ai nostri insaccati di Cinta senese.

Io mi delizio a guardare interminabili file di salsicce, di prosciutti, di provole, penzolare dalle volte dei banchi a comporre quasi delle mantovane, delle quinte che emanano però insinuanti e promettenti fragranze.

Nulla a che spartire con quelle farmacie o corsie ospedaliere che sono gli ipermercati di cui hanno saturato le periferie e che diventano il ricettacolo di pensionati perdigiorno che impiegano il loro tempo a cercare di rubacchiare creme da barba e cioccolatini; di giovincelli assatanati, rumorosi, incerottati dentro indumenti falsi che espongono loghi tanto famosi quanto brutti e omologanti che cercano il refrigerio dell’aria condizionata e alimentano la frustrazione e l’invidia di non poter comprare quell’ultima scarpa ipertecnologica o quel palmare che fa tutto, anche farti sentire bello biondo alto ricco e famoso……

O le massaie con carrello, e bambino dentro, che comprano tutto a memoria, con percorso, tempo e spesa programmata…..

No, a Porta Palazzo ci vai per rinnovare i cinque sensi; ci vai perché la gente è diversa, parla urla ride commenta s’indigna si lamenta e lo fa in tutte le lingue che tutti capiscono, perché la gente basta guardarla in faccia per capire quello che dice, quale che sia la lingua.

Ma bisogna saper guardarla la gente per capirne il senso delle parole.

E poi, in mezzo a quell’orgia dei sensi, ogni tanto alzi gli occhi, oltre le righe rosse e bianche dei teloni che coprono i banchi, e scopri gli occhi di una finestra barocca che ti guata, un poco malandata, un poco scolorita e ancora, poco più in alto, la cupola della chiesa dei SS. Maurizio e Lazzaro che da sempre sorveglia il Mercato.

Chiudo con i 18 banchi meravigliosi del mercato del pesce, il più grande d’Europa, rifatto una decina d’anni fa.

Quando si va a fare la spesa io vado avanti e indietro per delle mezze ore tra un banco e l’altro: la scusa è quella di trovare il pesce migliore al prezzo più conveniente, ma è una bugia, perché a me, pescatore di mare, semplicemente piace osservare i pesci, i crostacei, i polipi di scoglio, i gamberoni, le cicale, le cozze, i calamari…..

E’ l’unico posto dove ogni tanto riesco a trovare tordi, perche, saragotti , donzelle e scorfanetti ( quelli piccoli e di colore scuro che vivono sotto gli scogli in tre o quattro metri d’acqua e hanno un sapore…) per la zuppa che piace a me.

Inutile dire che il pesce è spesso freschissimo, non sempre però ( anche se devo ammettere che in fatto di pesce io sono molto esigente ), e a prezzi di assoluta convenienza.

Poco mi piace aggirarmi nell’angolo dei banchi dell’abbigliamento: mancano i colori di frutta e verdura, gli odori del pesce, i suoni dei banditori; tutto sommato abbigliamento e accessori mi coinvolgono di meno, non mi fanno nessuna promessa i pantaloni, non la trovo insinuante una camicia e le scarpe tutto sommato sono solo delle prigioni per i piedi che, anche loro, amano la libertà.

Chiudo con una piccola curiosità storica: il corso Giulio Cesare che continua oggi la via Milano, si chiamava via Mosca, in onore di Carlo Bernardo Mosca, da Occhieppo Superiore (Vercelli), costruttore del ponte omonimo sulla Dora, una meraviglia costruita in pietra che all’epoca era unica al mondo.

Una delle tante ignorate di questa Città.

Bibliografia:

Mille saluti da Torino. 1990, Edizioni del Capricorno

Mille ricordi da Torino. 1992, edizioni del Capricorno

I Misteri di Torino. Edizione Piemonte In Bancarella

Memorie di Pietra, 1991, Ass. Servizi Demografici Città di Torino